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lunedì 16 marzo 2015

Cosittumpàri...!



Forse qualcuno si sarà chiesto come mai, quando si tratta di inserire antiche foto (questa è stata fatta pervenire da un mostro sacro del TB: Mark B.), si va spesso a cascare in immagini di incidenti stradali; talmente spesso, oramai, che ho deciso di istituire una speciale categoria. La cosa è però abbastanza logica, se ci si pensa bene: nei primi (e anche nei secondi) tempi dell'autolocomozione a motore, un incidente -anche il più lieve e banale- era una notiziona. Circolavano, nelle città, talmente poche automobili, che quando due andavano a sbattere l'una contro l'altra era un avvenimento che richiamava fotografi e reporter. Eppure, ebbene sì, le macchine riuscivano anche allora a andare a picchiarsi contro (qui, addirittura, due camion). Allora doveva fare lo stesso effetto di due cammelli che andavano a sbattersi contro in mezzo al deserto; però, come si vede dalla foto, le modalità erano le stesse di ora. Passo io....? No, passo io!! Icchett'hadètto...?!?! Ora 'e ti fo vedere chi passa....! E vadavùma!!! Ecco, te l'avevo detto! Cosittumpàri a 'un fammi passare...!!!

Siamo, evidentemente, in una stretta strada del centro di Firenze, con tanto di curva parecchio rognosa. Tra i due camion, quello rivolto di muso sembra avere avuto decisamente la peggio, sfasciandosi mezzo contro il cassone dell'altro. Del quale, però, non si legge né s'intuisce minimamente la targa. Del camion più danneggiato, invece, si vede (a fatica) la targa anteriore: FI 1158 (o meglio, secondo lo stile dell'epoca: 1158 FI). Viene da dire che, senza gli incidenti, le famose Quattro Cifre sarebbero ancor meno di quelle superstiti in immagine (di superstiti reali, ancora in circolazione, non se ne ha notizia). Poiché la targa FI 1161 fu emessa il 12 luglio 1927, e questa la precede di sole tre unità, siamo allo stesso giorno, o al massimo al giorno prima; la foto potrebbe essere dei primi anni '30.

Per la canzone, devo dirlo, sono parecchio in difficoltà. Nei tempi eroici ce n'erano eccome, di canzoni dedicate all'automobile; ma trovarne una dedicata a due camion pieni di copertoni e altre cianfrusaglie, mi sarebbe davvero arduo. Per questa volta, insomma, sono costretto a soprassiedere, rimandando tutto al prossimo post. Perdonatemi, ma consolatevi immaginando l'antica scazzottatura fra camionisti che, sicuramente, ci dev'essere stata.

giovedì 9 ottobre 2014

...lo scendere e 'l salir per l'altrui (auto)scale



Una meraviglia. Non ci sarebbe, in fondo, altro da dire e il post dovrebbe finire qui. Però, qualcos'altro da dire su questo automezzo, forse c'è.

Ha una storia blogghistica un po' particolare e quasi truce. Sono mesi che questa autoscala dei Vigili del Fuoco, in condizioni pressoché perfette, se ne sta, priva di targa, all'esterno della vecchia caserma "Perotti" di Coverciano, in via del Gignoro; e sono tuttora a chiedermi come si faccia a mettere un mezzo del genere, un Fiat 643N prodotto tra il 1952 e il 1963 (e che ha, quindi, tra i cinquantuno e i sessantadue anni [!!!]) davanti a una caserma, e lasciarcelo senza targa e senza nulla. Chi ce lo avrà portato? Le uniche risposte possibili sono "Boh" e "42".


