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sabato 30 maggio 2026

Valtellina (Isola d'Elba)

 


So bene che questa non è certamente l'Isola d'Elba da cartolina; siamo però alla porta dell'Elba, vale a dire sul porto di Portoferraio, un paio d'annetti fa. Per essere precisi, siamo esattamente nel parcheggio dietro la biglietteria Toremar / Moby Lines; parcheggio che è già salito alla cronaca del TB svariate volte, e noto per essere una delle principali treggiaje non soltanto dell'Isola d'Elba, ma probabilmente della Toscana intera. L'Isola d'Elba, in particolare e per sua stessa natura, è celebre per essere il regno incontrastato delle vecchie e gagliarde Citroën Mehari: la concentrazione di Mehari ancora in circolazione e in uso sull'Isola dei Mille Fuochi è assolutamente ragguardevole. Chi ancora ne possiede una, non si priva di questa straordinaria "spiaggina"; non se ne priva nemmeno quando diventa inservibile. Anni fa, ricordo personalmente di una Mehari completamente bruciata, e della quale rimaneva soltanto l'intelaiatura annerita perché la plastica brucia parecchio bene, che rimase per svariati anni sul ciglio della SP25 vicino a Cavoli. Insomma, come dire: all'Elba, la Mehari gode pressoché di un culto, del quale mi pregio di essere convinto fedele.


Qui siamo poi di fronte addirittura ad un pezzo di Valtellina trapiantato all'Elba. Ignoro ovviamente i complicati meandri dello spirito attraverso i quali non solo una Mehari targata Sondrio sia approdata all'Elba, ma anche i motivi per cui qualcuno, un lontano giorno, abbia comprato una vettura del genere per girare tra le montagne della Valtellina, tra le famose spiagge di Bormio e i rinomati lidi di Livigno. E' da ipotizzare che i montanari, simpatica gente dedita storicamente ai piaceri della grappa, provassero per questo abbastanza caldo da poter girare con una Mehari a quindici gradi sotto zero. Ma tant'è, e la saggia Mehari valtellinese ha pensato bene di emigrare in un'assolata isola tirrenica.


A tutto questo si aggiunga la rarità di trovare, comunque, un qualsiasi automezzo targato Sondrio. Funziona come per Oristano, Enna, Rieti e Isernia: le auto e le moto targate Sondrio sono rare persino in provincia di Sondrio, avvistarne una è un'impresa titanica ed il fatto che ciò sia avvenuto all'Isola d'Elba la dice lunga. Questa, poi, è addirittura una Mehari ancora con la targa nera: poiché la Mehari cominciò ad essere prodotta e commercializzata nel 1968, si può tranquillamente ipotizzare che risalga alla fine degli anni '60 o (più probabilmente) ai primi anni '70. Il periodo d'oro delle "spiaggine", insomma; quello delle Dune Buggies della celebre canzoncina degli Oliver Onions (e tra i cui autori risulta persino Carlo Pedersoli, alias Bud Spencer).



Facilissimo, a questo punto, e specialmente per uno della mia generazione, lasciarsi andare ai ricordi adolescenziali: i falò sulla spiaggia, le ragazzine con gli occhioni sognanti, le giornate al mare che non finivano mai...lasciamo stare, vah. Però mi resta l'idea che 'sta Mehari le abbia viste anche lei, queste cose. Sicuramente non si possono ricordare vedendo in giro una ripugnante "Grande Panda" o robaccia moderna del genere.

lunedì 3 settembre 2012

Carrelba '12 (9) - Ilva sine Meharinis?





Ed eccoci, direi naturalmente, alla consueta silloge di Meharine elbane. Tra l'isola d'Elba (e le isole in generale) e la Citroën Mehari, immagino per la gioja della Cristina, esiste un feeling indissolubile; sarà, chissà, anche per il loro deciso aspetto da barchette. Aspetto che, a capotta rimossa totalmente, risalta ancora di più; ditemi voi, ad esempio, se questo esemplare "scoperchiato" trovato una sonnacchiosa mattina d'agosto in pieno centro a Marina di Campo, non starebbe bene in mare con un bell'Evinrude attaccato sul retro, a scorrazzare per il golfo. E non escludo che, da qualche parte del mondo, qualche intrepido non abbia fatto per davvero una cosa del genere. Oh, hanno trasformato in barche dei Maggiolini, ci si potrà pur trasformare una Mehari che già di per sé è una specie di natante su strada. Quest'anno, peraltro, le targhe "indigene" livornesi si son viste eccome all'Elba, e questo ne è un altro esempio; il mezzo è del 1982.




