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giovedì 14 aprile 2016

Il segnale di un nuovo inizio



Si ricomincia. Il segnale definitivo per il nuovo inizio mi è stato dato proprio oggi, nel primo pomeriggio: sono uscito di casa per andare a prendere l'autobus e, zàc, ecco che cosa mi sono trovato davanti agli occhi. Ed ecco l'antico gesto del Treggista: aprire lo zaino, tirare fuori la fotocamerina digitale, e via. La Treggia, impietosita o sdegnata che fosse, ha deciso di venirmi a trovare lei davanti a casa, visto che da tempo quasi sembravo non curarmene più, lasciando passare fior di roba che, a ripensarci, mi vien voglia di tirarmi i nocchini da solo. Non solo un Typ 1 risalente a qualcosa non molto dopo il 1° marzo 1963, (secondo le tabelle di Targheitaliane, visto che in questo caso il Bollonet ACI ha dato forfait), ma la vera quintessenza della Treggia. Un orgoglioso ammasso di ruggine di cinquantatré anni, la mia stessa età (non sarà anche questo un segnale ?), sedili sderenati, marmittone ancor più arrugginito del resto, il salutare menefreghismo totale verso le rileccatüre dei radunini, le carabattole quotidiane sul sedile posteriore. Il proprietario di questa meraviglia è uno che si serve del suo mezzo e che ci gira. Altro che Quattroruote.


Naturalmente, la Meraviglia® è finita immediatamente nel Logo del TB e credo proprio che ci resterà a lungo. Mi dispiace un po' per la povera DeLorean, che si è ritrovata a vivere il periodo più buio del blog; immagino quanti avranno pensato (facciamo cinque o sei, vah) che, oramai, il Treggia's Blog era un ricordo del passato. Il problema è che l'ho pensato anche io: il fatto è che, per motivi che sarebbe del tutto ozioso spiegare, da quasi un anno il Vs. Treggista Preferito® (come usavo autodefinirmi) è totalmente appiedato.  E quando dico appiedato, il termine deve essere preso alla lettera e sul serio: non ho nemmeno una bicicletta. Chilometri su chilometri a piedi, che peraltro mi hanno fatto perdere una caterva di chili riportandomi al peso che avevo a trent'anni (kg 89 per la precisione, considerando che sono alto oltre un metro e novanta). La Plog ha dato forfait il 16 giugno 2015; ed è stato un grande dolore. Come se proprio, per me, le macchine fossero terminate con lei. E anche, naturalmente, perché, in confronto alla mia situazione finanziaria, la Grecia sembra il deposito di Paperone. L'autodefinizione si trasformerà quindi opportunamente in vs. Treggista Preferito Appiedato® (TPA). Per naturale legge di contrappasso, il Treggia's Blog ricomincia proprio che l'Appiedatura è stata oramai sancita dalla necessità, dalla prassi e, perché no, anche dalla salute; l'universo automobilistico, per il sottoscritto, saranno d'ora in poi soltanto le Tregge incontrare per l'Universo. In fondo, è come tornare alle origini, da bambino; a sette o otto anni la patente non ce la avevo di certo, e  a dire il vero non ci avevo nemmeno una Polaroid.


Tornando alla Meraviglia®, e a proposito di leggi del contrappasso, non mancheràssi di notare il curioso particolare inserito in un complesso così piacevolmente e treggescamente ossidato: ebbene sì, in codesto autentico monumento alla ruggine, ammirate i cerchi in lega che sono stati apposti alle ruote. Il proprietario di questa autovettura non è un automobilista: è un genio. Fosse stato lì, lo avrei abbracciato quasi in làgrime.

Per forza di cose, il commento musicale a questo post del Nuovo Inizio non poteva essere che uno e uno solo. Anche perché, non so come dire, l'interprete della canzone che segue mi ricorda un po' questa autovettura che è diventata già storica in mezza giornata! Ovviamente, mi auguro che il buon Adriano Pappalardo non sia oramai arrugginito; però, va detto, la sua somiglianza con un Typ 1 del '63 è più che notevole.



mercoledì 3 giugno 2015

Bèc tu de fiùciar


Da pochi giorni (il 1° giugno) il TB ha compiuto sei anni. E può essere anche che ce li abbia tutti quanti sul groppone: ultimamente, inutile fare come gli struzzi, conduce una vita piuttosto grama. Un po' per l'impervia montagna di guai che è la mia vita, un po' per mancanza del giusto e necessario Treggengeist e un po' per chissà per che cosa d'altro; fatto sta che, oramai, le famose pause durano mesi. Non sto più nemmeno a farlo presente; prendetelo così com'è, rimanete affezionati a questo blog se già lo eravate, oppure scopritelo se il caso vi ci ha fatti appena capitare dentro. Tornandoci però dopo l'ennesima pausa, che s'è presa quasi tutta la primavera, mi è venuto in mente di escogitare una specie di shock qua dentro. Chissà che non faccia bene, nel blog auto-passatistico per eccellenza, un po' di futuro; anzi, di fiùciar. Talmente fiùciar da finire nel logo, costantemente occupato finora da venerabili treggione fiorentine come la mitica Giulietta di S. Vincenzo a Torri che, da oggi, va in pensione sostituita per un po' dalla vettura che vedete in questo post. Qualcuno inorridirà, e a ragione, vedendo la targa alfanumerica moderna che rappresenta uno dei principali bersagli del vs. Treggista Preferito®; ma, naturalmente, a volte bisogna vedere a che cosa è stata apposta, e perché. Il Treggismo Militante® va bene, ma "treggismo" non fa e non deve fare la rima con talebanismo.


