sabato 6 giugno 2015

INSCO propheta in patriā



Il nostro INSCO, notissimo globetrotter, ci ha abituati a fornirci tregge provenienti dai posti più impensabili (sintetizzati con il toponimo Assurdistan). Però, come tutti non sanno, Egli è nativo di Gràssina, nel comune di Bagno a Ripoli (in serbo: Риполска Бања, in ungherese: Ripólybánya, in catalano: El Bany de Ripoll). Una località che ha nell'accento la sua autentica maledizione, dato che parecchi forestieri dicono Grassìna e, in tempi di ossessione per la linea, questo può comportare dei problemi. A Gràssina, invece, si preferisce la linea 32 dell'ATAF, vero simbolo identitario che la distingue dall'odiatissima Antella (servita dalla linea 31). Insomma, tutto questo per dire che INSCO, stavolta, è stato profeta in patria e ci spedisce queste foto notturne dal natìo borgo selvaggio nelle quali si può ammirare questo Typ 1 ravennate ai limiti del "Maggiolino", dato che, secondo l'ACI, risulta immatricolato il 1° gennaio 1967. Il 1967 è infatti l'anno in cui nasce "ufficialmente" la denominazione di "Maggiolino" in Italia. 


In un colpo solo, quindi, INSCO fa il propheta in patriā, becca un "protomaggiolino" e, perché no, anche una targa di tutto rispetto del tipo "a scalare di due" (145 - 143). Io ho sempre sostenuto che il ragazzo ha della stoffa, oltre ad essere munito di un'attrezzatura fotografica quasi profèscional. Si dedicasse un giorno a fotografare tregge come si deve, invece che orripilanti pasti preconfezionati sugli aeroplani (vere e proprie tregge alimentari), sarebbe cosa buona e giusta. Ma tant'è, e INSCO ce lo pigliamo così com'è e, vista la sua predilezione per i rioplani, gli si dedicherà perfidamente un vecchio brano & strappalàgrime degli Albatros ispirato nientepopodimeno che ad un volo Alitalia: Volo AZ 504. Un caposaldo del trash italico interpretato tra gli altri da un giovane & ingravidatore Toto Cutugno.



venerdì 5 giugno 2015

Viale delle Magnolie



Sono circa le 9 della sera del 16 settembre 1970 quando un'automobile arriva al n° 58 di viale delle Magnolie, a Palermo. E', dicono le cronache, una serata torrida, come accade non di rado nel capoluogo siciliano alla fine dell'estate; la vettura è una BMW Serie 02 (e in particolare una 1602, o 1600-2), sicuramente non comunissima né a Palermo né in tutta Italia, di colore blu notte e targata PA 21.... e qualcosa; è quindi abbastanza nuova, essendo stata immatricolata nel 1968. Se ne sa, disgraziatamente, anche il proprietario, vale a dire la persona che quella lontana sera era già arrivato a casa a bordo della sua autovettura tedesca; un giornalista chiamato Mauro De Mauro.


Comincia così uno dei tanti misteri d'Italia, forse il più fitto di tutti quanti. Quella sera, Mauro De Mauro esce dalla redazione del quotidiano "L'Ora" e si reca a casa dopo essersi fermato ad acquistare le eterne sigarette e due bottiglie di vino; a cena lo aspettano la moglie, la figlia maggiore Franca e il fidanzato di quest'ultima (i due si sarebbero sposati solo due giorni dopo). La figlia vede arrivare il padre che parcheggia la BMW, e va a chiamare l'ascensore; si accorge però che il padre si attarda, esce di nuovo dal portone e lo vede assieme a due o tre persone. Senza dire nulla, nemmeno un saluto, Mauro De Mauro risale sulla BMW e riparte. Franca De Mauro riesce solo a sentire qualcuno dire "amunì" ("andiamocene", in siciliano).