Ancora a Marina di Campo, che quest'anno ha fatto veramente la parte del leone. Qui la Meharina, ripresa durante una passeggiata notturna, è pienamente cappottata (nel senso di "munita di capotta", non, fortunatamente, di "ribaltata"...), ma direi che il suo barchettismo non cessa affatto di esistere. Diciamo che il/la torinese che vi si è recato/a all'Elba ha deciso di venirci con un cabinato, vah. E' del 1984, sapete, quell'anno in cui il Grande Fratello...




Sempre di notte, e sempre "cabinato", ma qui stavolta siamo a Capoliveri, con tanto di ennesimo proprietario che ha cercato seduta stante di vendermela. E' un fatto che ritorna spesso, questo, e che ogni aspirante Treggista Militante® deve prima o poi aspettarsi mentre fotografa: il tentativo di sbolognarti la Treggia su due piedi, a prezzi vari. Molto gettonati sono i "quattromila euro"; non so come mai, ma a tale cifra mi sono stati offerti i mezzi più disparati, dalla Mehari alla Rover 2500, dalla 600 del '61 alla Bianchina di Fantozzi. Disgraziatamente, non ho attualmente tali immediate disponibilità di denaro; ma la storia si è ripetuta a Capoliveri, con la classica trattativa abortita dal finestrino. Non sto qui, stavolta, a fare un link con l'anno dell'autovettura; i seguaci del TB dovrebbero ormai essere edotti che, a Firenze, le targhe arancio-bianconere sono andate in pensione nel giugno 1985 con FI E99999; e qui siamo evidentemente poco prima. Anche un esemplare di Mehari nel suo ultimo aspetto originale.

venerdì 9 marzo 2012

Genoese treggias are back!





Dopo l' "anteprima" beppebelliana di qualche giorno fa, questo nove di marzo, o meglio diciannove ventoso (e ventoso, perlomeno a Firenze, lo è per davvero...), vede finalmente il ritorno in grande stile di Fabrizio A. e delle sue caterve di incredibili tregge genovesi (e liguri in generale, devo dire; si pensi all'ormai mitologica Mignanego). Innanzitutto, utilizzo questo post anche per un messaggio a Fabrizio, che ben conosce la mia cronica allergia a spedire mail di risposta: il suo CD è arrivato a destinazione perfettamente, è qui nelle mie mani e tutt* gli/le appassionat* Treggist* ne vedranno presto gli effetti. Ovviamente un ringraziamento enorme a Fabrizio, con sempre la tentazione (per ora repressa, ma chissà...) di fare un'apposita "filiale" del TB dedicata esclusivamente ai suoi ritrovamenti nella Superba e dintorni.

Detto questo, ripartiamo anche con un preciso omaggio alla nostra Meharista ufficiale, vale a dire Cristina di Roma: per non usare il solito "due piccioni" eccetera, diciamo pure "due Treggisti con una Megari". Mehari milanese a Genova; sennò, viene da dire, quel troiaio devastante di Milano-Genova che l'avranno fatta a fare (per non parlare della Savona-Torino). Una volta percorso quel budello infernale in direzione Genova, la Mehari deve aver pensato opportunamente di restarci; vuoi mettere scorrazzare al sole della riviera invece che nelle nebbie lombarde...a dire il vero, una Mehari a Milano che ci starà a fare? Non è vettura per metropoli smoggàte, lì vanno bene i suvvi del cazzo. Le Mehari stanno bene a Genova e, toh, anche a Roma; se lo sognano er ponentino a Milano. Questa qui, comunque, per la cronaca è parecchio "anziana": di qualcosa a cavallo tra il 1969 e il 1970, almeno a giudicare dalle tabelle sintetiche. Sicuramente, oramai l'accento lumbàrd lo ha perso, meglio che dica 'a èia e àe?

venerdì 7 ottobre 2011

La Meharista e il Salento treggistico


Saldissimi sono i legami di Cristina la Meharista con il Salento, terra d'origine del di lei fidanzato nonché, sicuramente, tra le contrade più belle di questo disgraziatissimo paese; tra le più belle, come si vedrà meglio in questo post, anche dal punto di vista treggistico. Un po' tutto il Sud, a dire il vero, mi è stato descritto come un vero e proprio paradiso in terra per quanto riguarda la quantità e la qualità delle tregge che vi allignano; questa spedizione leccese di Cristina non fa che confermarlo, a partire da questa superlativa Fiat 500 C Belvedere del 1958. Quest'anno fa notare come, per un certo periodo, siano convissuti in Italia due modelli della 500: la C, appunto, e la "Nuova 500" (lanciata sul mercato nel 1957).