Qualcuno, magari, l'avrà pure riconosciuta; ma, per riconoscerla, occorre aver frequentato il TB per parecchio tempo. Almeno da sabato 9 ottobre 2010, quando questa signorina aveva ancora una targa tedesca (MYK 404A per la precisione, targa di Mayen-Coblenza), si faceva vedere in giro dalle parti di Via Aretina, provocava occhi sgranati, ooooooh! di ammirazioni e ricordi adolescenziali e il ragazzotto che la guidava, disponibilissimo a farsela fotografare (ovviamente) asseriva di averla acquistata in Germania a soli quindicimila euri. Vale a dire che, nel 2010, per 15.000 monete ùniche, ovvero il prezzo normale di un'idiotissima vetturetta dell'ancor più idiota ventunesimo secolo, ci si poteva portare a casa una DeLorean. Proprio Lei, insomma. Michael J. Fox e lo scienziato pazzo. Tutta la saga di Robert Zemeckis (cognome terribilmente lituano, o lettone) e le ottantotto miglia all'ora. I pochi esemplari che ne vennero prodotti tra diecimila peripezie, fallimenti, galere e quant'altro. La fama eterna legata a un film che è stato un caposaldo di noialtri ex-ragazzi. La rigorosa carrozzeria in acciaio lucido sverniciato. La parola mito è sicuramente abusata; ma per questa vettura no, non è sprecata. A Firenze ne esiste e ne circola una: Lei. Presumibilmente con lo stesso gentilissimo ragazzotto, e attualmente ritargata; insomma, la DeLorean DMC-12. Una delle 9200 prodotte tra il 1981 e il 1983 colta in un tramonto d'aprile in piazza Massimo d'Azeglio, stavolta.  E dico questo: dovessi rivederla altre venti volte, venti volte la fotograferei e venti volte la metterei nel TB. Che il mondo lo sàppia.


E insomma, mi viene a mente che mentre guardavo e riguardavo il filmino, mai avrei pensato che un giorno del remoto futuro, ancor più remoto di quello dei saltapicchi della pellicola che trapassava il continuum, avrei visto una DeLorean in via Aretina, e poi, dopo un'altro po' di futuro, persino in piazza D'Azeglio con la targa "FI". Cose del futuro, appunto; o di un futuro nel passato, o di un passato nel futuro. Il tempo è cosa parecchio relativa. E come non tornare, allora, a quel lontano 1955, l'anno in cui è nato mio fratello che -per inciso- abita a cinquanta metri da dove ho fotografato la DeLorean, in cui Michael J. Fox, nelle vesti di Marty McFly, stupiva leggermente i suoi "coetanei" con una interpretazione di Johnny B. Goode per la quale i ragazzi di quell'anno "non erano ancora pronti"....?



domenica 27 ottobre 2013

San Vincenzo a Torri



Da che cosa stavamo tornando, io e due miei amici (la Cristina e Claudio "Ricciolino"), lo racconterò presto su un altro blog. Uno di quei pomeriggi qualsiasi nelle campagne fiorentine, che per un motivo imponderabile diventano magici; mettiamola così. Ma a noialtri, qui, interessano le tregge; così quel pomeriggio, a San Vincenzo a Torri, sul far della sera di un giorno di questo tardo ottobre che ha voluto fare da contraltare al maggio autunnale del 2013. Maggio autunnale, e abbiamo un ottobre in cui si sta ancora tranquillamente in maglietta a maniche corte. Passando per San Vincenzo a Torri (da cui non passavo da un bel po'), è stato come se mi sentissi qualcosa. Il pomeriggio non era stato sul lato "tregge", ma aveva avuto a che fare con un'altra mia passione (che, in questo caso e come si vedrà meglio poi, definire "bruciante" è del tutto letterale; tranquilli, però, non eravamo andati assolutamente a dar fuoco a qualcosa!); però San Vincenzo a Torri è un posto che mi ricorda qualcosa. E qualcuno, con tutti i contrasti possibili e immaginabili; naturalmente sono fatti miei, che non hanno posto qui; ma mi succede spesso di passare per posti del ricordo, e che mandano una specie di segnale. Anche con una treggia. Allora si scende, rischiando di essere persino travolti sulla trafficatissima provinciale.


