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venerdì 5 giugno 2015

Viale delle Magnolie



Sono circa le 9 della sera del 16 settembre 1970 quando un'automobile arriva al n° 58 di viale delle Magnolie, a Palermo. E', dicono le cronache, una serata torrida, come accade non di rado nel capoluogo siciliano alla fine dell'estate; la vettura è una BMW Serie 02 (e in particolare una 1602, o 1600-2), sicuramente non comunissima né a Palermo né in tutta Italia, di colore blu notte e targata PA 21.... e qualcosa; è quindi abbastanza nuova, essendo stata immatricolata nel 1968. Se ne sa, disgraziatamente, anche il proprietario, vale a dire la persona che quella lontana sera era già arrivato a casa a bordo della sua autovettura tedesca; un giornalista chiamato Mauro De Mauro.


Comincia così uno dei tanti misteri d'Italia, forse il più fitto di tutti quanti. Quella sera, Mauro De Mauro esce dalla redazione del quotidiano "L'Ora" e si reca a casa dopo essersi fermato ad acquistare le eterne sigarette e due bottiglie di vino; a cena lo aspettano la moglie, la figlia maggiore Franca e il fidanzato di quest'ultima (i due si sarebbero sposati solo due giorni dopo). La figlia vede arrivare il padre che parcheggia la BMW, e va a chiamare l'ascensore; si accorge però che il padre si attarda, esce di nuovo dal portone e lo vede assieme a due o tre persone. Senza dire nulla, nemmeno un saluto, Mauro De Mauro risale sulla BMW e riparte. Franca De Mauro riesce solo a sentire qualcuno dire "amunì" ("andiamocene", in siciliano).


La BMW 1602 blu notte di Mauro De Mauro viene ritrovata la sera dopo in via Pietro D'Asaro, nel centro di Palermo, parcheggiata e chiusa: l'unica sua immagine ancora reperibile in rete è quella presente in questa pagina, scattata al momento del suo ritrovamento e della sua apertura. Il cofano fu aperto dagli artificieri per paura di un'esplosione; se ne vede uscire un cane pastore tedesco (quasi per ironia della sorte, visto che si trattava di una vettura tedesca). A bordo furono ritrovate, intatte, le bottiglie di vino che Mauro De Mauro aveva acquistato per la cena, e che dovevano senz'altro servire a festeggiare l'imminente matrimonio della figlia. Di Mauro De Mauro non si è saputo più niente; nulla di lui è mai stato ritrovato. 

Ripercorrere questa storia non è e non può essere semplice. Mauro De Mauro aveva avuto una vita che definire controversa è poco; una vita del '900, la si potrebbe chiamare. Nato a Foggia il 6 settembre 1921 e fratello di uno dei più famosi linguisti italiani, Tullio De Mauro, era stato un fascista convinto e militante, aderente alla RSI e membro della X MAS di Junio Valerio Borghese, a cui era restato talmente legato anche dopo la guerra da aver chiamato Junia la seconda figlia. Era claudicante ad una gamba e aveva il naso devastato per un grave incidente di motocicletta avvenuto nel 1944 presso Siena; ma alcuni sostenevano che le menomazioni erano in realtà dovute ad un violento pestaggio subito da un gruppo di partigiani, o addirittura da alcuni commilitoni fascisti che lo sospettavano di tradimento. A tutto questo si deve aggiungere che Mauro De Mauro non occupava all'epoca posti di scarsa rilevanza: nel 1943-44 era stato vicequestore nella Roma occupata sotto il questore Pietro Caruso (della cui fucilazione si è occupato a suo tempo il TB), informatore del capitano delle SS Erich Priebke e del colonnello Herbert Kappler e membro della banda Koch. Tutti nomi da far tremare le budella, e si capisce forse meglio perché Mauro De Mauro possedesse una vettura tedesca.

