martedì 9 febbraio 2010

Evasione!



La R4 "color cacchina" che vedete (questa definizione, inventata da mio padre, è adattabile a qualsiasi treggia il cui colore sfuma gradatamente dal caffellatte verso il marrone, che è però più decisamente "color cacca") è stata da me fotografata in un luogo particolare. Sembra una strada qualsiasi di periferia, ed in effetti lo è, però è la strada che porta a una galera, e di quella galera reca pure il nome. Anzi no; è la galera che ha preso il nome dalla strada e da tutto il quartiere, fra vecchie case coloniche diroccate, un vivaio e la solita devastazione della città che inghiotte ogni cosa; e non è certo che serva a qualcosa chiamarsi "Firenze" per evitarlo.

È proprio in posti del genere che giro spesso alla ricerca di Tregge, e non solo perché vicini a casa mia; quando ho visto questa R4, poi, mi è venuta in mente una singolare associazione d'idee. Ho immaginato che fosse lì, pronta, per un evaso dal carcere. Fossi in galera, mi piacerebbe -oltre che scappare, naturalmente- essere "raccolto" da un complice su una R4 color cacchina, e fuggire vertiginosamente a sessantaquattro km/h verso la libertà. Tsè. Non ci prenderebbero mai. Si aspetterebbero, gli sbirri, qualche macchina veloce che li "semini", mentre il bello sarebbe trotterellare tranquillamente e farsi seminare da loro.

Sembrava giusto lì, apposta per questo, in bella evidenza. Peraltro, di avere qualche problema ho rischiato sul serio perché, quando l'ho intravista, ho bellamente imboccato la strada contromano. Giuro, però, che non me ne ero accorto; me lo ha fatto notare un signore che passava, sulla sua macchina, facendomi un eloquente segno con la mano (del tipo: "te tu se' tutto grullo"). Mentre fotografavo, mi guardava divertita una ragazzina impegnatissima col suo cellulare. Periferie. E, forse, l'evasione non riguarda solamente il carcere. Ma c'è là una vecchia R4 che saprebbe dove portarti, via.

lunedì 8 febbraio 2010

Il Fondo Cristina (3): Éljen a Trabi!



Con questa terza parte dell'incommensurabile Fondo Cristina, e seguendo le numerose peregrinazioni della Meharista per il globo terraqueo (NO! Non si scrive terracqueo con "cq", ficcatevelo nella zucca!), ci spostiamo ora nientepopodimeno che in Ungheria. "Ungheria", in ungherese, si dice in un modo decisamente folkloristico, vale a dire Magyarország; termine peraltro controbilanciato da quello per "Italia", che si dice Olaszország. Però, sia in italiano che nell'infernale (ma divertentissima) lingua magiara, Trabant si dice Trabant; e queste non sono due fotine "prese dalla rete" o cercate su Gùgol, bensì due immagini originali scattate dalla Meharista. Da qui la nuova categoria "Trabant" nel TB, una categoria che francamente non speravo di inserire mai (anche perché, con il suo celebre e fetido motore a due tempi, la vetturetta simbolo della DDR non potrebbe mai circolare).

In Ungheria, invece, ne circolano eccome ancora parecchie, e nonostante il paese magiaro sia ormai parte della UE; da qui, e per festeggiare adeguatamente questa new entry di non poco conto, il titolo in ungherese (vuol dire: "Evviva la Trabi!"). Dunque, quasi quasi ora proseguo in ungherese: Cristinát szivesen köszönom a Trabi nagyon szép fényképeiért...No, che dite, mi fermo qui? L'ungherese ho cominciato a studiarlo e impararlo quando avevo 16 anni e me la cavicchio sempre discretamente, però magari state per mandarmi in culo e vi capisco. Ma visto che tanto mi ci avete già spedito, concludo con l'inno della Repubblica Democratica Tedesca, Auferstanden aus Ruinen, ché c'è poco da fare: era bellissimo. Come la Trabant. Pura Ostalgie. Sì, lo so che una delle sue due foto Cristina la ha intitolata "zozzeria" (sic), però io continuerei a voler andare in giro con una di queste zozzerie piuttosto che con una macchinina moderna tutta rileccata, standardizzata e anonima, e che non sarà mai il simbolo di nulla, né genererà ricordi brutti o belli che siano.




