E rieccoci al nostro amico Riccardino il Treggista® da Piacenza e dintorni, il quale va per le campagne alla ricerca del più autentico patrimonio treggistico delle sue zone. Stavolta, qui, ci ha scovato questo favoloso treggione industriale, un Fiat 642 in condizioni rugginose alquanto. E qui si apre il problema della datazione; il treggione ha infatti mantenuto la sua targa anteriore, ma anch'essa è nelle condizioni generali di intreggiamento carcassogeno dell'automezzo. Qualcosina, però (oltre all'inequivocabile sigla PC) si riesce a leggere; appartiene alla serie PC 40000. Siamo quindi fra il 1960 e il 1962, e la cosa corrisponde perfettamente con il periodo di produzione del 642, che andò dal 1952 al 1963. Assieme alle "bestiole" (Lupetti, Tigrotti, Cerbiatti, Leoncini...) della OM, il Fiat 642 è stato IL camion degli anni del "boom" economico italiano; si può dire che ha fatto la sua parte non indifferente nel costruire l'Italia. Poiché tutto passa e tutto va, eccolo qui passato con gli anni da Costruttore a Distrutto. Fa pensare a quanti pezzi di storia normale, di tutti i giorni, giacciono nei campi di questo paese...
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domenica 9 dicembre 2012
lunedì 26 marzo 2012
Non si scorda mai
D'accordo le ripetizioni, ma questa qui, ve ne sarete già accorti, rischia di essere la treggia più ripetuta di tutto il TB. Non soltanto me l'avevano spedita i mitologici Caporniani il 12 aprile 2010 (con una foto, peraltro, del 10 luglio 2006!), ma, pochi giorni fa, anche Mark B. ci ha rinocato. Con una novità, però. Dovete sapere che, in generale, i Treggisti Militanti® sono molto, ma molto parchi nel dare indicazioni esatte sui luoghi dei ritrovamenti. Non è per una sorta di gelosia, ma perché tra Treggisti c'è un certo qual tacito accordo nel non rivelare mai troppo le ubicazioni delle tregge. Ciò toglierebbe il gusto di ritrovarsele da soli, e specifico fin da subito che sono perfettamente d'accordo. Però, stavolta, Mark B. ha fornito delle scarne ma esatte coordinate, e poiché la famosissima Fiat 1800 del 1960 deve "svernare" in quel dato posto oramai da decenni, non ho resistito a andarmela a fotografare anche per conto mio. Legittima debolezza, anche per vedere come sta resistendo al tempo e alle intemperie.
E resiste bene, direi; talmente bene da far domandarmi, legittimamente, come mai nessuno si sia ancora deciso a pigliarsela e a rimettersela in sesto. Una vettura del genere, semplicemente, non può essere lasciata a disfarsi (tanto più che non si disfa affatto). Certo, a distanza di sei anni dalla foto precedente si può notare qualche cambiamento in peggio; per farle sostenere l'inclinazione dovuta allo sgonfiamento delle ruote anteriori, ad esempio, è stato provveduto a metterle sotto un bancale di legno. Per il resto, però, è sempre lì a sfidare lo sfidabile; le indicazioni di Mark B. valevano la pena di una giratina, con tanto di camminata. E chi lo ha detto che il Treggista deve andare sempre in macchina?
Fin qui la storia dal punto di vista squisitamente automobilistico. Sarebbe già tanto. Senonché. Chi frequenta il TB con media assiduità conosce oramai la sua "filosofia": il mondo e la realtà si possono raccontare partendo da qualsiasi punto, e qui si parte da vecchie carrette più o meno scassate. Portano storie, e a volte succede che portino pure la tua senza nemmeno che tu lo sappia, in partenza. Fatto sta che, girando attorno alla Fiat 1800 e scattando fotografie su fotografie, continuavo a dirmi: "ma io, 'sto posto, come mai mi sembra d'esserci già stato?". Poi, all'improvviso, mi sono girato e ho visto, dall'altra parte della strada, un portone. E allora mi sono ricordato tutto. C'ero stato eccome, in quel posto; e, magari, quando c'ero stato quella macchina era già là, forse ancora marciante.
Anche perché era molto più giovane, allora. Aveva "soltanto" 18 anni, verso il '78; e io non ne avevo nemmeno quindici. Un disastro su due zampe. Il monumento alla sgràzia adolescenziale. Non che da questo punto di vista sia granché migliorato, ma allora ero davvero qualcosa di indescrivibile; e, naturalmente, giusto a quell'età mi presi la prima cotta devastante. Per una graziosissima compagna di classe la quale -ovviamente- aveva ben altro da fare che accorgersi dei miei primi spàsimi amorosi; o forse, chissà, se n'era accorta benissimo ma aveva saggiamente deciso di glissare. Col senno di poi, non saprei certo darle torto; attorno le ronzavano i più bei ragazzi della scuola, e, lo avrete capito, io non ero certamente fra costoro.
