Visualizzazione post con etichetta Fiat 508 Balilla. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fiat 508 Balilla. Mostra tutti i post

martedì 3 marzo 2015

Passando il Fiume



Il posto, credo, lo avrete riconosciuto tutti quanti: è l'imbocco del Ponte Vecchio, a Firenze, dal lato di qua d'Arno. La foto speditami a suo tempo da Simone B. proviene, senz'ombra di dubbio, dalla seconda metà degli anni '30 e ci mostra un piccolo incidente stradale; erano tempi in cui, di macchine in giro, se ne vedevano ancora talmente poche che, ne sono certo, l'episodio non avrà mancato di fare notizia almeno in un trafiletto della Nazione. Quel che senz'altro più colpisce, è che sul Ponte Vecchio si potesse transitare in automobile. Provateci un po' ora a farlo (a parte, naturalmente, che non possediate una Ferrari, nel qual caso il Ponte Vecchio potete addirittura affittarlo col beneplacito del Comune e chiuderlo ai pedoni per tot ore).

Il Treggista Militante, naturalmente, ha qualche altra cosa da dire su questa foto dell'incidente occorso un qualche giorno di un'ottantina d'anni fa sul Ponte Vecchio. Mentre i rari passanti osservano comprensibilmente incuriositi, in primo piano si vede una Fiat 1500 (che pone il terminus ante quem della foto, dato che la sua produzione iniziò nel 1935) con una targa del tutto particolare, e non solo per le quattro cifre. E' la targa in sé ad essere particolare, dato che è di una provincia non soltanto scomparsa, ma addirittura non più facente parte del territorio italiano. La provincia di Fiume.

La targa FM 2213, quella che vediamo applicata alla 1500 andata a scontrarsi con un'altra autovettura sul Ponte Vecchio, è peraltro piuttosto famosa; si tratta di una delle pochissime immagini rimaste di una targa dell'antica provincia dalmata passata alla Jugoslavia nel dopoguerra. L'autovettura è anche registrata precisamente dalle tabelle estese di targheitaliane.com: risulta immatricolata nel febbraio 1936.

Automobilisticamente parlando, la "vita" della provincia di Fiume si svolse interamente nell'ambito delle quattro cifre. La provincia, letteralmente incastonata in territorio jugoslavo come exclave, si chiamava propriamente Provincia del Carnaro ma la sigla automobilistica era quella del capoluogo, Fiume appunto. Dopo un primo tempo in cui si utilizzò la sigla FU, ritenuta forse troppo "lugubre", si passò a FM reimmatricolando tutte le vetture già targate. La provincia, che comprendeva solo una piccola porzione dell'entroterra, constava di soli tredici comuni; visse fino al 1945, quando la città e il suo territorio passarono interamente alla Jugoslavia, ma l'ultima targa FM conosciuta, FM 4059, fu emessa dopo il febbraio del 1944. Da allora si parlò esclusivamente di Rijeka (che in croato significa, incredibilmente, "fiume"), sigla RI. 

Sottolineando la coincidenza, squisitamente treggistica, che una macchina targata Fiume sia andata a sbattere contro un'altra proprio all'inizio di un ponte, bisognerà dire qualcosa anche sull'altra vettura coinvolta. La quale è, con pochi dubbi, una Fiat 508 Balilla, vale a dire la macchina più comune dell'epoca. Si può dire poco altro, perché della targa si vedono soltanto due cifre: un "1" sopra e un "2" sotto. Cionostante, si può facilmente intuire che si tratta di una serie FI 10000, iniziata nel maggio del 1930 e conclusasi nel luglio del 1936. Tutto questo contribuisce a fissare la foto dell'incidente sul Ponte Vecchio proprio al 1936.