La BMW 1602 blu notte di Mauro De Mauro viene ritrovata la sera dopo in via Pietro D'Asaro, nel centro di Palermo, parcheggiata e chiusa: l'unica sua immagine ancora reperibile in rete è quella presente in questa pagina, scattata al momento del suo ritrovamento e della sua apertura. Il cofano fu aperto dagli artificieri per paura di un'esplosione; se ne vede uscire un cane pastore tedesco (quasi per ironia della sorte, visto che si trattava di una vettura tedesca). A bordo furono ritrovate, intatte, le bottiglie di vino che Mauro De Mauro aveva acquistato per la cena, e che dovevano senz'altro servire a festeggiare l'imminente matrimonio della figlia. Di Mauro De Mauro non si è saputo più niente; nulla di lui è mai stato ritrovato. 

Ripercorrere questa storia non è e non può essere semplice. Mauro De Mauro aveva avuto una vita che definire controversa è poco; una vita del '900, la si potrebbe chiamare. Nato a Foggia il 6 settembre 1921 e fratello di uno dei più famosi linguisti italiani, Tullio De Mauro, era stato un fascista convinto e militante, aderente alla RSI e membro della X MAS di Junio Valerio Borghese, a cui era restato talmente legato anche dopo la guerra da aver chiamato Junia la seconda figlia. Era claudicante ad una gamba e aveva il naso devastato per un grave incidente di motocicletta avvenuto nel 1944 presso Siena; ma alcuni sostenevano che le menomazioni erano in realtà dovute ad un violento pestaggio subito da un gruppo di partigiani, o addirittura da alcuni commilitoni fascisti che lo sospettavano di tradimento. A tutto questo si deve aggiungere che Mauro De Mauro non occupava all'epoca posti di scarsa rilevanza: nel 1943-44 era stato vicequestore nella Roma occupata sotto il questore Pietro Caruso (della cui fucilazione si è occupato a suo tempo il TB), informatore del capitano delle SS Erich Priebke e del colonnello Herbert Kappler e membro della banda Koch. Tutti nomi da far tremare le budella, e si capisce forse meglio perché Mauro De Mauro possedesse una vettura tedesca.

Nell'estate del 1945 fu arrestato a Milano dagli Alleati, e rinchiuso prima a Ghedi e poi nel Campo di concentramento di Coltano, presso Pisa, dove si ritrovò in compagnia del poeta fascista americano Ezra Pound; vi riuscì a fuggire con un'astuzia nel settembre successivo. Da qui la sua vita cambia a 360°; si trasferisce con la moglie Elda (anche lei di provata fede fascista, braccata dai partigiani nel Pavese e indicata in un rapporto del CLN come tra i più pericolosi avversari del movimento partigiano) e le figlie, e comincia a lavorare per alcuni giornali, rivelandosi un ottimo cronista. Lavora prima al Tempo di Sicilia e poi al Mattino di Sicilia, per approdare poi a "L'Ora", quotidiano dichiaratamente di sinistra e legato al Partito Comunista Italiano. 

Mauro De Mauro sembra avere il giornalismo nel sangue. Nel 1962 segue da vicino il misterioso caso della morte (in un "incidente aereo") del presidente dell'ENI, Enrico Mattei, e talmente da vicino da essere chiamato come principale consulente dal regista Francesco Rosi (anch'egli dichiaratamente di sinistra e tra i principali autori di pellicole di grande impegno civile) per il suo celebre film-inchiesta Il caso Mattei. Questo avvenne poco più di due mesi prima della scomparsa del giornalista, nel luglio del 1970; il film di Rosi uscì nel 1972 vincendo la Palma d'Oro a Cannes. Francesco Rosi ebbe a dichiarare che la consulenza di Mauro De Mauro fu "decisiva".