Una domenica pomeriggio, però, mi decisi al gran passo. Da casa mia, che allora era lontanissima, presi due autobus (i quali, beninteso, ora sarebbero tregge meravigliose) risoluto a andarle a suonare al campanello, proporle un giretto e confessarle eterno amore (e se non è eterno a quindici anni, quando lo deve essere...?). Nel lungo tragitto mi ero ripassato tutto il discorso, finalmente in procinto di dichiararmi; naturalmente, anche allora ero abbastanza conscio che la figliuola mi avrebbe dato un due di picche semiautomatico. Però dovevo andarci. Il fallait le faire. Insomma, ripassa che ti ripassa, eccomi davanti al suo portone in quella lontana domenica pomeriggio autunnale; esattamente il portone che mi stava davanti pochi giorni fa, davanti alla treggia più ripetuta del blog. Ma guarda te le coincidenze; uno va a fotografare una macchina, e si ritrova davanti al proprio passato. Ma passato sul serio.
In pratica, avrete già capito di come andò a finire: stetti tutta la domenica pomeriggio a girare attorno a quel portone, senza minimamente decidermi a suonare quel benedetto campanello. Magari la fanciulla non era nemmeno in casa; e se c'era e non mi apriva? E se c'era e mi apriva? E che cosa mi avrebbe detto, se c'era e mi apriva? E se non c'era e non mi apriva, che cosa avrei fatto? Tutte domande che sono rimaste senza risposta; il risultato massimo fu appoggiare un dito sul campanello, senza però suonare. Dopo tre ore di giri da farci il solco, me ne andai a riprendere l'autobus; il giorno dopo, a scuola, muto come un pesce. E finì lì. E l'altro giorno, trentacinqu'anni dopo o giù di lì, a chiedermi di che cosa ne sarà stato; o meglio, di me lo so. Ma di lei, proprio no; e, come è noto, in questo non sono minimamente soccorso dalla fede in Facebook.
In Facebook no; però, tornato a casa, un po' di curiosità m'è comunque presa e sono andato a cercare qualche notizia. Trovandola. E persino, immaginate un po', un video YouTube che la ritrae mentre fa una cosa discretamente bella. Ma guarda un po' te, la ******, passati sono gli anni, sposata con figli, le classiche cose. Sliding doors. Forse sarebbe stato altro, chissà; quel che c'era, sempre là, era una vecchia macchina che, forse, mi aveva pian piano chiamato da quelle parti per ricordarmi che non si scorda mai.
E resiste bene, direi; talmente bene da far domandarmi, legittimamente, come mai nessuno si sia ancora deciso a pigliarsela e a rimettersela in sesto. Una vettura del genere, semplicemente, non può essere lasciata a disfarsi (tanto più che non si disfa affatto). Certo, a distanza di sei anni dalla foto precedente si può notare qualche cambiamento in peggio; per farle sostenere l'inclinazione dovuta allo sgonfiamento delle ruote anteriori, ad esempio, è stato provveduto a metterle sotto un bancale di legno. Per il resto, però, è sempre lì a sfidare lo sfidabile; le indicazioni di Mark B. valevano la pena di una giratina, con tanto di camminata. E chi lo ha detto che il Treggista deve andare sempre in macchina?
Fin qui la storia dal punto di vista squisitamente automobilistico. Sarebbe già tanto. Senonché. Chi frequenta il TB con media assiduità conosce oramai la sua "filosofia": il mondo e la realtà si possono raccontare partendo da qualsiasi punto, e qui si parte da vecchie carrette più o meno scassate. Portano storie, e a volte succede che portino pure la tua senza nemmeno che tu lo sappia, in partenza. Fatto sta che, girando attorno alla Fiat 1800 e scattando fotografie su fotografie, continuavo a dirmi: "ma io, 'sto posto, come mai mi sembra d'esserci già stato?". Poi, all'improvviso, mi sono girato e ho visto, dall'altra parte della strada, un portone. E allora mi sono ricordato tutto. C'ero stato eccome, in quel posto; e, magari, quando c'ero stato quella macchina era già là, forse ancora marciante.
Anche perché era molto più giovane, allora. Aveva "soltanto" 18 anni, verso il '78; e io non ne avevo nemmeno quindici. Un disastro su due zampe. Il monumento alla sgràzia adolescenziale. Non che da questo punto di vista sia granché migliorato, ma allora ero davvero qualcosa di indescrivibile; e, naturalmente, giusto a quell'età mi presi la prima cotta devastante. Per una graziosissima compagna di classe la quale -ovviamente- aveva ben altro da fare che accorgersi dei miei primi spàsimi amorosi; o forse, chissà, se n'era accorta benissimo ma aveva saggiamente deciso di glissare. Col senno di poi, non saprei certo darle torto; attorno le ronzavano i più bei ragazzi della scuola, e, lo avrete capito, io non ero certamente fra costoro.
Una domenica pomeriggio, però, mi decisi al gran passo. Da casa mia, che allora era lontanissima, presi due autobus (i quali, beninteso, ora sarebbero tregge meravigliose) risoluto a andarle a suonare al campanello, proporle un giretto e confessarle eterno amore (e se non è eterno a quindici anni, quando lo deve essere...?). Nel lungo tragitto mi ero ripassato tutto il discorso, finalmente in procinto di dichiararmi; naturalmente, anche allora ero abbastanza conscio che la figliuola mi avrebbe dato un due di picche semiautomatico. Però dovevo andarci. Il fallait le faire. Insomma, ripassa che ti ripassa, eccomi davanti al suo portone in quella lontana domenica pomeriggio autunnale; esattamente il portone che mi stava davanti pochi giorni fa, davanti alla treggia più ripetuta del blog. Ma guarda te le coincidenze; uno va a fotografare una macchina, e si ritrova davanti al proprio passato. Ma passato sul serio.
