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sabato 30 maggio 2026

Valtellina (Isola d'Elba)

 


So bene che questa non è certamente l'Isola d'Elba da cartolina; siamo però alla porta dell'Elba, vale a dire sul porto di Portoferraio, un paio d'annetti fa. Per essere precisi, siamo esattamente nel parcheggio dietro la biglietteria Toremar / Moby Lines; parcheggio che è già salito alla cronaca del TB svariate volte, e noto per essere una delle principali treggiaje non soltanto dell'Isola d'Elba, ma probabilmente della Toscana intera. L'Isola d'Elba, in particolare e per sua stessa natura, è celebre per essere il regno incontrastato delle vecchie e gagliarde Citroën Mehari: la concentrazione di Mehari ancora in circolazione e in uso sull'Isola dei Mille Fuochi è assolutamente ragguardevole. Chi ancora ne possiede una, non si priva di questa straordinaria "spiaggina"; non se ne priva nemmeno quando diventa inservibile. Anni fa, ricordo personalmente di una Mehari completamente bruciata, e della quale rimaneva soltanto l'intelaiatura annerita perché la plastica brucia parecchio bene, che rimase per svariati anni sul ciglio della SP25 vicino a Cavoli. Insomma, come dire: all'Elba, la Mehari gode pressoché di un culto, del quale mi pregio di essere convinto fedele.


Qui siamo poi di fronte addirittura ad un pezzo di Valtellina trapiantato all'Elba. Ignoro ovviamente i complicati meandri dello spirito attraverso i quali non solo una Mehari targata Sondrio sia approdata all'Elba, ma anche i motivi per cui qualcuno, un lontano giorno, abbia comprato una vettura del genere per girare tra le montagne della Valtellina, tra le famose spiagge di Bormio e i rinomati lidi di Livigno. E' da ipotizzare che i montanari, simpatica gente dedita storicamente ai piaceri della grappa, provassero per questo abbastanza caldo da poter girare con una Mehari a quindici gradi sotto zero. Ma tant'è, e la saggia Mehari valtellinese ha pensato bene di emigrare in un'assolata isola tirrenica.


A tutto questo si aggiunga la rarità di trovare, comunque, un qualsiasi automezzo targato Sondrio. Funziona come per Oristano, Enna, Rieti e Isernia: le auto e le moto targate Sondrio sono rare persino in provincia di Sondrio, avvistarne una è un'impresa titanica ed il fatto che ciò sia avvenuto all'Isola d'Elba la dice lunga. Questa, poi, è addirittura una Mehari ancora con la targa nera: poiché la Mehari cominciò ad essere prodotta e commercializzata nel 1968, si può tranquillamente ipotizzare che risalga alla fine degli anni '60 o (più probabilmente) ai primi anni '70. Il periodo d'oro delle "spiaggine", insomma; quello delle Dune Buggies della celebre canzoncina degli Oliver Onions (e tra i cui autori risulta persino Carlo Pedersoli, alias Bud Spencer).



Facilissimo, a questo punto, e specialmente per uno della mia generazione, lasciarsi andare ai ricordi adolescenziali: i falò sulla spiaggia, le ragazzine con gli occhioni sognanti, le giornate al mare che non finivano mai...lasciamo stare, vah. Però mi resta l'idea che 'sta Mehari le abbia viste anche lei, queste cose. Sicuramente non si possono ricordare vedendo in giro una ripugnante "Grande Panda" o robaccia moderna del genere.

sabato 16 aprile 2016

Una Uno Turbo elbana e un ricordo



L'ultima treggia elbana nel TB risaliva nientepopodimeno che al 7 gennaio 2014 ed era stata beccata...al piazzale Michelangelo a Firenze. Ach so. Il fatto è che, TB a parte, all'Elba in questi ultimissimi anni, e per motivi in gran parte non piacevoli, ci sono andato poco. Lo scorso anno sì, e sebbene il TB fosse nel suo "anno sabbatico", la fotocamerina digitale non lo era affatto (e non lo è mai stata). E così, si ricomincia pure con le Tregge Elbane e la cosa -si capirà- mi fa un piacere particolare; con tutto il rispetto possibile e immaginabile per il piazzale Michelangelo e per Firenze tutta, ancora ce ne corre con quel che si vede dal monte Perone in un giorno di limpidezza. O anche da Marciana, quella alta; e qui siamo giustappunto a Marciana, che non è affatto una new entry nel TB: chissà se qualcuno si ricorda di questa, che è stata la prima Fiat 600 del TB agli albori del blog. Allora vigeva ancora la regola di non dire dove le foto erano state fatte, regola che è stata con gran gioja abolita. Quasi sette anni dopo, quindi, si può dire che anche la 600 appartenuta al parroco stava a Marciana, la quale ritorna su questi schermi con una Fiat Uno Turbo i.e. rossa fiammante.



