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domenica 31 maggio 2026

San Bartolo a Cintoia

 


Questo post si apre insolitamente non con l'immagine di una treggia qualsiasi, ma con un curioso e simpatico mural (segnalo che non si dice "murales", che è il plurale) dipinto da mano ignota, appunto, su un muro. Tale muro ornato del mural segna l'inizio di un'antichissima e curiosa strada suburbana di Firenze: via di San Bartolo a Cintoia. Prima di entrare  nello specifico del TB, e di dire che cosa ci sia dietro a quel muro e a quel mural, toccherà quindi parlare -seppur sommariamente- di questa strada. Damen und Herren, eccovi dunque catapultati nella sezione storica del Treggia's Blog.

Tutta la zona qua d'intorno, che poi è quella in cui abito, si chiama Cintoia, in senso lato. Il termine, derivato dal latino centuria (sì, quella dei centurioni), indicava tutto l'ager altamente alluvionale del fiume Arno ad ovest della neonata Florentia. Ager che, essendo stato assegnato ai veterani di guerra per coltivar la terra e passare una dignitosa, ancorché frugale vecchiaja, fu, appunto, centuriato, cioè suddiviso in centurie (termine che, ovviamente, indicava una ripartizione in cento parti). Tutto questo, è bene ricordarlo, avveniva verso l'anno 59 a.C.; roba, quindi, di duemila e rotti anni fa. Dopo duemila anni, insomma, il nome è rimasto e tutta la zona ne reca ancora la memoria ("cintoia", va detto, è un termine che, nei toponimi, è rimasto un po' nella Toscana intera; anni fa si vendeva persino un'acqua minerale "Cintoia", celebre per essere stata forse la prima acqua commercializzata in tetrapak).

Col tempo, si sentì evidentemente il bisogno di specificare un po' meglio in quale parte della vastissima Cintoia ci si trovasse. Siamo nell'alto medioevo: nascono le pievi, ovvero le chiesette di campagna attorno alle quali si formano delle borgate di campagna abitate da i'popolo ignorante e ciuco (lat. plebs, da cui "plebe" per via colta, e "pieve" per via popolare). Della pieve intitolata a S. Bartolommeo (ovvero San Bartolo) e della relativa borgata si comincia a avere notizia nell'anno 734. No, non dico "1734", ma proprio 734. Da ben due anni (732) si era svolta la battaglia di Poitiers che aveva visto la grande vittoria di Carlo Martello:


Probabilmente in quegli anni si vengono a formare anche le strade che attraversavano tutto l'agro di Cintoia, identificate spesso coi nomi delle varie pievi: oltre a via di San Bartolo a Cintoia, anche la via di Santa Maria a Cintoia, il viuzzo di Santa Maria a Cintoia, e giù tutta una sequele di tabernacoli, crocifissi e madonne (cosa del resto ovvia: che altro ci poteva essere per caratterizzare una data zona...?). E così ecco anche via delle Torri a Cintoia (oggi chiamata semplicemente "via delle Torri"), il viuzzo del Crocifisso delle Torri, la via Madonna di Pagàno (metto l'accento perché non vorrei si equivocasse il vetusto nome della strada con una esclamazione di giubilo in occasione di un debito onorato dopo diciannove anni) ecc. ecc. ecc. Il quartiere dove attualmente abito si chiama proprio "Le Torri a  Cintoia", nome rimasto esclusivamente come "centro commerciale naturale" perché il quartiere viene detto comunemente soltanto "Le Torri". Siamo, insomma, nel quartiere 4, o "Isolotto-Legnaia", dietro la famosa Villa Vogel (detta un tempo, chissà perché, "Villa delle Torri" in quanto munita tuttora di due autentiche torri certificate e conclamate). E' in assoluto la zona più bassa di tutta Firenze, ed è logico che la sua toponomastica sia caratterizzata da cose che svettano (torri, campanili ecc.). Le plat pays, insomma.


Ecco, da qui si diparte la nostra via di San Bartolo a Cintoia. La quale è lunghissima e suddivisa attualmente in almeno quattro pezzi indipendenti, in  quanto separati da: viadotti, nuove agglomerazioni edilizie, attraversamenti, ecc. Dietro casa mia c'è il primo pezzo, che si interrompe di brutto tranciato da un viadotto. Ricomincia al di là del viadotto con delle scalette pedonali, si fa un altro pezzettino dove si trova un'antica cascina e un liceo, poi sfocia in uno stradone e si perde. Per andare a ritrovarla bisogna essere della zona. Si fa un altro breve tratto tra i palazzoni, e poi ricomincia dal nulla due o tre isolati oltre, con un tratto, stavolta lungo, che attraversa la borgata di San Bartolo a Cintoia, passa davanti alla pieve e termina da un'altra parte dello stradone in corrispondenza di un piccolo e delizioso cimiterino che un tempo era di campagna. Attraversato per l'ennesima volta lo stradone che reca al Ponte dell'Indiano e all'Argingrosso, via di San Bartolo a Cintoia ricomincia, perdendosi letteralmente nella campagna. Pochi vi si sono mai recati. C'è chi dice che termini a Pisa, chi addirittura nella Gallia Narbonense. Io l'ho percorsa soltanto fino a un più modesto Mantignano. E fa pur sempre una bella passeggiata, credetemi. Nella foto sotto, la pieve di San Bartolo a Cintoia.


