domenica 9 marzo 2014

Cartolina da Firenze



È una delle più classiche cartoline da Firenze, quella mandatami da Mark B.; di quelle de' bei tempi che furono, in bianco e nero e con la didascalia redatta nei famosi "caratteri da cartolina", in uso in tutta Italia. "Firenze - Ponte Vecchio" recita la didascalia in questione; e, in effetti, il Ponte Vecchio c'è in tutto il suo splendore. Naturalmente, però, non penserete che due Treggisti Militanti® si scambino una cartolina del genere per il Ponte Vecchio, pur tributatogli il dovuto rispetto; quel che interessa è addirittura più in primo piano, vale a dire la veduta del Lungarno degli Archibusieri.

Innanzitutto, colpisce il fatto che il traffico fosse ancora così scarso da permettere la circolazione a doppio senso sul Lungarno (che in quel tratto, proprio davanti al piazzale degli Uffizi, è peraltro molto stretto). Circolazione a doppio senso che viene colta nel pieno del suo svolgimento: stanno infatti passando, nella cartolina, due autovetture una nel senso opposto a quello dell'altra. Vediamo una Fiat 600 che appare nuova di pacca e lucidissima, e la cui targa è di lettura un po' incerta. Sembrerebbe FI 93423; ma, ripeto, la lettura non è sicura al 100%.

La targa in questione sarebbe comunque del dicembre 1956, e la cosa potrebbe collimare con l'altra vettura, quella che viene incontro alla 600. E' una Fiat 1400, che qui si presenta un po' ingrandita (e, purtroppo, più sgranata):


Non è qui possibile leggere minimamente la targa; ma si sa che la Fiat 1400 fu prodotta dal 1950 al 1958. Considerato l'abbigliamento abbastanza leggero delle persone colte nell'immagine, non si dovrebbe essere lontani dal vero situando questa immagine nella primavera del 1957.

sabato 8 marzo 2014

Kakawasi



Quando, negli anni '70, si cominciarono a vedere anche a Firenze le motociclette giapponesi, ci si scatenò quasi subito. Icché si dihano du' moto giapponesi pe' mandassi in culo? La yamaha di to' màaee...; oppure: Icché gni dihano a una moto giapponese a i' mare? 'Un fa' l'honda..., e così via. Il fatto è che sì, erano belle e andavano bene; poi erano "esotiche" e c'era la moda (quella che ancora non aveva preso le macchine, perché quelle, anzi, venivano prese in giro per la loro incredibile bruttezza; diciamo che tra Italia e Giappone c'era una lieve discrepanza estetica). Poi, certo, c'erano i nomi; sembravano fatti apposta per ricamarci sopra. E fu così che la Kawasaki diventò, quasi all'istante, Kakawasi, con una semplice metàtesi sillabica. La metafora scatologica è connaturata nell'anima toscana, e fiorentina in particolare; non esiste pòpolo che più ami la merda al mondo (si pensi solo all'Inno del corpo sciolto di Benigni; ve la vedete venir fuori da un lombardo o da un molisano, una cosa del genere?...)


I' resurtaho gliè che, le volte che mi càpita di vedere una di quelle (oramai quarantenni e oltre) moto nipponiche, tornano ad essere Kakawasi e Kakawasi rimangono. A dire il vero, tutto si basa su di una squisita mispronounciation: il nome originale, infatti, andrebbe letto "cauasàchi". Ma tant'è, siamo il paese del Carefré salvaslippe e del dentifrico Colgàte, e anche quello dove un'intera casa produttrice di cosmetici ha dovuto essere trasformata in Testanera perché il nome originale, Schwarzkopf, avrebbe dato luogo a suicidi di massa (nonché alla rovina commerciale dell'azienda in questione). Ed eccovi servita una delle mie "famose" divagazioni; del resto, è uno dei vantaggi riconosciuti dell'Asocial Network. Quello di divagare quanto si vuole fregandosene altamente di eventuali "reazioni" e "commenti"!