In pratica, avrete già capito di come andò a finire: stetti tutta la domenica pomeriggio a girare attorno a quel portone, senza minimamente decidermi a suonare quel benedetto campanello. Magari la fanciulla non era nemmeno in casa; e se c'era e non mi apriva? E se c'era e mi apriva? E che cosa mi avrebbe detto, se c'era e mi apriva? E se non c'era e non mi apriva, che cosa avrei fatto? Tutte domande che sono rimaste senza risposta; il risultato massimo fu appoggiare un dito sul campanello, senza però suonare. Dopo tre ore di giri da farci il solco, me ne andai a riprendere l'autobus; il giorno dopo, a scuola, muto come un pesce. E finì lì. E l'altro giorno, trentacinqu'anni dopo o giù di lì, a chiedermi di che cosa ne sarà stato; o meglio, di me lo so. Ma di lei, proprio no; e, come è noto, in questo non sono minimamente soccorso dalla fede in Facebook.
In Facebook no; però, tornato a casa, un po' di curiosità m'è comunque presa e sono andato a cercare qualche notizia. Trovandola. E persino, immaginate un po', un video YouTube che la ritrae mentre fa una cosa discretamente bella. Ma guarda un po' te, la ******, passati sono gli anni, sposata con figli, le classiche cose. Sliding doors. Forse sarebbe stato altro, chissà; quel che c'era, sempre là, era una vecchia macchina che, forse, mi aveva pian piano chiamato da quelle parti per ricordarmi che non si scorda mai.
venerdì 23 marzo 2012
In partenza!

Dopo qualcosa come sette mesi, torno a Piacenza per qualche giorno. Di mezzo, come qualcuno sa, c'è stato un certo accidente (in tutti i sensi!) e, in più, la presenza del gatto nero Redelnoir nella sua prima infanzia mi ha sconsigliato di assentarmi. Ora che dall'accidente sembro essermi ripreso (con la doverosa hand on my balls, o mano sobre los cojones che dir si voglia) e che Redelnoir è diventato un gattone pienamente autosufficiente che va e che viene a piacimento suo (nonché indefesso killer di topi, piccioni e merli), si può tornare in riva al Trebbia dalla Piasintëina. Per un fine settimana sarà il Trebbia's Blog, insomma!
Logico che, in questi mesi, le Tregge Piacentine non siano andate avanti. Contando in questi giorni di rimpinguare la categoria, devo però dire che ci ha pensato abbondantemente, in questi ultimi tempi, il buon Mark B. Ne sa una, e anche due, più del diavolo: non solo ha fotografato il machinae omnes di Firenze e della Toscana con migliaia di immagini, ma ha anche degli "agenti" che gli mandano meraviglie dalle loro rispettive città. Piacenza compresa. E, così, negli ultimi due mesi mi sono visto letteralmente sommergere dall'intera storia automobilistica piacentina raccontata per immagini. Anche se in questa foto, dove campeggia l'ingresso di una metropolitana, a Piacenza non siamo di sicuro. Di sicuro c'è però che questa è la targa n° 562 di tutta Piacenza, e che la vettura a cui è applicata è -come recita il pataccone storico- una Fiat 501 del 1923.
La Fiat 501, di derivazione militare e prodotta a partire dal 1918, fu progettata e prodotta in risposta alla famosa Ford modello T, che stava per invadere il mercato europeo. Maggiormente rispondente al gusto italico e del vecchio continente, fu la vettura -come si legge nell'articolo vichipediano- che "evitò agli italiani di rassegnarsi a viaggiare sulla macchina di Ridolini". Ne furono venduti 45.000 esemplari nelle varie versioni, una cifra più che ragguardevole per l'epoca; tra queste versioni si ricorda particolarmente la Torpedo, di cui quello raffigurato è peraltro un esemplare. Una Torpedo rossa e non blu, ma c'è qualcuno che ancora continua a andare a prenderci la sua bella. Pòti pòti!
Logico che, in questi mesi, le Tregge Piacentine non siano andate avanti. Contando in questi giorni di rimpinguare la categoria, devo però dire che ci ha pensato abbondantemente, in questi ultimi tempi, il buon Mark B. Ne sa una, e anche due, più del diavolo: non solo ha fotografato il machinae omnes di Firenze e della Toscana con migliaia di immagini, ma ha anche degli "agenti" che gli mandano meraviglie dalle loro rispettive città. Piacenza compresa. E, così, negli ultimi due mesi mi sono visto letteralmente sommergere dall'intera storia automobilistica piacentina raccontata per immagini. Anche se in questa foto, dove campeggia l'ingresso di una metropolitana, a Piacenza non siamo di sicuro. Di sicuro c'è però che questa è la targa n° 562 di tutta Piacenza, e che la vettura a cui è applicata è -come recita il pataccone storico- una Fiat 501 del 1923.