Insomma, d'accordo. Il sommario preambolo si è trasformato in un autentico trattato di Cintoiologia. Me ne rendo conto, e ammetto di non avere mai avuto il dono della concisione nonostante professi il mio amore per i folgoranti frammenti eraclitei. Quindi, sempre che siate arrivati fino a questo punto senza mandare in culo me e San Bartolo a Cintoia, forse vi chiederete un po' spazientiti: "Ma insomma, ci vuoi dire che ca*** c'era dietro quel muro col mural all'inizio dell'antichissima via di San Bartolo a Cintoiaaaaa...??? Ma è un blog di questa ceppa di mi***** che si occupa di vecchi catorci, o il blog del prof. Barbero?!?". Assolutamente sacrosanto. Ecco infatti, tadàn, che cosa c'era dietro quel muro:


C'erano due motocicli. 

Uno dei due, quello bianco, è una vecchia ancorché comune Vespa 125 senza targa. Quello rosso, invece, è nientepopodimento che un Moto Guzzi "Galletto" del 1959. Ancora con la sua brava targa di Firenze (una rarità oramai: trovare a Firenze tregge targate Firenze è diventato impossibile o quasi), che ci testimonia di lontani anni in cui le targhe motociclistiche superavano quelle automobilistiche. Ridotto male, arrugginito, tutto quel che si vuole, ma ancora bello rosso fiammante, fiero e per nulla rassegnato. Che "Galletto" sarebbe, sennò...? Mica il galletto amburghese Vallespluga, poveretto...!



In questa presa laterale si vede nientepopodimento che l'ombra del Treggista che, furtiva, sta fotografando il Galletto nelle primissime ore del mattino. Sì, perché il Galletto, lo confesso, si trova all'interno di uno spazio privato dove sono penetrato di soppiatto approfittando del cancello costantemente spalancato. Come invitare la lepre a correre, sebbene ultimamente non sia certo un gran velocista. Firulì, firulà, ho fotografato e sono fuggito per via di San Bartolo a Cintoia -che è pressoché deserta sempre e costeggiata da graziosissime villette e bei giardini, nonché reame di un gattone tigrato che prima o poi, giuro, finirà nel TB con tutti gli onori.

Insomma, ecco finalmente la prima treggia (anzi, le prime tregge) del "nuovo corso". Vale a dire, tregge reperite  pochi giorni fa, e non sfruttando materiale già fotografato negli ultimi anni sabbatici. Qualcosa resiste: prevedo grosse, enormi passeggiate, che del resto mi fanno tanto bene. Il TB è diventato salutista: mamma mia....

PS. Quasi lo dimenticavo: San Bartolo a Cintoia, non molti lo sanno, ha persino una canzonetta in cui vi è ambientata una curiosa storia di stampo decisamente goliardico, e, ancor di più, scatologico nella più pura tradizione toscana (si pensi solo all'Inno del Corpo Sciolto di Benigni...). Rimandando all'interpretazione dell'indimenticato Riccardo Marasco, raccomando di mandare a letto i bambini o quantomeno di non permettere loro la lettura di questo post fino a questa parte conclusiva.




giovedì 12 marzo 2015

Kanji e Katakana



Il TB ha una certa qual tradizione nipponica; ad esempio, e solo per dirne una, tuttora il post più visitato di tutto il blog risulta essere quello del 29 agosto 2011, relativo a un'autovettura giapponese e, soprattutto, con il titolo interamente nei micidiali caratteri giapponesi (che devono avere attratto parecchio gli aficionados del Treggia's Blog). Questo è il motivo per cui questo post si apre con una visione un po' insolita: quella di un serbatojo con impressi sopra dei segnacci incomprensibili, il primo dei quali sembra un qualche osso della colonna vertebrale, il secondo una "Y" e il terzo sembra indicare 7 secondi.  E' il modo in cui scrivono i giapponesi, mescolando caratteri di origine cinese (kanji) e due sillabari, detti katakana e hiragana, nonché nonseparandominimamenteleparolecosìcomestoscrivendoora. A loro sta bene così, e chissà che c'è scritto sul serbatojo della motocicletta. Motocicletta?


Ecco qua di che cosa si tratta veramente. Uno stupefacente sidecar di vecchio stile nipponico, militaresco, inossidabile e composto di una moto Honda che qui vediamo sul romanticissimo sfondo di un Doblò furgonato della Telecom, sul piazzale della piscina Costoli al campo di marte (recentemente ribattezzato "Piazza Enrico Berlinguer", dal nome di un nobile sardo di origine catalana, di antica e ricca famiglia di proprietari terrieri).


Naturalmente, ora tutti voi vi direte: "Ecco svelato il mistero dei segnacci! C'è scritto Honda!". L'ho pensato anche io; col cavolo. "Honda", in giapponese, si scrive così: 本田. Nulla a che vedere con i caratteri del serbatoio. Chissà che accidenti ci sarà scritto, magari chi la ruba faccia harakiri oppure fior di loto del benzene aromatico celeste del Sol Levante. 