Goodyear




Più vo avanti col TB, e più mi convinco che 'sto numero 17 ci abbia qualcosa di magico & soprannaturale, ci abbia. Sicuramente, il Treggista è φύσει una persona sensibile al fato, alle càbbale e alle numerologie (ed è anche per questo motivo che non considero chi fotografa vecchie auto oscurandone la targa un vero Treggista), ma ora 'sta storia del 17 comincia davvero ad assumere contorni inquietanti. Non bastasse Firenze, ora ci si mette anche Modena; e Modena, automobilisticamente parlando, non è un posto qualsiasi. Non parlo tanto della Ferrari (il mio antiferrarismo viscerale è notorio), quanto di una città dove il motore, la màcchina, la mòto, l'odore d'olio bruciato e di benzina e il rombo all'avvio sono stati e sono pane quotidiano, se non fosse per quel degenere figlio chiamato Guccini Francesco che non ha manco la patente di guida (e sarà fors'anche per questo che insiste tanto su Pàvana?)

Il cinquino mudnés qui fotografato in un personalmente curioso angolo di Firenze (dico "personalmente curioso" per motivi strettamente personali, appunto) è peraltro altamente interessante anche al di là del 17. Per il colore, innanzitutto: tra tutte le centinaia e centinaia di cinquini che ancora circolano per le nostre strade, è rarissimo vederne di questa gamma di celestino. C'è poi la scrittona "Goodyear" sul cofano posteriore, che su una vettura del genere va letta rigorosamente gudìar o, meglio ancora, gudìa. Dé, vo' mèètte! Ai tempi del povero Lorenzo Bandini, di Graham Hill (graamìlle), di Fittipàrdi, di Crei Regazzoni, di Jody Scheckter (giòdi scèster), di Nihilàuda, di James Hunt (gèims ant) e del friburghese Jo Siffert, cioè di quand'ancora la Formula Uno era degna d'essere seguita prima che morisse assieme a Gilles Villeneuve (cui l'altro modenese Claudio Lolli ha dedicato una canzone), era comunissimo che i catorci quotidiani di tutti noi (e non importava che fossero àbarte) recassero scrittone "da macchina da corsa", quali che fossero: ed eccone un superstite esempio. Si vocifera che qualcuno, in un impeto di originalità, avesse messo sulla sua Bianchina la scritta dei Preservativi Durex (beh, difficile che dei goldoni fossero chiamati "Smencex" o "Floscex"...), che per anni servirono da sponsor a non mi ricordo qualche macchina di Formula Uno; si sprecavano anche le varie sigarette, Marlboro in primis (pronunciare: malbòro o marbòro), quando il fumo non era stato ancora messo all'indice come principale causa della rovina dell'umanità; ed io che sognavo di vedere una 500 con il "logo" delle Esportazione col filtro...

domenica 7 febbraio 2010

Il Fondo Cristina (2): La Topolino. "Indivia" alla torinese.



Sì, "indivia" pura con condimento alla torinese. Indivia, scarola, lattuga, e tutta una gamma di insalate la cui metàtesi, o anagramma che dir si voglia, nasconde il sentimento che ho provato quando Cristina la Meharista mi ha inviato queste due fotine da lei scattate, appunto, in un garage torinese. Sana invidia, appunto, con un deciso quid di ammirazione da Treggista per la cospicua trovàglia, ed anche il consueto onore per poter ospitare nel TB una vettura del genere.