Dicevo che erano mesi che lo vedevo; e, una sera, mi ero ardito anche a fotografarlo con lo smartòfono, pur conscio che ne sarebbe venuto fuori, a buio, una schifezza. Il problema è stato risolto alla radice da un tizio, spuntato fuori da dietro il camion (era circa mezzanotte), palesemente alterato e dal fare minaccioso, che mi ha intimato di levarmi di mezzo sennò mi spaccava. Ora, il tizio in questione sarà stato un metro e sessanta scarso; se avessi accettato di metterla in rissa, non so proprio quanto mi avrebbe spaccato. Ma non si sa mai, e poi non merita certamente mettersi a far casino per fotografare una treggia (perdipiù con la certezza che le foto non sarebbero venute bene). Quindi ho girato il culo e me ne sono andato, ovviamente senza chiamare gli sbirri. Non è mia abitudine. Però gliela ho giurata,  a quello lì; giurata dal punto di vista squisitamente treggistico, va da sé. Per il resto, non sarò certo io a creare ulteriori problemi a uno che di problemi ne deve avere già a sufficienza, e sono del tutto favorevole a un certo grado di insicurezza da opporre a una delle più acute disgrazie di questo tempo, la cosiddetta sicurezza. Quindi, qualche tempo dopo, sono tornato sul posto in pieno giorno e finalmente munito della Fugina.


Narrata questa trùcida storia, eccoci di fronte alla mysteriosa autoscala abbandonata accanto a una vettura telonata. Come si può vedere, non è sfuggita soltanto al sottoscritto: è stata preda di un qualche writer. Ora, lungi da me inveire contro tale forma di arte metropolitana, anche se gli scarabocchi vergati con la bomboletta sul muso dell'autoscala non sono certo di Banksy. Però, come dire, ogni tanto pigliarne uno e sbattercelo col muso non sarebbe male; dietro ci aveva un muro bianco praticamente vergine, poteva sbizzarrirsi come gli pareva, ed ecco che invece decide di scarabocchiare sull'autoscala ultracinquantenne. Ma vada a farselo troncare nel culo lui e tutte le sue bombolette spray, chiunque sia. Fine della pacata considerazione.


Nessuno, chiaramente, rimetterà mai in sesto l'autoscala; la quale meriterebbe ben altra sorte, tra notturni ospiti spaccatori e writers metropolitani. Però così è; è la città, baby. Con tutto ciò che comporta, i suoi piccoli e grandi misteri, le sue insicurezze notturne e i suoi scarabocchiatori spray. Un blog di strada, questo è, tutto uno scender e salir per l'altrui scale, e talvolta pure autoscale.


La musica, già. E ci voleva una canzone di pompieri e autoscale, in questo caso utilizzate per piacevoli incombenze lasciando allegramente bruciare un magazzino di caffè. Così ho ritirato fuori dalla memoria questo Incendio a Rio del 1967, cantato in italiano da Sacha Distel e del quale da ragazzino avevo il disco, pensate un po'. Direi che ci sta proprio bene, con l'augurio che anche l'autoscala abbandonata davanti alla caserma possa di nuovo servire come narrato nella canzone.

lunedì 30 dicembre 2013

Dalla Val d'Aveto (2): Foto di famiglia alle Ferriere



Vi ricordate della Val d'Aveto? Se ne era parlato in questo post, delle sue bellezze e delle sue tregge. Da un bar delle Ferriere, uno dei paesi di quella valle di minatori e di emigrazione in Francia (mezza Nogent sur Marne è popolata di minatori delle valli Piacentine), proviene questa curiosa cosa. Quella che sembra una specie di foto di famiglia con automezzi, sistemata in una cornice a vetro all'interno del locale. Il riflesso sul vetro, purtroppo, è inevitabile; ma delle belle cose si vedono lo stesso e, a suo tempo, ho provato a prendere dei particolari ingranditi. Si proceda da sinistra a destra.


Il primo camion a sinistra sembra essere il "medio" per eccellenza della Fiat Veicoli Industriali degli anni '50; perché negli anni '50 siamo, e nei primi. Si riesce a leggere abbastanza agevolmente la targa PC 17904 (o PC 17934?) di questo Fiat 640N che deve risalire ai primi mesi del 1952. Il camion sembra nuovo di pacca, e situare la foto proprio nell'estate del '52 (visto l'abbigliamento leggero dei personaggi) non è di fuori.


La targa anteriore di questa Fiat 500 C (non si riesce a capire se sia o meno una Belvedere, quindi viene registrata secondo il modello-base), che funge da "appoggino" per i due personaggi in posa (sicuramente due persone della famiglia dei gestori del caffè), si legge inequivocabilmente bene: PC 16990. Proviene in pieno dal 1951. Sussistono pochi dubbi sul fatto che sia stata sistemata a bella posta tra i due mezzi pesanti, per fare giustappunto la figura del "topolino".