Anche se la targa (FI 214391) non si legge bene, colpa le condizioni di luce, siamo qui ad un'epoca in cui le moto giapponesi (e figurarsi i sidecar) erano ancora parecchio esotiche nel Paesello del Sol Calante: il motociclo risulta infatti immatricolato il 15 giugno 1974. Probabilmente, allora non si capiva ancora bene come mai uno dovesse andare a pigliarsi un "coso" giapponese quando esistevano le Guzzi, le Laverda, la Moto Morini, la Gilera...


A proposito. Ora vi aspettereste sicuramente qualcosa di giapponese, la canzoncina dei cartoni animati, la poesia sulla bomba atomica...e invece mi voglio rifare proprio alla chiusa di questo post con una canzonetta dove, per altro, c'è anche qualche moto giapponese. Non consiglierei però l'ascolto di questo classico pezzo della canzone impegnata italiana (oserei dire impegnatissima), ai giovanissimi treggisti in erba. Dé, era tanto che volevo fare il parental advisory!

venerdì 21 novembre 2014

Al Canto: Bed, Breakfast & Tregge



Ieri pomeriggio, il Dio de' Bivi si è manifestato in un modo alquanto singolare: per l'occasione ha mutato specialità ed è diventato il Dio de' Portoni.

Ve la devo raccontare brevemente. Ero fermo nella parte forse più antica di una lunga strada della parte sud di Firenze; la si potrebbe chiamare veramente una miracolosa sopravvivenza, un angolo di bellezza rurale rimasto autenticamente sospeso nel tempo. Mentre svolgevo la mia incombenza, in un luogo che per me è più che consueto, ho notato con la coda dell'occhio che un portone che ho sempre visto rigorosamente chiuso, era socchiuso. Essendo un tipo curioso per natura, ho sbirciato dentro: e quel che mi è apparso è quel che vedete nella foto sopra.

Una 500 in una stanza. Sopra l'impiantito in piastrelle di cotto, accanto agli scaffali dei libri e, anzi, con un bel po' di libri appoggiati sul tettino. Il cagnolino nero che cagnolàva e, tanto per ribadire il concetto, la 500 di quelle commilfò, ammodino, grigia coi sedili rossi. Nella mia oramai lunga Militanza Treggistica® me ne sono capitate di tutte, ma sbirciare in un portone aperto e trovarci una macchina nella stanza d'ingresso ancora no. Ora non lo dico più.

Sono comparsi due simpatici ragazzi, che poi sono due fratelli: essendo mezzi fiorentini e mezzi canadesi, portano gli esotici nomi di Nicolas e Ryan (ebbene sì, c'è scappata anche l'ovvia battuta sul soldato Ryan, va da sé). I quali mi hanno spiegato che cos'è quel posto il cui portone vedevo sempre chiuso, e che un pomeriggio ho trovato aperto con tanto di 500, libri e cagnolino nero: un Bed & Breakfast. Si chiama "Al Canto", intendendo naturalmente "canto" nel senso di "angolo"; garantisco che agli ospiti non vengono date lezioni di musica lirica.


Insomma, ho scovato il primo Bed & Breakfast treggistico della città di Firenze e, se tanto mi dà tanto, anche del mondo. L'unico in cui si entra e si viene accolti da una 500 coi sedili rossi. La quale mi è stata presentata dai due ragazzi come del "1969"; e qui hanno dovuto subire il loro primo contatto con un Treggista Militante®, il quale ha fatto loro presente che si sbagliavano, perché la targa della vettura non è affatto del 1969 e l'occhio esperto lo vede subito. Ho riportato immediatamente l'immatricolazione al 1967, e non mi ingannavo: il Bollonet ACI ci dice infatti che la 500 del "Canto" è stata immatricolata il 2 febbraio 1967, giorno della Candelora. Qui la vediamo in faccia, col cagnolino, i libri e l'oramai famoso portone aperto che dà sulla strada.

Finita qui? Manco per sogno. Dando a quel punto un'occhiata al resto del Bed & Breakfast, guidato dai due ragazzi (di una gentilezza e di una disponibilità straordinarie, considerato anche il non trascurabile fatto che ero un perfetto sconosciuto...), e constatato che si tratta di un posto bellissimo, mi sono accorto che, nel cortiletto & giardino interno, continuavano a spuntar fuori dei veri e propri tesori, stavolta a due ruote:


Sempre rigorosamente sistemato su piastrelle in cotto, ecco a voi, siòre e siòri, nientepopodimeno che un Motom 48 C/D, con tutti i suoi pezzi originali. Autentico cavallo di battaglia della Motom, casa milanese attiva dal 1947 al 1970, il 48 C/D fu prodotto dal 1960 al 1970, e quindi non è esagerato situare questo esemplare alla metà degli anni '60.  A quel punto, io e due ragazzi del Bed & Breakfast s'era già cominciato a chiacchierare come se si fosse amici di lunga data; miracoli & delizie del Treggismo®!



Notando come il cagnolino non perdeva occasione, come è logico che sia, per mettersi in mostra, e dimostrando -come dicevano gli antichi anzi antichissimi- che est Motom in rebus, mi è bastato voltarmi per vedere quanto segue:


Voilà: uno scooter Iris 50 cc che, stavolta, Nicolas e Ryan all'unisono mi hanno garantito essere del 1969, senza se e senza ma. La Iris, che ora produce esclusivamente componenti (è specializzata in catene) è un'azienda fondata nel 1936 nel nord della Spagna, e dire "Spagna 1936" riporta a tempi bui e complicati; negli anni '60 e '70 ha prodotto però anche motorini "autarchici", prevalentemente riservati al mercato interno. Trovarne un esemplare in Italia fa gridare veramente alla rarità assoluta.