La Uno Turbo a iniezione elettronica era considerata, secondo la vox populi, una vettura pericolosissima, specie nelle mani di qualche pischellaccio. Era una Uno, cioè nell'accezione comune una utilitaria, che aveva suppergiù la potenza di una Ferrari, fatte le debite proporzioni; non a caso il rosso fiammante era uno dei suoi colori di ordinanza. Andava davvero come le schegge e farsela scappare di mano non era raro; tutte queste cose mi venivano a volte dette da una ragazza che conoscevo molti, molti anni fa e che aveva, giustappunto, una Uno Turbo i.e. rossa fiammante. Aveva, boh, circa la mia età, forse addirittura meno; io avevo ventitré anni, lei ventuno o ventidue, e frequentavamo lo stesso posto che allora viveva una specie di sua fase eroica, mettiamola così, fra mille difficoltà. Amici nel senso proprio del termine non eravamo; conoscenti, si scambiava qualche parola, cose così. In quel posto fu la prima ragazza in assoluto a fare una certa cosa che aveva proprio a che fare con la guida, cosa in cui era particolarmente versata; e ci credo. Con una macchinina del genere sotto il sedere, bisognava saperci fare sul serio. Non molto tempo dopo quella ragazza venne a mancare in modo tragico, e la guida non c'entrava proprio per niente; la sua Uno Turbo rimase ferma. Mi era tornata in mente anche mentre fotografavo la Uno Turbo marcianese, e ritengo giusto ricordarla anche ora che sto scrivendo questo post; del resto, è piuttosto raro vedere ancora in giro una vettura del genere, nonostante, in termini treggistici, gli esemplari superstiti abbiano soltanto una trentina d'anni. Questa è stata immatricolata, secondo il Bollonet ACI, il 17 giugno 1985.

Isola d'Elba, si diceva. Quanto alle canzoni, le canzoni elbane o che parlano dell'Elba spesso sono canzoni di galera. Quella credo più famosa, credo, si chiama Portolongone (vale a dire Porto Azzurro); qui invece ve ne presento una che si chiama O Isola dell'Elba, scoglio infame, cantata dalla bravissima Daniela Soria, elbana DOC (Soria, tra l'altro, se non mi sbaglio è proprio un cognome tipico marcianese). Servirà magari a ricordare che, per molti, l' "isola dell'Elba" non è stata affatto, e non è tuttora, un luogo di delizie e di vacanze. Via le galere dalla faccia della terra!



martedì 7 gennaio 2014

Caput Liberum al Piazzale



Poiché ho constatato che persino ner màggico mondo de Titti er Canarino si cominciano a mettere fotografie di vecchie auto e moto, condite con qualche bella ragazza e rivendicazioni di anni e modelli sconosciuti, ho deciso di uniformarmi volentieri, per una volta, a questa moda virtuale. Volentieri perché domenica pomeriggio, al Piazzale, mi sono imbattuto in una specie di mini-raduno Vespistico (forse gli ultimi di un raduno più grande che si era attardato) in mezzo al quale, sulla sua Vespa, c'era questa graziosa conterranea Capoliverese (indi per cui il tutto va anche tra le Tregge Elbane; diciamo elbane in trasferta!). Anno e modello: sconosciuti! (Nuovo & poderoso slogan); o meglio, il modello si conosce benissimo, l'anno del motociclo non sono andato nemmeno a vederlo, e l'anno della graziosa fanciulla mi sembra -fortunata lei!- abbastanza recente da poter fare a meno di andare a controllare sul database dell'Agenzia degli Usci & Ingressi o come cavolo si chiama. 

La quale fanciulla, naturalmente, non se la prenda se dovesse un giorno o l'altro riconoscersi in questa foto. Tutt'altro: trovare un'elbana a Firenze mi fa sempre un gran piacere e tutto ciò deve essere considerato come un omaggio sia a lei, sia al nostro Scoglio in mezzo al mare. Non potevo certo fare a meno di coniugare almeno una volta, sul TB, donne & motori; qualcosa alla tradizione va pur sempre pagato.

lunedì 30 dicembre 2013

L'Elba comincia a Campiglia



Qualche tempo fa avevo dichiarato ufficialmente chiuso il 2013 delle Tregge Elbane; ma è il caso di fare un'ultima eccezione del tutto particolare. Con questa rossa fiammante Porsche 911 non siamo infatti per nulla all'Elba, ma in quel di Campiglia; e non la Campiglia Marittima in vista di Piombino (e quindi già in vista dell'Elba) ma la Campiglia frazione del comune di Colle Val d'Elsa, sulla statale che porta a Volterra.

Per me, l'unica strada che porta da Firenze all'Elba è quella. Fin da quando sono nato. Si va al Galluzzo, si fanno trenta o poco più chilometri della Firenze-Siena, si esce a Colle e si piglia la strada per Volterra. Si scende alle Saline, si tira per Casini di Terra, Ponteginori e Bibbona, e si prende la vecchia Aurelia "declassata" passando per Donoratico. A Piombino si arriva da lì. Ci si mettono, naturalmente, ore in più che prendendo la FI-PI-LI e l'autostrada A12 a Collesalvetti; ma io sono per le cose lente lente. L'Elba deve preannunciarsi, e si preannuncia, appunto, poco oltre Colle Val d'Elsa. Alla curva di Campiglia comincia l'Elba; e per questo la Porsche 911 trovata la scorsa estate a Campiglia mentre andavo all'Elba appartiene, di diritto, alle Tregge Elbane.