Ci presentano, ebbene sì, un'autentica Fiat 500B di qualcosa in mezzo agli anni '40; con tutta probabilità dev'essere situata nel primo dopoguerra, tipo '46 o '47. Insomma, per farla breve: eccovi una Topolino. Proprio lei, anche se non è amaranto come quella di Paolo Conte:



Sì, manca soltanto il colore per l'identificazione totale: l'estate del '46 potrebbe essere più che plausibile. E pensare, quand'ero bambino e ragazzino, che ne vedevo ancora qualcuna circolare per Firenze o per qualche polverosa strada toscana quando s'andava all'Elba e non c'erano ancora le strade a quattro corsie; e non era nemmen detto che alla guida ci fosse un nonno. Oramai, credo, è roba da garage o da autoraduni (che, come si sa, sono rigorosamente esclusi dal TB); ma, a questo punto, metabolizzata e digerita l'indivia servitami ben condita dalla Cristina, non mi resta che attendere la belle saison e tenere gli occhiacci ben aperti. Cavolo, forse ancora una ce ne sarà che scorrazza per le strade di casa! E se c'è, madonna delle Tregge, prima o poi la becco.

venerdì 5 febbraio 2010

17 strikes again, o Il Transporter della Sera





Lo avevo detto che, prima o poi, ci sarei arrivato.

Dài, pìcchia e mena, come si dice da queste parti. Eccolo il vero furgone VW, il Typ 2 T1, quello di Arlo Guthrie in Alice's Restaurant, bianco e rosso coi fari anteriori che sembrano gli occhioni languidi di un basset hound. Così, in una mattina qualsiasi di un mese che sta rivedendo il qui presente Treggista ritirare fuori le unghie dopo un periodo di magra; e lo vedrete ancor meglio nei prossimi giorni. Intanto, il TB colma un'altra sua annosa lacuna con questo T1 che, tanto per non smentire la legge enunciata qualche giorno fa, ha una targa fiorentina ancora con "17" come prime due cifre; e ci sono degli stolti che dicono che questo numero porta sfortuna! E non soltanto il 17, ma anche due "morti che parlano" consecutivi, due 47 che fanno senz'altro di questa targa un particolarissimo concentrato di sfide alla superstizione.

Oddio, forse qualcosina di vero potrebbe anche esserci, viste le non perfette condizioni in cui è ridotto anteriormente questo pur meraviglioso automezzo. Temo che abbia avuto a passare qualche diverbio con uno dei quei muri così tipici delle stradine suburbane fiorentine (e la zona in cui è stato fotografato ne è ricca), oppure con un platano o un bagolaro del viale alberato. Il risultato, ohimé, lo si vede bene: lo sportello anteriore destro divelto (e adagiato all'interno del furgone), la parte anteriore ammaccata e i fari sbarbati. Ma confido che il proprietario del mezzo (che, peraltro, ha un valore di mercato assolutamente enorme) lo farà restaurare a dovere. Un T1 di questa età, con il lunotto anteriore diviso e quello posteriore di piccole dimensioni, vale letteralmente tanto oro quanto pesa.

Quasi a controbilanciale le tristi condizioni della parte anteriore, ho fotografato anche l'interno (dal lato guida), anch'esso completamente bianco e rosso:


Insomma, a questo punto, cosa riserverà il prossimo 17? Oppure, finalmente, si passerà a qualche cifra inferiore? Per concludere, una menzione anche su un curioso autoadesivo (qui non raffigurato) presente sulla fiancata posteriore sinistra: quello della Vereinigung der Uraltkäfer tedesca, vale a dire l' "Associazione dei Maggiolini Decrepiti". Saranno anche decrepiti, i Maggiolini e i Transporter, ma visto che oramai il ristorante di Alice è stato anche fin troppo nominato, a questa bellissima vorrei dedicare una strana canzone di Angelo Branduardi, La donna della sera. Una canzone che, volendo, potrebbe essere dedicata a tutte le autovetture presenti in questo blog.


mercoledì 3 febbraio 2010

Il Fondo Cristina (1): Alla Magliana


INTRODUZIONE

Proprio ieri, il Treggia's Blog ha fatto conoscenza con Cristina la Meharista: una conoscenza quanto mai proficua, oso dire. Talmente proficua da poter essere definita un gemellaggio, e nel senso letterale del termine: una persona che mi scrive che, durante i suoi viaggi per il mondo, oramai non fotografa quasi più i paesaggi ma le vecchie macchine in cui si imbatte, non può essere definita in altro modo che una gemella Treggista; e lo dico anche con un pochino di orgoglio, dato che il TB sta, come dire, "chiamando a raccolta" i Treggisti sparsi per la nostra palla ruotante nello spazio.