Per concludere: cari i miei Treggisti che risiedete altrove, se per caso vi capitasse di passare da Firenze, oppure vi pungesse vaghezza di farci una vacanziella, considerate veramente l'idea di passare dal "Canto", che troverete facilmente su Internet. Ci troverete non solo un bel posto tranquillissimo in una zona insolita di Firenze (ma ben collegata e a un quarto d'ora dal centro), non soltanto la gentilezza e la simpatia dei due ragazzi che lo gestiscono, non soltanto il bed (ronf, ronf) e il breakfast (ciomp, ciomp), ma anche di che rifarvi gli occhi dal punto di vista delle auto e motorini d'epoca. Vi par poco? A me no!

Non resta ora che l'abbinamento musicale. Considerando il fatto che si parla qui di Firenze e di viaggi, e che il "Canto" si trova a pochissima distanza sia dalla via intitolata a Odoardo Spadaro, sia dalla località di Compiobbi, quella immortalata dallo stesso Spadaro nel Micragna's Les Bains, è giocoforza stavolta ricorrere a un classico de' classici. Ma sì, la ci porti un bacione a Firenze, e anche due o tre treggioni!




venerdì 24 ottobre 2014

Un quarantotto del futuro



Vedendolo così, come lo ho preso da dietro, mi sembrava lì per lì che una specie di astronave fosse all'improvviso calata all'angolo tra il breve pezzo "cistranviano" di Via del Palazzo dei Diavoli e la terrificante, incasinatissima Piazza Batoni, al limitar dell'Isolotto. Anche senza avere ancora indagato bene, ho avuto subito l'impressione che il mezzo provenisse da quel periodo tra la fine della guerra e gli anni '50 in cui, con la fantascienza americana, gli ultracorpi baccellati, Ed Wood e i suoi dischi volanti e l'ossessione per il "futuro" (è interessantissimo andare a vedere com'era il futuro nel passato...), si sviluppavano linee -ad esempio per i veicoli- che parevano veramente di un altro pianeta. Splendide, va detto. Non aspettiamoci più il futuro, adesso; non va più di moda, e forse se lo è anche meritato. Per dare uno sguardo al futuro, quando c'era dopo la fine di una catastrofe senza pari, bisogna andare indietro di sessanta o settant'anni.


Così, sono stato ben lungi dallo stupirmi che la Moto Guzzi GTV 500 che avevo di fronte in quel puzzolente angolo di Firenze, con annesso sidecar che massimamente contribuisce alla sua futuribile astronavatura, risaliva al 1948 nonostante l'immatricolazione risalga al 1° aprile 1972. Altro che settantadue, anche senza il pataccone ASI si sarebbe capito al volo che, qui, gli anni '70 non c'entravano nulla. Un bel quarantotto nella città moderna "del futuro", e se il futuro è stato piazza Batoni ci sarebbe da riflettere non poco. 


A questo punto, però, non restava che guardarselo e fotografarlo, sempre nell'ottica del Treggista Militante® che sa bene di essere quasi sempre di fronte a dei momenti unici. Certo, gli capita spesso di rivedere automezzi già fotografati, ed è sempre un piacere; ma questa qui, eh, sarà difficile che la riveda in giro non frequentando i raduni. Nonostante la piazza Batoni di quella mattinata, non si va in giro tutti i giorni su un sidecar del 1948. Questo è un mezzo che può, da solo, costituire un buon pezzo di eredità per i successori del proprietario. Nel TB non si parla spesso del nudo valore economico di certi automezzi, ma è un aspetto che a volte va considerato; il Treggismo Militante® con la fotocamerina è roba da pòeri come me, il Treggismo vero e proprio è riservato ai ricchi. Ne conosco alcuni, che Iddio li abbia in gloria e li accolga nel suo garage. Poi certe volte capita, certo, che un miliardario o roba del genere abbia pure a transitare per piazza Batoni col culo sul futuro del quarantotto.


La foto sopra è paradigmatica. Dietro l'astronave discesa da un altro pianeta, la fila dei moderni scooter del cazzo, tutti uguali. Distinguereste un Kymco da un Piaggio qualsiasi, tutti col bauletto Gibi? Rischio di essere impietoso, lo so. Su quei motorini ci vanno magari i proletari a lavorare, e io sono di fronte al probabile balocco di un ricco. Ma non ci posso fare nulla, specie quando rimango a bocca aperta. Può darsi che, in fondo, in diverse cose io sia un conservatore. Del resto, sin dal primo giorno di questo blog, come recita l'intestazione, ho dichiarato di essere un "passatista automobilistico"; io, le macchine e le moto attuali, semplicemente non le considero. Non esistono. Stop. E vaffanculo alle centraline!