A San Vincenzo a Torri, in uno di quei terreni di campagna che non si sa se siano orti, magazzini e chissà cos'altro, stava tranquillamente a disfarsi questa meraviglia. Immobile, ferita, con sopra i brandelli di un telone blé che la avvolgevano in un modo stranamente elegante. Come se la sua bellezza non volesse, né potesse mai morire anche in quelle condizioni miserevoli, di relitto nelle campagne. Con ancora la targa anteriore, che la pone nell'anno 1963. Ha cinquant'anni come me, questa Alfa Romeo Giulietta berlina in un tardo pomeriggio d'ottobre; mi è venuto, dopo averla fotografata, di carezzarla. Di farle coraggio. Di dirle che tutti, uomini o macchine che siamo, dopo aver vissuto cinquant'anni s'avrebbe il diritto di.... ma di chissà cosa, in fondo. Forse soltanto quello di immaginare che anche una macchina ridotta a un rottame possa, in qualche modo, sentirlo. Per questo, da oggi va a finire nel logo del blog.


San Vincenzo a Torri. Una strada e due file di case, con la campagna attorno. La città è vicina, anche se si chiama in un altro modo da quella principale; non importa, non c'è alcuna soluzione di continuità. Un tempo, le Torri c'erano anche nel comune di appartenenza, che ora si chiama diversamente; Casellina e Torri si chiamava. Chissà quante di quelle volte la Giulietta sarà salita, che so, alla Roveta. O si sarà fatta comunque vedere in quelle plaghe sconciate nella piana e tenutesi bellissime sulle colline; proprio per questo io sono un percorritore instancabile della piana, alla ricerca di quel che è rimasto. Lo sguardo gira attorno cercando, cercando sempre. Si trovano infinitezze in cose impensabili e comunissime. Facile cercare e trovare l'infinito di fronte al solito oceano, alla solita montagna o al solito cielo stellato; si provi un po' a cercarle in un terreno sciamannato sul bordo di una strada, o nel rottame di una vettura. 


Così si vedono anche le espressioni che il tempo fa assumere alle cose. In un'epoca di cose, e cose, e cose su cose, verso le cose stesse non si ha il minimo rispetto. Non sono certamente uno propenso all'anima e a ragionarvi sopra; però si guardi questa foto. Sembra che il muso della Giulietta sia meravigliato, stupito. Con quei due fanali che sembrano puntarti, e la calandra una bocca spalancata. Forse, chissà, dipendeva anche dal genio dei progettisti che davano una vera e propria fisionomia alle automobili; cosa che non esiste più, con le vetture di adesso che dicono solo banalità e standardizzazione, che dicono gusto imposto e pensiero unico. Per questo le rifiuto in blocco, anche le più sofisticate tecnologicamente. C'era una bellezza imponderabile nella meccanica che poteva piantarti in asso, e nella quale potevi mettere le mani senza centraline elettroniche, con un par di chiavacce inglesi, uno svitacandele e un cacciavite. Forse, chissà, questa macchina la si potrebbe far ripartire e risentire il rombo Alfa. Il rombo vero di quella vera.

Messa com'era, ho provato a andare a fotografarla un po' anche di dietro. Il dietro stava in mezzo a un delirio di piante. La targa posteriore non c'era più. Questo è il massimo che mi è riuscito, rischiando di finire in un fosso. E ci sarei anche finito senza problemi, se fosse stato necessario. San Vincenzo a Torri, giovedì 24 ottobre 2013; e se quella era Giulietta, mi sono sentito una specie di Romeo con addosso una magliettaccia bisunta e una gran voglia di non mollare mai nulla.

martedì 23 ottobre 2012

Carrelba '12 (23) - Il mito salmon-cimiteriale




Siamo così giunti alla fine delle tregge elbane dell'estate 2012; un'estate elbana che, come avete visto, ha "prodotto" più d'ogni altra e che ha tenuto il TB impegnato per quasi due mesi, pur con tutte le sue "pause" di prammatica. E questa cosa qui, pur non essendo cronologicamente tale, me la sono volutamente tenuta per ultima, a simbolo dell'estate intera. Una vettura del genere la si vede probabilmente una volta sola nella vita, del resto; tant'è vero che, de iure, passa direttamente nel logo del blog (ma, per salvaguardare i vecchi loghi, è stata istituita un'apposita categoria).

Il luogo dove è stata fotografata questa Fiat 600 Jolly Ghia dal color salmone assolutamente stupendo e indimenticabile è del tutto particolare; si tratta infatti del cimitero comunale di Marina di Campo. Un luogo che, per il sottoscritto, ha un significato di non poco conto: vi sta a dormire, infatti, buona parte della mia famiglia (compresa mia nonna), nonché un'altra caterva di parenti vicini e lontani, ed anche non so quante persone del paese che ho conosciuto bene. Vi potreste chiedere: d'accordo, ma com'è che sei andato a rifinire al cimitero per fotografare la 600 cabriolet?




