venerdì 20 novembre 2009

Estati






Estati. Ad esempio, e per me non può esistere altro esempio, certi anni settanti all'Elba, fra canottiere, acqua corrente che non c'era, ghiaccioli, spiaggiate a Fetovaia, concorsi settimanali della Settimana Enigmistica, insalate di riso, giornate che cominciavano prestissimo e finivano tardissimo, casini, infanzie, adolescenze, seghe, portici.

E macchine. Le macchine non potevo guidarle perché ero un ragazzino. La macchina ce l'aveva il babbo, l'ottocentocinquanta special che spirerei a trovare, beige. Non ce l'aveva nemmeno mio fratello, la macchina. Non era maggiorenne neanche lui.

La Centoventotto Treppì. Una specie di sogno, o qualcosa del genere. La si vedeva e era qualcosa di normale e di irraggiungibile al tempo stesso. Normale perché era la coupé della 128, non una Aston Martin o una Jaguar. Irraggiungibile perché esulava dalla normalità piccolo-borghese. L'impiegato con l'850 poteva anche comprarsi la 128 berlina, ma la coupé o la 3P erano fuori della portata che non consisteva nel prezzo, ma nella mentalità. La 128 3P era una delle prime coppie che poteva non volere figli. Era una famiglia che non c'entrava. Era assenza di bagagliaio. Era quei sei fari posteriori che facevano scuotere il capo.

Era estati che non finivano mai. Era strade sterrate. Era casino. Era una sgangherata giovinezza. Era anche scrivere il nome dell'Olivia, che non si sa se fosse la cugina che te la dava o la fidanzata di Popeye. Era giocarsela relativamente a buon mercato. Era un sacco di cose, e il sole picchiava. Senza l'estate non si vive, e non vive chi è senza estate, e l'estate è una baracca di ricordi che nel passar degli anni ti si mitragliano addosso.

Una sera di novembre nel buio di un parcheggio ricavato da una vecchissima strada suburbana. Eccola. E l'estate inonda. Cara vecchia 128 3P, rarissima. Non se ne vede più una a giro. Ma, girando e rigirando, l'estate trionfa sempre; e con lei chi non c'è più e chi c'era, e con lei tutta una tribù di fantasmi che recano l'arancione immenso della vita.

giovedì 19 novembre 2009

Der gottgesandte Mechaniker - Atto II




Atto secondo, come gli Amici Miei, e primo caso del genere nel TB: ma la Fiat 1100 "colta" ieri al volo, che poi è del 1950 e non del 1949 come erroneamente scritto, giustifica appieno quest'unatàntumme. Anche perché, stavolta, non c'è stato nessun Verkehrsstau: anzi, il Dio dei Bivi m'ha fatto persino trovare un comodo parcheggino, permettendomi così di scendere bardato da Treggista Reporter e di prendere altre foto della scarcassata e vetustissima vettura (tra le quali una dell'interno: capirete che non ho dovuto proprio faticare ad aprire gli sportelli).

Atto secondo, e probabilmente non sarà nemmeno l'ultimo. La 1100 è infatti in restauro, e passando spesso da quelle parti non mancherò certo di seguirne l'evoluzione. Intanto, penetrando con mille salamelecchi ed ossequi nella carrozzeria che sta curando il tutto, sono riuscito a sapere che la targa originale è di Potenza (PZ), e che è depositata da qualche parte nell'officina. Un gentilissimo meccanico me l'ha anche cercata nel magazzino, ma essendo stata sistemata "in qualche scatolone", non è riuscito purtroppo a trovarla. Ma con la promessa che me la farà vedere e fotografare non appena l'avrà trovata.

E non è finita qui, come vedrete fra breve. Nel frattempo, diversi onesti lavoratori alle prese con Tregge fenomenali si stanno abituando a vedersi piombare sul luogo di lavoro uno strano tipo con la coda di cavallo, vestito di verde e giallo....

E fa pure la rima!

martedì 17 novembre 2009

Der gottgesandte Verkehrsstau





Devo aver già parlato, una volta, del cosiddetto Dio dei Bivi che assiste il Treggista e gli fa pigliare sempre la giusta direzione (die richtige Richtung). E non vi stupite del titolo e delle diciture teutoniche: il Dio dei Bivi (Gabelungsgott) si esprime, come è comprensibile, nella lingua di Franz Kafka -lingua che fortunatamente conosco più che a sufficienza-, e si vocifera anche di un perduto racconto del praghese con protagonista il Treggista Josef K.