Belli 'sti due lati di strada invasi dal passato futuribile, no? Da un lato il quarantotto sidecarizzato, e dall'altro la Plog  ammarciapiedata. Poi siamo ripartiti tutti quanti, per chissà dove. L'attimo fuggente e il futuro che ci fa pensare di essere in un anno, il 2014, che non molto tempo fa era perfetto per ambientare viaggi interplanetari e nel quale saremmo tutti dovuti andare su meravigliose macchine volanti. Invece andiamo sulla Kia Sorento e sulla Smart munita di Facebook. Che culo!

La musica. Beh, in tutta quest'orgia di vecchio futuro che è stato questo post, occorre pur dire che ha avuto, nella testa del di me medesimo, una colonna sonora. Questa:


mercoledì 1 ottobre 2014

L'ora del fucile



Inutile dire che, dopo i mesi di stòppe, ci ho una gran voglia di riprendere il tempo perduto; e, così, eccoci di nuovo qua. Il riposino s'è fatto, ora bisogna darsi parecchio da fare.

Le foto di questo post appartengono giustappunto a quelle scattate durante la pausa e, in mancanza d'altro, con lo smartòfono. Siamo nello scorso mese d'agosto, in una delle rare belle giornate dell'estate di käkka che ha fatto quest'anno, al Lago di Bilancino, nel Mugello; così tanto per ribadire che il vs. Treggista Preferito® riesce ad essere non di rado di un magnifico tempismo, vi ero capitato proprio nel giorno in cui, la mattina, vi avevano ripescato un cadavere, che per somma fortuna non era il mio. 

Mentre mi aggiravo ne' dintorni, un curioso accampamento ha attratto la mia attenzione: trattavasi di un camper tendato con due tizi, decisamente robusti, che bevevano birra. Capisco la descrizione un po' oleografica, però tutti voi avreste detto: sono tedeschi. E, infatti, lo erano. Ma quello che aveva attirato particolarmente la mia attenzione non erano né il camper, né i tedeschi (se fossi stato una donna, diciamo, non mi ci sarei fiondata per nulla); era la motocicletta che corredava tutto l'accampamento. Quella che vedete nella foto, e che continuerete a vedere pure nelle altre.


Confesso candydamente che non avevo assolutamente idea di quale motocicletta si trattasse, e di che casa fosse; senonché, per buona sorte, almeno un tempo le case produttrici ce lo scrivevano sopra. E così comincia questa curiosa storia, che vi porterà a scoprire il perché del titolo. La moto, infatti, è una Enfield.


Se nulla sapevo della moto, il suo nome mi ha subito ricordato qualcosa: Enfield...Enfield...ma non era per caso un fucile? E che ci faceva un fucile sul serbatoio di una motocicletta? Diesel, poi...? Una motocicletta diesel? O magari un fucile a gasolio? Boh! Urgeva informàssegnene, cosa che ho fatto nonostante, allora, il Treggia's Blog fosse latitante.

Ordunque, si deve sapere che l'inglese Royal Small Arms Factory, attiva fin dal 1816 (il famoso Anno senza estate, o Eighteen hundred and frozen to death), sita per l'appunto nel non ridente sobborgo londinese di Enfield e chiusa nel 1988, produceva fucili militari, moschetti e spade. E' nota come RSAF Enfield, e un suo fucile, a quanto mi risulta, è stato in dotazione anche all'esercito italiano. Se sentite il bisogno di edurvi maggiormente sulla storia della RSAF, leggetevi l'articolo Wikipedia e buoni spari; a noialtri, invece, interessa sapere che tale fabbrica di armi aveva, alle sue dirette dipendenze, anche una sezione dedicata alla produzione di cicli e motocicli (originariamente, è chiaro, a scopi militari): la Royal Enfield Cycle Company (in Inghilterra tutto è Royal, e per la RSAF l'appellativo è giustificato anche perché l'azienda era di proprietà del governo).


Fatto sta che la Royal Enfield Cycle Company, ad un certo punto, iniziò a produrre una versione diesel del suo modello di maggior successo; modello che, tanto per ribadire il concetto, si chiamava Bullet (proiettile, pallottola). La Bullet Diesel, però, non era particolarmente un fulmine di guerra, e come proiettile andava pianino: non superava i 60 kmh, poco più di uno scooter. Però non consumava nulla: nemmeno un litro e mezzo di nafta per fare cento chilometri. Quando la produzione, nel 1957, fu spostata interamente in India, il mercato indiano trovò particolarmente adatto quel modello che ebbe un successo talmente grande da far avviare una produzione di massa. La Bullet Diesel fu ribattezzata Taurus, montava un diesel da 6,5 cv su un telaio Enfield e, praticamente, motorizzò a due ruote il subcontinente indiano. Per approdare, un pomeriggio d'agosto del 2014, al Lago di Bilancino a cui praticamente ho visto dare il primo colpo di ruspa perché avevo, nel secolo scorso, la pischella a Barberino del Mugello.


Poco saprei dirvi sull'età del modello; le Bullet, o Taurus, indiane, furono cominciate a produrre nel 1962 a Madras (o Chennai, come si chiama ora). Diciamo che potrebbe essere un modello degli anni '70, con la sua brava targa di Kassel che è pure città gemellata con Firenze (ma, attualmente, i fiorentini credono che la relativa via nel quartiere di Gavinana sia dedicata all'attore Vincent Cassel, l'ex marito della neocinquantenne Monica Bellucci). Resta il fatto di questa moto tutta pò-pò-pò di cui resta l'indimenticabile slogan: Made like a gun, goes like a bullet ("costruita come un cannone, va come un proiettile"). Be' tempi quando i proiettili andavano a sessanta all'ora! Però al lago di Bilancino ci è arrivata, da Kassel; o forse, chissà, l'hanno infilata sul camper.