Presto detto. Le foto sopra, infatti, testimoniano del più classico degli inseguimenti treggistici. L'inseguimento treggistico è una manovra aleatoria e rischiosa, che si effettua soltanto in casi rari che lo giustifichino; ma, ditemi voi, se non lo giustificava questo. Me la sono vista spuntare davanti ad un incrocio, una tarda sera in cui ero dovuto andare in farmacia; e non ho avuto dubbi. Via dietro. Per fortuna c'era con me la Piasintëina pronta a fotografare, e sicuramente ha fatto miracoli.

La cosa, però, ha preso un andamento inaspettato quando mi sono accorto, con autentiche grida di giubilo, che la vettura aveva preso, ebbene sí, la strada del cimitero. Forse giubilare in presenza di un camposanto non è molto elegante, però, per il Treggista Militante® impegnato ad inseguire una vettura del genere ed esperto nativo del posto, è un autentico colpo gobbo. La strada del cimitero, infatti, finisce lì. Senza uscita. Cul-de-sac. Blind alley. A meno che uno non entri nel cimitero direttamente con la macchina, si deve fermare. Infatti. E, una volta fermatosi, il conducente e proprietario di questa meraviglia ha dovuto prima ingoiare tutta la consueta storia del TB "concentrata" (mi premuro sempre di rassicurare l'oggetto di un inseguimento del genere, quasi 2 km, che non sono un malintenzionato) e poi mi ha fornito gentilmente tutta una serie di preziose informazioni sul suo Mito Salmonato.



Si tratta di una Fiat 600 reimmatricolata nel 1971, ma originariamente del 1962.  In pratica, la sua targa originale (che pure era romana) sarebbe stata compresa tra Roma 499286 e Roma 580695. La modifica "cabrio" era stata affidata dalla Fiat, nel 1958, al famoso carrozziere Ghia: era nata la 600 Jolly, con il preciso intento di farne una specie di giocattolino per ricconi: il suo uso originario, infatti, era quello di accessorio "terrestre" per gli spostamenti a terra dei superyachts (che, allora, in Italia si chiamavano ancora pànfili) dei miliardari. Una specie di "tender" a terra, insomma, equipaggiato di tettino parasole (spesso frangiato, e parecchio leggiadro) e di sedili in vimini:



La 600 Jolly ebbe, a modo suo, un gran successo presso il "suo" pubblico: insomma, come l'utilitaria che motorizzò l'Italia assieme alla 500 fu trasformata in un elegantissimo gadgettino per super-ricchi. Se ne comprò un paio pure Αριστοτέλης Ωνάσης (questa la grafia originale di Aristotele Onassis) per il suo yacht di 3000 metri o giù di lì; tra il 1958 e il 1962, la comunità municipale dell'esclusiva isola di Catalina, al largo di Los Angeles, ne acquistò 32 in funzione di taxi per gli ospiti (sull'isola era ed è vietato il traffico automobilistico privato).


Una delle 600 Jolly usate come taxi sull'isola di Catalina.

La 600 Jolly ebbe una produzione limitatissima e costava il triplo di una 600 normale. Come informa l'edizione inglese di Wikipedia, attualmente ne rimangono in circolazione meno di un centinaio di esemplari, ognuno dei quali è un "pezzo unico". Meno di un centinaio al mondo. E uno l'ha beccato il vostro Treggista Preferito® una sera d'estate a Marina di Campo, Isola d'Elba, inseguendolo fino al cimitero. Ora siete convinti che ne valeva la pena?

martedì 31 gennaio 2012

Ein absonderliches Pärchen (1)



Di coppie treggistiche più inedite sarebbe difficile, se non impossibile, immaginarne; eppure il TB è riuscito a formarla. Treggisticamente, ça va sans dire; di altre eventuali cose il TB non si occupa. Se due amici assolutamente enormi come INSCO, fornitore ufficiale di Tregge della Transcaucasia, e Dora, che di questo blog è stata tra le prime e storiche sostenitrici & "segnalatrici di tregge" (nell'attesa, forse vana, che si munisca di un'arsomigliatrice, come chiamano la macchina fotografica nelle più profonde lande dell'Aretino), si son recati zusammen e espressamente in un uliveto nel comune di Sesto Fiorentino, è stato per fotografare (con la fotocamera di INSCO) un paio di treggione spaventosamente notevoli, e per farmene graditissimo presente. Sebbene il titolo tedesco (sapete bene che il tedesco è un po', per decreto, la seconda lingua del TB) significhi qualcosa come una coppietta bizzarra (particolare, a sé stante eccetera), la cosa dev'essere intesa esclusivamente dal punto di vista automobilistico (che è quello che ci interessa); anche perché, lo ripeto, le tregge fotografate in quell'uliveto sono per l'appunto due, e sicuramente bizzarre (particolari, a sé stanti, eccetera).