Il riflesso del vetro copre purtroppo interamente la parte anteriore dell'autocisterna a destra; non c'è stato verso di eliminare l'inconveniente. Resta l'insieme di questa foto che ritengo, comunque, bellissima. E' una foto di lavoro, che ben si addice a quelle plaghe che al lavoro, e quello duro, hanno pagato un prezzo altissimo in emigrazione; e questo post vuole essere anche un mio personale omaggio.

domenica 27 ottobre 2013

Elogio de' cami



Si dice "alluvione" e si pensa, naturalmente, solo a Firenze; invece, il 4 novembre 1966, letteralmente mezza Toscana andò sott'acqua; e non soltanto per l'Arno. Qui, ad esempio, siamo a Tavola, una frazione del comune di Prato (allora, naturalmente, in provincia di Firenze); e ad andar di fuori non fu affatto l'Arno, che di lì non passa, bensì l'Ombrone Pistoiese. Non è un gran fiume, l'Ombrone; ma in quel giorno bastò per far passare a Tavola e alle località vicine delle pessime giornate. E qui, come in decine di altri posti, si rivelò appieno l'importanza de' cami.

Nel contado fiorentino, a cui Prato e dintorni appartengono di diritto nonostante qualche recente e sporadica presenza cinese, la parola camion non ha cittadinanza. Si dice camio (occhettù l'ha' raccomodaho qui' camio?...), e il plurale è regolarmente cami ('e gli ero sulla Montalese e m'è toccaho di passà una fila di hami, sennò arrivào dopo la musiha). E qui, infatti, vediamo all'opera un camio che salva una bella quantità di tavolani (o tavolini?) durante l'alluvione. Per la strada, tutti muniti di pantaloni impermeabili da pescatore e di un gommone, alcuni cittadini danno una mano agli altri a montare sul pianale di' camio, che poi è un Fiat 642RN del 1960. Allora era un "virgulto" di circa sei anni di età, a noialtri fa senz'altro impressione vedere un camion di 53 anni fa impegnato in una circostanza del genere e col suo proprietario alla guida.


I camionisti tavolani dovettero essere tutti chiamati a dare una mano in quei giorni da cani; qui siamo nel centro del paese e l'acqua sembra un po' più bassa. I' camio stavolta è telonato, ma ugualmente stipato all'inverosimile di gente; deve trattarsi di un altro 642, leggermente più vecchio del precedente (sempre del 1960, ma avanti di qualche mese); si intravede sulla destra un altro camion, ma palesemente militare.

Bisogna moltiplicare le scene di queste foto all'inverosimile per capire l'importanza che i mezzi pesanti ebbero in quei frangenti difficili; chi aveva la ventura di possederne uno lo mise a disposizione di tutti, salvando non di rado qualche vita. I camion non sono, come è noto, molto presenti nel TB; trovare un mezzo industriale o da lavoro di una "certa età" è davvero rarissimo. Ricorrendo a "foto d'epoca" come queste, si rende loro un omaggio e un elogio meritato.

domenica 14 luglio 2013

La catasta



La foto sopra, i cui credits vi appaiono inclusi, potrebbe essere presa a simbolo della sorte toccata a migliaia di automezzi durante l'alluvione di Firenze del 4 novembre 1966. Cataste. Cataste inestricabili di macchine accartocciate, schiacciate le une sulle altre e lordate di fango e nafta. Cataste che sfidavano, una volta defluite le acque, la legge di gravità. Cataste che, in alcune strade strettissime del centro, arrivavano ai primi piani come l'acqua dell'Arno poche ore prime.

Nella catasta si riconoscono, da destra: una Fiat 1100 familiare (FI 263701) del 1964 ; una Fiat 850 a cavalcioni di qualcosa e con targa illeggibile; una Fiat 600 su un fianco, anch'essa con targa illeggibile e schiacciata da un camion rovesciato (FI 174293) del 1962, il quale, sia pure in un modo un po' particolare e tragico, manda avanti la "Saga del 17". All'estrema sinistra, quasi a puntellare tutta la catasta, il retro di una 500.

venerdì 14 giugno 2013

La betoniera nel campo diventa ravennate & pure titanica!


