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venerdì 17 ottobre 2014
Stanze di vita quotidiana
I volumi fotografici di Firenze com'era editi dalla casa editrice Pendragon sono, e sarà bene dirlo subito, un'autentica miniera di tregge; se ne avrà a riparlare piuttosto spesso, come sarà bene che, prima o poi, mi compri uno scanner. Per questo primo "contatto" con quei volumi, mi sono arrangiato fotografando le pagine; il problema è che, essendo stampati su carta patinata riflettente, le foto non sono gran ché. Questa è quella che è venuta meglio, e mi sembra sufficientemente chiara ad illustrare una perfetta scena di vita qualsiasi nel centro di Firenze ancora libero allo scarso traffico.
L'Alfa Romeo Giulietta che si vede procedere a diritto sembra nuova di pacca, e altro non si può dire di lei che è stata immatricolata tra il 1° gennaio e il 17 luglio 1957. (Il 17 luglio: vi dice nulla questa data? Sembra essere la data-feticcio delle tregge fiorentine, dato che il 17 luglio 1957 fu emessa la targa FI 100000 e il 17 luglio 1979 la FI A00000). Quindi, a giudicare dall'abbigliamento del pedone e dalla lucentezza della vettura, credo non sia di fuori situare questa scena di vita quotidiana fiorentina al tardo autunno del 1957. Traffico "congestionato" di 57 anni fa all'incrocio tra Via Tornabuoni, via della Spada (dove si dirige la Giulietta), e via della Vigna Nuova, da dove proviene l'autobus della linea 6 "Via Villari-Legnaia", e del quale purtroppo non si legge la targa. Per ora, comunque, sembra essere l'autobus dell'ATAF più vecchio colto dal TB, e magari qualche lettore scafato mi saprà dire pure il modello.
Le fotografie parlano; mi sostiene parecchio il pensiero che, tra cinquant'anni quando sarò stracatamorto, il materiale del TB potrà servire come testimonianza della vita quotidiana a Firenze (e non solo) di tempi remoti, con tregge di cento e rotti anni prima. A volte, inutile negarlo, mi sento una sorta di fermatempo; come lo è stato chi, nel '57 o giù di lì, ha ritratto, chissà per quale motivo, questa scena apparentemente banale. Una macchina e un autobus che passa: sarà stato un treggista ante-litteram? Me lo immagino quasi munito di macchina fotografica dell'epoca e di album, e allora non sarà stato difficile trovare nemmeno le targhe FI a quattro cifre, i fantasmi di qualsiasi treggista fiorentino...
In via della Vigna Nuova sta svoltando (la si vede sull'estrema sinistra della foto, accanto all'autobus) anche quella che ha tutta l'aria di essere una Fiat 1100. La foto ci dice anche che, a quell'epoca, il 6 faceva capolinea in via Pasquale Villari, nella zona di Piazza Alberti dove tuttora ha una fermata (in via Scipione Ammirato quasi all'angolo proprio con via Villari). Ancora non si poteva parlare di Via Novelli dove fa capolinea ora, davanti alla scuola media Mazzanti dove, peraltro, sono andato pure io; via Novelli non c'era. Tutta campagna, come si suol dire. C'era probabilmente solo il 10 che saliva a Settignano passando per una Coverciano che doveva essere ancora non dissimile da quell' Ager Corbicianus, o Corficianus del Medioevo, vale a dire la "campagna della famiglia Corbizzi". Io sono nato lì, quando la campagna si stava facendo città.
Questo post ha, e aridaje, un titolo "gucciniano", e di quelli a palla. Ma visto l'andazzo che ha preso, e anche considerando che l'omonima canzone di Guccini potrebbe facilmente indurre al suicidio gli animi più sensibili, ricorro ad un evergreen. E quale potrebbe essere, se non...?
Aggiornamento 18/10. Interviene Mark B., che, con la sua consueta e ferrea precisione specifica che l'autobus sarebbe un Lancia Esatau. Ma Mark non si contenta di questo, e precisa anche che "dovrebbe appartenere a una serie tra FI 57900 e FI 57950". Saremmo quindi, come immatricolazione, tra il 7 marzo e il 10 aprile 1952. Mi ci voglio immaginare sopra mio zio Dino, che faceva il bigliettajo dell'ATAF.
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domenica 27 ottobre 2013
San Vincenzo a Torri
Da che cosa stavamo tornando, io e due miei amici (la Cristina e Claudio "Ricciolino"), lo racconterò presto su un altro blog. Uno di quei pomeriggi qualsiasi nelle campagne fiorentine, che per un motivo imponderabile diventano magici; mettiamola così. Ma a noialtri, qui, interessano le tregge; così quel pomeriggio, a San Vincenzo a Torri, sul far della sera di un giorno di questo tardo ottobre che ha voluto fare da contraltare al maggio autunnale del 2013. Maggio autunnale, e abbiamo un ottobre in cui si sta ancora tranquillamente in maglietta a maniche corte. Passando per San Vincenzo a Torri (da cui non passavo da un bel po'), è stato come se mi sentissi qualcosa. Il pomeriggio non era stato sul lato "tregge", ma aveva avuto a che fare con un'altra mia passione (che, in questo caso e come si vedrà meglio poi, definire "bruciante" è del tutto letterale; tranquilli, però, non eravamo andati assolutamente a dar fuoco a qualcosa!); però San Vincenzo a Torri è un posto che mi ricorda qualcosa. E qualcuno, con tutti i contrasti possibili e immaginabili; naturalmente sono fatti miei, che non hanno posto qui; ma mi succede spesso di passare per posti del ricordo, e che mandano una specie di segnale. Anche con una treggia. Allora si scende, rischiando di essere persino travolti sulla trafficatissima provinciale.