Beh, non resta a questo punto che farvi ascoltare Dime Rita, che è l'inno fiumano e che, tuttora, viene cantato sia in italiano che in croato (in croato si chiama Kaži mi Rita). Fu scritto nel 1906, e questo preserva dal ricorrere a canzoni legionarie o roba del genere; gli autori erano Angelo Riccotti e Achille La Guardia, il padre del futuro sindaco di New York, Fiorello La Guardia.



giovedì 12 dicembre 2013

Riconciliarsi col mondo



Sono nato a 500 metri da questo viale alberato, e tuttora mia madre abita nella zona; ci sarò passato, più o meno, qualche decina di migliaia di volte. Ci ho anche fotografato qualche macchina; insomma, ha dato il suo onesto contributo al TB. Poi, un bel giorno, ci passa Mark B., e si vede che il Dio de' Bivi era dalla sua parte; trasportata da un carro attrezzato, un'autentica visione paradisiaca, come la ha chiamata giustamente Mark stesso. Non soltanto è una Fiat 508 "Balilla", ma reca ancora la targa originale livornese (a 4 cifre!!!!) del 24 aprile 1935. Non credo che sarebbe esagerato affermare che è la più vecchia autovettura con targa "LI" ancora in circolazione, sicuramente una delle più vecchie. E si noti che anche il titolo di questo post è dovuto a Mark e alla sua reazione di fronte a questa meraviglia; di questo esattamente ha parlato. Riconciliarsi col mondo; e non mi resta che sottoscrivere.

mercoledì 2 gennaio 2013

La Balilla Magnagatti



A differenza del vostro Treggista Preferito®, Mark B. frequenta assiduamente gli autoraduni storici, e gli autoraduni storici a Firenze fanno per forza sosta al Piazzale Michelangelo. Oddio, forse se uno facesse putacaso sosta in piazza dell'Isolotto, magari una capatina ce la farei anch'io; ma è piazza decisamente troppo plebea per simili eleganti Signore. 

Così, per vedere una classica Balilla bisogna andare al Piazzale; stavolta il nostro Mark ce ne propone un esemplare vicentino con targa, però, del 1958; antica sì, ma non abbastanza per essere originale di una Fiat 508 palesemente di una ventina e spara d'anni prima. Un vecchissimo esempio di reimmatricolazione, quindi; nulla di cui stupirsi. Le macchine venivano ritargate anche nel 1958. Da qualche parte, peraltro, la Balilla in questione ci dovrà avere avuto il pataccone ASI o Registro Fiat indicante l'anno di fabbricazione; ma dalle foto non compare (e, francamente, non me ne dispiace più di tanto).

Quando entra in ballo Vicenza, è quasi d'obbligo tirar fuori la storia dei gatti derivata dalla famosa strofetta veneta dove vengono enunciate tutte le caratteristiche delle varie città della regione. E' così che i vicentini, da tempo immemorabile, si son visti affibbiare l'etichetta di cucinieri e mangiatori di domestici felini (tant'è vero che il micione Redelnoir, vedendomi scrivere questo post, ha pensato bene di alzarsi dal letto dove ronfava e precipitarsi in cortile senza nemmeno passare dalla ciotola). Eppure, Vicenza è famosa culinariamente per il baccalà; ma è duro liberarsi dall'accusa di servire in tavola i nostri amici miagolanti. Però io non ci ho mai creduto, vorrei dirlo a chiare lettere.

sabato 14 luglio 2012

Dare figli alla patria!


Questa Fiat 508 "Balilla" del 1934 la avete già vista. Esattamente qui, in mezzo a parecchie sue coeve; naturalmente c'era di mezzo Mark B., e altrimenti non poteva essere. Stavolta, però, è toccato a me beccarla personalmente di persona, e una macchina del genere la si fotografa anche per quindici volte di seguito, se necessario. Tanto più che è, a tutt'oggi, la "FI" più vecchia che abbia mai visto coi miei occhi (non la più vecchia in assoluto, però le altre avevan targhe di altre province), ed in più, passando davanti a un certo garagino del quartiere di Gavinana di cui si avrà a riparlare presto, l'ho pure beccata agghindata da matrimògno. Sfido chiunque a analizzarne la carrozzeria con un microscopio a scansione e a trovarci una particella elementare di polvere (che so io, un polverone di Higgs, detto anche polverino di Dio). 