Ed è appunto le foto di tregge che Cristina ha scattato non solo durante i suoi viaggi, ma anche durante le peregrinazioni per la sua città (Roma), veri e propri Treggia's Tours, che mi sono state immediatamente da lei spedite; e sono talmente tante da poter costituire tranquillamente un "Fondo Cristina" che il TB si onora di ospitare e pubblicare in varie parti. Naturalmente i ringraziamenti per Cristina non saranno mai troppi. Partiamo quindi, doverosamente, proprio da Roma.

ALLA MAGLIANA
Il popolosissimo quartiere della Magliana è, purtroppo, generalmente noto per una certa Banda sulla quale non intendo soffermarmi affatto; preferisco dire che, conoscendolo e avendoci girato svariate volte, ospita una piazza Fabrizio De André dove si svolgono concerti ed iniziative culturali ed artistiche ispirate a "Faber". In modo tragicamente curioso, però, la data di nascita di De André, il 18 febbraio, è anche quella in cui la Magliana vide un orribile fatto di sangue, il famoso delitto der Canaro (avvenuto, per la precisione, il 18 febbraio 1988). Un quartiere difficile, che oggi qui, grazie a Cristina, diviene protagonista di una serie di meravigliose vecchie autovetture che potrebbero, chissà, rappresentare anche una risorsa. Non scherzo affatto: se le stupefacenti tregge dell'Avana, a Cuba, sono state proclamate patrimonio dell'umanità assieme al vecchio centro della città, non vedo come mai un'Alfa Romeo Giulia come quella qui raffigurata non dovrebbe esserlo ugualmente. E sarebbe ora che tutti se lo mettessero nt' 'a capa: i vecchi automezzi ancora circolanti sono un patrimonio tecnico e artistico, che non deve essere eliminato a forza di restrizioni e limitazioni.


La Magliana, ad esempio, offre un simile (e forse irripetibile) accumulo di Tregge Citroën (Accumulatio Treggiarum Citroënsium Malleanica) che ha, in sé, qualcosa di Pasoliniano. Le due 2CV, una con targa romana e l'altra trapanese, e un rarissimo furgone "Dedeuche" con targa leccese: come veramente se tutte le tregge Citroën disponibili in Italia si fossero date appuntamento in questo coin pourri del quartiere. Sì, Pasoliniano. Guardo questa foto e lo penso sempre più. Non si è caput Mundi soltanto per due palazzi e un omino vestito di bianco che si affaccia a un balcone a sparare divine cazzate.



Alla Magliana, la 2CV la devono amare non poco; ne fanno fede queste altre due foto scattate da Cristina nel quartiere, una delle quali con la "classica" Charleston nera e amaranto. Non me ne stupisco: così come la conosco, la Magliana è un quartiere da Du' Cavalli. S'inforca 'a Dedesc' e se va a magnà in via della Muratella da Baffo er Bisteccaro, che lontano non è. Non ci siete mai stati, da Baffo er Bisteccaro? Bene. Munitevi di una 2CV scassata e annàtece, che vale la pena. Parola di Treggista, ed anche di un fiorentino che di bistecche se ne intende. A Roma le fanno diverse che a Firenze, più cotte; ma bisogna essere open-minded, sempre e comunque.