Nell'estate del 1945 fu arrestato a Milano dagli Alleati, e rinchiuso prima a Ghedi e poi nel Campo di concentramento di Coltano, presso Pisa, dove si ritrovò in compagnia del poeta fascista americano Ezra Pound; vi riuscì a fuggire con un'astuzia nel settembre successivo. Da qui la sua vita cambia a 360°; si trasferisce con la moglie Elda (anche lei di provata fede fascista, braccata dai partigiani nel Pavese e indicata in un rapporto del CLN come tra i più pericolosi avversari del movimento partigiano) e le figlie, e comincia a lavorare per alcuni giornali, rivelandosi un ottimo cronista. Lavora prima al Tempo di Sicilia e poi al Mattino di Sicilia, per approdare poi a "L'Ora", quotidiano dichiaratamente di sinistra e legato al Partito Comunista Italiano. 

Mauro De Mauro sembra avere il giornalismo nel sangue. Nel 1962 segue da vicino il misterioso caso della morte (in un "incidente aereo") del presidente dell'ENI, Enrico Mattei, e talmente da vicino da essere chiamato come principale consulente dal regista Francesco Rosi (anch'egli dichiaratamente di sinistra e tra i principali autori di pellicole di grande impegno civile) per il suo celebre film-inchiesta Il caso Mattei. Questo avvenne poco più di due mesi prima della scomparsa del giornalista, nel luglio del 1970; il film di Rosi uscì nel 1972 vincendo la Palma d'Oro a Cannes. Francesco Rosi ebbe a dichiarare che la consulenza di Mauro De Mauro fu "decisiva".


Come si può vedere, in viale delle Magnolie 58 a Palermo non abitava propriamente una famiglia qualsiasi. Il 23 e 24 gennaio 1962, ancor prima della morte di Mattei, Mauro De Mauro aveva pubblicato sull' "Ora" il verbale di polizia, risalente al 1937 e caduto (o fatto cadere) nel dimenticatoio, in cui il medico siciliano Melchiorre Allegra, tenente colonnello medico del Regio Esercito, affiliato alla mafia nel 1916 e "proto-pentito" dal 1933, elencava e descriveva tutta la struttura del vertice mafioso, gli aderenti, le regole, l'affiliazione e l'organigramma dell'Onorata Società. Davanti a Falcone e Borsellino, Tommaso Buscetta (i nomi di questo post, come si vede, continuano ad essere pesantissimi) ebbe a dichiarare quanto segue: "... De Mauro era un cadavere che camminava. Cosa Nostra era stata costretta a 'perdonare' il giornalista perché la sua morte avrebbe destato troppi sospetti, ma alla prima occasione utile avrebbe pagato anche per quello scoop. La sentenza di morte era solo stata temporaneamente sospesa."

Si ferma qui, almeno per quel che riguarda questo modestissimo blog che, a volte, s'addentra in storie molto più grandi di lui seguendo l'esile filo di una vecchia automobile. Sui motivi autentici della scomparsa totale di Mauro De Mauro ne sono state dette, fatte e intentate di tutte, senza arrivare a nulla. La verità sulla morte di Enrico Mattei, il "verbale Allegra", le frequentazioni con Borghese e con gli ambienti fascisti in prossimità del tentato colpo di stato dell'8 dicembre 1970; come ebbe a scrivere Leonardo Sciascia, "De Mauro ha detto la cosa giusta all'uomo sbagliato, e la cosa sbagliata all'uomo giusto". 


Alla fine, però, questo blogghino automobilistico servirà pure a dire che, in fondo, la vecchia BMW 1602 targata Palermo 21 e qualcosa, se avesse potuto parlare, sarebbe stata l'unica ad aver visto tutto quel che era accaduto tra il viale delle Magnolie e via Pietro D'Asaro, la sera del 16 settembre 1970. A quanto pare fu fatta ispezionare con cura dall'allora capo della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano, e dall'investigatore capo dei Carabinieri, tale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Come siano finiti entrambi, dovrebbe essere ben noto. Ma non è stato nessuno a far sparire per sempre Mauro De Mauro; persino Salvatore Riina è stato assolto. La BMW non poté naturalmente essere interrogata, e sarà stata sicuramente depositata presso chissà quale magazzino giudiziario prima di finire schiacciata in una pressa.