E che sia treggia a buon diritto nonostante la targa bianca del 1987, ce lo dice la cara, vecchia Agenzia delle Entrate; risulta infatti immatricolata, coi sui 2687 cc di cilindrata e i suoi 128 kw, il 6 marzo 1976. Occhio di Treggista Militante® non errò, colse e proseguì per la sua pinocchiesca, antica e amata terra lunare.

giovedì 5 dicembre 2013

Ciao Elba (per il 2013)



Per quest'anno, è giunto il momento di dare l'arrivederci all'Isola d'Elba e alle sue tregge. Quella delle "Tregge elbane" è, notoriamente, la categoria di "Tregge locali" più antica del TB, dovuta al fatto che sono mezzo elbano (da parte di madre), e che con l'Isola ho, da sempre, un rapporto viscerale. Se ne riparlerà a primavera, anche se non si sa mai; nel frattempo chiudo il '13 treggistico elbano calando un autentico tris d'assi a due ruote. Siamo qui a San Piero in Campo, paese nel cui centro storico le automobili non possono manco entrare (e, comunque, non ci entrerebbero); logico che motorini e Vespe la facciano da padroni. L'Elba è di conseguenza l'unico posto dove continuo a vedere dei Ciao in circolazione, come questo in primo piano. Vittima di rottamazioni, divieti e eurozzeri, il Ciao -autentico simbolo degli anni '70- è virtualmente scomparso dalle città (probabilmente, però, se ne troveranno chissà quanti esemplari a marcire e arrugginire in garage, magazzini, cantine e quant'altro); altrove, invece, qualche sparuto esemplare resiste. Col casco obbligatorio attaccato alla bell'e meglio al manubrio, come legge vuole, ma è ancora là con la sua miscela al 2% d'olio.

Come si può vedere, i motorini elbani sono ostentatamente démodé. Magari a Portoferraio, che per le dimensioni elbane è una metropoli, viaggeranno i perniciosi scuteroni (i "SUV degli scooter"); nei paesi sembra invece di fare un salto indietro nel tempo. E si vedono anche cose come questa:


È uno scooter elettrico PRB Grillo a 250 watt; praticamente, una bicicletta elettrica un po' più elaborata. Sinceramente ignoro a quando possa risalire; potrebbe essere anche recentissimo. Le sue linee però non sono troppo diverse da quelle di un Ciao (o di un Sì). Si passa infine all'elbanità scuteristica più autentica:


Questa Vespa 50 presenta l'accorgimento più usato all'Elba (e non solo) per sopperire alla necessità del trasporto di oggetti (e, in particolare, della spesa e dei prodotti dell'orto): una bella cassetta da acqua minerale attaccata sul retro in qualche modo. C'è chi ci mette una cassetta da verdura, comunque; e il problema è risolto senza nessun bisogno di costosi bauletti con la serratura. Autarchia isolana.

martedì 3 dicembre 2013

Triumpe triumpe n° 3!


Ed eccoci ad un altro recupero dallo Smartòfono o come cavolo si chiama; recupero che ci riporta allo scorso mese di giugno e, quel che più conta, all'Isola d'Elba. Il 2013 delle Tregge Elbane è stato un po'...a pezzi e bocconi e non paragonabile al glorioso 2012; ma ha comunque dato i suoi frutti. Tra i quali ora annoveriamo anche questa Triumph Spitfire con un'immatricolazione pavese del 1987; dal database "pro-bollo" dell'Agenzia delle Entrate risulta però essere stata immatricolata per la prima volta in Piemonte il 20 giugno 1974.


Con questa treggia piemonto-pavese fanno il loro ingressio triumpale nel TB sia la località elbana di Lacona, sia i campeggi in toto. Siamo infatti nel parcheggio del Camping Lacona; pensate dove riesce a penetrare un Treggista Militante®!

martedì 5 novembre 2013

Il portaborse



Quando l'ho vista parcheggiata, lo scorso ottobre, appena fuori dalla Conad di Marina di Campo, mi son detto che dall'Austria devono venire all'Elba per andarsene belli scoperchiati in autunno inoltrato. Sono le tipiche reazioni dell'italiano frustrato, codeste. Ci dicono che il tenore di vita degli austriaci che votano in massa per partiti filonazisti o quasi è tra i primi del mondo, mentre qua si annaspa nella merda; e allora ecco che ritiriamo fuori 'o sole. Con la sua bella targa di Landeck nel Tirolo, ché Landeck vuol dire "angolo del Paese" e qui siamo invece in un angolo del mio, di paese, fanculo a voi, a Cecco Beppe, a Waldheim e a Haider. Davvero i classici tre minuti di pattume cerebrale, non c'è che dire; succede. Tanto più che chiunque, di fronte a una macchina del genere, non esiterebbe a dire: "bell'oggettino".



Eccoci quindi di fronte alla classica BMW 318i Cabrio (o E30 Cabrio) che ha rappresentato un "oggetto del desiderio" negli anni '80 e '90. Rossa fiammante come di regola negli anni di strònzio. 


E lo sapete cosa m'è venuto a mente un momento dopo, con un ghigno sataniko? Che proprio questa macchina, e dello stesso colore, è quella che fa una bruttissima e meritatissima fine nell'indimenticabile scena finale del film di Daniele Lucchetti Il Portaborse,  interpretato da Nanni Moretti e Silvio Orlando. Uno dei film più azzeccati sull'Italia craxiana, che precedette di poco (è del 1991) la sua fine ingloriosa con gli scandali di Tangentopoli. Quel che è venuto dopo, beh...lasciamo perdere, vah. Non vi ricordate la scena finale di quel film, dove Silvio Orlando e Giulio Brogi distruggono letteralmente a mazzate (da golf) la macchina simbolo-di-potere regalata dall'onorevole Botero (Nanni Moretti), dopo aver rivelato con un esemplare antidiluviano di telefono veicolare (allora privilegio di pochissimi) il tema letterario per l'esame di maturità?