Naturalmente, Cristina la Meharista non poteva che fotografare una Meharina, alla Magliana; e tanto per tornare a Fabrizio De André, è pure targata Genova. Rossa, incappottata, e partecipe della fenomenale arte tutta romana del parcheggio sul marciapiede (Sidewalk Parking, Bürgersteigsparken). Per concludere questa prima parte del Fondo Cristina, una Meharina è assolutamente perfetta; nell'attesa, ovviamente, di veder circolare quella che lei stessa si è comprata ed anche con una certezza: la prossima volta che mi ritroverò a Roma, un pomeriggio alla Magliana munito di Kodak me lo passerò cascasse il mondo su un pero.






martedì 2 febbraio 2010

Cristina la Meharista



Una delle cose più belle che possano esistere per questo blog da Asocial Network è constatare che le interazioni ed i contatti avvengono invece eccome, ma come una volta: tramite una semplicissima e-mail. Trovarsi per caso, "surfando" (un termine che solo pochi anni fa era usatissimo, e adesso è già ridotto a un relitto lessicale), girando in Rete. Senza forzature. Allora, se lo si vuole, si prende la cara, vecchia e oramai obsoleta e-mail e si scrive; e così ha fatto Cristina C., di Roma, spedendomi le foto che vedete sopra e, più che altro, la sua storia di Meharista. E poiché questo è un blog soprattutto di storie, ve la vado a raccontare per sommi capi certo di fare un piacere anche a Cristina.

Partiamo dal fondo, vale a dire dalla Mehari ocra. Una foto che Cristina, come mi ha scritto, ha scattato nel 2006 nientemeno che a Formentera (come è noto, le Mehari allignano principalmente sulle isole). Apro qui una parentesi su Formentera, che è stata uno dei miti degli anni '70, una di quelle isole dove tutto si poteva: chi ha qualche annuccio si ricorderà probabilmente anche di questo pezzo dei King Crimson, Formentera Lady:

Sarà anche per quel suo nome che "suona così bene" alle nostre orecchie (facendo dimenticare il prosaico significato di "campo di frumento", "frumentaia"), ma a Formentera -mi viene da pensare- non si può, ad un certo punto, che trovare una Mehari ocra. Mi sia scusata l'agudeza, condita anche da un po' d'invidia isolana per non avere avuto non dico i King Crimson, ma neanche un gruppo progressive di Rosignano Marittimo che abbia voluto scrivere una Island of Elba Lady nonostante tutte le Mehari che vi si trovano, ma io la Cristina la capisco benissimo. Altro che gusto dell'orrido, come ella mi scrive. È, anzi, il meraviglioso gusto di chi ha ancora ben presente com'è fatta la libertà e come son fatti i vent'anni; poi una Mehari arriva da sé. Il gusto dell'orrido lo ha chi si rinchiude indebitandosi fino al collo in SUV dal finto nome indiano.

Detto questo, passiamo all'altra foto, quella in altro. La Mehari verde targata Roma, insomma. Sì, perché Cristina non la ha soltanto trovata e fotografata, mezza abbandonata nella sua città: ha saltato veramente il fosso. Vale a dire: se la è comprata. Specificandomi che nel motore c'erano rami e foglie. Ecco: vorrei dire a Cristina che il suo è un atto di amore. E non soltanto. È l'essenza stessa dell'essere un(a) treggista, questa buffa parola che ho inventato per definire chi cerca di non sottostare al mondo d'oggi e alle sue "regole", alle sue standardizzazioni, ai suoi vuoti status symbol e a tutta un'atmosfera che fa sì che una macchina come la Mehari non possa più nemmeno essere concepita.

E chi l'ha detto, Cristina, che una Mehari non possa essere adatta a Roma? Capirei se tu vivessi a Oslo (e poi, magari, i norvegesi si farebbero meno problemi...), ma a Roma basta coprirla con la sua capote, d'inverno. La tua non è una follia, ma, anzi, un'azione di sanità mentale. Comoda, robusta, non consuma niente, e poi arriva l'estate e magari si torna a Formentera...quando la Mehari sarà stata ridipinta di arancione! Mi raccomando, aspetto ancora notizie di questa vettura; sarei capacissimo anche di venire a Roma per fare un reportage :-)