E siamo arrivati alla musica.

Beh, la canzone che vi propongo stavolta va quasi da sola, anche perché il suo titolo corrisponde esattamente a quello del post. È L'ora del fucile, vale a dire la versione italiana che Pino Masi, nel '71, trasse da Eve of Destruction di Barry McGuire:


Canzoncina dove, no, non si parla di motociclette. Avrei potuto metterci quella famosa, di Battisti, dove si parla di una motocicletta 7 HP, ma preferisco questa.


venerdì 21 marzo 2014

È primavera, gào!



A rigore, per quest'anno 2014 la primavera sarebbe entrata ieri; però, per tradizione consolidata, la primavera comincia il ventuno di marzo, e oggi è appunto il ventuno di marzo. E anche una bella giornata primaverile sul serio; che c'è di meglio di trovare in giro, dalle parti di piazza d'Azeglio, una BMW su du' ròte, immatricolata giusto giusto trent'anni fa: il 30 maggio 1983. Immatricolata, d'accordo, a Pisa: la perfezione non è di questo mondo!


lunedì 10 marzo 2014

Vespisti




Quando si becca anche un pur minimo raduno Vespistico, c'è da star sicuri che i partecipanti fanno a gara nel conciare i loro scooter nei modi più inverosimili. Questo esemplare nominalmente brianzolo beccato a suo tempo nel viale Malta, munito di una targa niente male e risalente al 1977. Borse, borsoni, baùli, càzzy, màzzy, ricchi premi e côtillons (du' par di cotijòn, come diceva i' mi' pòero prozio Aldo). Scherzo, naturalmente: i Vespisti organizzati sono certamente tra i più simpatici radunisti che si possano trovare.

sabato 8 marzo 2014

Kakawasi



Quando, negli anni '70, si cominciarono a vedere anche a Firenze le motociclette giapponesi, ci si scatenò quasi subito. Icché si dihano du' moto giapponesi pe' mandassi in culo? La yamaha di to' màaee...; oppure: Icché gni dihano a una moto giapponese a i' mare? 'Un fa' l'honda..., e così via. Il fatto è che sì, erano belle e andavano bene; poi erano "esotiche" e c'era la moda (quella che ancora non aveva preso le macchine, perché quelle, anzi, venivano prese in giro per la loro incredibile bruttezza; diciamo che tra Italia e Giappone c'era una lieve discrepanza estetica). Poi, certo, c'erano i nomi; sembravano fatti apposta per ricamarci sopra. E fu così che la Kawasaki diventò, quasi all'istante, Kakawasi, con una semplice metàtesi sillabica. La metafora scatologica è connaturata nell'anima toscana, e fiorentina in particolare; non esiste pòpolo che più ami la merda al mondo (si pensi solo all'Inno del corpo sciolto di Benigni; ve la vedete venir fuori da un lombardo o da un molisano, una cosa del genere?...)


I' resurtaho gliè che, le volte che mi càpita di vedere una di quelle (oramai quarantenni e oltre) moto nipponiche, tornano ad essere Kakawasi e Kakawasi rimangono. A dire il vero, tutto si basa su di una squisita mispronounciation: il nome originale, infatti, andrebbe letto "cauasàchi". Ma tant'è, siamo il paese del Carefré salvaslippe e del dentifrico Colgàte, e anche quello dove un'intera casa produttrice di cosmetici ha dovuto essere trasformata in Testanera perché il nome originale, Schwarzkopf, avrebbe dato luogo a suicidi di massa (nonché alla rovina commerciale dell'azienda in questione). Ed eccovi servita una delle mie "famose" divagazioni; del resto, è uno dei vantaggi riconosciuti dell'Asocial Network. Quello di divagare quanto si vuole fregandosene altamente di eventuali "reazioni" e "commenti"!


Ciò di cui, invece, senz'altro vi importerà parecchio, se siete capitati qua dentro, è la Kakawasi in questione, colta dalle parti di piazza D'Azeglio in un assolato pomeriggio. È una Z400 (in realtà la cilindrata precisa è di 398 cc) immatricolata il 4 gennaio 1977. Le foto, purtroppo, non mettono molto in risalto la caratteristica che più colpisce nelle moto di quegli anni: le loro dimensioni veramente ridotte. Quella che allora era (ed è, perché va sicuramente ancora come le sassate) una potente moto giapponese, è più piccola di un normale scooter attuale (non parliamo degli scuteroni, che quarant'anni fa sarebbero passati per delle cose mostruose). Bassissima, soprattutto; uno come me ci sarebbe stato sopra a ginocchi piegati.