La 500 C Belvedere è, senza ombra di dubbio, l'antesignana delle giardinette italiane ed in particolare della successiva 500 Giardiniera, uno dei modelli più tremendamente longevi della Fiat/Autobianchi e che rimase in produzione, a furor di popolo, ben oltre l'interruzione del modello base (nel 1975). Lo sgargiante esemplare salentin-meharistico che vedete, nonostante la targa si legga poco bene per la posa laterale, è del 1966.


Quando si dice una visione celestiale, anche se in realtà il colore di questa 126 di prima generazione (del 1973) dovrebbe essere classificato come verde acqua o roba del genere (io lo chiamo anche celeste pasticca per il water). Il proprietario di questa autovettura deve avere sicuramente qualche difficoltà nel distinguere tra il volante e l'aureola, e menomale che la vettura non è targata CH (che sarebbe potuto stare per cherubino). Primo esempio di ibrido terra-aria: la propulsione alare, però mi dicono, veniva montata raramente e ci volevano autorizzazioni speciali. Anzi, specialissime.


Credo che poco faccia più "Sud treggistico" del treggione polveroso con targa settentrionale, capitato da quelle parti per un motivo qualunque. Con questa foto meharistica, il TB dà peraltro il benvenuto assoluto alla Fiat 125, un modello ancora non presente nel blog. Dalle rive del Lario o dalla verde Brianza, da dove è partita nel 1968, fino a Lecce, Ostuni, Gallipoli o Otranto la strada dev'essere stata parecchio lunga, e non solo chilometricamente...


Con questa Fiat 127 del 1974 torniamo alle targhe leccesi; questa vettura qui, tra le altre cose, l'avrei vista parecchio bene come macchina di un certo salentino, se non fosse per il non trascurabile fatto che il suddetto non ha manco la patente, e che è convinto che la rivoluzione arriverà in bicicletta (io, però, ritengo che due o tre carri armati la aiuterebbero parecchio). Poco male; a pigliare la patente il buon Alessio è sempre in tempo, e come modello mi sembra sufficientemente anarchico...!


Infine, una cosa logica. Poteva forse la Meharista non concludere tutto con una Mehari? Impossibile. Il bello gli è che, in un Salento assolato e decisamente balneare, Cristina è andata a scovare una sua "omonima" targata Venezia (del 1984)!

mercoledì 17 novembre 2010

Another place, another time. Elba in novembre (1).




Arrivi all'isola d'Elba, in un cosiddetto fuori stagione che, invece, è la sua stagione vera. Ma, forse, della cosa è più agevole rendersi conto da un altro post foto-asociale pubblicato sul blog della nostra amica Pampalea. Un altro luogo e un altro tempo, anche atmosferico; il regno della luce. Vento forte, colori violenti, l'autunno che è una gloria sfavillante. Mentre il continente annega nei suoi grigiami malumoranti, l'Isola splende; e, all'improvviso, torno a ritenermi un uomo fortunato. Prendere un automezzo e andare, senza nessuna meta. Lentamente. Slow life, come mi diceva opportunamente, al telefono, la Piasintëina; e questo post vorrebbe anche essere un trasporto, in tutte le accezioni di questo termine.

Ed è proprio in questo novembre elbano che le tregge si rivelano nel loro fulgore; ancor di più che nella bella stagione. Era un po' di tempo, sacripant'iddìo, che la categoria delle Tregge elbane non andava avanti; quest'estate non ci sono andato, mi è toccato di lavorare in mezzo alle ernie cervicali, e quando finalmente ho potuto rimetterci piede, me ne sono come riappropriato. Nella solitudine, nel vento, nella luce, sì; e anche in diverse tregge libere finalmente dalle masse vocianti del turismo balneare estivo. Tregge native. Tregge elbane per davvero, stanziali.

E come non cominciare (con due dediche speciali: una a Dora e l'altra a Cristina la Meharista) proprio con questa Meharina vivogialla, in livrea invernale con la capote tirata su e, perdipiù, con una targa da applauso che la rende anche un po' auto di Paperino? Siamo all'ultimo chilometro dell'Anello Occidentale, in quel di Procchio; una Signorina degli Anelli, insomma. La Mehari, porca miseria, incute giovinezza. Ultimamente, debbo dirlo, mi stanno pigliando addosso un po' di lampacci d'età avanzata; un'elbata inghiottita al giusto momento contribuisce a fugare quei lampi. E anche la Meharina gialla, e i salti da ragazzino quando l'ho vista, e un giorno di novembre che spedisce in un'altra dimensione.