La prima è una Prinz. Non solo coperta da un telone (si sa che, in mezzo ai campi, le carrozzerie le si sciupano...), ma anche situata, come specificato dai due treggisti ad hoc, al di là di una recinzione che ne impediva malauguratamente l'accesso più ravvicinato. Abituato com'è ai paesaggi dell'Asia centrale e alle pietraje del Tagikistan, INSCO non si è lasciato scoraggiare: ha sfoderato tutti i più sofisticati meccanismi del suo marchingegno digitale ed è riuscito a catturare l'immagine che vedete sopra. Dalla quale, ahinoi, la targa anteriore (l'unica raggiungibile) non può essere letta completamente. In particolare, non si legge proprio la prima cifra, quella che conta: le condizioni di accartocciamento della targa sono addiaccianti. Secondo la Dora, era targata "FI 15"; ci potrebbe a rigore anche stare, visto che la Vasca da Bagno Universale, nel modello "Prinz 4" che è quello poi tramandatosi nell'immaginario collettivo, fu cominciata a produrre nel 1961 e che l'immatricolazione FI 150000 è proprio del 1961. In tale caso, saremmo di fronte davvero ad una delle primissime Prinz in circolazione a Firenze.

Spinto da un impeto tennològiho insopprimibile, mi sono deciso quindi a ingrandire a dismisura l'immagine della targa anteriore. Ne è venuto fuori quanto segue:


Qui si riesce a leggere bene le cinque cifre finali: ..56942 FI. La prima cifra sembrerebbe effettivamente un "1", ma potrebbe essere il filo d'erba che "crea l'effetto" C'è poi l'istinto del Treggista Militante® che mi dice trattarsi di un modello assai posteriore. Tutto può starci, ma sarà senz'altro d'uopo rifare una visitina in quell'uliveto (magari con un tempo più clemente, visto l'attuale ondata di gelo siberiano) per cercare di controllare meglio...

lunedì 24 ottobre 2011

Azzàrde




Avete letto lo sproloquio del post precedente? Bene, ora è il momento di fornire degli esempi pratici e treggistici di cosa voglia dire essere uno zìngano dietro casa. Per essere uno zìngano dietro casa, bisogna prima di tutto essere disposti a eliminare il tempo dalla propria prospettiva, non vivere affatto ogni momento come se fosse l'ultimo e, anzi, viverlo come se fosse il primo. Noi zìngani dietro casa, e perdipiù della sottospecie treggistica, non siamo proprio seguaci di Stiv Giobbs (e, del resto, non ci inviterebbero mai a tenere discorsi commoventi nemmeno all'università di Terontola). Una volta eliminato il tempo e fatta andare la macchina per pertugi reconditi, prima o poi arriva qualcosa di inoubliable.


Per andare a Colle Ràmole bisogna pigliare, dai Bottai, una stradina che si perde e che, nel primissimo tratto, è divisa in due come Berlino: West-Kolleramolestraße appartiene al comune dell'Impruneta, mente Ost-Kolleramolestraße è nel comune di Firenze. Alla prima biforcazione, in mezzo a un boschetto, sulla destra c'è Via della Buca di Certosa; e ora vi racconto una cosa.

Via della Buca di Certosa si trova proprio in una buca, esattamente sotto la Certosa di Firenze, e sfido anche il tassista più incallito a sapere dove sia esattamente. Sí, d'accordo, immaginerà che sia vicina alla Certosa, con quel nome lì; magari si ricorderà vagamente che vi si accede a un certo punto della Senese (ovvero dalla Cassia), magari dietro al muraglione del cocomeraio; e qui si ritroverebbe alle perse. Perché via della Buca di Certosa è stata eliminata, da quel lato; l'accesso è stato chiuso spavent'anni fa con un guard-rail (caso forse unico al mondo) e la targa stradale è stata tolta. Per ricordarsene, di quella strada, occorre avere la memoria elefantiaca che solo un treggista sa avere; e l'altro ingresso bisogna andarselo a cercare. Da via di Colle Ramole, appunto, ancora con le vecchie targhe ammuschite e mezze róse che là nessuno si è occupato di sostituire con quelle nuove fosforescenti di metallo. Si entra nella Buca e si apre un mondo. Un piccolo mondo a sé. Un borgo seppellito e protetto dalla possente costruzione cluniacense, immerso nei fiori e nei gatti, fuori dal tempo.




Solo in un posto del genere, mi vien fatto di dire, è possibile trovare una treggia come quella che vedete nelle tre foto sotto il titolo; sí, perché alla Buca di Certosa qualcuno si dev'essere sentito imperiosamente nella Contea di Hazzard, in mezzo ai Dukes del profondo Sud; non saprei trovare miglior prova dell'inutilità di spingersi in lontanissime plaghe quando il mondo ce lo hai dietro casa, giustappunto. E se alla Buca di Certosa non ci sono le biondone, non c'è lo sceriffo ma al massimo un vigile urbano del Galluzzo e, soprattutto, non c'è la Dodge Charger del 1969, poco male: il Generale Lee lo si fa con una Autobianchi Giardiniera del gennaio 1972. Invece dei Dukes ci saranno i Bukes (of Certosa), invece d'entrarci dentro al volo dal finestrino si apriranno le portiere controvento, non ci faranno mai i' telefìrme, invece della Georgia ci sarà la Giorgia d'i' Pinzaùti, ma del resto a Azzàrde non parcheggiano mica il Generale Lee sotto le mura di una Certosa del 1200; a proposito, proprio sotto quelle mura, vicino al guard-rail che chiude la strada, avevo trovato anche un bel camperone Ford Transit debitamente sgarrupato, ma c'era il padrone che mi guardava con occhi un po' inquieti. Ci tornerò!