sabato 4 gennaio 2014

Sandwich



Quando vedo qualcosa targata "BR", per me sono le Brigate Rosse. Molti anni fa, quando imperversava il Partito Comunista Combattente, la Banca di Roma (che allora si chiamava ancora Banco di Roma) decise di cambiare sigla, e di far rimuovere tutte le "BR" che campeggiavano sulle porte, sulle insegne e nelle pubblicità. Nessuno però s'immaginò di cambiare la targa di Brindisi; fatto sta che mi è tornato a mente tutto questo, la scorsa estate, quando a Fosdinovo mi è capitato di vedere questa celeste vespa brindisina (ma stanziata in Toscana), immatricolata il 14 novembre 1974, incastrata a sandwich tra la solita, anonima macchinina moderna e una nostra vecchia conoscenza perugina. Naturalmente si conferma la caratteristica delle Tregge Carrarine: nemmeno una targata MS. Nemmeno la Vespa, stavolta. La treggia targata MS la troverò senz'altro, un giorno che ci andrò, a Brindisi.

venerdì 3 gennaio 2014

Celeste Sessantasei




La Vespa celeste acqua è assolutamente inconfondibile: quando se ne vede una, non importa nemmeno guardare la targa. Si sa che è degli anni '60; dopo quel decennio, Vespe di quel colore non se ne sono più viste. Infatti, questa qui è del 1966. Chiamare "celeste" quell'anno, a Firenze, è un po difficile per ovvi motivi; ci si proverà, appunto, con una Vespa che rende appieno l'atmosfera di quegli anni.

giovedì 2 gennaio 2014

L'imbragata



Il benemerito furgone che vediamo qui all'opera, che non ha potuto ovviamente fare a meno di incocciare nell'ubiquo Mark B., dev'essere adibito al trasporto di tregge biròte ben imbragate con ogni sorta di corda e cinghia elastica. Le moto che trasporta, del resto, devono averne passate di ben altre nella loro vita. Accanto si riconosce una Guzzi; ma questa qua, in primo piano, non saprei propri dirvi che cosa sia (possibile un'altra Guzzi, ma chissà). Né l'Agenzia delle Entrate né l'ACI ci sanno dare ulteriori notizie; l'immatricolazione è comunque del 1962.

martedì 31 dicembre 2013

Educatamente sulle strisce


Non solo non è stata beccata a un "raduno" dal nostro Mark B., questa Moto Guzzi del 1952. E' stata invece sorpresa quasi sembrasse attraversare, assai educatamente, sulle strisce pedonali. Aspettando di passare. Con la sua targa metallica di "foggia antica". E' un'immagine, a mio parere, di grande eleganza.

venerdì 20 dicembre 2013

I' meccanico a Sesto (2)



Forse ancor più delle tregge a quattro ruote che allignano nelle officine meccaniche (e sono tante), il senso e la particolare atmosfera di quei posti lo danno gli autentici grovigli di due ruote che sembrano esservi stanziali. L'immagine delle vecchie moto o motorini impolverati negli angoli più nascosti delle officine fa parte del genius loci, come i calendari con le donnine gnude. Prendete questa foto: dove finisce il motorino e comincia la bicicletta? Non è dato saperlo, anche perché è possibile che stiano lì da trent'anni...

giovedì 5 dicembre 2013

Ciao Elba (per il 2013)



Per quest'anno, è giunto il momento di dare l'arrivederci all'Isola d'Elba e alle sue tregge. Quella delle "Tregge elbane" è, notoriamente, la categoria di "Tregge locali" più antica del TB, dovuta al fatto che sono mezzo elbano (da parte di madre), e che con l'Isola ho, da sempre, un rapporto viscerale. Se ne riparlerà a primavera, anche se non si sa mai; nel frattempo chiudo il '13 treggistico elbano calando un autentico tris d'assi a due ruote. Siamo qui a San Piero in Campo, paese nel cui centro storico le automobili non possono manco entrare (e, comunque, non ci entrerebbero); logico che motorini e Vespe la facciano da padroni. L'Elba è di conseguenza l'unico posto dove continuo a vedere dei Ciao in circolazione, come questo in primo piano. Vittima di rottamazioni, divieti e eurozzeri, il Ciao -autentico simbolo degli anni '70- è virtualmente scomparso dalle città (probabilmente, però, se ne troveranno chissà quanti esemplari a marcire e arrugginire in garage, magazzini, cantine e quant'altro); altrove, invece, qualche sparuto esemplare resiste. Col casco obbligatorio attaccato alla bell'e meglio al manubrio, come legge vuole, ma è ancora là con la sua miscela al 2% d'olio.

Come si può vedere, i motorini elbani sono ostentatamente démodé. Magari a Portoferraio, che per le dimensioni elbane è una metropoli, viaggeranno i perniciosi scuteroni (i "SUV degli scooter"); nei paesi sembra invece di fare un salto indietro nel tempo. E si vedono anche cose come questa:


È uno scooter elettrico PRB Grillo a 250 watt; praticamente, una bicicletta elettrica un po' più elaborata. Sinceramente ignoro a quando possa risalire; potrebbe essere anche recentissimo. Le sue linee però non sono troppo diverse da quelle di un Ciao (o di un Sì). Si passa infine all'elbanità scuteristica più autentica:


Questa Vespa 50 presenta l'accorgimento più usato all'Elba (e non solo) per sopperire alla necessità del trasporto di oggetti (e, in particolare, della spesa e dei prodotti dell'orto): una bella cassetta da acqua minerale attaccata sul retro in qualche modo. C'è chi ci mette una cassetta da verdura, comunque; e il problema è risolto senza nessun bisogno di costosi bauletti con la serratura. Autarchia isolana.