Beh, riguardatevela. Sappiate solo che, mentre fotografavo la macchina, sognavo anche io di pigliarla a mazzate. Una soddisfazione immensa!

Top secret




Considerazione n° 1. Nel post precedente ho parlato dello Smartòfono che mi sono ritrovato in saccoccia, nuovo coadiutore del TB; cosicché, ecco un altra trovaglia dovuta proprio al telefonino ipertecnologico. La quale, con un tipico contrordine, compagni!, permette di tornare sulle Tregge Elbane. Nonostante la targa veronese siamo proprio all'Elba, qui, lo scorso mese di ottobre in una giornata che pareva ancora estate piena. Considerazione n° 2. Il TB, un tempo, pur non avendo mai neppure preso in considerazione di coprire le targhe degli automezzi (consuetudine totalmente ridicola in tempi in cui siamo spiati 24 ore su 24 coi mezzi più sofisticati, nonché in palese contrasto con la natura della targa, pubblico strumento di riconoscimento), si era riservato di non far capire mai esattamente dove fossero stati fotografati. In realtà, specialmente negli ultimi tempi, ho derogato un po' da questa regola; in fondo, mica sto spiando un cavolo di nessuno, né mi interessa minimamente "localizzare" chicchessia. Per queste foto, però, sono costretto a mantenere rigorosamente top secret il luogo dove sono state prese. Il bel Mezzosacco veronese del 1968 si trova all'interno di una struttura che è senz'altro meglio non nominare eccessivamente, mettiamola così. Fino a questo si spinge il Treggista Militante®!

mercoledì 16 ottobre 2013

Ultime nòve dalla Treggiaja Campese


Il grosso spiazzo all'inizio di Marina di Campo, normalmente adibito a parcheggio ma dove, il mercoledì mattna, si tiene il mercato, può oramai a buon diritto chiamarsi la Treggiaja Campese. Uno di quei posti dove il Treggista Militante® va praticamente a colpo sicuro; e di "colpi sicuri" ne avevo bisogno quest'anno, in cui le Tregge Elbane sono state dimolto poche. 

La Treggiaja Campese si trova, come detto, all'inizio del paese di Marina di Campo. I campesi chiamano quel quartiere, edificato pressoché in modo selvaggio negli anni '60, "Longarone"; probabilmente dovette ricordare loro, coi suoi palazzoni, la diga del Vajont. Il soprannome, però, si è rivelato curiosamente e spiacevolmente premonitore un paio d'anni fa precisi, il 7 novembre 2011, quando tutta Marina di Campo è stata sommersa da due metri d'acquaccia e fango. Nulla di paragonabile, fortunatamente, all'immane tragedia del Vajont (anche se una persona è morta); ma forse, d'ora in poi, sarà meglio soprassedere con certi soprannomi.

Ci è stata "consegnata", come ultima Treggia Elbana del 2013, questa 500 pistoiese in trasferta sull'Isola, imprezïosita da addobbi fiatteschi all'interno; è del 1972.

martedì 15 ottobre 2013

Sant'Ilario, Anarchisti e Vespe


Stavolta, come vedete, sono stato di parola. Avevo promesso un rapido ritorno al TB dopo qualche giorno sull'Isola, ed eccomi qua con tante, tante cose negli occhi e nella mente, e anche con qualche piccola treggia. Non bisogna aspettarsi granché, d'ottobre all'Elba è grassa se ci sono gli abitanti; ma qualcosa s'è rimediato, e anche qualcosa di pressoché strabiliante come questa qui.

Il paese di Sant'Ilario. nome completo Sant'Ilario in Campo, se ne sta arroccato su balze di granito accanto al suo "fratello di pietra", San Piero (in Campo anche lui, come Rinaldo), alle pendici del Monte Perone prima, e del Capanne poi. Se qualcuno crede che la qualifica di "monte" sia un po' troppo per delle alture che superano di poco i mille metri, provi a partire la mattina e andare su, in cima, a piedi; certo, non saranno le vette himalayane e nemmeno quelle alpine, ma arrivare lassù non è nemmeno uno scherzetto da ragazzi.  A differenza dell'Himalaya e delle cime alpine, poi, una volta in cima si vede un mondo di mare, di isole e di coste; mi spiace molto per le sacre vette del Pamir, dove peraltro non sono mai stato e dove non metterò mai piede, ma io non farei a cambio con la Pianosa, con Giannutri, con la Capraia e anche con la Corsica. A ciascuno il suo, e il mio è questo qua.

Sant'Ilario e San Piero sono stati paesi di cavatori di granito, e sembra che tra il cavar pietre e l'Anarchia ci sia sempre stata una certa qual corresponsione; Carrara docet. Fatto sta che Sant'Ilario, che peraltro (al pari di San Piero) è un paese di stupefacente bellezza, si è ritrovato non dico a far nascere, ma a fabbricar la materia prima e ad accogliere sovente una delle principali figure dell'Anarchismo italiano: Pietro Gori.