E rieccoci, per la terza volta, a parlare di una certa (e oramai celeberrima) betoniera.

Sì, proprio lei, ancora. Quella nel campo pressoché inaccessibile vicino a casa mia; oddio, chissà, forse sarà inaccessibile per il sottoscritto; il quale non si fa notare certo per gazzellesca agilità. Se avessi avuto i classici venticinqu'anni in meno, poi...è probabile che sarei stato il solito "gatto di piombo" di ora, perché piccinino e scattante non lo sono mai stato.

Un po' troppo entusiasta sono stato a suo tempo nell'attribuire alla betoniera abandonnée una targa fiorentina e nel "situarla" all'anno 1956. Ci ha pensato, quindi, uno degli attentissimi lettori del TB, Vittorio P., il quale, oltre a dichiararsi disponibile ad una spedizione nel famoso campo, ha avuto senz'altro un'occhio un po' più allenato del mio.

Mi ha scritto, infatti, una mail un mese fa, alla quale ho risposto soltanto oggi. E qui si apre una piccola parentesi dedicata a tutti coloro che mi scrivono: non vi stupite, esterrefate & (soprattutto) incavolate se mi vedete rispondere dopo lassi di tempo inenarrabili. Nessun pretesto: io, con le mail, sono un'autentica disgrazia del genere umano. Però, anche se con dei ritardi olimpionici, rispondo sempre; su questo ci potete contare. Portate pazienza; ma se non la portate, mi prendo tutta la mia meritata dose di sfanculate.

Vittorio P., insomma, ha scrutato ben bene le foto della betoniera da me postate il 3 maggio scorso e ne ha tratto delle conclusioni importanti, che inficiano (giustamente) tutto ciò che avevo scritto allora.

1) Innanzitutto, la betoniera non è affatto targata FI, ma RA (Ravenna, insomma). E dire che, in fondo, dalla foto da me scattata si vedeva anche abbastanza bene; sicuramente mi sono lasciato prendere un po' troppo dal facile entusiasmo della trovaglia, e giù coi miei voli pindarici. Vittorio ha rimesso tutto al suo posto: la targa è RA 93000 e qualcosa, e ciò ci riporta ad un più "umano" 1965. Addio betoniera quasi sessantenne, ed eccola ringiovanita ad una quarantottenne; magari non le dispiacerà...

2) Vittorio, che sospetto un "camionologo" di vaglia (e quella del Treggista Pesante® è una categoria di cui, invero, nel TB c'è un gran bisogno...) ha individuato anche il modello: si tratta di OM Titano. Nome del tutto azzeccato, perché per un "bestio" del genere le Officine Meccaniche non potevano certo ricorrere ai soliti cuccioli. Per confermare che non si trattava proprio d'un cucciolo, Vittorio mi manda anche il "suo" OM Titano, da lui fotografato, con gran rimpianto senza targa:


Insomma, un bel postacchione di rettifica e integrazione; però resta la voglia di penetrare in quel malnato campo, per fotografare la ravennate quarantottenne. Si sa bene che queste romagnole si difendono bene, anzi benone! Con un grazie ancora, e grosso come un Titano, a Vittorio per la sua attenzione che ha evitato al TB una grossa, anzi titanica, imprecisione.

domenica 5 maggio 2013

I misteri del Cinque Maggio




Oggi è il cinque maggio, e in tale data s'ha bisogno di qualcosa di autenticamente Napoleonico. Così viene in soccorso questo automezzo, che di soccorso se ne intende parecchio; l'OM Iveco che vedete, infatti, è adibito al soccorso stradale. E di soccorsi stradali ne deve senz'altro aver fatti parecchi, dal 1977 quando è stato immatricolato. Fanno trentasei anni a tirar su e giù roba dal pianalone ribaltabile; e, date le dimensioni, sospetto fortemente che il compito di questo tròschi sia stato (e sia tuttora) proprio quello di soccorrere altri tròschi.