Capirete dunque perché, da oggi, i' Generale Lì della Buca di Certosa sostituisce la OM 665 Superba nel logo del Treggia's Blog nel normale avvicendarsi delle "tregge di bandiera". Sono ben conscio che, su quella foto, il titolo in giallo si legge male e ancor peggio la presentazione del blog; pazienza. Vi caverete un po' gli occhi ma ne vale la pena; un Azzàrde a du' metri dal cocomeraio, dalla Certosa e da Colle Ramole non si trova mica tutti i giorni!


Per finire, però, un omaggio al Generale Lee, quello vero, bisognerà pur farlo. Non nascondo che trovare qua vicino una Dodge Charger del '69, anche se non "vestita" da Hazzard, sarebbe un bel colpo. Impossibile? Beh, lo pensavo anche della DeLorean di Ritorno al Futuro, e l'ho incontrata in via Aretina; magari, un giorno, troverò una Dodge Charger, che so io, in via dello Scalo di Peino (tassisti, non sapete dov'è?... Io sí!). E, comunque, una cosa va detta: a parti invertite, la Dodge in via della Buca di Certosa (e in via di Colle Ramole) ci rimarrebbe incastrata; la 500 Giardiniera, invece, scorrazzerebbe tranquillamente per le polverose strade della contea di Hazzard. Sarebbe uno spasso vedere i Dukes smadonnare e stamparsi su un cipresso mentre tentano d'uscire dal finestrino all'angolo con via di San Cristòfano!

Da ridere, certo. Poi, però, m'è venuta a mente una cosa. A poche centinaia di metri da via della Buca di Certosa c'è il cimitero di guerra dei Falciani. Non so se qualcuno c'è mai stato; diciotto, diciannove, ventenni americani venuti a morire dalle più sperdute contee; ci si aggira per quelle tombe ordinate, si leggono posti mai sentiti coniugati con età che dovrebbero essere soltanto di vita, e gelano le ossa. Magari, chissà, ci sarà stato anche qualche ragazzo della contea di Hazzard, Georgia; e se possibile, i suoi vent'anni se li vada a giocare anche su una 500 Giardiniera parcheggiata poco lontano.

martedì 1 giugno 2010

Un anno di Treggia's Blog e una Treggia all'alba


Può darsi che le cose non accadano mai per caso, oppure che il cosiddetto caso sia una qualche costruzione che, costantemente, ci facciamo dentro. Prendiamo ad esempio oggi: è il 1° giugno, ed è esattamente un anno che il Treggia's Blog esiste.

Il vero inizio, però, è stato la sera del 31 maggio 2009, quando feci la prima fotografia, la "numero uno" nei cui confronti oramai mi comporto come Zio Paperone con il famoso decino. In questo caso, però, non era un decino ma un Cinquino:



E lo vedo ancora, sempre nella stessa strada, sempre là a ricordarmi che questo blog può essere sì nato un anno fa, ma che in realtà è nato quando sono nato io.

Ma dicevo del "caso", e di come oggi, a un anno di distanza, è intervenuto. Mi stavo da giorni chiedendo come avrei potuto "festeggiare" in modo adeguato questa ricorrenza, quando all'alba di stamani (saranno state le cinque poco più), di ritorno da un servizio notturno e in procinto di fare colazione a uno dei bar aperti a quell'ora (che tutti noi girator di notte conosciamo), il caso, cioè -probabilmente- la volontà, mi ha servito tutto quanto davanti agli occhi.

Con un Cinquino era iniziato tutto un anno fa, e con l'antenato di un Cinquino (una Fiat 500 C probabilmente degli anni '50, anche se ritargata nel fatidico e alquanto umido 1966 - raro esempio di ritargatreggia) oggi si festeggia il primo anniversario del TB, anche mandando in pensione la 1100 del Logo:







Che dite, così avrò festeggiato in modo proprio e misurato? Spero di sì. Del resto sono totalmente allergico a bilanci e roba del genere: non ci sarebbe, del resto, proprio nulla da "bilanciare". Questo blog è frutto della passionaccia di un signor nessuno, uno che va in giro a fotografare macchine vecchie; per i numeri e i numeretti, Blogspot mette a disposizione automaticamente tutto quanto, e in un colpo d'occhio.