Ad esempio, il Dio dei Bivi è intervenuto qualche sera fa. Dovete sapere che, dopo la pedonalizzazione di Piazza del Duomo voluta dal sindaco di Firenze, Lord Matthew Rents, i viali di circonvallazione -che già erano normalmente una bolgia- sono diventati una cosa semplicemente improponibile a certe ore, con tanto di tornei di scacchi organizzati tra gli automobilisti ingorgati da ore. Per tornare a casa dal mio posto di lavoro ho dovuto quindi escogitare un percorso notevolmente fantasioso tra stradine dimenticate (e bellissime), pigliandomela comoda e cantando tutto quel che mi va di cantare perché io le autoradio e gli stereo in macchina non li sopporto e preferisco farmela da solo, la musica. Quella sera, però, al bivio viale Ariosto/viale Aleardi ho deciso di fare la strada "canonica" verso il ponte alla Vittoria, invece di tirare su per Bellosguardo; ero stato ingannato da mezzo viale Aleardi vuoto. Mal me n'è incolto; l'ingorgo mi ha intrappolato subito dopo, e non c'era più niente da fare. Mesto e rassegnato, mi sono ritrovato ingabbiato nei tremendi duecento metri di via del Ponte Sospeso, detti familiarmente i duecento metri del destino prima di arrivare alla zuppa di piazza Taddeo Gaddi.

Proprio in via del Ponte Sospeso, uno squarcio dal cielo buio di novembre. Il Dio dei Bivi c'è. Ferma tra macchine strombazzanti, una visione. Una Fiat 1100 del 1949, in condizioni di carcassa, senza targa, ma lei. Probabilmente, e sperabilmente, in via di amorevole restauro. E io lì in coda, a frugare affannosamente nello zaino per cavarne la Kodak, gentil madonne per impostare la funzione "notturna", motorini che passavano, ed uno stavolta provvidenziale SUV che ha bloccato tutto permettendomi di sporgermi dal finestrino e scattare le quattro foto che vedete.

Avessi imboccato il consueto percorso (via San Francesco di Paola, via di Bellosguardo, via San Carlo, via di Soffiano nella sua parte collinare...) mi sarei senz'altro risparmiato l'ingorgo; quella sera non l'ho fatto, e tra boccate di benzene e di altri idrocarburi vari mi sono ritrovato davanti a quell'antica Signora a quattro ruote. Es kann nicht immer Winter sein.

Il Palio de' Cinquini



Tutti si saranno accorti che, oramai, coi Cinquini si va a gruppi etnici: qualche giorno fa è toccato a quelli siciliani, poi a quelli romani; ora tocca a quelli senesi. Giocoforza tirare in ballo quella loro famosa corsettina di cavalli che tengono nella loro piazzetta principale due volte all'anno, in luglio e agosto; e debbo dire che, di gran lunga, preferirei che il Palio (ma guai a chiamarlo così da quelle parti: si chiama Drappellone, così come non bisogna dire "corsa", ma carriera; ma del resto non bisognerebbe dire nemmeno "senesi", ma fave) fosse fatto correre a delle Fiat 500 invece che a dei poveri cavalli che più di una volta ci hanno rimesso le penne e la salute. Ma, naturalmente, io non posso capire, dato che un destino assai benigno m'ha fatto nascere 56 km a nord. Come diceva sempre uno che conoscevo, quando si nominavano le differenze tra Firenze e Siena: a Firenze la piazza principale si chiama della Signoria, a Siena del Campo (senza contare lo stadio del Rastrello e il Monte dei Paschi, cioè dei pascoli).

Ovviamente so bene che, con questo post, mi sarò giocato tutte le eventuali simpatie dei Treggisti senesi (per di più prendendo avidamente per i fondelli quella loro corsetta di quattro o cinque poveri castroni maltrattati); ma, del resto, quando una macchina è stata chiamata Palio ne è venuto fuori l'immenso capolavoro che segue (della serie: "Quasi meglio la Duna", di cui del resto è considerata l'erede):


Come se non bastasse, e per ribadire come l'immagine della città del panforte e del Monte de' Paschi sia stata diffusa nel mondo, andate pure in deliquio dinanzi alla Fiat Siena:


Insomma, come dire, qui sto invadendo il campo agli amici di Autodimerda. Meglio, senz'altro, i Cinquini; qualsiasi targa rechino.