A chi, meschin'egli, non conoscesse il nome di Pietro Gori, gioverebbe forse ricordare che è l'autore di Addio Lugano bella, il cui manoscritto è conservato proprio all'Elba, presso l'archivio del Comune di Portoferrajo; e, del resto, l'avvocato libertario la cui intera vita fu al servizio degli Umili e de' Diseredati, e che per questo ebbe a patire galere e esìli, era di famiglia elbana, e giusto di Sant'Ilario in Campo, nonostante fosse nato per isbaglio a Messina nelle Sicilie. All'Elba e a Sant'Ilario sempre fu legato a doppio filo, rimanendo una figura quasi sacra per gli elbani anche in tempi di mia memoria; e a Portoferrajo partì da questo mondo il giorno otto di gennajo del mille e novecentoundici, a soli quarantasei anni. L'Elba si riempì di lapidi, monumenti e strade dedicate a Pietro Gori, che -come si legge in questa, "il fascismo violò" e che furono "riconsacrate dal popolo".


Indissolubile, quindi, il nodo tra Pietro Gori e Sant'Ilario di pietra; e, a ribadirlo, oltre al Pietro suo, Sant'Ilario è nota per aver dato i natali anche ad un noto musicista, il compositore di operette Giuseppe Pietri (l'autore dell'Acqua Cheta). Pietre, Pietro, Pietri; tutto sembra tornare. Ivi compresa la Vespa di partenza, ve la ricordate?, che sembra essersi un po' persa in tutto questo gran divagare. Eppure, anche lei partecipa dell'immenso uman pietrame che siamo andati cavando stasera.


Dentro Sant'Ilario non si entra con le macchine. Non servono divieti perché il paese di vieta da solo: praticamente è fatto tutto a scale e gradini. Per qualche viuzza o angiporto, però, un Vespino può passare; e ci può esser sempre bisogno di portare un pacco d'acqua, un pentolon di zuppa o un mezzo cignale marinato a casa. Indi per cui, un Vespino come questo "Primavera 50" d'un anno imprecisato perché nascosto dal moderno targhino del càppero, ma sicuramente non vicino, è un mezzo che a Sant'Ilario ci sta a meraviglia.


A Sant'Ilario, ovviamente, non si va tanto per il sottile. Il salmastro scrosta le vernici, e a un certo punto c'è bisogno di dare una bella riverniciatina: alle persiane, ai muri e alle Vespe. Allo stesso modo e anche con lo stesso colore delle persiane: si piglia una pennellessa, e via. Se è avanzato un barattolo di vernice, perché sprecarlo? Dalle foto non so se appare chiaro a quale razza di riverniciatura sia stato sottoposto il Vespino; ma vi posso assicurare che, dal vivo, faceva un effetto quasi di allegria!

giovedì 10 ottobre 2013

Dunelba alla vigilia


Ho avuto, come detto in altro post di oggi (giornata del nuovo inizio), un'estate piuttosto travagliata; e di ciò mi dispiace sommamente perché io sono, letteralmente, uno di quelli che aspetta l'estate tutto l'anno (o, come dice Francesco Guccini in una sua somma canzone, Lettera, uno di quelli che aspettano l'inverno per desiderare una nuova estate). Fatto sta che anche le mie puntate elbane sono state brevi e scarse, con la conseguente mancanza del consueto appuntamento al termine dell'estate; inoltre, ci sono andato durante l'appiedamento (seppure avessi, pittorescamente, a disposizione una vettura prestatami gentilmente). Mentre scrivo, ora, mi trovo però alla vigilia di una puntata elbana ottobrina: domattina parto. Indi per cui c'è sempre la speranza di trovare qualche nuova treggia da aggiungere a quella che è per me -lo dico francamente- una delle "categorie" più sentite di questo blog. Per qualche giorno è possibile che il TB resti fermo, ma stavolta non per crisi o "blackout"; semplicemente per mancanza di collegamenti Internet (il wifi all'Elba? ah ah ah!)

Ciononostante, nel mese di luglio, una treggia elbana sono riuscito a rimediarla, in quel di Portoferraio e persino davanti alla mitica Osteria Libertaria (io la proporrei volentieri per il premio Nobel per le osterie, ma mi dicono che preferiscono dare quello per la pace a Baracco Obama, pensate un po'). E non è una treggia elbana di poco conto, dato che ci testimonia la presenza sull'Isola di almeno una Duna berlina. Nemmeno l'Elba, quindi, si rivela immune dalla dunite perniciosa virulenta che colpì la penisola italiana tra gli anni '80 e '90; qui l'immane modello della Fìatte brasileira (ovvero: come essere inutilmente planetari) ha una targa livornese del 1989, l'anno della caduta del muro di Berlino. Peccato, però, che quel muro crollò addosso alle Trabant, e non alla Duna. Vabbè, non si può avere tutto dalla vita!

L'ho chiamata comunque Dunelba sfruttando una cosa assai diffusa sull'Isola: quella di aggiungere il suffisso -elba ad ogni cosa. All'Elba si producevano le bibite gassate Spumelba, il tonno in scatola Napoleonelba, c'è il forno Panelba e così via; c'è chi ipotizzava che un'eventuale ditta di spurghi locale si potesse chiamare Merdelba, oppure una di preservativi Scopelba. Noi, qui, ci limitiamo alla Duna; buona visione, e a presto.

martedì 23 ottobre 2012

Carrelba '12 (23) - Il mito salmon-cimiteriale




Siamo così giunti alla fine delle tregge elbane dell'estate 2012; un'estate elbana che, come avete visto, ha "prodotto" più d'ogni altra e che ha tenuto il TB impegnato per quasi due mesi, pur con tutte le sue "pause" di prammatica. E questa cosa qui, pur non essendo cronologicamente tale, me la sono volutamente tenuta per ultima, a simbolo dell'estate intera. Una vettura del genere la si vede probabilmente una volta sola nella vita, del resto; tant'è vero che, de iure, passa direttamente nel logo del blog (ma, per salvaguardare i vecchi loghi, è stata istituita un'apposita categoria).