Però...però almeno una cosa la ritengo doverosa. Doverosa, e mi fa anche un grandissimo piacere. Quando ho iniziato, assieme alla Piasintëina (la quale si chiama Daniela, e almeno per questa volta vorrei dirne il nome) il cui Treggismo latente mi piace pensare d'aver risvegliato, non immaginavo certamente che la cosa avrebbe così "preso" anche altre persone; intendevo solo andare avanti così alla God Executioner per dar libero sfogo a una cosa che mi garbava parecchio. A distanza di un anno, mi ritrovo con amiche e amici in una specie di Treggismo Militante, una vera e propria piccola Community (visto che anch'io uso le paroline trèndi...?) nata da un blog "asociale" che non ammette commenti scritti, e impippandosene allegramente di Facebook, di tutte le altre stronzate consimilari e di tutte le orge comunicative di questo rio tempo, che in realtà non comunicano niente.

Una Community che, peraltro, è come la intendo io: gente che si vede, che si conosce, che passa una giornata assieme a ragionare di ogni cosa e a mangiare bistecche o risottini con le verdure (ottimi, e lo dico ai Caporniani!), che si sposta carbonarescamente in fredde notti invernali (vero Dora?) e chi più ne ha, più ne metta. C'è chi fonda altri blog treggistici, chi spedisce una foto o decine...e tutti quanti con un pizzico, o un balenio, di antimateria. Il che non ci rende né speciali e né "super", ma semplicemente degli esseri umani che, anche giocherellando, in qualche modo non si arrendono.

E mi piace nominarle una per una, queste persone, ricominciando da Daniela la Piasintëina. Dora che un giorno, forse, si comprerà una Codacchina e che tornerà all'Elba. Il Colonnello Kurtz e i suoi "mezzi inutili" tra Parigi e la Calabria. Cristina la Meharista e i suoi giri del mondo assieme al fidanzato, pure Treggista chevronné. I Caporniani, ovvero Giulio e Simone (con rispettive famiglie), nel ricordo di una certa stradina collinare dove tutto è cominciato: loro le tregge non solo le fotografano, ma se le comprano (beati assai...) Ionis 56 e il suo pantreggismo giglio-ischi-procidano (ma anche con qualche puntatina a Firenze). E ancora quelli meno assidui ma sempre importanti, come Michele dal Piemonte, e i contagiati come Sassicaia Molotov, Alberto Tonelli (il primo che ha linkato il TB al suo blog), Harmonica ed altri.

E, assieme a loro, vorrei anche ringraziare, se leggono, le decine (letteralmente) di proprietari e proprietarie di tregge che ho inseguito, fermato per la strada, fotografato esclamando cose assurde (del tipo: Stampa!), spiegato in 5 secondi che cosa stavo facendo e perché, eccetera. Non ce n'è mai stato uno o una che si sia dimostrato contrario, anzi: c'è chi si è perfino messo in posa in barba alle scemenze sulla privacy, all'altra notevole idiozia delle targhe oscurate, e dimostrando che, almeno in un granello, in una bischerata, in quel che che chiamatela come vi pare, forse la cosiddetta gente è migliore, o meno peggiore, di quel che si pensa; e che il mondo, e una città, è spesso molto diversa da quel che dicono le gazzette a base di paura.

Insomma, per finire:

Buon Compleanno, Treggia's Blog!

sabato 1 maggio 2010

Correndo nel cielo blu





Si è materializzata così, una bella domenica di primavera, su una strada a scorrimento veloce, o raccordo autostradale che dir si voglia; verso dove s'andasse non lo dico nemmeno, dato che c'è quache piccolissimo cartello che lo indica. Fiat 1100 TV, cioè Turismo Veloce; e accidenti se gli andava veloce, se gli andava. Quasi si facesse beffe dei suoi anni, ché ne ha cinquantuno, mica scherzi: è del 1959.

Poiché è improbabile che una vettura parcheggi su una quattro corsie, e essendo momentaneamente sprovvisti di cerbottana, io e la piasintëina abbiamo dovuto far buon viso a cattivo gioco: ci siamo piazzati dietro, e via andare. Le foto sono tutte dovute all'abilità fotografatoria della piasintëina, mentre io (specie per la prima foto) approfittavo biecamente di un rallentamento dovuto a un restringimento di corsia per lavori (in questo caso benedetti!). Il risultato è questo splendore che corre nel cielo blu, con tanto di guidatore neppure tanto esterrefatto. Ci dev'essere abituato a farsi riprendere quando va in giro!

giovedì 19 novembre 2009

Der gottgesandte Mechaniker - Atto II




Atto secondo, come gli Amici Miei, e primo caso del genere nel TB: ma la Fiat 1100 "colta" ieri al volo, che poi è del 1950 e non del 1949 come erroneamente scritto, giustifica appieno quest'unatàntumme. Anche perché, stavolta, non c'è stato nessun Verkehrsstau: anzi, il Dio dei Bivi m'ha fatto persino trovare un comodo parcheggino, permettendomi così di scendere bardato da Treggista Reporter e di prendere altre foto della scarcassata e vetustissima vettura (tra le quali una dell'interno: capirete che non ho dovuto proprio faticare ad aprire gli sportelli).