lunedì 9 agosto 2010

Stabilo Boss





Non me ne voglia Cristina, vale a dire la Meharista ufficiale del Treggia's Blog; ma quando ho vista parcheggiata sotto il sole 'sta Meharina scintillante mi è venuto prima a mente lo shampoo alla mela verde (un simbolo degli anni '70, e ci starebbe proprio bene visto che la Meharina in questione è del 1974), e poi lo Stabilo Boss. Ce li avete presente gli evidenziatori, quelli che i bravi studenti consumano sui libri per mettere in risalto i concetti fondamentali...? Ecco, a parte il classico giallo "fluo", anche il verde altrettanto fluo del pennarellone rende perfettamente l'idea, quasi che la vettura sia stata verniciata con lo stesso inchiostro. Ora io dovrei stare zitto; in servizio viaggio giustappunto vestito tutto di giallo e verde fluorescente, e il soprannome che mi è stato dato è esattamente quello di Stabilo Boss. Ma non lo dite a nessuno, mi raccomando!

sabato 17 luglio 2010

Una Meharista a Lampedusa (1)


Lampedusa ne ha parecchi di record. Non soltanto è il lembo di territorio italiano più a sud (geograficamente appartiene già all'Africa, trovandosi sul suo zoccolo continentale), ma è anche l'unica porzione d'Italia che sia mai stata oggetto di un attacco bellico nel dopoguerra: il 15 aprile 1986, in risposta ai bombardamenti di un attorucolo americano di serie B divenuto presidente degli Statunìti, quell'altro bell'elemento del colonnello Qadhafi, l'attuale amicone di Berlusconi, lanciò un par di missili SCUD che, fortunatamente, fecero "puff" in mare a due miglia dalle coste. E, ancora, Lampedusa negli ultimi anni si è fatta suo malgrado notare per i continui sbarchi di immigrati, decine dei quali sono morti in mare, e per gli exploit di tale signora Angela Maraventano, che prima ha chiesto che l'isola fosse aggregata alla provincia di Bergamo e poi ha cominciato a tuonare contro l' "invasione dei migranti" (lei, nata a San Benedetto del Tronto): logico che, con queste cosine tanto alla moda, la signora sia finita col diventare senatrice della Lega Nord. Visto che alla signora piace tanto la provincia di Bergamo, la congederò da questo post con un bel ma va a ciapaa i ratt.

Lampedusa dev'essere bellissima; dico "dev'essere" perché non ci sono mai stato, ma da isolano sento comunque complicità con ogni pezzo di terra circondato dal mare. Ci è stata di recente, invece, assieme al fidanzato, la nostra Cristina la Meharista, la quale -ovviamente- non ha perso tempo. E ha reso a Lampedusa quello che considero un bellissimo servizio, smettendo per un momento di parlare di problemi e disgrazie. Munita della sua fotocamera, ha semplicemente dato testimonianza della incredibile concentrazione di tregge presenti in quello che ha chiamato il "paradiso lampedusano"; e sembra che, come in diverse altre isole, tale paradiso sia riservato principalmente alle Citroën Mehari. La cosa è lontana dallo stupirmi; parafrasando il grande poeta John Donne, si potrebbe tranquillamente dire che every Mehari is an island. Scrive Cristina: "Abbiamo fatto una statistica e ogni 5 macchine a noleggio 3 erano Mehari". Spero che la cosa non sia risaputa dalla signora Maraventano, altrimenti ricomincia con l' "invasione" (e "Mehari" è un nome di origine araba).


Qui sopra, Cristina ne ha ripresa una (classicamente arancione) che deve averle fatto particolarmente piacere, data la targa romana; e quadrata, pure. Il "RomaHO" ci riporta al 1971, cosa di non poco conto; così come di non poco conto devono essere le due Mehari nella bellissima foto in bianco e nero sotto il titolo, appaiate, e di una delle quali si intravede la targa pure quadrata (forse la stessa romana?). Eh sì, evviva le Mehariste e abbasso le leghiste!


Un'altra classica Meharina arancione, ripresa da Cristina in una località dal nome fantasmagorico (Guitgia, probabilmente non di origine bergamasca); ma il bello ha da arrivare, anzi la bella!


Quella che vedete alla guida di una Mehari identica alla sua, è infatti nientepopodimeno che Cristina la Meharista in persona (anzi, vista l'ambientazione: pirsonalmente di pirsona), la quale mi ha naturalmente autorizzato a pubblicare la sua immagine (lo faccio liberamente per quel che mi riguarda, ma per gli altri uso l'elementare rispetto di chiederlo). Insomma, il modo migliore per concludere questo primo post dedicato a Lampedusa: tutti noi treggisti e treggiste abbiamo una faccia, anche se generalmente non ci garba molto metterla su certi Book predeterminati....

martedì 4 maggio 2010

Dedicata alle fanciulle



Una delle cose migliori del TB sono, senz'altro, le sue oramai affezionatissime collaboratrici. Nella solita mentalità italiana, uno magari potrebbe pensare che fare il Treggista sia cosa da maschiacci tutti motori & puzza d'olio bruciato; e, invece, il Treggia's Blog sembra stare qui proprio per smentirlo, e alla grande.