Come si può vedere, in viale delle Magnolie 58 a Palermo non abitava propriamente una famiglia qualsiasi. Il 23 e 24 gennaio 1962, ancor prima della morte di Mattei, Mauro De Mauro aveva pubblicato sull' "Ora" il verbale di polizia, risalente al 1937 e caduto (o fatto cadere) nel dimenticatoio, in cui il medico siciliano Melchiorre Allegra, tenente colonnello medico del Regio Esercito, affiliato alla mafia nel 1916 e "proto-pentito" dal 1933, elencava e descriveva tutta la struttura del vertice mafioso, gli aderenti, le regole, l'affiliazione e l'organigramma dell'Onorata Società. Davanti a Falcone e Borsellino, Tommaso Buscetta (i nomi di questo post, come si vede, continuano ad essere pesantissimi) ebbe a dichiarare quanto segue: "... De Mauro era un cadavere che camminava. Cosa Nostra era stata costretta a 'perdonare' il giornalista perché la sua morte avrebbe destato troppi sospetti, ma alla prima occasione utile avrebbe pagato anche per quello scoop. La sentenza di morte era solo stata temporaneamente sospesa."

Si ferma qui, almeno per quel che riguarda questo modestissimo blog che, a volte, s'addentra in storie molto più grandi di lui seguendo l'esile filo di una vecchia automobile. Sui motivi autentici della scomparsa totale di Mauro De Mauro ne sono state dette, fatte e intentate di tutte, senza arrivare a nulla. La verità sulla morte di Enrico Mattei, il "verbale Allegra", le frequentazioni con Borghese e con gli ambienti fascisti in prossimità del tentato colpo di stato dell'8 dicembre 1970; come ebbe a scrivere Leonardo Sciascia, "De Mauro ha detto la cosa giusta all'uomo sbagliato, e la cosa sbagliata all'uomo giusto"


Alla fine, però, questo blogghino automobilistico servirà pure a dire che, in fondo, la vecchia BMW 1602 targata Palermo 21 e qualcosa, se avesse potuto parlare, sarebbe stata l'unica ad aver visto tutto quel che era accaduto tra il viale delle Magnolie e via Pietro D'Asaro, la sera del 16 settembre 1970. A quanto pare fu fatta ispezionare con cura dall'allora capo della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano, e dall'investigatore capo dei Carabinieri, tale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Come siano finiti entrambi, dovrebbe essere ben noto. Ma non è stato nessuno a far sparire per sempre Mauro De Mauro; persino Salvatore Riina è stato assolto. La BMW non poté naturalmente essere interrogata, e sarà stata sicuramente depositata presso chissà quale magazzino giudiziario prima di finire schiacciata in una pressa.

Curiosamente, nel mio quartiere, l'Isolotto, a poche centinaia di metri da dove abito, esiste pure un "Viale delle Magnolie". Ci ho persino, un paio di volte, fotografato qualche treggia da mettere nel blogghino. Però mi è capitato a volte, passandoci, di ripensare a quell'altro Viale delle Magnolie, quello di Palermo. Vi arrivò una sera una BMW blu notte, e la notte blu inghiottì tutto.

Ed è così che a quel giornalista che aveva ficcato il naso devastato dove non si deve ficcarlo mai, a quel cronista repubblichino che lavorò prima per i nazisti e poi per il quotidiano comunista, alla sua vita strana e alla sua morte senza volto e senza ossa vorrei dedicare una canzone che parla di un'altra persona fatta ammazzare su dei binari ferroviari lo stesso giorno in cui fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro. Anche lui, volendo, era un giornalista; ma non lavorava nel grande giornale, ci aveva anzi una piccola radio libera che però dava parecchio fastidio. Si chiamava, lui, Peppino Impastato. E la radio si chiamava Radio Aut.



Mosettina salvata dalle acque


Via Pio Fedi, con la sua inesauribile autofficina specializzata in auto d'epoca, continua imperterrita a sfornare tregge su tregge; stavolta tocca alla più classica delle Fiat 1100 R nell'ancor più classico color grigio-bluastro (detto familiarmente blé suicidio o blé depressione). 