La Fiat 501, di derivazione militare e prodotta a partire dal 1918, fu progettata e prodotta in risposta alla famosa Ford modello T, che stava per invadere il mercato europeo. Maggiormente rispondente al gusto italico e del vecchio continente, fu la vettura -come si legge nell'articolo vichipediano- che "evitò agli italiani di rassegnarsi a viaggiare sulla macchina di Ridolini". Ne furono venduti 45.000 esemplari nelle varie versioni, una cifra più che ragguardevole per l'epoca; tra queste versioni si ricorda particolarmente la Torpedo, di cui quello raffigurato è peraltro un esemplare. Una Torpedo rossa e non blu, ma c'è qualcuno che ancora continua a andare a prenderci la sua bella. Pòti pòti!
venerdì 27 maggio 2011
Per farsi perdonare
Sí, sí, lo so che è da parecchi giorni che il TB non viene aggiornato; qualcuno, forse, mi avrà dato per disperso (stappando per questo una bottiglia di spumante del Lidl, purissimo Asti Sant'Angelo a Lecore), oppure stiacciàto sotto una De Dion Bouton del 1914; e invece, ahimé, assai più volgarmente ho passato uno di quei perioducci a base di lavoro e di altre magagne (compreso il raffreddore fuori stagione preso proprio quando ha cominciato a fare 35 gradi, grazie alle maledette arie condizionate dei supermercati e d'altri luoghi di perdizione). Insomma, ci ho qualcosa da farmi perdonare da parte di tutti gli aficionados del TB (legioni, come ben si sa) e comincio immediatamente a farlo proponendo gli ultimi arrivi. Che sono parecchi, fortunatamente!
Ed ecco quindi questa bizzarra vettura -purtroppo ritargata, anche se oramai le targhe alfanumeriche della prima serie stanno diventando abbastanza rare. La quale è una sorta di mistero che chiamo altri a risolvermi; secondo la placca apposta dovrebbe trattarsi di una Fiat 1500, ovviamente di un qualche modello coupé o spider, ma le ricerche si sono rivelate finora infruttuose (e lo rimarranno, almeno fin quando il signor Gògol, come lo chiama uno che fa il primo ministro, non inventerà un sistema per la ricerca di immagini a partire da fotografie!). Si tratta probabilmente di una "variazione sul tema" di qualche carrozziere tipo Ghia, ma naturalmente non posso averne la certezza. Insomma, come si suol dire, a volte l'unica parola possibile è Aiuto! Da notare comunque i fanali posteriori, che ricordano terribilmente quelli della 850 coupé; pur sempre di una Fiat si tratta!
Ed ecco quindi questa bizzarra vettura -purtroppo ritargata, anche se oramai le targhe alfanumeriche della prima serie stanno diventando abbastanza rare. La quale è una sorta di mistero che chiamo altri a risolvermi; secondo la placca apposta dovrebbe trattarsi di una Fiat 1500, ovviamente di un qualche modello coupé o spider, ma le ricerche si sono rivelate finora infruttuose (e lo rimarranno, almeno fin quando il signor Gògol, come lo chiama uno che fa il primo ministro, non inventerà un sistema per la ricerca di immagini a partire da fotografie!). Si tratta probabilmente di una "variazione sul tema" di qualche carrozziere tipo Ghia, ma naturalmente non posso averne la certezza. Insomma, come si suol dire, a volte l'unica parola possibile è Aiuto! Da notare comunque i fanali posteriori, che ricordano terribilmente quelli della 850 coupé; pur sempre di una Fiat si tratta!
venerdì 18 febbraio 2011
La Cosa di Massa Marittima


Quando i Caporniani scendono in campo (absit iniuria verbis!), si può star certi che lo fanno in modo roboante e indimenticabile. Vado così a presentarvi la Cosa di Massa Marittima (inglese: Massa Marittima Thing, tedesco, Massa Marittima-Ding). A Massa Marittima, la bellissima e storica cittadina maremmana (ricordo anche che il termine Maremma deriva esattamente dal latino Maritima), c'è Otto. Otto, e si chiama proprio così, è un anziano meccanico, ma forse questo termine è molto riduttivo: della sua Officina delle Meraviglie già ero a conoscenza perché Simone il Caporniano me ne aveva già parlato, ma non avendo ancora avuto modo di andarci di persona non immaginavo che le Meraviglie conservate da Otto fossero di tale stampo.
La Cosa che vedete nelle foto sarebbe una Fiat 500; o meglio, sarebbe quel che Otto il Maremmano (ho già specificato che è un meccanico, e quindi non è un ammasso di pelo bianco che fa "bau" e "growl") ricavò, circa nel 1957, col motore di una Topolino (da qui la "Fiat 500" con la quale si presenta) e una carrozzeria da lui personalmente disegnata e realizzata. Il motivo lo lascio spiegare a Simone in persona, che getta anche preziosa luce su Otto e sul suo Wonder Workshop:
Probabilmente non te l'ho mai mandata prima, anche perché ci volevo portare te e Giulio di persona a vederla insieme a tutte le altre meraviglie dell'officina di Massa Marittima. Meraviglie...per non parlare del meccanico...Otto! (è uno solo, ma si chiama così...) Andare là a conoscere lui ed i suoi amici; l'ex meccanico dipendente, l'amico pittore che si diletta di filettare (no, no, non con filiere o maschi; con pennelli!) le carrozzerie e quant'altro Otto gli sottopone. Filetta pure bene...ho visto una cassaforte primi '900 con filetti sullo sportello; una meraviglia!