Ciò di cui, invece, senz'altro vi importerà parecchio, se siete capitati qua dentro, è la Kakawasi in questione, colta dalle parti di piazza D'Azeglio in un assolato pomeriggio. È una Z400 (in realtà la cilindrata precisa è di 398 cc) immatricolata il 4 gennaio 1977. Le foto, purtroppo, non mettono molto in risalto la caratteristica che più colpisce nelle moto di quegli anni: le loro dimensioni veramente ridotte. Quella che allora era (ed è, perché va sicuramente ancora come le sassate) una potente moto giapponese, è più piccola di un normale scooter attuale (non parliamo degli scuteroni, che quarant'anni fa sarebbero passati per delle cose mostruose). Bassissima, soprattutto; uno come me ci sarebbe stato sopra a ginocchi piegati.



venerdì 7 marzo 2014

L'Avviluppata


Se vedete qualcuno che si aggira per i campi munito di macchina fotografica, non abbiate timore: ci sono ottime probabilità che possa essere un Treggista Militante®. Costui (o costei, anche se per ora -purtroppo!- contiamo su scarse "quote rosa") è un grande amante della campagna; essa, infatti, nasconde ne' suoi angoli più riposti un intero patrimonio di tregge, sovente ridotte a carcasse conquistate da Madre Natura o da Padre Ciarpame. Così dev'essere andata a uno dei Militanti Storici® del TB, vale a dire Simone il Caporniano; aggirandosi pe' fatti suoi tra le vicine campagne sulla Via Cassia, nel comune di San Casciano in Val di Pesa presso il Bargino (località che, pare, prende davvero il nome da un "Bar Gino" che vi si trovava in tempi antichi; primo e forse unico esempio al mondo di un'intera frazione che prende nome dal suo bar!), è stato infatti attirato da un "qualcosa" che s'intravedeva avviluppato in mezzo a un oceano di sterpaglie.


Il Treggista Militante®, quale Simone il Caporniano è senz'altro, è dotato di un occhio infallibile coniugato con un intuito formidabile. Ci aveva visto giusto: l'Avviluppata, infatti, era la carcassa di una Fiat 850 che non dev'essere lì da un paio di giorni. E dello stesso colore beige chiaro che aveva anche l'850 Special di mio padre (targata FI 449929); guardando queste foto, insomma, mi viene una specie di tuffo al "quore". L'Avviluppata conferma quanto vado dicendo da almeno un paio di secoli: le carcasse campagnole fanno oramai parte integrante del paesaggio e non c'è "ecologia" che tenga. Guai a rimuoverle in nome di presunti "smaltimenti" del cavolo! Sarebbe come, che so io, portar via la salma congelata di un alpinista morto sull'Everest nel 1904. Quello è il suo luogo, quello che il destino ha scelto.

mercoledì 5 marzo 2014

Il gatto, il Cerbiatto e il carbonajo



Messa così, sembrerebbe quasi una bella fiaba di quelle che le nonne d'una volta raccontavano a' fanciulli la sera, al lume di candela, per addormentarli; mentre il piccino mandava il suo ultimo Tweet della giornata, la nonnina raccontava non trascurando di dare un'occhiata al suo profilo Facebook (con scritto "situazione complicata"). Ah, bei tempi che furono! Però, a ripensarci, questa qui è veramente una specie di fiaba; il Treggista Militante®, per definizione, va alla ricerca di favole urbane negli angoli più riposti e impensati della città, raccontate da vecchi automezzi sovente disfatti; e così ve la dirò.

C'era una volta un gatto, che non aveva gli stivali però viveva nella carcassa di un OM Cerbiatto immatricolato il 27 marzo 1971, cilindrata 4561 cc, potenza 64 KW, peso 4300 kg e portata 1720 kg. 


Il gatto e il Cerbiatto, che doveva essere stato d'un bel colore celeste carico, abitavano in uno strano posto vicino al primo curvone della via Chiantigiana, o Strada Regia per Greve al Chianti; si trattava, infatti, di un Carbonajo. S'immaginerebbe con parecchia difficoltà che nelle moderne città d'oggigiorno esistano ancora de' carbonaj; e ancor meno delle carbonaje. Il luogo in quistione, a un superstite limitare di frammentata campagna, era infatti una rivendita di carbone, legna da ardere, rottami varij, pezzi di ricambio scrupolosamente arrugginiti e bombole d' i' gàsse. Lo mandava avanti una famiglia, composta dall'anziana mamma (che sollevava bombole piene con il magro braccino, con la massima indifferenza e facendo capire che sarebbe sempre stata capace di tirarti un manrovescio da buttarti per le terre) e da due figliuoli grossi come l'orco di Pollicino, che spaccavano legna, trituravano pezzi di ferro e maneggiavano poco rassicuranti seghe a nastro; il tutto nell'oscurità inquietante di quel luogo nella sera di gennajo, in maniche di camicia pur nonostante il freddo che faceva.


Il vecchio càmio era là, stipato per l'appunto di bombole di gas. Mi ero recato là, per l'appunto, per riportarne una vuota e pigliarne una piena, per la cucina del vicino CPA Firenze Sud. C'era da mettere a tavola una trentina di lavoratori, e era finita la bombola; e così m'ero offerto per la bisogna, scoprendo alle porte della città quel posto appartenente a tempi lontani.