Il luogo dove è stata fotografata questa Fiat 600 Jolly Ghia dal color salmone assolutamente stupendo e indimenticabile è del tutto particolare; si tratta infatti del cimitero comunale di Marina di Campo. Un luogo che, per il sottoscritto, ha un significato di non poco conto: vi sta a dormire, infatti, buona parte della mia famiglia (compresa mia nonna), nonché un'altra caterva di parenti vicini e lontani, ed anche non so quante persone del paese che ho conosciuto bene. Vi potreste chiedere: d'accordo, ma com'è che sei andato a rifinire al cimitero per fotografare la 600 cabriolet?




Presto detto. Le foto sopra, infatti, testimoniano del più classico degli inseguimenti treggistici. L'inseguimento treggistico è una manovra aleatoria e rischiosa, che si effettua soltanto in casi rari che lo giustifichino; ma, ditemi voi, se non lo giustificava questo. Me la sono vista spuntare davanti ad un incrocio, una tarda sera in cui ero dovuto andare in farmacia; e non ho avuto dubbi. Via dietro. Per fortuna c'era con me la Piasintëina pronta a fotografare, e sicuramente ha fatto miracoli.

La cosa, però, ha preso un andamento inaspettato quando mi sono accorto, con autentiche grida di giubilo, che la vettura aveva preso, ebbene sí, la strada del cimitero. Forse giubilare in presenza di un camposanto non è molto elegante, però, per il Treggista Militante® impegnato ad inseguire una vettura del genere ed esperto nativo del posto, è un autentico colpo gobbo. La strada del cimitero, infatti, finisce lì. Senza uscita. Cul-de-sac. Blind alley. A meno che uno non entri nel cimitero direttamente con la macchina, si deve fermare. Infatti. E, una volta fermatosi, il conducente e proprietario di questa meraviglia ha dovuto prima ingoiare tutta la consueta storia del TB "concentrata" (mi premuro sempre di rassicurare l'oggetto di un inseguimento del genere, quasi 2 km, che non sono un malintenzionato) e poi mi ha fornito gentilmente tutta una serie di preziose informazioni sul suo Mito Salmonato.



Si tratta di una Fiat 600 reimmatricolata nel 1971, ma originariamente del 1962.  In pratica, la sua targa originale (che pure era romana) sarebbe stata compresa tra Roma 499286 e Roma 580695. La modifica "cabrio" era stata affidata dalla Fiat, nel 1958, al famoso carrozziere Ghia: era nata la 600 Jolly, con il preciso intento di farne una specie di giocattolino per ricconi: il suo uso originario, infatti, era quello di accessorio "terrestre" per gli spostamenti a terra dei superyachts (che, allora, in Italia si chiamavano ancora pànfili) dei miliardari. Una specie di "tender" a terra, insomma, equipaggiato di tettino parasole (spesso frangiato, e parecchio leggiadro) e di sedili in vimini:



La 600 Jolly ebbe, a modo suo, un gran successo presso il "suo" pubblico: insomma, come l'utilitaria che motorizzò l'Italia assieme alla 500 fu trasformata in un elegantissimo gadgettino per super-ricchi. Se ne comprò un paio pure Αριστοτέλης Ωνάσης (questa la grafia originale di Aristotele Onassis) per il suo yacht di 3000 metri o giù di lì; tra il 1958 e il 1962, la comunità municipale dell'esclusiva isola di Catalina, al largo di Los Angeles, ne acquistò 32 in funzione di taxi per gli ospiti (sull'isola era ed è vietato il traffico automobilistico privato).


Una delle 600 Jolly usate come taxi sull'isola di Catalina.

La 600 Jolly ebbe una produzione limitatissima e costava il triplo di una 600 normale. Come informa l'edizione inglese di Wikipedia, attualmente ne rimangono in circolazione meno di un centinaio di esemplari, ognuno dei quali è un "pezzo unico". Meno di un centinaio al mondo. E uno l'ha beccato il vostro Treggista Preferito® una sera d'estate a Marina di Campo, Isola d'Elba, inseguendolo fino al cimitero. Ora siete convinti che ne valeva la pena?

Carrelba '12 (22) - Padre Pio a mare



Ogni tanto il TB si concede, come dire, qualche divagazione dal topic principale; ma si tratta comunque di excursus (i puristi non si addannino a cercarne il plurale latino: essendo della IV declinazione, il plurale di excursus fa pure excursus) che attengono, in un modo o nell'altro, al Treggismo Militante®. Così, passeggiando per Portoferraio lungo la calata a mare, mi sono imbattuto in questo santo peschereccio, testimone d'antica divozione popolare: il Padre Pio II.