Un po' di storia: Otto decide di partecipare alla Mille Miglia (quella vera! http://it.wikipedia.org/wiki/Insomma, avete capito bene. Otto si era costruito da solo questa Cosa per correre alla Mille Miglia del 1958; solo che non la si fece mai. Il 12 maggio 1957, proprio mentre Otto il Maremmano stava costruendo la sua 500 leggermente modificata, uno stranobile pilota spagnolo dal nome lungo appunto mille miglia, vale a dire Alfonso Antonio Vicente Eduardo Ángel Blas Francisco de Borja Cabeza de Vaca y Leighton, XIII Marqués de Portago y XIII Conde de la Mejorada y Grande de España (traduzione italiana: Alfonso Antonio Vincenzo Edoardo Angelo Blas Francesco di Borgia Testadivacca e Leighton, XIII Marchese di Portago e XIII Conte della Migliorata e Grande di Spagna, fortunatamente più noto come Alfonso de Portago), figlio di un franchista (come dubitarne) e dopo non aver probabilmente mai fatto un accidente di niente nei suoi ventinove anni di vita a parte amare il rischio e le belle donne (la sua più famosa conquista fu l'attrice Linda Christian), mentre correva la Mille Miglia a bordo di una Ferrari pensò bene, mentre attraversava la località di Guidizzolo (MN) a duecentoquaranta chilometri all'ora, di spiaccicare se stesso, il suo copilota americano Edmund Nelson e, quel che più conta, nove spettatori, tra i quali diversi bambini. Sembra che la Ferrari avesse problemi alle ruote e che De Portago fosse stato avvertito dai meccanici; ma poiché amava il rischio, se ne fregò altamente, conseguendo il risultato di cui sopra. E fu la fine delle Mille Miglia, e dei sogni di partecipazione di Otto il Meccanico.

La tragedia di De Portago in un'illustrazione della "Domenica del Corriere"
Ma torniamo alla nostra Supertreggia maremmana, e a cose un po' più allegre. Il "motivo scatenante" per cui Simone il Caporniano mi ha mandato questa Delikatesse è stata anche e soprattutto...la sua targa. La avrete già notata tutti: è anch'essa palindroma (GR 11711). Palindroma, antica e anche protagonista di una specie di mistero. Simone dice infatti che Otto cominciò a costruire la sua "Cosa" circa nel 1957, mentre dalle tabelle questa immatricolazione risulta incontrovertibilmente del 1955. Otto, in realtà, ci stava lavorando già sopra, oppure era la targa della Topolino originaria, oppure che altro? Sono domande che, senz'altro, gli rivolgerò di persona in una bella giornata di primavera o d'estate a Massa Marittima. Si aspetti il mio arrivo. Come conclude assai degnamente Simone il Caporniano:
p.s. Dissi a Otto: le porto qui due miei amici, si può? Disse Otto: certo! Ma i suoi amici vengono fin qua per vedere le mie cose e parlare con me? Dissi io: certo che vengono! Il problema non sarà certo portarli, ma portarli via!! Otto e i suoi amici risero di gusto...
p.s. Dissi a Otto: le porto qui due miei amici, si può? Disse Otto: certo! Ma i suoi amici vengono fin qua per vedere le mie cose e parlare con me? Dissi io: certo che vengono! Il problema non sarà certo portarli, ma portarli via!! Otto e i suoi amici risero di gusto...
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lunedì 7 febbraio 2011
Ai tempi delle cilindrate



Diciamocelo francamente: una volta, almeno qualche cosa era più comoda. I nomi delle Fiat, ad esempio: seguivano rigorosamente le cilindrate. Una 600 aveva circa 600 cc di volume, una 1100 circa 1100 cc e così via. Ma se tutti conoscono la 500 e la 600, e magari qualcuno si ricorda pure della 1300 e della 1400, pochi -credo- sanno che è esistita anche una Fiat 1200. Qui, grazie all'occhio attento e vigile di Mark B., possiamo ammirarne uno splendido esemplare della versione Coupé carrozzata da Pininfarina; siamo, seguendo l'immatricolazione, nel 1958.
La Fiat 1200 fu prodotta per tre soli anni, dal 1957 al 1960. Nacque come berlina "Granluce", e nella carrozzeria non differiva che impercettibilmente dalla Fiat 1100:

La Fiat 1200 Granluce berlina (1957) in ambientazione
lusso-portofiniana.
La Fiat 1200 fu prodotta per tre soli anni, dal 1957 al 1960. Nacque come berlina "Granluce", e nella carrozzeria non differiva che impercettibilmente dalla Fiat 1100:

La Fiat 1200 Granluce berlina (1957) in ambientazione
lusso-portofiniana.