Avendo fotografato proprio una bella Meharina, il pensiero è andato ovviamente a Cristina; ma non vorrei qui limitarmi a lei. C'è, naturalmente, la piasintëina che partecipa alle scorribande treggistiche fin dal primo giorno; e c'è Dora con i suoi avvistamenti prontamente comunicati per SMS, in attesa che finalmente si decida a comprarsi una fotocamerina (gnamo, Dora!). Ecco, a tutte le fanciulle del TB vorrei dedicare la Meharina in questione, ed anche un GRAZIE enorme.

Nota a margine: uno potrebbe immaginarsi anche che, in tempi di privacy esasperata (e spesso decisamente stupida), la gente non sia particolarmente favorevole a farsi riprendere da uno sconosciuto (il quale ha pure l'aspetto di un energumeno). Niente di tutto questo, e la simpatica coppia a bordo della Mehari lo dimostra. Sebbene abbia detto loro chiaramente che le foto sarebbero finite su un blog, si sono tranquillamente fermati per un minuto e si sono messi in posa a bordo della loro Saltafossi. E' non è certo il primo caso del genere. Che, in fondo, siamo migliori anche di quel che pensiamo?

mercoledì 3 febbraio 2010

Il Fondo Cristina (1): Alla Magliana


INTRODUZIONE

Proprio ieri, il Treggia's Blog ha fatto conoscenza con Cristina la Meharista: una conoscenza quanto mai proficua, oso dire. Talmente proficua da poter essere definita un gemellaggio, e nel senso letterale del termine: una persona che mi scrive che, durante i suoi viaggi per il mondo, oramai non fotografa quasi più i paesaggi ma le vecchie macchine in cui si imbatte, non può essere definita in altro modo che una gemella Treggista; e lo dico anche con un pochino di orgoglio, dato che il TB sta, come dire, "chiamando a raccolta" i Treggisti sparsi per la nostra palla ruotante nello spazio.

Ed è appunto le foto di tregge che Cristina ha scattato non solo durante i suoi viaggi, ma anche durante le peregrinazioni per la sua città (Roma), veri e propri Treggia's Tours, che mi sono state immediatamente da lei spedite; e sono talmente tante da poter costituire tranquillamente un "Fondo Cristina" che il TB si onora di ospitare e pubblicare in varie parti. Naturalmente i ringraziamenti per Cristina non saranno mai troppi. Partiamo quindi, doverosamente, proprio da Roma.

ALLA MAGLIANA
Il popolosissimo quartiere della Magliana è, purtroppo, generalmente noto per una certa Banda sulla quale non intendo soffermarmi affatto; preferisco dire che, conoscendolo e avendoci girato svariate volte, ospita una piazza Fabrizio De André dove si svolgono concerti ed iniziative culturali ed artistiche ispirate a "Faber". In modo tragicamente curioso, però, la data di nascita di De André, il 18 febbraio, è anche quella in cui la Magliana vide un orribile fatto di sangue, il famoso delitto der Canaro (avvenuto, per la precisione, il 18 febbraio 1988). Un quartiere difficile, che oggi qui, grazie a Cristina, diviene protagonista di una serie di meravigliose vecchie autovetture che potrebbero, chissà, rappresentare anche una risorsa. Non scherzo affatto: se le stupefacenti tregge dell'Avana, a Cuba, sono state proclamate patrimonio dell'umanità assieme al vecchio centro della città, non vedo come mai un'Alfa Romeo Giulia come quella qui raffigurata non dovrebbe esserlo ugualmente. E sarebbe ora che tutti se lo mettessero nt' 'a capa: i vecchi automezzi ancora circolanti sono un patrimonio tecnico e artistico, che non deve essere eliminato a forza di restrizioni e limitazioni.


La Magliana, ad esempio, offre un simile (e forse irripetibile) accumulo di Tregge Citroën (Accumulatio Treggiarum Citroënsium Malleanica) che ha, in sé, qualcosa di Pasoliniano. Le due 2CV, una con targa romana e l'altra trapanese, e un rarissimo furgone "Dedeuche" con targa leccese: come veramente se tutte le tregge Citroën disponibili in Italia si fossero date appuntamento in questo coin pourri del quartiere. Sì, Pasoliniano. Guardo questa foto e lo penso sempre più. Non si è caput Mundi soltanto per due palazzi e un omino vestito di bianco che si affaccia a un balcone a sparare divine cazzate.