Napoleonico, dicevo. Senz'altro; ma anche titolare di uno di quegli irrisolvibili misteri che solo le Tregge sanno proporre. Se avete occhi attenti, avrete probabilmente riconosciuto qualcosa: siamo, infatti, esattamente nello stesso posto di un altro tròschi di pochi giorni fa. Un viale nemmeno poi così importante, e inoltre privo di qualsiasi cosa che possa giustificare la presenza di due vecchi mezzi pesanti (della stessa casa, poi); aggiungiamo a tutto questo la ben nota rarità di grossi mezzi da lavoro ancora in circolazione a quest'età, e soprattutto ancora in piena funzione. Non "camion storici" da raduni, ma camion di imprese edili e del soccorso stradale.

Mistero che, ovviamente, resterà tale. Il viale poco importante in questione è, tra le altre cose, uno dei luoghi dove regolarmente si trovano tregge; siamo già, sul TB, alla sesta o settima nei suoi duecento metri scarsi in leggera pendenza. Eccovelo, ad esempio, già all'opera il 13 ottobre 2009, e per ben due volte nella stessa data. Oppure, ancora, l'11 novembre 2009. E così via. Una treggiaia? Ci sono tutti gli elementi per considerarla tale. Sarà vera gloria, poi? Ai post l'ardua sentenza.

sabato 20 aprile 2013

De consolatione Troscorum





Frangenti non eccessivamente belli, questi, tra farse "parlamentari" e futuri che definire incerti è un esercizio di understatement da far impallidire i britannici. Per fortuna che, girando pure a pie', le tregge vengono un po' in soccorso; e, ultimamente, sembra che si manifestino sovente in forma di troschi.


Alla OM piacevano evidentemente i cuccioli di felini troschizzati; di recente abbiamo visto un Leoncino, ed ora ecco il Tigrotto. In effetti, forse con altre bestie la cosa sarebbe stata un po' diversa; insomma, un camion che si chiama "Draghetto di Komodo" o "Ornitorinchino" non so quanto e quale successo avrebbe avuto. Il Tigrotto, invece, fu in produzione dal 1957 al 1972 e fu tra gli "autocarri più amati dagli italiani", mettiamola così; questo esemplare, altro perfettissimo troschi, è quindi evidentemente reimmatricolato, dato che la targa è del 1975. Ritargatura antica, comunque. Va detto che il luogo dove l'ho trovato si sta facendo notare come "troscheria" privilegiata; già ha dato da questo punto di vista e, come si vedrà in seguito, non è finita qui. Intanto godiamoci questo rimasuglio dei "cucciolotti" della OM.



domenica 14 aprile 2013

Un tròschi®



Questo, cari i miei amici e care le mie amiche treggianti, è un post molto importante. Sappiàtelo. Innanzitutto, è la prima trovaglia di gran valore avvenuta rigorosamente a piedi (ce ne sono state già altre, ma non di questa fatta a parte un'altra di cui si parlerà dopo); il Treggista Militante Appiedato®, quindi, fornisce immediatamente la dimostrazione pratica che il Dio de' Bivi non cessa affatto di guidare anche chi non è più in possesso di un mezzo motorizzato, e che Lui e solo Lui è onnipotente & onnipresente (non come quel suo collega abusivo che va per la maggiore sotto vari nomi, e che si è sempre preso delle gran pause nel corso degli eoni). 



Indi di poi, tale mezzo è una rarissima combinazione, come si può notare, tra camion e camper; si tratta infatti, nientepopodimeno, che di un OM Leoncino camperizzato. Nonostante la ritargatura recentissima (segno, comunque, che il mezzo è utilizzato in qualche modo), il Leoncino è stato in produzione dal 1950 al 1968, e per la sua "base" si va quindi da sessantatré a quarantacinque anni fa. Facciamo una media e diciamo che ha una cinquantina d'anni; chissà quando è stato camperizzato, fornendo qualcosa che ha, ad occhio e croce, circa le dimensioni del mio monolocale. Siamo ancora una volta, anche se un po' più lontani da casa, all'Isolotto, ma in una delle sue vie più antiche e originali. Una di quelle che esistono da secoli.



In ultimo, questo mezzo serve per introdurre nel TB (ed era l'ora, dico io), il concetto di tròschi.