In seguito, a Pininfarina vennero commissionate le versioni cabriolet e coupé; proprio di quest'ultima abbiamo qui un superstite esemplare. Lo possiamo vedere qui soto in una foto...pure d'epoca:

Ai tempi delle cilindrate, insomma, si potevano persino vedere delle Fiat del genere. Mi verrebbe quasi la voglia di andare a dirlo a Marchionne, perché le Fiat di adesso fanno autenticamente sempre più cacare, una dietro l'altra.

Ai tempi delle cilindrate, insomma, si potevano persino vedere delle Fiat del genere. Mi verrebbe quasi la voglia di andare a dirlo a Marchionne, perché le Fiat di adesso fanno autenticamente sempre più cacare, una dietro l'altra.
domenica 23 maggio 2010
Il Dio dei Bivi, Il Colonnello Kurtz che salta il fosso, una gita domenicale e una Fiat 509
Il Dio dei Bivi (Dieu des Carrefours), oppure semplicemente la Sorte, hanno voluto che proprio nella domenica in cui il Colonnello Kurtz ha saltato finalmente il fosso, istituendo un apposito Blog Treggistico cui ha dato il superbo nome di Mezzi inutili, ma non eccessivamente (e con uno stupendo post da Treggista oramai consumato, che vale davvero la pena di leggere), il qui presente voster semper voster (eh sì, leggevo anch'io Alan Ford da ragazzino!) Venturi Riccardo, in compagnia dell'inseparabile piasintëina, si trovasse impegnato in una gitarella fuori porta. In realtà i programmi erano diversi: ma sono soltanto rimandati di qualche giorno, e siccome hanno precisamente a che fare con il TB, per ora non ve li dirò (ma preparatevi a conoscere le meraviglie di Capornia). Insomma, ce ne stavamo andando bel belli - e del tutto ignari della suprema decisione del Colonnello- nella prima domenica finalmente estiva dell'anno, pigliando l'incasinatissima e vecchia via Pisana, che costeggia l'Arno e che -assai opportunamente- quando entra nel comune di Lastra a Signa cambia nome (gaudio!) in via Livornese. A Lastra a Signa, nonostante i malefici semafori rossi che durano due ore e provocano code interminabili, almeno in questo caso hanno fatto la cosa giusta. L'intenzione era quella di andare alla meravigliosa villa che fu di Enrico Caruso, e nella quale consumarono anche il loro complicato amore Sibilla Aleramo e il poeta Dino Campana.
Senonché, ad un certo punto, il programma ha subito una leggera variazione. A un carrefour, ci si è messa davanti, sbucando da destra, la macchinina che vedete nelle foto. Il problema gli è che andava, e noi eravamo tre lunghezze dietro. È quindi cominciato un inseguimento, durato almeno cinque o sei chilometri, finché uno dei sunnominati semafori rossi non mi ha permesso di piantare la Fiesta in mezzo di strada e di catapultarmi a fotografare.
Il risultato è questa Fiat 509 del 1928, con targa del dipartimento delle Alpi Marittime (06). E una targa Alpestre e Marittima assai indietro nel tempo, seppure appartenente già al FNI (Fichier National des Immatriculations, istituito nel 1951 e da poco mandato -ohimé!- in pensione per essere sostituito con uno scimmiottamento alfanumerico dell'attuale sistema italiano). Con le lettere DE, si dovrebbe essere comunque ancora negli anni '50 quanto a immatricolazione nel FNI. E se magari trovare una vettura del genere con una targa del genere può essere non trascendentale a Nizza o persino a Parigi, un po' più particolare è trovarla tra Ponte a Signa e il Porto di Mezzo (che ha dato i natali al cantautore impegnato Leoncarlo Settimelli). Insomma, come se il Colonnello Kurtz prima o poi trovasse una Balilla targata Firenze fra Pontoise e Nogent-sur-Marne. Queste le son le magie del Treggismo Militante, così come trovare una targa francese DE in via Livornese, boia DÉ!
Insomma, credo che migliore benvenuto al neonato blog Treggistico del Colonnello Kurtz non possa esistere. La gita domenicale, peraltro, è poi proseguita passando nientepopodimeno che per il Lago di Loch Ness. Non sto scherzando. Vicino alla villa di Caruso, comune di Lastra a Signa (Firenze) esiste un laghetto artificiale chiamato Loch Ness. Ed è proseguita ancora, con altre impensabili trouvailles treggistiche che vedrete in seguito. Evviva l'Estate!
Senonché, ad un certo punto, il programma ha subito una leggera variazione. A un carrefour, ci si è messa davanti, sbucando da destra, la macchinina che vedete nelle foto. Il problema gli è che andava, e noi eravamo tre lunghezze dietro. È quindi cominciato un inseguimento, durato almeno cinque o sei chilometri, finché uno dei sunnominati semafori rossi non mi ha permesso di piantare la Fiesta in mezzo di strada e di catapultarmi a fotografare.
