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domenica 5 giugno 2011

Ferie esotyche




Vi scrivo dal remoto atollo di Pyäsæynša, il principale delle ancor più remote Isole Pyäsæntynes, dove mi trovo in ferie sulla meravigliosa spiaggia di Infrangible's Beach davanti a un mare cristallino e circondato da ricchi palmizi...no, eh? Vabbè, vabbè, ci ho provato a fare come la Meharista Grobbettròtte, però non sono molto credibile; ma chi se ne importa. A far le ferie vado dove mi porta il cuore, e dove ci sono anche un bel po' di tregge belle sode, che magari negli atolli se le sognano. A dire il vero, questa è di qualche mese fa, vale a dire dell'ultima volta che sono venuto da queste parti; ancora non l'avevo mai messa (anche perché, come si sa, le Alfasud non stanno particolarmente simpatiche), ma rimedio a mo' d'introduzione a questa settimanetta in cui il TB va in onda in trasferta. specificando che tale esimio prodotto di Pomigliano d'Arco è del 1980. E ora via alle ferye esotyche!

giovedì 29 aprile 2010

Eccezione




Come si evince da altri post del TB contenenti Arfasùdde (un'arfasùdde, du' arfasudde in fiorentino, col plurale invariabile dovuto al genere femminile anche se almeno un paio di volte ho sentito qualcuno dire 'e gli era tutto pieno d'arfasùddi della pulizzìa), non ho una particolare simpatia verso questa pur storica vettura. Però c'è sempre qualche eccezione. Questa, ad esempio: dovuta sì alle sue epiche sbollature di vernice, sì alla sua targa romana ché le romane in riva all'Arno mi stanno simpatiche a priori (e qui siamo sul serio in riva all'Arno), ma soprattutto al fatto d'averla colta, un tardo pomeriggio del marzo scorso a passeggio con la piasintëina, in una certa via dedicata -diciamo- ad un noto e scomparso cantautore genovese, autore di canzoni che parlavano di bocche di rosa, di gorilla, di domeniche delle salme e d'altre cose. Via che, tra le altre cose, parecchi anni fa fu protagonista di un mio curioso episodio che non vi sto a raccontare, ma che ha avuto un'influenza forse decisiva nella mia vita: proprio là sotto, infatti, decisi che la vita va sempre e comunque vissuta, in qualsiasi modo la vada, e fino all'ultimo tiro di fiato. Ce n'è abbastanza per riservare a quest'arfasùdde romana (e dire che, in quell'episodio là, la città di Roma c'entrava eccome, anche se estremamente a modo suo) lo spazio e anche la simpatia che merita, sempre a ingenerar ricordi come pioggia di meteore.

venerdì 26 febbraio 2010

L'impasse alfasuddiana






Succede di non sapere cosa dire, a volte, e di ritrovarsi un po' all'impasse. Che si tratti di una treggia, non c'è dubbio; ma nel TB ho già avuto modo di dire che l'Alfasud non è (e non è mai stata) una vettura che mi ha fatto urlare di entusiasmo. Quando se ne trova una la si fotografa, e magari, come in questo caso, si appoggia la custodia della Kodak sul tetto della macchina accanto (una Smart, sigh) e la si perde. Addio, vecchia fedele custodia acquistata all'Esselunga per otto euri; caduta per un'Alfasud rossa e per la mia sbadataggine. Detto questo, prosegue l'impasse; e per non farla proseguire troppo a lungo, finisco la prima sigaretta della giornata e passo oltre.

domenica 13 dicembre 2009

Alphasouth's Last Frontier




Siamo qui alle ultime fasi dell'Alfasud, con questa vettura proveniente ancora una volta da quel certo quartierino oramai stabilmente treggioso (ed anche, va detto, assai ameno). Ultime fasi e, volendo, ancor più meravigliosamente pacchiane, tanto da sfiorare gradevolmente il kitsch. Quando una vettura si trasforma irrimediabilmente in simil-sportiva, nel 90% e rotti dei casi per lei sta per sonare la campana a morto; e, infatti, la produzione (siamo qui, per la targa, verso il 1981/82) cessò non molto dopo, nel 1984.