A Firenze e in buona parte della Toscana, un tròschi è, in pratica, una treggia di maggiori dimensioni. Si può dire, certo, anche "treggione", ed è un accrescitivo che ho non di rado usato; ma un tròschi, a rigore, è qualcosa di più. Un tròschi è l'automezzo industriale, agricolo o di trasporto collettivo (camion, macchina operatrice, trebbiatrice, pullman) che ti ritrovi all'improvviso davanti sulla provinciale per Radicondoli mentre procede sferragliando a quindici all'ora emettendo fumate che farebbero impallidire quelle dell'ILVA di Taranto. Un tròschi è una carrozzeria con stratificazioni di ruggine e ammaccature risalenti quantomeno al Pleistocene. Un tròschi sono le rotòne munite di bulloni talmente incancreniti da volerci un compressore maggiorato per svitarli. Un tròschi è la quantità di ciarpame che ospita sia da fermo, sia in viaggio; oppure, nel caso di pullman e affini, il ricordo dell'umanità rurale che caratterizzava le campagne toscane fino a mia precisa memoria. Un troschi sono le grida disperate del conducente della treggia che stava dietro: Ma che ti lèèi da' hoglioni 'ho 'sto tròòòòschiiiii??!?!?!?  E mi rivedo mio padre, su per la salita del Capannone all'Elba con davanti il pullman di linea per Campo (targato Pisa, sob), carico di gente con borsate di spesa, capre, muli, covoni di fieno, damigiane di procanico e balle di cemento, che procedeva sfidando ogni legge newtoniana e facendo dei pelini ai dirupi da far pigliare un colpo secco. 


Ecco: questo è un tròschi. Classico, paradigmatico, soddisfacente ogni requisito del tròschi. 

Ci si potrebbe chiedere, naturalmente, quale sia l'origine di questo curioso nome; alcuni potrebbero pensare a insoliti retaggi di comunismo in questa cosiddetta "regione rossa", con il nome di Leone Trotsky utilizzato in senso metaforico. Niente di tutto questo, anche se l'ipotesi sarebbe alquanto suggestiva. In realtà, l'origine del nome è assai più antica e risale probabilmente ai tempi degli Asburgo-Lorena, vale a dire i granduchi tedeschi che ressero la Toscana dopo la fine del casato de' Medici. Ho detto tedeschi: infatti, durante la dominazione lorenese, anche a Firenze furono introdotte le carrozze di grandi dimensioni che, in lingua tedesca, sono dette per l'appunto Drosche. La pronuncia sarebbe "dròsce"; però, da un lato, la "d" tedesca si pronuncia grosso modo come la "t" italiana (vedasi il "tetesko di Cermania"...) e, dall'altro, la grafia del termine deve aver influenzato la pronuncia. Insomma, il passaggio da Drosche a "tròschi" fu pressoché immediato. E il termine è sopravvissuto all'evoluzione tennològiha, passando per natura ad indicare il tròschi a motore.

mercoledì 6 febbraio 2013

L'angolo dei camion



Ogni tanto un po' di spazio anche ai camion, care vecchie treggione da lavoro che non mancano di farsi vedere ancora in giro per la città. Travolti dagli sbuffi nerastri di mefitici gas di scarico che emettono, contribuendo così al sano inquinamento atmosferico (mi capirete, dopo aver vissuto alcuni anni nelle linde, salubri e agghiaccianti cittadine svizzere sono diventato un fan delle nostre città puzzolenti e incasinate...), ci s'intenerisce nel pensare a quante mostrocentinaia di teramigliaia di chilometri abbiano fatto per portare ogni sorta di cianfrusaglie; dev'essere sicuramente il caso di questo camion pisese che, peraltro, si dev'essere ripetutamente appoggiato con la targa su una collezione di pali e di muri, vista la rincalcatura quasi artistica che presenta. La targa è comunque del 1983, e son quindi trent'anni secchi che il camion è in servizio per i non meglio precisati F.lli Zucchelli (viene quasi a mente il famoso detto: parenti, serpenti; fratelli, zucchelli; cugini, assassini...)