Il risultato è questa Fiat 509 del 1928, con targa del dipartimento delle Alpi Marittime (06). E una targa Alpestre e Marittima assai indietro nel tempo, seppure appartenente già al FNI (Fichier National des Immatriculations, istituito nel 1951 e da poco mandato -ohimé!- in pensione per essere sostituito con uno scimmiottamento alfanumerico dell'attuale sistema italiano). Con le lettere DE, si dovrebbe essere comunque ancora negli anni '50 quanto a immatricolazione nel FNI. E se magari trovare una vettura del genere con una targa del genere può essere non trascendentale a Nizza o persino a Parigi, un po' più particolare è trovarla tra Ponte a Signa e il Porto di Mezzo (che ha dato i natali al cantautore impegnato Leoncarlo Settimelli). Insomma, come se il Colonnello Kurtz prima o poi trovasse una Balilla targata Firenze fra Pontoise e Nogent-sur-Marne. Queste le son le magie del Treggismo Militante, così come trovare una targa francese DE in via Livornese, boia DÉ!
Insomma, credo che migliore benvenuto al neonato blog Treggistico del Colonnello Kurtz non possa esistere. La gita domenicale, peraltro, è poi proseguita passando nientepopodimeno che per il Lago di Loch Ness. Non sto scherzando. Vicino alla villa di Caruso, comune di Lastra a Signa (Firenze) esiste un laghetto artificiale chiamato Loch Ness. Ed è proseguita ancora, con altre impensabili trouvailles treggistiche che vedrete in seguito. Evviva l'Estate!
lunedì 12 aprile 2010
Milleottocento


Ancora da Giulio, una treggia "retrodatata" come contributo per il TB. Ho come un vaghissimo sospetto che dovesse essere il 10 luglio 2006 quando questa poderosa Fiat 1800 (del 1960, mica storie!) è stata da lui, o da chi per lui, fotografata sotto il solleone estivo, con tanto di gomma anteriore sinistra sgonfia e quindi, presumibilmente, abbandonata o quantomeno non usata.
Sono passati quattro anni, e quindi non è dato sapere se la Milleotto sia stata -Manitù non voglia!- ridotta a un cubo oppure che qualcuno l'abbia rimessa in sesto e ci giri. Certo che mandare allo sfascio una vettura del genere sarebbe un atto criminale, oltre che abbastanza scriteriato: a suo tempo fu l'ammiraglia della Fiat, se ne servivano ministri e alti prelati, e ha un valore considerevole. Mi auguro quindi che abbia trovato qualcuno che l'abbia riattata e rispedita a rombare per le strade.
La Milleottocento. Volendo, ha un aspetto ottocentesco. Pesante, dignitosa, severa, ci fa ricordare che il termine "berlina" è nato per le carrozze. In mezzo a mari di Cinquecento e di Seicento, simboleggiava l'inarrivabile per l'italiano medio degli anni del boom; al massimo, poteva essere l'auto affittata a caro prezzo per il matrimonio. Probabilmente, in anni in cui non esistevano preoccupazioni energetiche, faceva dieci centimetri con un litro. Milleottocento, ma quel che è venuto nel Duemila lo fa rimpiangere.
Sono passati quattro anni, e quindi non è dato sapere se la Milleotto sia stata -Manitù non voglia!- ridotta a un cubo oppure che qualcuno l'abbia rimessa in sesto e ci giri. Certo che mandare allo sfascio una vettura del genere sarebbe un atto criminale, oltre che abbastanza scriteriato: a suo tempo fu l'ammiraglia della Fiat, se ne servivano ministri e alti prelati, e ha un valore considerevole. Mi auguro quindi che abbia trovato qualcuno che l'abbia riattata e rispedita a rombare per le strade.
La Milleottocento. Volendo, ha un aspetto ottocentesco. Pesante, dignitosa, severa, ci fa ricordare che il termine "berlina" è nato per le carrozze. In mezzo a mari di Cinquecento e di Seicento, simboleggiava l'inarrivabile per l'italiano medio degli anni del boom; al massimo, poteva essere l'auto affittata a caro prezzo per il matrimonio. Probabilmente, in anni in cui non esistevano preoccupazioni energetiche, faceva dieci centimetri con un litro. Milleottocento, ma quel che è venuto nel Duemila lo fa rimpiangere.
lunedì 22 marzo 2010
Taxi alla caprese
Dell'amico e "correligionario" Viola Ionis 56 si è già avuto modo di parlare spesso in questo blog: gigliese purosangue, è il collaboratore esclusivo del TB dalla sua isola natìa, piccola e treggiosa assai. Oggi, però, è passato momentaneamente a un'altra e celebre isola: Capri. Quivi ha pensato a me, e ha fotografato questo incredibile taxi che ci fa piombare seriamente in piena dolce vita felliniana, in lontane estati del "bel mondo" e in atmosfere da Fred Bongusto e da "rotonda sul mare". Davvero una bellezza questa Fiat 1800 cabriolet che, da quel che si legge della targa, dovrebbe essere del 1960. Tutto questo in attesa che lo Ionis torni alla sua... isola di competenza per altre meraviglie magari meno lussuose di questa, ma ugualmente bellissime; ovviamente con un ringraziamento grosso come una casa!
martedì 17 novembre 2009
Der gottgesandte Verkehrsstau
Devo aver già parlato, una volta, del cosiddetto Dio dei Bivi che assiste il Treggista e gli fa pigliare sempre la giusta direzione (die richtige Richtung). E non vi stupite del titolo e delle diciture teutoniche: il Dio dei Bivi (Gabelungsgott) si esprime, come è comprensibile, nella lingua di Franz Kafka -lingua che fortunatamente conosco più che a sufficienza-, e si vocifera anche di un perduto racconto del praghese con protagonista il Treggista Josef K.