A far da contraltare alla verniciatura da farlafinìta (che, va detto, all'epoca era di gran moda, e ne fanno fede diverse gemelle presenti nel TB), una radiosa giornata di tardissima primavera, o di inizio estate -con la speranza che l'estate del 2015 sia almeno un po' meno schifosa di quella del '14. Ci appare così una vettura che, appena nata, ha rischiato immediatamente di fare una brutta fine: risulta infatti immatricolata il 27 ottobre 1966, una settimana esatta prima dell'Alluvione. Insomma, come dire: se ha rischiato di essere travolta dalle acque ancora in fasce, si capisce bene perché 49 anni dopo sia ancora bella pimpante e parcheggiata in via Pio Fedi. Una sorta di Mosé salvata dalle acque.


Proprio salvata salvata, dalle famose acque? Beh, non del tutto. Dovete infatti sapere che la nostra Mosettina è già un po' di tempo che staziona fissa in via Pio Fedi presso l'autofficina, e che la prima volta che l'ho vista stavo tornando a casa a piedi sotto un diluvio che se non era universale, poco ci mancava. Ed eccola infatti qui, quella sera, sotto un'acquata che deve averle fatto ricordare cose non troppo piacevoli di quasi cinquant'anni prima:


Ma poiché dopo il diluvio torna sempre il sole (persino dopo quello universale, tanto per ribadire il tono squisitamente biblico di questo post), rieccola ad asciugarsi ben bene le venerabili lamiere:


In conclusione, per la Mosettina dell'Isolotto salvata dall'Arno (che non sarà il Nilo, però quando ci si mette ci sa fare pure lui...) bisognerà per forza di cose ricorrere al suo fratellone, quello che faceva passare il Mar Rosso e faceva scalate sul Sinai:




mercoledì 3 giugno 2015

1981: quadretto estivo in via Faentina



Parecchio interessante questa immagine proveniente, come si vedrà meglio in seguito, dall'estate del 1981. Un quadretto di vita quotidiana nella Firenze di quegli anni: il tipico bus arancione (che stava sostituendo quelli verdi, peraltro ancora normalmente in servizio come mi ricordo bene da ragazzo) della linea 1 sta percorrendo via Faentina oltrepassando una Volkswagen parcheggiata in primo piano.

Ce n'è di che parlare, accidenti. Cominciamo subito dall'autobus, che è lo storico Fiat 418BCF che ha fatto viaggiare non soltanto i fiorentini, ma gli abitanti di molte altre città italiane tra la seconda metà degli anni '70 e la prima degli anni '80. Quello che si vede nella foto, la vettura 2926 con tanto di pataccone obbligatorio che in quegli anni prescriveva la velocità massima degli autoveicoli, è munito addirittura di una targa "FI 80" quadrata (FI 803599) che ce lo rende pressoché prezioso.

Ogni volta che, qua dentro, s'incontra una "FI 80" quadrata occorre ricordare che si tratta delle targhe fiorentine più rare da vedere, dato che ne furono emesse soltanto 3999  tra la fine del 1975 e l'inizio del 1976: in pratica, le "FI 80" quadrate sono le ultime emesse a Firenze e provincia (FI 800000 - FI 803999). Con la targa FI 804000 cominciò la peraltro breve stagione delle targhe arancionere componibili.

Ma la storia dettagliata di questa immagine ce la racconta direttamente la sua fonte, vale a dire l'inBus club. La foto fu scattata infatti nel 1981 da un socio del Bus, Bruno Principe. Si viene quindi a sapere che la vettura 2926 raffigurata era stata immatricolata il 30 dicembre 1975. Rimase in servizio a Firenze addirittura fino al settembre del 1998, quando fu venduta (anzi: alienata) all'AMT, la municipalizzata di Catania che la reimmatricolò con targa ZA190HZ. La vettura 2926 terminò definitivamente la sua corsa il 31 gennaio 2006: trentuno anni di trasporti urbani.