Da Pisa passiamo a Pistoia, con questo Fiat Iveco Daily del 1985. Siamo qui quasi alla fine delle targhe aranciobianconere pistoiesi; e a Pistoia, va detto, e gliè gente parecchio strana. Ad esempio, ci hanno bisogno di un camion intero per trasportare un carrello da supermercato, perché quello che si vede nel cassone, ebbene sì, è proprio un autentico caddie. Sono stato quasi tentato di aprire una nuova categoria sui carrelli da supermercato, dato che ho dei sospetti quasi soprannaturali su di essi: a volte se ne vedono alcuni da soli in mezzo a una strada, o su un marciapiede, o in un giardino; famoso quello fotografato sull'Arno completamente ghiacciato nel gennaio del 1985, quello dei ventitré gradi sotto zero. Che sappiano muoversi da soli? E chi lo sa; questo, comunque, no di sicuro dato che ci ha bisogno del camion, appunto. Pistoiese, va da sé.

domenica 9 dicembre 2012

Da Costruttore a Distrutto


E rieccoci al nostro amico Riccardino il Treggista® da Piacenza e dintorni, il quale va per le campagne alla ricerca del più autentico patrimonio treggistico delle sue zone. Stavolta, qui, ci ha scovato questo favoloso treggione industriale, un Fiat 642 in condizioni rugginose alquanto. E qui si apre il problema della datazione; il treggione ha infatti mantenuto la sua targa anteriore, ma anch'essa è nelle condizioni generali di intreggiamento carcassogeno dell'automezzo. Qualcosina, però (oltre all'inequivocabile sigla PC) si riesce a leggere; appartiene alla serie PC 40000. Siamo quindi fra il 1960 e il 1962, e la cosa corrisponde perfettamente con il periodo di produzione del 642, che andò dal 1952 al 1963. Assieme alle "bestiole" (Lupetti, Tigrotti, Cerbiatti, Leoncini...) della OM, il Fiat 642 è stato IL camion degli anni del "boom" economico italiano; si può dire che ha fatto la sua parte non indifferente nel costruire l'Italia. Poiché tutto passa e tutto va, eccolo qui passato con gli anni da Costruttore a Distrutto. Fa pensare a quanti pezzi di storia normale, di tutti i giorni, giacciono nei campi di questo paese...

lunedì 14 maggio 2012

Lupetti & cavalli


Fabrizio di Genova ha pienamente ragione: la treggia in mezzo al campo (o al prato) ha un sapore particolare. Se poi, invece di una treggia, è addirittura un treggione come questo, ha un sapore talmente bòno che vien quasi la voglia d'assaggiarlo. Un OM Lupetto intero immatricolato nel 1969, e che quindi doveva far parte di una qualche scorta (oppure è stato ritargato), visto che la sua produzione risulta essere andata dal 1959 al 1968. E ci dev'essere da non poco, in mezzo a quel prato che, casualmente, è assai vicino al mio albero. La storia del mio albero è quella di un olmo sotto il quale, da parecchi anni, vado a sdraiarmi in compagnia di un libro e de' miei pensieri; dove si trovi, però, non ci penso nemmeno a dirvelo. Aveste poi a venire a rompermi i coglioni, che mi contrarierebbe alquanto.

Insomma, nonostante il mio albero sia veramente a un tiro di schioppo da lì, non m'ero mai accorto del Lupetto abbandonato. C'è voluta la più classica delle passeggiate domenicali in compagnia della Piasintëina, della Dora e di Insco. Insomma, come dire: praticamente quattro treggisti oramai inveterati. Le foto sono state peraltro effettuate dal sottoscritto proprio con la fotocamera di Insco, che come me se la porta sempre dietro; gli vanno i miei ringraziamenti, perché la Kodak me l'ero dimenticata in macchina. Eppure me lo sentivo che avrei trovato qualcosa; il Treggista fa tesoro delle proprie intuizioni, e più che altro le tregge gli comunicano la loro presenza. Si chiama "fiuto", babies.



Che cosa trasportasse mai il Lupetto, non si sa. Di tutto e di niente, probabilmente; magari, con due colpi tornerebbe in moto. Accanto a lui, però, c'è una cosa un po' particolare:


Ammetto che, a volte, come fotografo fo un po' caà; qui m'è venuta una foto tagliata, e chissà per quale disattenzione. Però si vede comunque bene che, accanto al Lupetto, hanno pensato bene di lasciare anche un van equino, vale a dire un rimorchio per il trasporto dei cavalli. Dal punto di vista zoologico un vero e proprio esempio di inattesa convivenza treggistica. Succede questo ed altro ne' prati e ne' campi delle tregge!