Curiosamente, nel mio quartiere, l'Isolotto, a poche centinaia di metri da dove abito, esiste pure un "Viale delle Magnolie". Ci ho persino, un paio di volte, fotografato qualche treggia da mettere nel blogghino. Però mi è capitato a volte, passandoci, di ripensare a quell'altro Viale delle Magnolie, quello di Palermo. Vi arrivò una sera una BMW blu notte, e la notte blu inghiottì tutto.

Ed è così che a quel giornalista che aveva ficcato il naso devastato dove non si deve ficcarlo mai, a quel cronista repubblichino che lavorò prima per i nazisti e poi per il quotidiano comunista, alla sua vita strana e alla sua morte senza volto e senza ossa vorrei dedicare una canzone che parla di un'altra persona fatta ammazzare su dei binari ferroviari lo stesso giorno in cui fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro. Anche lui, volendo, era un giornalista; ma non lavorava nel grande giornale, ci aveva anzi una piccola radio libera che però dava parecchio fastidio. Si chiamava, lui, Peppino Impastato. E la radio si chiamava Radio Aut.



martedì 3 marzo 2015

Mèrica



America? Gli americani non la guarderanno mai questa foto, scattata probabilmente agli inizi degli anni '60 all'incrocio tra via di Peretola e via delle Compagnie. Peretola, antichissimo sobborgo di Firenze, già nominato nel Decamerone e, almeno secondo la banda della trattoria "Da Burde", che ne ha fatto un autentico credo, luogo dove si svolge la vicenda del burattino Pinocchio. E anche il luogo dov'è nata l'America. La foto ritrae infatti quella che, si dice, sia la più antica casa e il focolare originario della famiglia Vespucci. No, forse gli americani non se lo immaginano che tutto il loro armamentario, il God bless America, l'America first, Capitan America e tutto il resto, ha avuto origine a Peretola grazie a un ragazzaccio giramondo di nome Amerigo (antico nome di origine germanica), per tramite di due giovani e geniali cartografi alsaziani, Martin Waldseemüller e Matthias Ringmann che, nel 1507, diedero quel nome al nuovo continente nella loro carta Universalis Cosmographia. Individuarono in Amerigo Vespucci, da Peretola, il vero e cosciente scopritore dell'America come continente a se stante (e non certamente un genovese che era alla ricerca delle "Indie" e che andò a sbattere casualmente nell'isola di Hispaniola). 

Universalis Cosmographia, 1507, Waldseemüller/Ringmann.
Gli americani non hanno mai riflettuto a fondo sul kiulo che ci hanno avuto. "America" suona bene, è un nome nato mediatico. Sì, certo, il genovese ci ha avuto il suo District of Columbia e lo stato della Colombia, ma il continente è fiorentino. Anzi, peretolano. Immaginatevi un po' se il grande navigatore si fosse chiamato, che so io, Pinzauti; ora ci avremmo la Pinzaùzia, God bless Pinzautia e gli United States of Pinzautia (USP). Invece no; ci abbiamo l'America. 

La Storia, insomma, nasce sovente dove meno ci si aspetta. Via delle Compagnie è una stradina cortissima proprio all'inizio di via di Peretola, con le sue corti secolari e gli aeroplani che decollano e atterrano vicino ai tetti delle case. L'aeroporto, naturalmente, si chiama Amerigo Vespucci; e una via de' Vespucci si perde da Peretola verso via del Barco. Chissà chi ha scattato quella fotografia, che peraltro ci interessa anche in senso strettamente treggistico; la casa sarà sì due o trecentesca (ne fa fede la loggetta tipica dell'epoca), ma l'improvvisato fotografo non ce l'ha fatta di certo a rimuovere due simboli della modernità, una motocicletta che chissà che diavolo è, e una macchina.