Nononstante il bel colore rosso vivo, è impossibile non notare l'alettoncino posteriore a far da contraltare ai doppi fari anteriore (altro particolare assolutamente immancabile nelle auto simil-sportive destinate, spesso, a ravvivare il mercato di una vettura oramai "passata"). Insomma, in questo caso l'evoluzione dell'Alphasouth sta per giungere al termine, con tutto il suo consueto corollario di macchina della polizia. Avrete sicuramente capito che non ho mai nutrito verso questa automobile una passione bruciante, anche se riconosco che ha comunque contribuito a segnare un'epoca...

lunedì 23 novembre 2009

Dŭsafla






Se vi chiedete che cosa mai significhi il titolo di questo post, e se ancora non vi siete accorti che è, più o meno, Alfasud al contrario, occorrerà comunque che vi spieghi qualcosa che, credo, non potete sapere.

Sono nato alla vita come linguista, e linguista morirò. Anche se, poi, come ad esempio ora, mi ritrovo a volte a far cose molto, molto differenti per campare. Ma le lingue, i linguaggi e la linguistica sono, per me, come le Tregge: semplicemente una cosa che va al di là di tutto. Il tutto dalla mia solita posizione sotterranea, defilata, nascosta: come il mio buon fratellino Pessoa, sono convinto dell'insita volgarità e bruttezza della fama, della gloria, di una pur limitata notorietà settoriale. Sono cose, quelle due, fatte per le persone dappoco; e io, che peraltro sono tutt'altro che modesto, non sono una persona dappoco.

Dŭsafla vuol dire "automobile" in Kelartico. Cerchereste invano notizie su questa lingua, per il semplicissimo motivo che l'ho creata io stesso, fin da quando avevo otto anni. La mia lingua personale, che parlo e scrivo con me stesso. Ha una sua evoluzione storica e una sua non difficile grammatica; il lessico è composto perlopiù di storpiature di parole greche, e di termini inventati di sana pianta.

Per esempio quello per "automobile". Non desideravo il solito "auto" e derivati. Ci voleva qualcosa di più particolare. L'Alfasud al contrario mi dovette suonare particolarmente bene, aggiungendoci poi la ŭ, un fonema peculiare ripreso dalle lingue slave (il russo ы), o dal rumeno â. Si pronuncia come qualcosa a metà fra la "i" e la "u", stringendo le labbra. L'accento potete metterlo dove volete, perché il Kelartico è una lingua decisamente anarcoide.

Non che abbia, poi, mai nutrito un particolare amore per l'Alfasud, anche se trovarne una a Mantignano non è cosa da poco. Perdipiù una Treggia che mi era già sfilata sotto il naso almeno tre volte senza che avessi mai potuto fotografarla; c'è voluto un sano grondino serale alla casa del popolo di Ugnano per farmela ritrovare lì, bella parcheggiata (anzi incastrata, con tanto di tubo innocenti di un'impalcatura) e con la targa di Siena che oramai comincia a diventare consueta in questo blog; sarà forse che in provincia di Siena ho vissuto per un po', possedendo persino una Giulietta che oggi come oggi finirebbe diritta qui dentro. Il passato chiama anche con queste cose.

E, insomma, oggi avete imparato un'importante parola di Kelartico. Esiste anche il termine per "Treggia": si direbbe
kadabur, che poi è una deformazione di cadavere. Un po' di black humour, insomma. Tanto, poi, di Pomigliano d'Arco ho già parlato e l'Alfasud, pur con l'onore fonetico che le feci a suo tempo trasformandola nell' "automobile" per antonomasia, rimane comunque, e sinceramente, uno dei più emeriti cessi semoventi che siano stati sfornati dall'Alfa Romeo. Battuta soltanto dall'Arna.