Di fronte a tale cosa, alcune brevi considerazione d'ordine squisitamente treggistico.
Da sempre, la flottiglia peschereccia italiana mostra una predilezione per la santa religione. Forse perché uscire in mare per la pesca è sempre stata un'attività parecchio pericolosa, la quale ha dato in pasto ai pesci parecchia gente che, invece, doveva far dei pesci pasto per sé e per la propria famiglia, era ed è giocoforza invocare la protezione de' Santi e della Madonna. Così, tra i pescherecci italiani, vi sono legioni di Sant'Antoni, di Sante Rite, di Sant' Efisio e, praticamente, di tutto il Martirologio Latino. Anche parecchie Madonne, da quella del Grappa a quella di Loreto. Come nella più autentica divozione popolare, però, le figure troppo elevate sono assenti: difficilmente si troverebbe un peschereccio chiamato Gesù Cristo, per non parlare di Dio. A dire il vero, un peschereccio chiamato Il Padreterno o L'Onnipotente potrebbe essere accusato di diabolica superbia. 

Negli ultimi tempi, però, la borsa valori dei santi è stata letteralmente sconvolta da un pigliatutto. Lui, insomma: Padre Pio da Pietrelcina, al secolo Francesco Forgione (1887-1968). Ora, come si vede, si sta impadronendo anche della flottiglia peschereccia ed anche di qualcosa di ben più grosso, dato che una più o meno nota showgirl italiana, Francesca Rettondini (conduttrice del reality Professional Lookmaker, che in italiano suonerebbe "Concio la gente a bischero per lavoro"), salita a bordo della Costa Concordia per una crociera last minute, ha dichiarato d'essersi salvata dal naufragio schettiniano proprio invocando la protezione di Padre Pio. Altro che peschereccio, insomma; la Costa Concordia è stata la nave naufragata più grossa della storia, non so se mi spiego.

Insomma, si converrà che il Treggista Militante® non poteva che dar conto di questo mutamento ne' santi marinareschi; al posto dei robusti santacchioni dei pescherecci, che non disdesgnavano un bicchiere di vino e, probabilmente, anche qualche bestemmia quando s'impigliavano le reti, o dei santi locali che, in fondo, erano come persone di famiglia e magari davano anche una mano sul lavoro, ecco spuntare il santo passepartout, quella specie di puttana con l'aureola buona oramai per il pescatore come per la soubrette, per il ragioniere di Castelbolognese come per l'imprenditore veneto con l'amante sposata. E c'è ben poco da fare, a parte ripromettersi, nelle prossime puntate all'Elba, di testimoniare i superstiti Santantòni e Santemadonne dei pescherecci. Glielo devo, a quei poveracci a rischio di cadere nel dimenticatojo.

Il peschereccio in questione, però, può essere interessante anche per un altro motivo. Alla vigilia della scomparsa di parecchie provincie italiane, fagocitate dalla spending review, e che resteranno solo nelle vecchie targhe automobilistiche puntigliosamente ricercate e esposte da questo blog, è indicativo vedere come, nelle immatricolazioni nautiche, esistano sigle del tutto inconsuete. Nelle "targhe nautiche", che vanno per capitanerie di appartenenza, si può vedere benissimo un natante targato Portoferraio, vale a dire PF. 

Carrelba '12 (21) - In tasca a Renzo Arbore



In tasca a Renzo Arbore, venuto a Portoferraio in pompa magna a fare una specie di spot pubblicitario alla privatizzazione della Toremar (la compagnia di navigazione pubblica venduta dalla Regione Toscana, del tutto casualmente, alla sua diretta concorrente privata Moby Lines), io quella sera me ne andavo per il capoluogo dell'isola in tutt'altre faccende affaccendato (ma non senz'avere urlato, anche con un minimo di approvazione popolare, un sonoro "vaffanculo" all'indirizzo dell'erremosciato showman istituzionale). Tali faccende, naturalmente, comprendevano anche l'estrema attenzione alle tregge presenti in quella torrida serata agostana, che ancora non posso del tutto rimpiangere dato che a tutt'oggi, ventitré di ottobre, qui siamo ancora in maglietta a maniche corte e si stianta dal bollore. Ed ecco che mi si para davanti quest'automezzo, appartenente ad una peculiare categoria occulta: quella dei fuoristradini. Il più classico dei Suzuki Santana, insomma, con targa torinese del 1984

Categoria occulta? Sì, perché, a rigore, dei fuoristradini dovrebbe far parte soltanto proprio lui, il Suzuki Santana (detto anche, familiarmente, Suzzuchino). Un fuoristrada in piena regola, ma dalle dimensioni di un'utilitaria; a mio parere, una delle vetturette più prodigiose degli ultimi quarant'anni. Un'automezzo che combinava le prestazioni richieste a un fuoristrada autentico (ai suoi tempi ancora non era nata la mortifera fregola dei SUV di merda) con l'ingombro minimo e con dei consumi ridotti. Naturalmente, come quasi sempre accade, le intuizioni geniali non hanno avuto alcun seguito. Però di Suzzuchini se ne vedono ancora discretamente parecchi in giro; segno che, chi lo ha comprato, non se ne disfa affatto volentieri e ne fa uso attivo. Testimone ne siano le regolari infangature presenti sulle carrozzerie tutt'altro che immacolate, ed il piacevole intreggimento che tali mezzi mostrano orgogliosamente. Ditemi voi, di fronte a una cosa del genere dovevo forse andare a sentire Renzo Arbore il privatizzatore, e le sue insopportabili canzoni napoletane?