Mentre, assieme alla carbonaja, riportavo la bombola vuota al camion, che serviva palesemente da deposito per le rese, mi ardii a chiederle con rispetto qualche cosa di quell'automezzo. " 'E gli era d'i' mi' pòero marito, ora ci si tiene le bombole e ci sta i' gatto", ella mi disse tenendo in mano una bombola piena che un òmo fatto avrebbe penato non dico a trasportare, ma semplicemente a sollevare. Il gatto, infatti, era saltato fuori a controllare che tutto andasse come doveva, si era fatto cerimoniosamente fotografare e, poi, se n'era tornato nel camion a farsi i fatti suoi (arte della quale i gatti sono maestri). Ciangottando nella fanghiglia, continuavo a sentire rumori di spaccalegna alla fioca luce d'una lampadina volante che diffondeva una luce vagamente d'averno.


Ma sarà stato tutto vero o avrò sognato tutto? Opto per la prima ipotesi, dato che la bombola piena mi fu effettivamente consegnata e infilata in macchina. Me ne andai via da quel posto non senza aver fatto un'ultima foto alla dilavata targa anteriore del Cerbiatto.


E il bambino s'addormentò, sognando che, da grande, non si sarebbe mai comprato la Smart, ma avrebbe messo su un blog che parlava di macchine vecchie e scassate e, sicuramente, anche di gatti.

Le sopravvissute



Il procedimento non è nuovo: era già stato sperimentato alle Ferriere in Val d'Aveto. Per la memoria si fa ogni cosa, ivi compreso fotografare una fotografia: è quel che m'è successo ai primi di quest'anno, in una delle non molte occasioni in cui vo in centro. In un bar tabacchi di via del Campidoglio c'era questa foto, che ritrae proprio la medesima via (nei pressi di piazza della Repubblica e di via Pellicceria) nei giorni immediatamente successivi all'alluvione del 4 novembre 1966; e al barrista ancora, a dire il vero, non era successo che qualcuno cavasse fuori la macchina fotografica per riprendere quella foto, che qua sopra ho ingrandito. Quella originale è qui sotto.


Dopo tante e tante immagini di macchine distrutte dalla furia delle acque (e del fango), qualche vettura superstite che si aggirava nella città dopo la catastrofe, tra le vie sconciate dalla mota e dalle cataste di masserizie alluvionate. Su tutte quante spicca, in primissimo piano, una Fiat 1100 del 1961. Che allora, sarà bene ricordarlo, aveva soltanto cinque anni; ma, accanto ad essa sulla destra, si vede spuntare il muso inconfondibile di una Fiat 850, mentre dall'altro lato della strada si riconoscono una Renault 4, una Fiat 1500 e un camion Fiat 642. Ma la cosa che, forse, colpisce più di tutte è il sole quasi abbagliante che si riflette nel fango...

domenica 2 marzo 2014

Il caso della ZARZ 747: e il Regista diventò Treggista!



Spero che parecchi, ieri, abbiano letto della Excellent Performance cinematografica della Plog, sotto la sapiente direzione del regista Andrea Tani. Un giorno o l'altro racconterò ammodino come sia andata tutta la storia (ed anche perché la mia macchina si chiami "Plog"); per il momento, però, sarà bene riprendere da dove ci si era lasciati, vale a dire proprio dal regista e realizzatore del videoclip dei Petralana di cui la Plog è stata protagonista. Oggi Andrea mi ha scritto per ringraziarmi, e lo ha fatto -da persona estremamente sensibile quale dev'essere- nel modo migliore: vale a dire, il regista è diventato treggista.


Ebbene sì: trovandosi nel parcheggio sotterraneo del Centro Commerciale S. Donato (non è quello milanese, ma in ogni città che si rispetti c'è un San Donato pronto a fungere da supporto per un megastore!), Andrea Tani si è ritrovata posteggiata, accanto alla sua macchina, questa Buick. E che cosa ha fatto? La ha immediatamente fotografata e me la ha spedita! Non posso che ringraziarlo pubblicandola immediatamente; migliore regalo, davvero, non poteva farmi e glielo voglio dire pubblicamente. Naturalmente, la Plog è a sua disposizione anche se, invece che di un videoclip musicale, dovesse girare uno spot per un formaggino. Qualsiasi cosa.