All'ingrandimento, appare il retro di una Fiat 1400, una vettura di fascia alta che, a quei tempi, poco ci si sarebbe aspettata in un sobborgo popolare come Peretola, fatto di contadini, renaioli e pescatori. E si pensi se, all'epoca, fossero state di moda le attuali bischerate sulla privacy; non si sarebbe mai saputo che la targa, FI 81996, riporta a qualcosa tra il luglio e il novembre del 1955. La foto, ripeto, dev'essere di qualche anno dopo. Nulla è dato invece sapere sulla motocicletta, ma chissà che qualcuno degli infallibili occhi di lince che popolano il TB non la riconosca.

Non resta che augurarsi che la Fiat 1400, parcheggiata sotto la casa di Amerigo Vespucci, abbia navigato a lungo (evitando magari di farlo verso il novembre del 1966). Navigato parecchio, di sicuro, devono averlo fatto decine di migliaia di emigranti verso quell'America che prendeva nome da un peretolano; e anche, di sicuro, chissà quanti peretolani e fiorentini, spinti dalla fame e dalla mancanza di lavoro. Non andavano a esplorare, nella Mèrica. E, magari, se il Vespucci lo avesse saputo, sarebbe andato a farsi un giro in montagna.



giovedì 19 dicembre 2013

Товарищ Треггист!



Nel TB vi sarete oramai familiarizzati con tutta una serie di personaggi che partecipano alla sua vita: la Piasintëina, la Dora, Mark B., i Caporniani, Simone B., Fabrizio da Genova, "INSCO" e tanti altri. Col personaggio che si vede nella foto sopra, al centro di un gruppo di persone fotografate accanto a una bella macchina, sarebbe stato invece un po' difficile averci a che fare, e più che altro la cosa avrebbe potuto comportare qualche lieve rischio. Poniamo di essere stato un treggista all'epoca in cui fu scattata la fotografia (nel 1936, per la precisione); avreste fatto un inseguimento e preso una foto "al volo" (e magari fotografato il proprietario alla guida), e il giorno dopo vi sareste ritrovati in Siberia. Sì, perché lo avrete riconosciuto tutti quanti il signore al centro del gruppo, nonché legittimo proprietario della vettura: si tratta del compagno Iosif Vissarionovič Džugašvili, più noto come Stalin. Sarebbe stato comunque improbabile che vi avessero fatto entrare per fotografare la treggia (che all'epoca, comunque, era nuova di pacca): la foto fu infatti scattata all'interno del Cremlino. I personaggi ritratti sono, da sinistra a destra: il direttore della casa produttrice della vettura, Ivan Lichačev; il Ministro dell'Industria Pesante dell'URSS, Sergo Ordžonikidze; Stalin; il ministro degli Esteri, Vjačeslav Molotov (quello delle bottiglie) e il ministro del Commercio, Anastas Mikojan. Una bella combriccola di amiconi, come dire. La targa è altamente significativa: è la n° 1 di Mosca (77 era l'indicativo di Mosca nelle targhe sovietiche).


La vettura di Stalin (che sembra amasse guidarla personalmente, come poi amerà anche Leonid Brežnev con la sua collezione di fuoriserie), era una ZIS 101. Stalin non ne era soltanto il proprietario: ricevette infatti in dono il primo esemplare prodotto della vettura, e la cosa non poteva ovviamente andare altrimenti dato che "ZIS" (ЗИС in cirillico) è l'acronimo di Zavod Imeni Stalina (Завод Имени Сталина), ovvero "Fabbrica a nome di Stalin". In pratica, Stalin guidava una Stalin. In questo, credo, fu unico nella storia: Mussolini non ebbe mai una Mussolini, e Hitler non guidò mai una Hitler. Stalin li batté tutti.