Alla Magliana, la 2CV la devono amare non poco; ne fanno fede queste altre due foto scattate da Cristina nel quartiere, una delle quali con la "classica" Charleston nera e amaranto. Non me ne stupisco: così come la conosco, la Magliana è un quartiere da Du' Cavalli. S'inforca 'a Dedesc' e se va a magnà in via della Muratella da Baffo er Bisteccaro, che lontano non è. Non ci siete mai stati, da Baffo er Bisteccaro? Bene. Munitevi di una 2CV scassata e annàtece, che vale la pena. Parola di Treggista, ed anche di un fiorentino che di bistecche se ne intende. A Roma le fanno diverse che a Firenze, più cotte; ma bisogna essere open-minded, sempre e comunque.


Naturalmente, Cristina la Meharista non poteva che fotografare una Meharina, alla Magliana; e tanto per tornare a Fabrizio De André, è pure targata Genova. Rossa, incappottata, e partecipe della fenomenale arte tutta romana del parcheggio sul marciapiede (Sidewalk Parking, Bürgersteigsparken). Per concludere questa prima parte del Fondo Cristina, una Meharina è assolutamente perfetta; nell'attesa, ovviamente, di veder circolare quella che lei stessa si è comprata ed anche con una certezza: la prossima volta che mi ritroverò a Roma, un pomeriggio alla Magliana munito di Kodak me lo passerò cascasse il mondo su un pero.






martedì 2 febbraio 2010

Cristina la Meharista



Una delle cose più belle che possano esistere per questo blog da Asocial Network è constatare che le interazioni ed i contatti avvengono invece eccome, ma come una volta: tramite una semplicissima e-mail. Trovarsi per caso, "surfando" (un termine che solo pochi anni fa era usatissimo, e adesso è già ridotto a un relitto lessicale), girando in Rete. Senza forzature. Allora, se lo si vuole, si prende la cara, vecchia e oramai obsoleta e-mail e si scrive; e così ha fatto Cristina C., di Roma, spedendomi le foto che vedete sopra e, più che altro, la sua storia di Meharista. E poiché questo è un blog soprattutto di storie, ve la vado a raccontare per sommi capi certo di fare un piacere anche a Cristina.

Partiamo dal fondo, vale a dire dalla Mehari ocra. Una foto che Cristina, come mi ha scritto, ha scattato nel 2006 nientemeno che a Formentera (come è noto, le Mehari allignano principalmente sulle isole). Apro qui una parentesi su Formentera, che è stata uno dei miti degli anni '70, una di quelle isole dove tutto si poteva: chi ha qualche annuccio si ricorderà probabilmente anche di questo pezzo dei King Crimson, Formentera Lady:

Sarà anche per quel suo nome che "suona così bene" alle nostre orecchie (facendo dimenticare il prosaico significato di "campo di frumento", "frumentaia"), ma a Formentera -mi viene da pensare- non si può, ad un certo punto, che trovare una Mehari ocra. Mi sia scusata l'agudeza, condita anche da un po' d'invidia isolana per non avere avuto non dico i King Crimson, ma neanche un gruppo progressive di Rosignano Marittimo che abbia voluto scrivere una Island of Elba Lady nonostante tutte le Mehari che vi si trovano, ma io la Cristina la capisco benissimo. Altro che gusto dell'orrido, come ella mi scrive. È, anzi, il meraviglioso gusto di chi ha ancora ben presente com'è fatta la libertà e come son fatti i vent'anni; poi una Mehari arriva da sé. Il gusto dell'orrido lo ha chi si rinchiude indebitandosi fino al collo in SUV dal finto nome indiano.

Detto questo, passiamo all'altra foto, quella in altro. La Mehari verde targata Roma, insomma. Sì, perché Cristina non la ha soltanto trovata e fotografata, mezza abbandonata nella sua città: ha saltato veramente il fosso. Vale a dire: se la è comprata. Specificandomi che nel motore c'erano rami e foglie. Ecco: vorrei dire a Cristina che il suo è un atto di amore. E non soltanto. È l'essenza stessa dell'essere un(a) treggista, questa buffa parola che ho inventato per definire chi cerca di non sottostare al mondo d'oggi e alle sue "regole", alle sue standardizzazioni, ai suoi vuoti status symbol e a tutta un'atmosfera che fa sì che una macchina come la Mehari non possa più nemmeno essere concepita.