Post Scriptum Pallonaro: E' vu' siete ULTIMI! Patire e retrocedere,
succursale dei gobbi! Inchinarsi eternamente di fronte alla VIOLA!

sabato 14 novembre 2009

L'inglese (Versione TB)





Premessa. - Il motivo per la specificazione "Versione TB" è l'omonimo post pubblicato qualche giorno fa su 'Εκβλόγγηθι Σεαυτόν Asocial Network, che poi sarebbe il "capo" e il capostipite di tutta la mia personalissima Rete Asociale . Che cosa sia questa "Rete Asociale"di cui anche il TB fa parte, è spiegato con dovizia di particolari in alcuni post del "blog principale"; quanto agli effetti, il più visibile è senz'altro l'assenza di commenti, del tutto intenzionale e caratteristica saliente di tutti i blog dell' "Asocial Network". Colgo l'occasione, però, per specificare anche qui che chiunque può commentare e mettersi in contatto con me in modo diretto, vale a dire bypassando tutte le forme di "comunicazione in rete", telefonandomi al n° 339-4723095 oppure venendomi a trovare a Firenze, in Via dell'Argingrosso 65/C. Dalle mie parti non si ragiona più in termini di bischerate telematiche (stile "Facebook", "Twitter", "MSN Messenger" o roba del genere), ma di contatto diretto e personale. Mettendosi magari a un tavolino con un par di bicchieri di vino a ragionare di ciò che si vuole; ad esempio, di Tregge.

Ciò detto, la storia di questa Treggia, la prima Rover ospitata da questo blog, appartiene alla più pura casualità indotta. Siamo infatti esattamente dall'altra parte del Mugnone, là dove m'ero recato a fotografare la Citroën GS turchese segnalata da Dora. È bastato passare il Ponte Rosso, un percorso pressoché obbligato, ed ecco che, ferma davanti al bar, c'era questa signorile beltade (tanto per fare un po' il verso al mitico Andrea Berti e alla sua vena poetica) con tanto di proprietario al seguito. Un gentilissimo signore di nome Umberto che si è reso protagonista di un episodio decisamente gustoso: non solo, infatti, mi ha permesso di fotografare la sua Rover 2002 del 1976 ma, alle mie manifestazioni di genuino entusiasmo, ha cercato di vendermela seduta stante.

Il prezzo proposto, a dire il vero, non era nemmeno malaccio per un'autovettura del genere; purtroppo, ultimamente, le mie magèrrime finanze non mi permetterebbero nemmeno di comprare una bicicletta scalcagnata e quindi ho dovuto, a malincuore, declinare la proposta. Peccato. Uno dei miei desideri proibiti è proprio quello di girare a bordo di un'autentica Treggia, con tanto di logo del TB sulle fiancate; e già un po' mi vedevo sulla Roverona con tanto di ruota di scorta sistemata, in a very British way, sul cofano posteriore. Ma verrà il giorno. Per l'intanto ho salutato (e anche fotografato) il signor Umberto e la sua gran vettura, ricevendo persino l'informazione che, a Firenze, ne girerebbe un'altra (stavolta verde), di proprietà di un non meglio precisato ragazzo. Terrò gli occhi aperti.

giovedì 12 novembre 2009

Sprazzi turchesi in riva al Mugnone





Debbo questo fantastico sprazzo turchese, ancora una volta, a Dora. È stata infatti lei, con un tipico SMS di avvistamento, a segnalarmi questa Citroën GS Spécial del 1973, parcheggiata in riva a uno dei corsi d'acqua minori di Firenze: il Mugnone.

Subito dopo la segnalazione, è cominciata la caccia; la quale è stata assai laboriosa, anche se Dora non lo sa (per la mia autentica idiosincrasia verso gli SMS di risposta); come quasi sempre accade nel caso di avvistamenti altrui, infatti, non appena ce l'ho fatta a andare in quella strada (a notte fonda e alla guida di un'autoambulanza, per la cronaca) mi sono beccato proprio il lavaggio strade e, quindi, della GS turchese non v'era traccia alcuna.

Ci sono tornato il pomeriggio seguente, e ancora niente: si vede che il proprietario ancora non l'aveva ripresa da uno degli assai fantasiosi posti dove i fiorentini vanno a mettere la macchina quando nel quartiere c'è lavaggio strade. E così è stato ancora due giorni dopo, tanto che mi ero oramai rassegnato ad aver perso il treno. Quando si riceve l'avvistamento di una treggia, bisognerebbe pigliare armi e bagagli e andare subito sul posto. Purtroppo non sempre è possibile.