La ZIS 101 era, va detto, davvero una gran bella macchina.  Come detto, la produzione iniziò nel 1936, riservata agli altissimi "papaveri" del Partito. Era una specie di carro armato: il motore di 5800 cc erogava 90 cavalli, ma la macchina era talmente pesante che non superava i 115 kmh. Come tutte le limousine sovietiche degli anni '20 e '30 aveva linee decisamente americaneggianti; in particolare, il design della ZIS 101 era ispirato alla Buick. 


Poco dopo il lancio ne fu presentata una versione potenziata, la ZIS 101-A; identica nelle linee, erogava però 110 hp e poteva essere lanciata a 130 all'ora (contro un esercito intero, immagino). Il cambio aveva solo tre marce. Al suo interno potevano trovare tanto posto cinque persone: era lunga cinque metri e ottanta, larga un metro e novanta circa e pesava 2550 kg. La produzione cessò nel 1941; all'epoca si preferì, per ovvi motivi, costruire carri armati meno lussuosi ma più efficaci.



Nel 1939, il designer e progettista Valentin Rostkov fu incaricato di studiare una versione sportiva della ZIS 101. Nacque allora la ZIS 101 Sport:


Una belva in tutti i sensi: il motore era lo stesso della 101-A, ma potenziato a 141 hp per erogare una velocità massima di 162 kmh (ma la Pravda, in un suo articolo dedicato evidentemente alle conquiste delle masse proletarie, parlò di 180 kmh). Per pagarsela, un operaio sovietico avrebbe dovuto lavorare circa tremiladuecento anni, ma forse era troppo cara anche per i funzionari del PCUS. Tutto questo l'ha resa l'autovettura più rara della storia: ne furono infatti prodotti due esemplari (che sopravvivono entrambi). 

martedì 18 giugno 2013

La treggia nella Storia (2). "Un'automobile nera, elegante, chiusa"


Sono le 16.15 del 10 giugno 1924. Sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, a Roma, è ferma un'automobile con alcune persone a bordo; la notano un paio di ragazzini, mentre sta arrivando, a piedi, uomo. Non appena giunge in prossimità dell'auto ferma, gli occupanti scendono, aggrediscono il passante e cercano di prelevarlo a forza. Il passante reagisce e si divincola, buttando un aggressore a terra; ma gli altri lo sopraffanno, lo caricano a forza sulla vettura e scompaiono.

Il passante era il deputato socialista  Giacomo Matteotti.
Gli aggressori, e rapitori, erano gli squadristi fascisti e membri della Polizia Politica Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo.


Appartengo a coloro che ancora sentono come pedantesco raccontare la vicenda di Giacomo Matteotti, ed il perché del suo rapimento e del suo assassinio. Ritengo che un simile atto non dovrebbe essere mai dimenticato, né a ottantanove e né a duecento anni di distanza; ma, forse, m'inganno. Su quella macchina "nera, elegante e chiusa", come testimoniarono i giovanissimi testimoni oculari, Giacomo Matteotti combatté ancora furiosamente nelle mani dei suoi rapitori, che lo uccisero abbandonandone il cadavere in aperta campagna, dove fu ritrovato il 16 agosto successivo. Pagò con la vita il coraggio di aver denunciato pubblicamente, in parlamento, le violenze, le intimidazioni e le truffe fasciste; e continuo a illudermi che tutto questo sia non solo ancora pienamente noto, ma anche che sappia dire qualcosa.

La vettura che fu la tomba di Giacomo Matteotti era una Lancia Lambda berlina, quando l'appellativo di "berlina" riportava ancora ad un'elegante carrozza personale. E' la vettura che si vede nella fotografia in alto.