Ad esempio, il Dio dei Bivi è intervenuto qualche sera fa. Dovete sapere che, dopo la pedonalizzazione di Piazza del Duomo voluta dal sindaco di Firenze, Lord Matthew Rents, i viali di circonvallazione -che già erano normalmente una bolgia- sono diventati una cosa semplicemente improponibile a certe ore, con tanto di tornei di scacchi organizzati tra gli automobilisti ingorgati da ore. Per tornare a casa dal mio posto di lavoro ho dovuto quindi escogitare un percorso notevolmente fantasioso tra stradine dimenticate (e bellissime), pigliandomela comoda e cantando tutto quel che mi va di cantare perché io le autoradio e gli stereo in macchina non li sopporto e preferisco farmela da solo, la musica. Quella sera, però, al bivio viale Ariosto/viale Aleardi ho deciso di fare la strada "canonica" verso il ponte alla Vittoria, invece di tirare su per Bellosguardo; ero stato ingannato da mezzo viale Aleardi vuoto. Mal me n'è incolto; l'ingorgo mi ha intrappolato subito dopo, e non c'era più niente da fare. Mesto e rassegnato, mi sono ritrovato ingabbiato nei tremendi duecento metri di via del Ponte Sospeso, detti familiarmente i duecento metri del destino prima di arrivare alla zuppa di piazza Taddeo Gaddi.
Proprio in via del Ponte Sospeso, uno squarcio dal cielo buio di novembre. Il Dio dei Bivi c'è. Ferma tra macchine strombazzanti, una visione. Una Fiat 1100 del 1949, in condizioni di carcassa, senza targa, ma lei. Probabilmente, e sperabilmente, in via di amorevole restauro. E io lì in coda, a frugare affannosamente nello zaino per cavarne la Kodak, gentil madonne per impostare la funzione "notturna", motorini che passavano, ed uno stavolta provvidenziale SUV che ha bloccato tutto permettendomi di sporgermi dal finestrino e scattare le quattro foto che vedete.
Avessi imboccato il consueto percorso (via San Francesco di Paola, via di Bellosguardo, via San Carlo, via di Soffiano nella sua parte collinare...) mi sarei senz'altro risparmiato l'ingorgo; quella sera non l'ho fatto, e tra boccate di benzene e di altri idrocarburi vari mi sono ritrovato davanti a quell'antica Signora a quattro ruote. Es kann nicht immer Winter sein.
Ad esempio, il Dio dei Bivi è intervenuto qualche sera fa. Dovete sapere che, dopo la pedonalizzazione di Piazza del Duomo voluta dal sindaco di Firenze, Lord Matthew Rents, i viali di circonvallazione -che già erano normalmente una bolgia- sono diventati una cosa semplicemente improponibile a certe ore, con tanto di tornei di scacchi organizzati tra gli automobilisti ingorgati da ore. Per tornare a casa dal mio posto di lavoro ho dovuto quindi escogitare un percorso notevolmente fantasioso tra stradine dimenticate (e bellissime), pigliandomela comoda e cantando tutto quel che mi va di cantare perché io le autoradio e gli stereo in macchina non li sopporto e preferisco farmela da solo, la musica. Quella sera, però, al bivio viale Ariosto/viale Aleardi ho deciso di fare la strada "canonica" verso il ponte alla Vittoria, invece di tirare su per Bellosguardo; ero stato ingannato da mezzo viale Aleardi vuoto. Mal me n'è incolto; l'ingorgo mi ha intrappolato subito dopo, e non c'era più niente da fare. Mesto e rassegnato, mi sono ritrovato ingabbiato nei tremendi duecento metri di via del Ponte Sospeso, detti familiarmente i duecento metri del destino prima di arrivare alla zuppa di piazza Taddeo Gaddi.
Proprio in via del Ponte Sospeso, uno squarcio dal cielo buio di novembre. Il Dio dei Bivi c'è. Ferma tra macchine strombazzanti, una visione. Una Fiat 1100 del 1949, in condizioni di carcassa, senza targa, ma lei. Probabilmente, e sperabilmente, in via di amorevole restauro. E io lì in coda, a frugare affannosamente nello zaino per cavarne la Kodak, gentil madonne per impostare la funzione "notturna", motorini che passavano, ed uno stavolta provvidenziale SUV che ha bloccato tutto permettendomi di sporgermi dal finestrino e scattare le quattro foto che vedete.
Avessi imboccato il consueto percorso (via San Francesco di Paola, via di Bellosguardo, via San Carlo, via di Soffiano nella sua parte collinare...) mi sarei senz'altro risparmiato l'ingorgo; quella sera non l'ho fatto, e tra boccate di benzene e di altri idrocarburi vari mi sono ritrovato davanti a quell'antica Signora a quattro ruote. Es kann nicht immer Winter sein.
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