E chi l'ha detto, Cristina, che una Mehari non possa essere adatta a Roma? Capirei se tu vivessi a Oslo (e poi, magari, i norvegesi si farebbero meno problemi...), ma a Roma basta coprirla con la sua capote, d'inverno. La tua non è una follia, ma, anzi, un'azione di sanità mentale. Comoda, robusta, non consuma niente, e poi arriva l'estate e magari si torna a Formentera...quando la Mehari sarà stata ridipinta di arancione! Mi raccomando, aspetto ancora notizie di questa vettura; sarei capacissimo anche di venire a Roma per fare un reportage :-)




lunedì 31 agosto 2009

Elbatregg' '09 (4): Enfola Treggia's Festival



L'istmo di cui si parlava nel post precedente ha un nome: si chiama, infatti, Ènfola. In realtà, l'Enfola, o Capo Enfola, sarebbe il promontorio tenuto attaccato al resto dell'Isola dal sottilissimo & plurispiaggiato filo di terra dove le tregge di mezzo mondo sembrano essersi date convegno; e che sia un luogo assai particolare è testimoniato dall'origine stessa del suo nome.

Il filo di terra, o istmo che dir si voglia, non ci dev'essere sempre stato. Un tempo, quello che ora è il promontorio era una vera e propria isola, e così veniva chiamata sulle vecchie carte cinquecentesche in latino: Insula. Solo che, nella grafia manuale dell'epoca, la "s" era praticamente identica alla "f"; e fu così che tutti, leggendo il nome nelle carte, cominciarono a chiamarla Infula. Con il tempo e con le normali leggi fonetiche, che agiscono sempre anche se non ce ne rendiamo conto, da Infula si ebbe Ènfola. Un nome, insomma, derivato da uno sbaglio di lettura su una carta. Quanto al fatto che un'isola venga chiamata semplicemente "Isola" non è raro: questa, ad esempio, e con altre leggi fonetiche, è l'origine del nome di Ischia (con la seguente trafila: insula > *insla > *isla > *istla -con la "dentale epentetica"- > *iscla per dissimilazione e infine Ischia con la normale palatalizzazione per cui da clamare si ha chiamare). All'Elba, tra l'altro, si ha anche uno Scoglio d'Istia che mostra il medesimo passaggio dell'isola campana. Ah, scusate. Pardon. E' un blog dove si parla di vecchie macchine, questo. Però bisogna che abbiate anche presente che il suo titolare è un tipo un po' strano.

Insomma, ok, vi leggo nel pensiero. Basta con le Mehari! E s'è capito che ce n'erano dappertutto! E, infatti, con questo post le Mehari vanno a nanna. Però almeno l'ultima, a convegno galante con un Cinquino ugualmente candido & virginale (e persino targato Livorno: cosa rarissima, in agosto, trovare all'Elba una macchina con la targa della provincia di appartenenza...), la voglio far vedere. Poi ne ho trovate di tutti i colori: biancorosse che sembravano il vecchio Lanerossi Vicenza, color vino stile cappottone di Fantozzi, verde scuro da matitacce nell'astuccio delle elementari, e una persino targata Isernia. Ma, almeno per ora, può bastare.

Elbatregg' '09 (3): Il tempo delle mele sull'istmo





Non ci credevate, vero, che all'Elba era in corso uno sbarco di Mehari? Beh, eccovi serviti. In un posto discretamente lontano da quello del post precedente, addirittura parcheggiata su un autentico istmo con due spiaggette ai lati, una a destra e una a sinistra, oplà. Ché anche l'istmo è una di quelle cose come l'Araba Fenice (che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa), lo si trova implacabilmente nelle parole crociate assieme all'Aar e all'inia, e si pensa che è una delle parole più impronunciabili della lingua italiana (si dice ìsmo, itsmo eccetera, e tutto grazie alla pigrizia di non aver voluto meglio adattare il greco ἰσθμός). Orbene, di questo istmo elbano ne avremo, e a lungo, a riparlare; gli istmi sono posti strani e attirano le tregge.

Insomma, dall'arancione stile Orangina (l'avete mai assaggiata quella bevanda gassata francese, sane sorsate di vernice al minio diluita in acqua, ringraziando che non fosse ragia?), eccoci passati al tempo delle mele, che di Francia sanno pur sempre. Mela verde, Sophie Marceau a quindicianni o giù di lì, le corse sulla spiaggia, il chiardiluna e poi daje de tacco e daje de punta. Come se non bastasse, questo esemplare di Mehari è targato "Como 70" (no, no, non è un taxi!) e ha davvero lo stesso colore di quello sciampo terrificante "alle mele verdi" che imperversava in quegli anni ammorbando le docce con il suo odorino di mele ottenuto con una sapiente miscela di tetrapalinuro di cherosene e metaspompato di 2,5-β-pallepiene.