Il luogo del rapimento di Matteotti, sul lungotevere Arnaldo da Brescia.
L'auto ferma è ancora la Lambda, riportata là per le indagini e i confronti coi testimoni.

Siamo nel 1924, quindi tre anni prima dell'introduzione, in Italia, del nuovo sistema di immatricolazione con la sigla della provincia e la cifra progressiva (1927). Nel sistema in vigore dal 1905, la cifra delle vecchie targhe italiane è sì ugualmente progressiva, ma al posto della sigla provinciale esiste un codice numerico, ordinato alfabeticamente, e di colore rosso; in pratica, il sistema non è dissimile da quello dei dipartimenti francesi. In base a tale codice, ad esempio, Firenze è indicata dal numero 25; Macerata dal 34; Milano dal 38, e così via. Dalla foto è possibile, seppure con difficoltà, leggere la targa che fu annotata dai testimoni: 55 - 12169. 55 era l'indicativo di Roma.

La Lancia Lambda risultava quindi immatricolata nel 1922 e la targa permise immediatamente agli inquirenti, guidati da un intransigente e coraggioso magistrato che aveva nel suo nome stesso il suo destino,  Mauro del Giudice, di capire immediatamente di che cosa si trattava. L'auto fu individuata due soli giorni dopo il rapimento di Matteotti: la sera prima, due coniugi, Domenico Villarini e Ester Erasmi, residenti nella zona, l'avevano già vista aggirarsi in modo strano e si erano annotati proprio la targa di cui sopra. L'auto era di proprietà del garage "Trevi" e adibita al noleggio, ma veniva di solito utilizzata dal direttore del "Corriere Italiano", Filippo Filippelli. Il "Corriere Italiano" era un quotidiano filofascista (vi collaborava lo stesso Benito Mussolini), ma era sorto per contrastare l'ala più oltranzista del fascismo; il direttore Filippelli, comunque, era direttamente coinvolto nel sequestro di Matteotti e fu per questo arrestato: aveva consegnato la macchina ai mandati reali, vale a dire Cesare Rossi (capo dell'ufficio stampa di Mussolini) e Giovanni Marinelli (segretario amministrativo del Partito Fascista). Il "Corriere Italiano" chiuse immediatamente: ultimi bagliori di libertà prima della notte fascista che durò fino al 1945.

Notizie posteriori su quell'automobile realmente storica non se ne hanno; a bordo recava ancora tracce di sangue e i segni di un accoltellamento. Una Lancia Lambda elegante e chiusa. E nera, sicuramente, non soltanto per la vernice.

Aggiornamento 14.11.2013

Mi scrive Simone B. da San Casciano Val di Pesa (Firenze): 

" Penso che lei abbia preso come fonte Wikipedia ma in questo caso l'enciclopedia online si sbaglia. Non è l'unica visto che sulla stessa vicenda si era sbagliato anche Indro Montanelli che nel suo L'Italia in camicia nera ipotizza addirittura che l'auto usata per il rapimento di Giacomo Matteotti fosse una Lancia Trikappa.

Il commando dei rapitori, guidato da fiorentino Amerino Dumini, non usò una Lambda ma bensì una ben più comune Lancia Kappa. Troverà molte conferme facendo una semplice ricerca su Google. Benché molto più veloce una Lambda non era proprio la macchina più adatta ad un rapimento in virtù della sua estrema riconoscibilità. "

Anche in questo caso ringrazio di cuore Simone per la precisazione e inserisco immediatamente l'aggiornamento del post stabilendo un'apposita categoria per la Lancia Kappa.