Diciamocelo francamente: trovare in Italia un "bestione" americano fa sempre sobbalzare. Mentre in altri paesi europei (penso ad esempio alla Svizzera, dove ho vissuto a lungo) è abbastanza comune trovarne (le grosse berline americane erano importate liberamente in quel paese), in Italia sono sempre state molto rare. Sporadiche. Questione sia di gusto estetico, sia di dimensioni: girare con una macchina del genere in Italia veniva percepito come impensabile, e infatti al giorno d'oggi si vedono intelligentemente girare dei SUV al cui confronto la Buick che si vede qui è un'utilitaria. I tempi cambiano; ciò non toglie che si tratti comunque di una vettura di dimensioni più che rispettabili. Un tempo sarebbe stata definita un aeroplano; e, infatti, il "747 del Boeing ha pensato bene di avercelo pure nella targa!


Sì, perché la Buick "taniana" ha un'altro singolare record: quello di proporre una targa alfanumerica parecchio carina, la ZARZ 747. Dovete sapere che nel magico e mysterioso mondo de' Treggisti, le targhe alfanumeriche non vengono mai nominate così come appaiono (tipo "ZA 747 RZ"), ma sempre enunciando prima le quattro lettere unite e poi le cifre: ZARZ 747, appunto. Così si vengono a volte a creare combinazioni interessanti e divertenti. 

A questo punto, non resta che augurarmi che Andrea non esaurisca qui la sua collaborazione col TB: lo invito quindi a star bene attento alle macchine che vede in giro, e a fotografarle se possibile. Il primo regista-treggista della storia è in vista! Senza contare che, un giorno, potrei anche dischiudergli il mondo dei Treggisti Militanti®; non immagina forse neppure con che razza di storie verrebbe a contatto. Raccontate tutte quante da vecchie autovetture alle quali si cerca di dar voce.

venerdì 28 febbraio 2014

Plog Superstar: Protagonista del video dei Petralana!



E rieccoci dopo la consueta “pausona” del TB che, in questo 2014, ha riguardato l'intero mese di febbraio. Notoriamente, febbraio non è un mese che mi piace molto; è il cosiddetto “cuore dell'inverno”, e, da buon meteoropatico, il vostro Treggista Preferito® gli farebbe volentieri venire un infarto, a quel cuore.

Però va detto che, quest'anno, il mese di febbraio mi ha riservato una grossa sorpresa, che vado qui a condividere con tutti gli aficionados del Treggia's Blog. Ebbene sì: la Plog, proprio lei, è diventata una star della musica e dei videoclìppe. La band fiorentina dei Petralana, infatti, l'ha vista e se ne è innamorata all'istante, incaricando il valente regista Andrea Tani di “ingaggiarla” (assieme a un paio di belle ragazze, va detto!) per girare il video della canzone A che ora arriva il dj, brano di lancio dell'omonimo album che sarà in vendita dal 3 marzo. Video che è finito addirittura sulla prima pagina di Repubblica Firenze del 28 febbraio!

Il vs. Treggista Preferito®, quindi, la mattina di sabato 8 febbraio si è presentato in mezzo a un bosco, vicino all'Impruneta, per mettere a disposizione la Plog e farla diventare, seduta stante, la Plog Superstar. Perché, se avrete guardato il video, vi sarete accorti che la protagonista assoluta è proprio lei; io me ne sono naturalmente rimasto in disparte (non sono propriamente fotogenico...), osservando la Plog mentre gliene facevano di tutte i colori (compreso tirarne fuori degli attrezzi agricoli e mettere una candela sotto il pianale) e approfittandone, alla fine, per far fuori tutto il vero picnic che era stato portato sì per esigenze cinematografiche, ma che consisteva in vero cacio pecorino, in vero salamino, in vero pane dell'Impruneta, in una vera crostata alla marmellata d'albicocche e in un verissimo fiasco di vino rosso di Montespertoli. Una goduria, nonostante la stagione!

Come souvenir mi è stato gentilmente regalato l'orologino a cipolla che si vede all'inizio del video; starà nella Plog per sempre. Ora mi aspetto naturalmente che mi fermino in giro per chiedere l'autografo...alla macchina. Ai bravi e simpatici Petralana (che prendono il loro nome da un verso della canzone in gallurese Monti di Mola di Fabrizio De André: petralana vuol dire “muschio” in quell'idioma), l'onore di annoverare d'ora in poi A che ora arriva il dj come uno degli inni del TB.

E ora si ricomincia col TB, e proprio dal Primo di marzo che è una delle feste del blog: l'inverno comincia a finire, e noialtri ci si ributta nel Treggismo Militante®!