Tra le foto ce n'è una anche dell'interno, che rende debita giustizia alle finissime rifiniture della vettura, alla strumentazione all'avanguardia (c'era persino il contachilometri!) ed alla fenomenale innovazione del rotadiscortabag: se battevi, prima di carbonizzarti in santa pace eri comunque protetto dagli urti laterali (ma solo a destra); e se per caso sopravvivevi, ti restava comunque il battistrada impresso eternamente sulla pelle viva. Marchiato a vita.

Elbatregg' '09 (2): Mehari all'invasione!





Premessa. Mi devo scusare con gli impareggiabili, innumerevoli & insondabili frequentatori del Treggia's Blog per essere nuovamente scomparso per una settimanetta; il fatto è che non c'è nemmeno un motivo particolare. O forse ce ne sono tanti, chissà. È il bello delle passioni, quelle vere: non hanno alcuna regolarità, non sono "testate giornalistiche". A volte sembrano andare in letargo, per un certo periodo; poi, un bel giorno, rieccole. Del resto, la passione per le vecchie automobili è stata, dentro di me, in letargo per tutta una vita finché, il 1° giugno 2009...ma come premessa sta diventando già troppo lunga. Dunque, dicevamo, in agosto all'Isola d'Elba...

...si è verificata un'autentica invasione di Mehari. Ma no, non temete, l'isola non è stata invasa da orde di cammellieri, bensì di quelle curiose spiaggine che la Citroën tirò fuori alcuni anni fa, in pieni anni '70. Anzi, per essere precisi, nel 1968. Data fatidica, insomma.

Era, in pratica, una 2CV. Una Dedeuche da spiaggia nell'epoca dei falò, del sesso libero e dell'autostop. Del tutto spartana come sua zia, raggiungeva a malapena i 100 kmh e, soprattutto, era realizzata interamente in acrilonitrile butadiene stirene, più noto come ABS. In pratica: era di plastica. Come i modellini Norev, peraltro francesi pure loro. Ti veniva la voglia, quando ne vedevi una, di mettertici a giocare facendo brum brum; voglia che, lo confesso, mi piglia ancora. Specialmente quando mi ritrovo, in un agosto sull'Isola, a vederne dovunque. Come se tutte le Mehari superstiti si fossero date appuntamento. A proposito: dello stesso materiale della Mehari sembra siano fatte anche le mazze da golf e i flauti dolci, vale a dire i biechi "pifferi" che gli insegnanti di musica delle scuole medie facevano comprare ai ragazzi e che, invariabilmente, finivano a impolverarsi nelle cantine. Non solo: dello stesso ABS sono generalmente fatti anche i mattoncini del Lego. E, in effetti, le macchinine fatte col Lego non sono poi così dissimili dalla Mehari...

Una macchinina nata, quindi, per essere simpatica. E simpatica lo era e lo è tuttora, specie quando se ne vede una di quel bel colore da aranciata chimica, 99,5% di additivi e 0,5% di succo finto; riporta alla mente ragazze che montano sopra, chitarre, qualche spruzzata di revolución e tant'altre cose che lasciamo stare. Certo, aveva anche qualche piccolo inconveniente. Proprio all'Elba, tanti anni fa, ne vidi una verso Fetovaia. Completamente bruciata. Erano rimaste solo le intelaiature di metallo, mentre la plastichina s'era totalmente dissolta (con la speranza, ovviamente, che non avesse dissolto anche i passeggeri). Pesava soltanto 475 kg, e quando ne fecero la versione 4x4 ci potevi salire anche sulle mulattiere del Grossglöckner. Se però volavi di sotto e pigliava fuoco, adieu mon gars.

Per la sua stessa natura, nelle città se ne vedono pochissime oramai. I proprietari le ritirano fuori per le vacanze, e quest'anno l'Elba dev'essere stata una meta prediletta dai meharisti di tutta Italia; ma quando ho scattato questa prima foto, sulla piazzetta del Poggio, ancora non lo sapevo. Nei giorni successivi è stato poi un delirio di Mehari, tanto che a un certo punto ho deciso di non fotografarle più per non far diventare questo il Mehareggia Blog. Ce n'erano, peraltro, di interessanti; ma un po' di metodo, poffarbacco, ci vuole.

Nota. Curioso destino ebbe in Francia questa macchinetta da vita "on the road" (on the road nei paesi caldi, va da sé: in Norvegia sembra che non ne abbiano vendute molte). Per le sue caratteristiche fu infatti adottata dall'esercito, e ne fu realizzata una versione "militare" che fu detta, appunto, Méhari Armée. Il che si potrebbe intendere, in francese, sia come "Mehari Esercito", sia come "Mehari Armata". Non cambia la sostanza, ovviamente. Proprio quando te la vedevi con le sue suggestioni antimilitariste da vita libera e senza regole, pàff, ecco i militari che te la prendono.