martedì 11 giugno 2013

La treggia nella Storia. (1) La fucilazione del questore Caruso



Con questo post, il Treggia's Blog compie una sorta di "salto di qualità" ed entra nella Storia, quella vera. La Storia del XX secolo è stata, necessariamente, fatta anche dalle automobili; è raro che un dato fatto non abbia avuto con sé una macchina di qualsiasi tipo. In migliaia di filmati storici, ora disponibili in Rete, è possibile cogliere automezzi che vi sono stati presenti; solo che, finora, ben pochi se ne sono occupati. E' anche del tutto comprensibile; solo che, in un blog di Treggismo Militante® come questo, è gioco forza mettersi dalla parte del mezzo meccanico, o meglio: è la Storia che resta e deve restare protagonista, ma con un occhio all'automezzo che vi ha preso parte. Si tratterà di fatti di ogni tipo, dai più tragici a quelli più "leggeri"; in questi post, lo avverto fin da ora, è possibile che siate messi di fronte a immagini e filmati molto forti.

Il 22 settembre 1944, in una Roma da poco liberata dall'occupazione tedesca e che aveva, nel marzo, vissuto l'attentato di via Rasella e l'eccidio delle Fosse Ardeatine,  il questore fascista Pietro Caruso, 45 anni, nativo di Maddaloni (CE), fu trasportato nel corte del Forte Bravetta e passato per le armi con fucilazione nella schiena. Da poco si era concluso il suo breve e drammatico processo.

Si legge nella pagina Wikipedia: "Dopo l'attentato di via Rasella [Pietro Caruso] fu chiamato da Herbert Kappler a redigere un elenco di 80 persone da giustiziare che fu ridotto, dopo le sue rimostranze, al numero di 50. Il Caruso ebbe a dichiarare, nell'udienza del 20 settembre 1944, che a tale ordine si oppose dicendo che non vi poteva incondizionatamente aderire e che ne avrebbe dovuto parlare con il Ministro degli Interni che sapeva essere a Roma. Sempre secondo le sue dichiarazioni rese durante il processo, Pietro Caruso il 24 marzo a mattina si sarebbe recato all'Hotel Excelsior di Roma per conferire con il Ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi al quale avrebbe detto «Io mi rimetto a voi», con la speranza che il Ministro avesse provveduto direttamente con Herbert Kappler. Il Ministro avrebbe tuttavia risposto «Che cosa posso fare? Bisogna che tu glieli dia se no chissà cosa succede. Sì, sì, dalli». Tali dichiarazioni trovano riscontro nella sentenza di condanna a morte pronunciata dall'Alta Corte di Giustizia per le sanzioni contro il Fascismo, dove si si legge «il Caruso che pur ebbe a sentire la repugnanza di quanto gli si chiedeva, ritenne di conferire nelle prime ore del giorno con il Ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi, alloggiato all'Albergo Excelsior il quale, ancora a letto, gli avrebbe, a suo dire, dichiarato che non era possibile non ottemperare alle pretese tedesche». Sempre nell'udienza del 20 settembre 1944 il Caruso, durante la sua deposizione ebbe a dichiarare di non aver preparato lui direttamente la lista delle persone da giustiziare, lista peraltro in parte redatta da Pietro Koch e che per completarla dette incarico al Capo di Polizia Ferrara sostenendo di non conoscere nessuno dell'elenco a eccezione di Maurizio Giglio. Herbert Kappler, il comandante tedesco della Gestapo di Roma, organizzò l'eccidio delle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, come ritorsione per l'attentato di via Rasella del giorno prima compiuto da partigiani comunisti dei GAP contro una colonna di soldati tedeschi. Alle Fosse Ardeatine i nazisti fucilarono 335 persone scelte tra ebrei, partigiani (molti dei quali appartenenti alla formazione "Bandiera Rossa") o semplici sospetti. Nella sua deposizione al processo, come teste dell'accusa, il Professore Attilio Ascarelli affermò che le salme esumate furono 336: la 336ma vittima fu trovata in una galleria diversa in atteggiamento diverso e caratteri cadaverici diversi. Il 4 giugno 1944, mentre gli anglo-americani si apprestavano a entrare in Roma Caruso, alla guida di una autocolonna, si dirigeva verso nord, con una Alfa Romeo carica d'oro, di gioielli, 5 orologi "a saponetta" da uomo, molte sterline e lire. La vettura di Caruso perse il contatto con la colonna a causa delle ripetute incursione aeree alleate, perdendosi nella zona del lago di Bracciano. Ritrovata la strada per Firenze, a seguito di nuovi mitragliamenti aerei, per evitare un'auto tedesca urtò contro un albero. Pietro Caruso (insieme a un milite) rimase ferito riportando una lussazione del femore. Un'ambulanza tedesca lo trasportò all'Ospedale di Viterbo dove Pietro Caruso, nonostante avesse un documento falso, fornì le sue vere generalità. Nessuno fece caso all'identità del ferito a eccezione di un avvocato romano, casualmente presente, che lo riconobbe. Dopo aver subito un intervento chirurgico, vanamente Pietro Caruso, anche offrendo denaro e gioielli, chiese di essere trasportato al nord. Lasciato solo, fu arrestato dai partigiani e fu tradotto, dopo una breve degenza presso l'Ospedale di Bagnoregio, a Regina Coeli."