Perdere una Citroën GS, una tipica vettura che un tempo era comune vedere per le strade e che ora è invece pressoché scomparsa, sarebbe stata una disdetta. Anche perché è una macchina che ha, come dire, dei bizzarri retrogusti "politici", decisamente contraddittori. È infatti stata la macchina sia del leader di Potere Operaio, Franco Piperno, sia di un ancora semisconosciuto senatùr chiamato Umberto Bossi, quando era l'unico parlamentare di un movimentino nordista che si proclamava anticonfessionale e ostile alla chiesa cattolica (e con la sua vecchia GS girava sagre e teatrini di paese per fare propaganda). Vi chiederete forse come faccio a saperlo: che ci crediate o no, è tutto frutto della mia memoria, elefantiaca e una delle due o tre cose di cui vado abbastanza fiero di me stesso. Mi ricordo semplicemente di due vecchie interviste a quei due personaggi, in cui si parlava anche della loro Citroën GS.

Insomma, ho voluto fare un ultimo tentativo, in una tarda mattinata (stavolta alla guida di un pulmino attrezzato): e zàc. C'era, stavolta. In tutto il suo smagliante turchese, e in pieno servizio da treggia (guardare il marasma di roba nel bagagliaio). E qualche ignaro passante si è ritrovato davanti alla consueta scena di un tizio vestito strano che fa gesti di vittoria mentre fotografa rapidamente una vecchia automobile parcheggiata in riva a un fiumiciattolo.

mercoledì 11 novembre 2009

La Trespa in vetrina





Di tutte le Trespe finora ospitate in questo blog, questa è senz'altro la più antica. È del 1961, secondo le tabelle di Targhe a Roma. In quell'anno, e per qualche tempo ancora, le targhe motociclistiche (soprattutto grazie alla Vespa) avevano una numerazione superiore a quella delle automobili; così la Vespa è diventato uno dei simboli di questo paese. Ancora pochissimi anni fa, quando stavo in Francia, una pubblicità di non mi ricordo quale prodotto, incentrata sul vivre à l'italienne presentava la classica coppietta su una Vespa, nel centro di Roma; e la Vespa non era di quelle nuove. Tant'è vero che, oggi, la Piaggio le rifà finte vecchie.

A dire il vero, me lo aspettavo prima o poi di vederne una ingabbiata in una vetrina, a far da acchiappaconsumatori per qualche articolo da vendere. Chi non si fermerebbe davanti a una vetrina che espone una cosa del genere? Tirata a lucido, fornita di gadgets, sapientemente sistemata in una posa plastica...nulla da dire, fermarsi cinque minuti ad ammirarla è del tutto naturale.

Forse sarò io innaturale, io che pure mi sono fermato appositamente per fotografarla nella sua bella vetrina luccicante. Eppure, mentre lo facevo, scuotevo il capo e pensavo a quanto mi sarebbe garbato di più vederla a casaccio, magari anche ammaccata, impolverata e con tutti i segni del tempo, a giro in una stradaccia qualsiasi di periferia. Come tutti gli altri automezzi del TB, acchiappati per definizione nella loro vita quotidiana. "Come avessero messo la nonna in vetrina", mi dicevo. Una bellissima nonna, di quelle anziane che fanno girare la testa ai giovani più delle ragazzine; e, infatti, in quella vetrina mica ci hanno messo uno scuterone del cavolo. Ci hanno messo una Vespa del '61.

Non ho, però, nessuna velleità (né voglia) di fare, o di giocare a fare, l'ultimo romantico in città o roba del genere. Ho fotografato e basta, senza alcun dubbio o ripensamento. Una trespa del genere deve starci per forza, qui. Ma mi sentivo un po' come uno allo zoo. Bella forza a fotografare la tigre in gabbia. Sono bravi tutti. E quante tigri a quattro o due ruote mi siano sfuggite, non lo potete nemmeno immaginare. Questa non poteva sfuggirmi, eppure mi sarebbe piaciuto che, all'improvviso, si fosse messa in moto da sola, avesse sfondato la vetrina e se ne fosse andata via nella notte, carburandomi una risata e lasciandomi a fotografare un acuminato buco nel vetro.