Nella foto sopra, un Fiat 418BCF gemello (la vettura 2906, probabilmente appartenente allo stesso lotto).

La Volkswagen della foto ha pure la sua storia ben precisa: era infatti, come si specifica nella fonte, proprio la prima auto dell'autore della foto, il sig. Bruno Principe. Nella fonte si afferma che la vettura sarebbe un "VW 113 Maggiolino del 1963"; ma dalla targa del Typ 1 (non ancora "Maggiolino", a rigore filologico) si leggono le prime cifre FI 2607... che riportano l'immatricolazione al 1964.

Autogrill


In autostrada, le tregge sono oltremodo rare ed ancor più raro è riuscire a fotografarne una, anche se per caso la si becca. È, naturalmente, per le condizioni oggettive: se in città, a volte, il Treggista Militante® può lanciarsi nel classico inseguimento, una cosa del genere in autostrada è troppo pericolosa, e non mi stancherò mai di ripetere sia che la prudenza non è mai troppa e che niente, sia che neppure la treggia più clamorosa vale la pelle propria e degli altri. 

Non che le tregge in autostrada non ci siano; però quasi sempre viaggiano accompagnate. Nel caso di quelle più antiche, le bisnonne insomma, le si trovano costantemente a bordo dei loro speciali cadreghini -vale a dire dei carrattrezzi o dei pianali noleggiati all'uopo. Le supertregge ultrasessantenni viaggiano per lo più per andare a qualche raduno di auto d'epoca, sono tirate a lucido e mal sopporterebbero di lanciarsi sulla A1 tra Piacenza e Bologna a un'ora di punta in mezzo ai TIR (con il rischio, inoltre, di provocare tamponamenti a catena perché vedere una vettura del genere farebbe lo stesso effetto di una spider con a bordo Belén Rodríguez ignuda). 


Sulle autostrade, però, esistono gli Autogrill. Le stazioni di servizio. Quelle cose dove si fanno il pieno e la pisciatina (rimarrà sempre un mistero come mai in autostrada scappi a tutti da pisciare il decuplo di quando si è a casa), dove si beve il caffè e si mangiano panini di merda a prezzi esorbitanti e riscaldati a temperature da ustione di 3° grado, dove si spera sempre di beccare il biglietto della lotteria che cambia la vita e dove si è costretti, per uscire, a fare tutto il giro di un minimarket che espone specialità regionali che costano quanto un soggiorno per due persone in un albergo a 4 stelle in mezzo a ceste di libri che fanno ancor più schifo dei panini. Ed giustappunto a un Autogrill sulla A21 vicino a Cremona che mi sono ritrovato davanti a questa cosa qua, sistemata su un pianale targato Ferrara trainato da un SUV che faceva carburante.


Reduce evidentemente da un qualche autoraduno, si tratta di una vettura assolutamente inconfondibile: una Lancia Aprilia. L'unica automobile che fece fare una figura terrificante a Henry Ford, che al Salone di Parigi del 1937 fu trovato a gambe all'aria mentre ci curiosava sotto (dichiarò che era "l'unica vettura esposta per la quale valeva la pena fare una figuraccia"). Prodotta dal 1937 al 1949 e intitolata a una delle cittadine laziali appena fondate da Mussolini durante la bonifica dell'Agro Pontino, la Lancia Aprilia fu una macchina veramente anticonvenzionale per non dire addirittura rivoluzionaria nel suo genere: scocca autoportante su vettura chiusa, camere di scoppio emisferiche, 4 ruote indipendenti e retro "a coda" altamente aerodinamico. Una macchina che era davvero futuribile, venti o trent'anni in anticipo sulle altre.