Durante il processo, la folla tentò di linciare l'ex questore; non essendovi riuscita, se la prenderà con Donato Carretta, ex direttore del carcere di Regina Coeli, presente in aula come testimone per l'accusa, e che sarà gettato a morire nel Tevere e successivamente appesso a testa in giù all'entrata del carcere. Il processo a Pietro Caruso fu brevissimo (20 e 21 settembre 1944); l'imputato fu condannato a morte per fucilazione nella schiena.

L'intera esecuzione di Pietro Caruso fu filmata. La proponiamo qui, avvertendo ovviamente che si tratta di immagini molto crude. Non si tratta di una finzione scenica, ma di una vera esecuzione capitale, e delle più terribili. Non guardate questo video se non ne siete veramente sicuri.


Se avete guardato il video, avrete notato i numerosi automezzi presenti, a partire dal furgone cellulare in cui Pietro Caruso fu condotto alla fucilazione. Particolare risalto ha l'autofunebre con cui la salma del questore fu portata via; tra tutti gli automezzi del filmato, è l'unico di cui si può leggere chiaramente la targa. Ecco un altro fermo immagine dal filmato:


Siamo, lo ripetiamo, il 22 settembre 1944; l'autofunebre, non riconoscibile quanto a modello, è targato Roma 62048. L'automezzo risulta quindi immatricolato nel 1938.

Facendo un salto indietro, ecco un immagine chiara dell'ignoto furgone cellulare (probabilmente con immatricolazione militare) dal quale sta scendendo il condannato:


Questo è invece il momento in cui la bara contenente la salma del questore fascista viene infilata nel carro funebre con le portiere posteriori spalancate. Nella foto si intravede l'avanti di un'altra autovettura sconosciuta con una strana livrea a strisce bianche:


Qui, invece, l'autofunebre con di nuovo la targa del 1938 in evidenza, svolta nell'andare via accompagnata dai carabinieri del plotone di esecuzione e da altre persone:


Dell'esecuzione di Pietro Caruso esiste anche un altro filmato, volendo ancora più crudo, conservato presso gli archivi di Steven Spielberg. Da questo filmato, un'immagine del mezzo sul quale era sistemata l'attrezzatura per le riprese:


Dal medesimo filmato, un'immagine importante dal punto di vista automobilistico: si tratta dell'ingresso nel cortile di Forte Bravetta del furgone cellulare con sopra Caruso, che abbiamo visto poco sopra e che qui appare nella sua interezza seguito proprio dall'autofunebre, di cui si riesce così a stabilire l'avanti:

In conclusione, una serie di immagini veramente drammatiche, e che rendono appieno la cupa e tragica atmosfera di quei tempi durissimi. Anche con i loro automezzi. 

Si ringrazia David Mattacchioni per l'assistenza prestata nella redazione di questo post.