Atto secondo, e probabilmente non sarà nemmeno l'ultimo. La 1100 è infatti in restauro, e passando spesso da quelle parti non mancherò certo di seguirne l'evoluzione. Intanto, penetrando con mille salamelecchi ed ossequi nella carrozzeria che sta curando il tutto, sono riuscito a sapere che la targa originale è di Potenza (PZ), e che è depositata da qualche parte nell'officina. Un gentilissimo meccanico me l'ha anche cercata nel magazzino, ma essendo stata sistemata "in qualche scatolone", non è riuscito purtroppo a trovarla. Ma con la promessa che me la farà vedere e fotografare non appena l'avrà trovata.

E non è finita qui, come vedrete fra breve. Nel frattempo, diversi onesti lavoratori alle prese con Tregge fenomenali si stanno abituando a vedersi piombare sul luogo di lavoro uno strano tipo con la coda di cavallo, vestito di verde e giallo....

E fa pure la rima!

sabato 1 agosto 2009

L'Appia bianca del Destino






A volte il destino manda dei segnali.

In questi ultimi giorni il Treggia's Blog non sarebbe potuto andare avanti per una curiosissima causa di forza maggiore: mi ero dimenticato di pagare un paio di bollette al sig. Fastweb e costui, leggermente contrariato, mi ha sospeso il servizio. Indi per cui, ritrovandomi privo di Internet, mi son dovuto all'improvviso alleggerire di qualche centinaio di euri per saldare le fatture arretrate; ed il servizio mi è stato prontamente ripristinato.

Nel frattempo, che fare? Arrangiarsi, ovviamente. Dovevo consegnare dei lavori urgenti e, per eseguirli, mi è necessario stare praticamente fisso su un sito, tale IATE, che se lo sai maneggiare ti dice, ad esempio, come si traduce bascula del pignone scorrevole in svedese (tirettfjäder, per la cronaca). In attesa dei comodi del sig. Fastweb, mi sono quindi dovuto trasferire armi e bagagli a casa di mia madre e ricorrere al caro, vecchio e micidiale collegamento a 56k, quello che fra una pagina e l'altra puoi farti tranquillamente un caffeino o darti una spuntatina alle unghie de' piedi. Vabbè. Mea culpa. Dovevo stare attento alle bollette, e mal me n'è incolto.

Ma si sa che i dèmoni sono i dèmoni: pur nella complicazione del frangente, recandomi da mia madre (che abita dall'altra parte della città) m'ero portato dietro la Kodak. E ripensavo ad una vecchia macchina che, fin da ragazzino, avevo sempre visto girare per il quartiere dove sono nato, oppure parcheggiata: una Lancia Appia di II Serie di cui persino mi ricordavo le prime cifre della targa, da quante volte l'avevo vista: FI 17...

Le davo la caccia praticamente da quando ho aperto il blog (che proprio oggi compie 2 mesi): ma si sa bene come vanno sempre le cose. Quando non ci pensi, una data cosa (ad esempio l'Appia in questione) ti capita sotto gli occhi in ogni momento; quando invece la cerchi, puff, scompare. Mai più vista nella traversa dove una volta la vedevo parcheggiata più o meno fissa. Svanita dalla circolazione. Pazienza. Son vecchie automobili che, poverette, ad un certo punto possono anche decidere d'andare a babboriveggi; oppure che il proprietario segrega in un garage per proteggerle dalle intemperie. Insomma, nulla da fare. Mi sono seppellito in casa di mia madre con le mie bascule dal pignone scorrevole e non ci ho pensato più.

Ci ho fatto le 3 di notte, per un lavoro che con un collegamento da cristiani non mi avrebbe richiesto più di due o tre ore. A quell'ora silente ho mandato l'agognata mail al datore di lavoro (appena in tempo utile prima che mi sguinzagliasse dietro il SETR -Servizio Eliminazione Traduttori Ritardatari), ho chiuso le 127 serrature della porta di mia madre e, nel buio profondo, mi sono riavviato verso casa canticchiando una delle mie canzoni che non saranno mai gli ultimi successi.

All'improvviso, il flash. La famosa coda dell'occhio. Proprio nella sua traversa. Lei. Un'inchiodata nella notte, e una conversione a U che ad ore normali mi sarebbe costata 10 punti della patente e forse anche qualche punto di sutura. Al termine di quella difficile giornata, il destino mi aveva voluto premiare, rimettendomi davanti l'Appia bianca.

Se un ignaro viandante (ignaro come quello delle poesie di Bondi rivisitate da ElleKappa) fosse passato in quel momento, avrebbe visto una bizzarra scena: una macchina ferma per strada con una portiera aperta, e un tizio sciamannato in pantaloncini e con una mirabile fascia fucsia a reggergli i capelli che fotografava una vecchia macchina saltellando nelle tenebre.