Ed è così che finalmente un Autogrill, pisciatine a parte, si rivela veramente utile. L'Aprilia trasportata con mille precauzioni, munita di targa originale, secondo le tabelle di targheitaliane.com risulta essere stata immatricolata tra l'11 maggio e il 25 maggio 1938, cosa del tutto corrispondente alle indicazioni del proprietario che l'aveva detta essere "del '38". Non è sempre detto di incontrare un proprietario di auto d'epoca così preciso: di solito, anzi, chi possiede una vettura del genere tende a aumentarle l'età.

Un paio d'anni dopo, esattamente il 14 giugno 1940, nasceva a Modena il sig. Francesco Guccini. Nonostante certe sue vecchie foto "automobilistiche" a base di Fiat 515, il "Maestrone" non ha mai conseguito nemmeno la patente di guida e non credo proprio che sia tra i lettori più assidui di questo blog; ciononostante, e questo è un dato di fatto, mi risulta essere stato l'unico ad avere scritto e cantato una canzone dedicata a un Autogrill, quella dove alla fine "lo chiamò la strada bianca" (forse, chissà l'Autogrill in questione si trovava lungo una carrareccia tra Porretta e la Sambuca Pistojese). E poiché di Autogrill qui si parla a partir dal titolo, e Guccini ha più o meno la stessa età (e la stessa stazza) della Lancia Aprilia...




Bèc tu de fiùciar


Da pochi giorni (il 1° giugno) il TB ha compiuto sei anni. E può essere anche che ce li abbia tutti quanti sul groppone: ultimamente, inutile fare come gli struzzi, conduce una vita piuttosto grama. Un po' per l'impervia montagna di guai che è la mia vita, un po' per mancanza del giusto e necessario Treggengeist e un po' per chissà per che cosa d'altro; fatto sta che, oramai, le famose pause durano mesi. Non sto più nemmeno a farlo presente; prendetelo così com'è, rimanete affezionati a questo blog se già lo eravate, oppure scopritelo se il caso vi ci ha fatti appena capitare dentro. Tornandoci però dopo l'ennesima pausa, che s'è presa quasi tutta la primavera, mi è venuto in mente di escogitare una specie di shock qua dentro. Chissà che non faccia bene, nel blog auto-passatistico per eccellenza, un po' di futuro; anzi, di fiùciar. Talmente fiùciar da finire nel logo, costantemente occupato finora da venerabili treggione fiorentine come la mitica Giulietta di S. Vincenzo a Torri che, da oggi, va in pensione sostituita per un po' dalla vettura che vedete in questo post. Qualcuno inorridirà, e a ragione, vedendo la targa alfanumerica moderna che rappresenta uno dei principali bersagli del vs. Treggista Preferito®; ma, naturalmente, a volte bisogna vedere a che cosa è stata apposta, e perché. Il Treggismo Militante® va bene, ma "treggismo" non fa e non deve fare la rima con talebanismo.


Qualcuno, magari, l'avrà pure riconosciuta; ma, per riconoscerla, occorre aver frequentato il TB per parecchio tempo. Almeno da sabato 9 ottobre 2010, quando questa signorina aveva ancora una targa tedesca (MYK 404A per la precisione, targa di Mayen-Coblenza), si faceva vedere in giro dalle parti di Via Aretina, provocava occhi sgranati, ooooooh! di ammirazioni e ricordi adolescenziali e il ragazzotto che la guidava, disponibilissimo a farsela fotografare (ovviamente) asseriva di averla acquistata in Germania a soli quindicimila euri. Vale a dire che, nel 2010, per 15.000 monete ùniche, ovvero il prezzo normale di un'idiotissima vetturetta dell'ancor più idiota ventunesimo secolo, ci si poteva portare a casa una DeLorean. Proprio Lei, insomma. Michael J. Fox e lo scienziato pazzo. Tutta la saga di Robert Zemeckis (cognome terribilmente lituano, o lettone) e le ottantotto miglia all'ora. I pochi esemplari che ne vennero prodotti tra diecimila peripezie, fallimenti, galere e quant'altro. La fama eterna legata a un film che è stato un caposaldo di noialtri ex-ragazzi. La rigorosa carrozzeria in acciaio lucido sverniciato. La parola mito è sicuramente abusata; ma per questa vettura no, non è sprecata. A Firenze ne esiste e ne circola una: Lei. Presumibilmente con lo stesso gentilissimo ragazzotto, e attualmente ritargata; insomma, la DeLorean DMC-12. Una delle 9200 prodotte tra il 1981 e il 1983 colta in un tramonto d'aprile in piazza Massimo d'Azeglio, stavolta.  E dico questo: dovessi rivederla altre venti volte, venti volte la fotograferei e venti volte la metterei nel TB. Che il mondo lo sàppia.