A San Vincenzo a Torri, in uno di quei terreni di campagna che non si sa se siano orti, magazzini e chissà cos'altro, stava tranquillamente a disfarsi questa meraviglia. Immobile, ferita, con sopra i brandelli di un telone blé che la avvolgevano in un modo stranamente elegante. Come se la sua bellezza non volesse, né potesse mai morire anche in quelle condizioni miserevoli, di relitto nelle campagne. Con ancora la targa anteriore, che la pone nell'anno 1963. Ha cinquant'anni come me, questa Alfa Romeo Giulietta berlina in un tardo pomeriggio d'ottobre; mi è venuto, dopo averla fotografata, di carezzarla. Di farle coraggio. Di dirle che tutti, uomini o macchine che siamo, dopo aver vissuto cinquant'anni s'avrebbe il diritto di.... ma di chissà cosa, in fondo. Forse soltanto quello di immaginare che anche una macchina ridotta a un rottame possa, in qualche modo, sentirlo. Per questo, da oggi va a finire nel logo del blog.
San Vincenzo a Torri. Una strada e due file di case, con la campagna attorno. La città è vicina, anche se si chiama in un altro modo da quella principale; non importa, non c'è alcuna soluzione di continuità. Un tempo, le Torri c'erano anche nel comune di appartenenza, che ora si chiama diversamente; Casellina e Torri si chiamava. Chissà quante di quelle volte la Giulietta sarà salita, che so, alla Roveta. O si sarà fatta comunque vedere in quelle plaghe sconciate nella piana e tenutesi bellissime sulle colline; proprio per questo io sono un percorritore instancabile della piana, alla ricerca di quel che è rimasto. Lo sguardo gira attorno cercando, cercando sempre. Si trovano infinitezze in cose impensabili e comunissime. Facile cercare e trovare l'infinito di fronte al solito oceano, alla solita montagna o al solito cielo stellato; si provi un po' a cercarle in un terreno sciamannato sul bordo di una strada, o nel rottame di una vettura.
Così si vedono anche le espressioni che il tempo fa assumere alle cose. In un'epoca di cose, e cose, e cose su cose, verso le cose stesse non si ha il minimo rispetto. Non sono certamente uno propenso all'anima e a ragionarvi sopra; però si guardi questa foto. Sembra che il muso della Giulietta sia meravigliato, stupito. Con quei due fanali che sembrano puntarti, e la calandra una bocca spalancata. Forse, chissà, dipendeva anche dal genio dei progettisti che davano una vera e propria fisionomia alle automobili; cosa che non esiste più, con le vetture di adesso che dicono solo banalità e standardizzazione, che dicono gusto imposto e pensiero unico. Per questo le rifiuto in blocco, anche le più sofisticate tecnologicamente. C'era una bellezza imponderabile nella meccanica che poteva piantarti in asso, e nella quale potevi mettere le mani senza centraline elettroniche, con un par di chiavacce inglesi, uno svitacandele e un cacciavite. Forse, chissà, questa macchina la si potrebbe far ripartire e risentire il rombo Alfa. Il rombo vero di quella vera.
Messa com'era, ho provato a andare a fotografarla un po' anche di dietro. Il dietro stava in mezzo a un delirio di piante. La targa posteriore non c'era più. Questo è il massimo che mi è riuscito, rischiando di finire in un fosso. E ci sarei anche finito senza problemi, se fosse stato necessario. San Vincenzo a Torri, giovedì 24 ottobre 2013; e se quella era Giulietta, mi sono sentito una specie di Romeo con addosso una magliettaccia bisunta e una gran voglia di non mollare mai nulla.
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mercoledì 3 giugno 2009
Pure a Shakespeare
Lei si chiama Giulietta, e ha decisamente a che fare con Romeo. Il fatto che il suo Romeo sia pure Alfa, vabbè, è del tutto secondario. L'avessero avuta i due omonimi ragazzi veronesi! Magari, lasciando con un palmo di naso anche quel famoso barbaro non privo d'ingegno, più noto come Guglielmo Shakespeare, avrebbero fatto una sgommata e salutato tutti quanti per andare a godersela lontano lontano. Insomma, avremmo avuto un capolavoro della letteratura in meno, e un amore felice in più; da ultimo romantico in città (vabbè, ok, facciamo pure penultimo o terzultimo), sono propenso a scegliere la seconda cosa.
Ma di un capolavoro qui sempre si parla. Questa macchina qui, parcheggiata alla bell'e meglio nello spazio di un benzinaio, con due gomme a terra ma per il resto ben tenuta. Una macchina che vale un'inchiodata, lo schizzare fuori come un ossesso, qualche “eureka!” berciato senza nemmeno rendersene conto e una serie di fotogrammi indefiniti e indefinibili. Perché la Giulietta è anche un'auto da film, in bianco e nero, lunghi filari di pini in un'Italia un po' meno massacrata, e velocità rombante. Una di quelle macchine che mi piacerebbe mandare almeno una volta prima di crepare. Non mi riuscirà ovviamente mai, ché già è un colpo di fortuna poterne vedere una, in un posto qualsiasi, lontana dai raduni di auto storiche (che in questo blog saranno evitati accuratamente: suo scopo precipuo è quello di fotografare le oldies nella vita quotidiana di una città). Pazienza. Farò come da bambino, quando se ne vedevano ancora abbastanza spesso a giro: tiro fuori la lingua, faccio brum brum e mi immagino. Anche che sarebbe piaciuta, e non poco, pure a Shakespeare.
N.B. Questa stupenda autovettura è ottimo pane anche per il cacciatore di targhe, attività oramai uccisa dalle targhe moderne e dalle loro orrende combinazioni alfanumeriche. Si noti infatti la sequenza: FI 18 - 19 - 20.
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