domenica 17 novembre 2013

I' Papero



Stamattina il nostro buon INSCO, prima di venire dal sottoscritto recando seco un par di bottiglie di buona poppa de' vecchi, è andato a paperi. Pensate che assieme al vino m'abbia portato un papero da mettere in pentola? Niente di tutto questo. INSCO, oramai treggista consumato che si permette di fare anche la più classica delle prese al volo, ha beccato sui Viali nientepopodimeno che un papero motociclista. Guardate bene infatti la targa della motocicletta, che qui sotto riproduco ingrandita:


In Itàglia, come in altri paesi, sarebbe (teoricamente) prevista la possibilità di apporre al proprio automezzo una cosiddetta targa personalizzata; in realtà, oltre a costare un occhio della testa e a dover sottostare a condizioni che rendono la personalizzazione alquanto labile, di siffatte targhe in Italia non se ne vede manco una o quasi. INSCO, quindi, oggi ha beccato uno di quei rarissimi "quasi". Il nostro amico motociclista, infatti, ha deciso di trasferirsi direttamente a Paperopoli, con una targa decisamente "disneyana": Papero 99.


In questa foto, pur contravvenendo ai principi della privacy (signore di tutti i maly), siamo in grado di rivelarvi l'identità del misterioso motociclista fotografato da INSCO sui viali.

La zona di Firenze e la Toscana tutta, tra l'altro, sembrano essere decisamente gemellate con Paperopoli & Paperi. Abbiamo già visto con una "treggia sanitaria" che nei pressi di una città dei dintorni, enclave della Repubblica Popolare Cinese, esiste una frazione che si chiama "Paperino" (i più credono che sia una trovata dei Giancattivi per un loro famoso film, ma il posto esiste davvero). Non basta; alla Piaggio, che come è noto ha sede a Pontedera (Pisa), nel lontano 1944 -quando l'azienda aveva ancora sede a Biella, in verità- fu progettato e realizzato un prototipo di scooter da cui fu poi sviluppata, dopo la guerra, la Vespa. Ebbene, tale prototipo si chiamava proprio così: Piaggio Paperino.


Senza contare che "Papero", e credo sia proprio il caso del motociclista sui Viali, è un soprannome abbastanza comune a Firenze; generalemente è riservato a coloro che hanno -come il sottoscritto- un'andatura, appunto, a "papero" (mia madre, con tipico wit elbano, la definisce ulteriormente "a papero scosciato"). Addirittura un vecchio giocatore della Fiorentina di anni molto lontani, Gazzarri, era stato soprannominato "I' Papero" per la sua tipica corsa in campo!

giovedì 14 novembre 2013

Janeček & Wanderer





Nel 1979 si compravano, casomai le moto giapponesi; erano gli anni delle famose battutine sceme del tipo Cosa dice una moto giapponese in riva al mare? (Non fate l'honda) oppure Come si offende una moto giapponese? (La yamàha di to' ma'); bisognava averne, insomma, di fantasia, per andare a comprare una moto cecoslovacca. Le motociclette oltrecortina? Non si era sicuri, in fondo, nemmeno che esistessero; esistevano, invece. Eccome se esistevano.

Nel 1929, a Praga, il signor František Janeček, ad esempio, decise proprio di mettersi a costruire motociclette. Mise su uno stabilimento nel quartiere Pankrác (si pronuncia "pànrkraatz"), e la cosa garba parecchio al TB che ha S. Pancrazio come protettore; una volta presentatasi l'esigenza di dare un nome ai suoi prodotti, il signor Janeček scelse "JAWA" unendo le prime due lettere del suo cognome alle prime due di "Wanderer", un'azienda che gli forniva motori e componenti. Janeček & Wanderer, appunto. Jawa. Dal 1929 ancora in attività e con un nome pressoché immortale nel campo dello Speedway; da notare che, in tedesco, Wanderer significa "girellone, giramondo, viandante". Nomen, omen!

Il tutto, naturalmente, affinché uno sconosciuto fiorentino, nel 1979, decidesse di distinguersi dalla massa e girare, appunto, a bordo di una squisitamente cecoslovacca Jawa TS 350 munita persino di sidecar; e dev'esserne rimasto parecchio soddisfatto, visto che queste foto risalgono a nemmeno un mese fa e la Jawa sidecarizzata sembra ancor essere bella viva e lottare insieme a noi. E, presumo, valere anche una fratta di soldi dato che alzi la mano chi di voi ha mai visto una moto cecoslovacca. Qualche macchina sì, le vecchie Škoda di sicuro (ne aveva una persino l'ingegnere capo dell'ATAF, l'ing. Orsi), ma una moto?  Insomma, una sana iniezione di realismo socialista e materialismo dialettico alla vigilia degli anni '80. Altri tempi.


Jawa si pronuncia Iàva, e non "Giava" o qualcosa del genere. Credo di dover questa precisazione ai signori Janeček & Wanderer, che penso non si sarebbero mai immaginati che un loro modello si trovasse, più di ottant'anni dopo la fondazione dell'azienda, parcheggiato càcchio càcchio sotto le mura del viale Petrarca a Firenze. Così è, ed è un bel vedere.