E insomma, mi viene a mente che mentre guardavo e riguardavo il filmino, mai avrei pensato che un giorno del remoto futuro, ancor più remoto di quello dei saltapicchi della pellicola che trapassava il continuum, avrei visto una DeLorean in via Aretina, e poi, dopo un'altro po' di futuro, persino in piazza D'Azeglio con la targa "FI". Cose del futuro, appunto; o di un futuro nel passato, o di un passato nel futuro. Il tempo è cosa parecchio relativa. E come non tornare, allora, a quel lontano 1955, l'anno in cui è nato mio fratello che -per inciso- abita a cinquanta metri da dove ho fotografato la DeLorean, in cui Michael J. Fox, nelle vesti di Marty McFly, stupiva leggermente i suoi "coetanei" con una interpretazione di Johnny B. Goode per la quale i ragazzi di quell'anno "non erano ancora pronti"....?



lunedì 16 marzo 2015

La Dolly



Di fronte alla Dolly, non vale nessuna distinzione di targhe nere, targhe bianche, targhe blé o targhe a pallini: si fotografa, e basta. Sugli abbinamenti cromatici delle Dédeuches di ogni epoca ci si potrebbe scrivere un libro, ma confesso che l'accostamento tra il grigio e il rosso mi è sempre piaciuto parecchio (senza per questo nutrire nessun particolare attaccamento alla squadra della Cremonese). Siamo qui, oltretutto, in una delle più belle e, forse, anche più antiche viuzze dell'Oltrarno: via Ardiglione. Ma perché proprio Dolly? Ce lo dice la vettura stessa:


Ignoro francamente se si tratti proprio di uno specifico sottomodello, oppure se il proprietario o la proprietaria abbia voluto paragonare la sua Duhavalli (difussa anche la variante Du' Lalli) alla famosa e tipica pupa del saloon dei film western ("Dolly la Rossa") -ritenendo altamente improbabile che abbia pensato all'altrettanto celebre pecora clonata. Fatto sta, va detto, che il nome "Dolly" le sta particolarmente bene. Come tutti sanno, io sono assolutamente favorevole a dare un nome alle macchine: in famiglia mia c'è stata, ad esempio, la Poldina (la Simca 1000 di mio zio Dino) e l'indimenticabile Agedabia della zia Egle, ma tutte le mie macchine hanno avuto un nome, a partire dall'Agapina per finire alla mitica Plog. Anzi, se per caso vi pigliasse la voglia di dare un nome alla vostra macchina, ma non sapeste proprio dove andare a sbattere la testa, sono a vostra disposizione completa; grullo come sono, potete star certi che vi troverò il nome più adatto.


Quanto alla nostra Dolly in sé, di cui qua sopra si ammira il retro sgalettante, beh, targabianca targabià è andata a finire che ha già la sua bella trentina d'anni, segno di una evidente reimmatricolazione: secondo il Bollonet ACI è stata infatti immatricolata il 31 ottobre 1985, e quindi la targa che ha ora non corrisponde affatto alla cronologia (è del 1989).