lunedì 22 ottobre 2012

Carrelba '12 (20) - La Guzzi ragnata



Ragnata sì, perché non ho ben presente la funzione del retino avvolto attorno al serbatoio di questa Guzzi 1000 comasca di Bergamo del 1982, reperita palesemente al km 11 + 800 di una provinciale elbana. Altra funzione, secondo me, non può avere che quella di riprodurre la tela di un ragno, qualcosa che fa molto Spiderman. Ma debbo una spiegazione per il comasca di Bergamo, così come l'ho chiamata; si tratta di una delle più celebri performances di una vicina di casa (e vecchia amica di mia madre), la quale era specializzata nei più esilaranti sfondoni che mai mente umana abbia potuto concepire (il più famoso resterà il catetere del Vesuvio). Costei, parlando di una conoscente, ebbe appunto a dire che sua figlia aveva sposato, sic, un comasco di Bergamo; e, da allora, quando vedo qualsiasi cosa abbia a che fare con Como è giocoforza ricordarmente nell'attesa di conoscere, naturalmente, qualche bergamasco di Como!

Carrelba '12 (19) - La supercar scarrata e il misterioso bifronte




Non capita tutti i giorni, sicuramente, di vedere una Jaguar XJ-S in giro; forse una delle più belle autovetture della storia, a modestissimo parere del vostro Treggista Preferito®.  Nelle sue varie versioni e evoluzioni, è restata in produzione dal 1975 al 1996; data la targa tedesca (precisamente di Aschaffenburg, città extracircondariale della Baviera nota, tra le altre cose, per il Pompejanum, la ricostruzione esatta di un immobile di Pompei) non saprei dire di quale anno sia, ma situarla da qualche parte negli anni '80 non sarebbe improbabile.

Non capita tutti i giorni di vederne una, e ancor meno di vederla in queste condizioni davvero miserevoli; una vera e propria supercar scarrata, abbandonata in un parcheggio alle intemperie che stanno cominciando a presentare il loro conto (e la loro ruggine). Se una vettura potesse raccontare la propria storia, sono convinto che si verrebbero a sapere delle cose straordinarie (e, penso, non di rado dolorose). Nel suo parcheggio di Capoliveri, lasciata lì al vento e alla salsedine, questa autovettura sembra poi titolare di un mistero ulteriore.

Guardate la targa; le lettere che contiene, AB-LE, sono l'esatto bifronte di ELBA. Quasi che nella sua targa fosse contenuto il suo destino, dato che all'Elba sembra che sia stata lasciata definitivamente. Il bifronte able/Elba ha dato luogo, fra l'altro, al più noto palindromo in lingua inglese: able was I, I saw Elba ("se potessi, vedrei l'Elba"). Qualche maligno ne attribuì la paternità a Napoleone Bonaparte. Per una contorta mente enigmistica come quella del sottoscritto, queste sono cose che danno quasi dei bordoni lungo la schiena.

Carrelba '12 (18) - Bello Ciao




C'era qualcosa che mancava nel TB? Parecchie cose, diranno i miei trentasette lettori. Sicuramente. Però, una delle mancanze più clamorose e sentite, senz'altro, era quella di un autentico Ciao. O meglio: i' Ciaìno. Uno dei simboli degli anni '70 italiani, il sogno tellurico dei quattordicenni (ancor di più, forse, che vederla alla compagna di banco), il vero, unico rovinafamiglie che provocava scontri all'ultimo sangue, divisioni tra favorevoli e contrari, la prima dura ribellione adolescenziale e promesse epocali ("ti si compra i' Ciao però tu ti metterai il cilicio e andrai in penitenza estiva al convento di Sant'Himmler in Val Dachau"). Era una mancanza, quella di un Ciao, che provocava sia ricordi, sia ragionamenti prettamente treggistici: ad un certo punto, in Italia, un Ciaìno lo avevano davvero tutti. Per restare all'Elba, persino mia zia Clara, a cinquant'anni e rotti, se ne comprò uno per andare a lavorare la mattina, mandando in pensione la tradizionale bicicletta (per un po' accarezzò anche l'idea di prendere la patente automobilistica, come fece mia zia Egle buonanima; ma poi non ne fece di nulla) e venendo seduta stante presa per i fondelli e chiamata Ago (da Agostini, il campione motociclistico). Bene; non so come mai, ma trent'anni dopo il Ciao è pressoché scomparso dalla circolazione. Probabilmente ci saranno anche motivi tecnici e legislativi, storiacce di motori a du' tempi o roba del genere, rottamazioni, normative antinquinamento e quant'altro; però il Ciaìno sembra essersi volatilizzato dalla storia. Trovarne uno, quindi, è attualmente un'impresa.

Al suo posto, oggi, ci sono dei mostri più grossi di una moto giapponese dell'epoca; se la ragion d'essere di un motorino era quella di un "mezzo agile" che permettesse di destreggiarsi nel traffico, i quattordicenni di oggi vanno a scuola con delle bestie spaventose (quando non ci vanno, tout court, con le Chatenet e con le altre automobiline del genere). Addio Ciaìni, Betini a tre marce, Califfi e Califfoni, Sì e altri veri motorini; un'epoca è tramontata. Forse non è un caso che il primo Ciao che abbia non solo fotografato, ma proprio visto da vent'anni a questa parte, lo abbia beccato in un posto assolutamente defilato, appartato, persino un po' fuori dal mondo. Il paese di San Piero in Campo è tale, e raccomanderei anche a chi si rechi all'Elba di farci una visita perché lo ritengo tra i borghi più belli del mondo. E lo è.