Debbo dire che, al sottoscritto, vedere una Balilla matrimoniale fa un po' uno strano effetto. Siccome la Fiat, come dire, ci aveva col fassìsmo un certo rapportino idilliaco (la 508 fu presentata per la prima volta direttamente al Dvce, e non è certo a caso che si chiamasse "Balilla" e non, poniamo, "Bakunina" o "Leninella"...), mi fa venire a mente quei matrimonioni del Ventennio in cui le gagliarde & italiche donne dovevano starsene in casa, soggiacere ai voleri del marito, occuparsi delle faccende domestiche e, soprattutto, dare figli alla patria. La patria aveva parecchio bisogno di figli; c'era da assicurare l'avvenire della Nazione (e magari anche del Resto del Carlino...), dare braccia all'agricoltura autarchica e, una volta compiutisi i sacri destini, farne carne da cannone. Cosa che, puntualmente, avvenne circa sei anni dopo l'immatricolazione di questa autovettura. FI 16676: estate 1934. Mia madre non aveva compiuto nemmeno un anno di età. Settantotto anni.


Naturalmente, ai giòvini sposi che avranno deciso di coronare il loro sogno d'amore e di formare una famiglia a bordo di quest'avita e lucidissima treggia, vanno tutti i miei migliori auguri (però debbo dire che porto uno scùlo tremendo). Però l'impressione resta: sposo all'altare che fa il saluto romano, prete con le insegne littorie, visita nuziale all'Altare della Patria, e poi giù a dàgnene di buzzo buono. Ach so, forse mi sto un pochino inacidendo nell'invecchiare; fra un po' divento balsamico!

mercoledì 8 febbraio 2012

Il 13 settembre 1946


Mark B. è un ragazzo preciso, ma conciso assai. Mentre il qui presente tende spesso a...romanzare (e questa, però, è una caratteristica ben precisa del TB; forse la sua principale, perché abbinare da quasi tre anni una storia qualsiasi a un'autovettura non è, credetemi, per nulla semplice!), Mark si attiene, nelle sue poche righe, alle notizie essenziali. Ciò non toglie che tali notizie essenziali non la facciano comunque immaginare, una storia; e che storia. Prendiamo ad esempio questa Balilla e lasciamo la parola al diretto interessato:

"La cercavo da 20 anni e cioè da quando la intravidi in un garage di via Ghibellina. Era tutta polverosa ma anche rosa dalla ruggine. Ritrovarla oggi in piena forma .... non ha prezzo. Per la cronaca , la macchina è del 37 ( è stata targata targa GE e poi AR) , la targa attuale è del 13 Settembre 1946."

Ecco, immaginatevi uno che intravede una macchina vent'anni fa in un garage, e la cerca per ogni dove. Vent'anni di occhi all'erta, dovunque si passi, e mentre la vita scorre con tutti i suoi fatti, le sue persone, le sue cose; i treggisti mica sono alieni o pazzi, sono persone normalissime con una data passionaccia, un po' bislacca (senz'altro) ma una passione vera ha da essere bizzarra, son buoni tutti a fare il solito bricolage del cavolo. Alla fine la trova, esercitando peraltro una pazienza e una speranza quotidiana assolutamente incrollabili. Ne so qualcosa, ad esempio da quando ho intravisto da un benzinaio in via Aretina una vettura del genere (forse una Fiat 509) targata FI 28... e qualcosa (a cinque cifre, eh!) e che non ho potuto fotografare perché ero lanciato a sirena con un trasporto urgente di sangue; è successo oltre due anni fa, e da due anni non smetto di cercarla. Me ne mancano diciotto, ma la ribeccherò da qualche parte. Sta scritto nel Tao-te-Tregg'. Intanto, il 13 settembre 1946, vale a dire quasi 66 anni fa, veniva emessa questa "ritarga", che Mark ha fotografato anche nel dettaglio:


E arrivederci, chissà, tra un'altra ventina d'anni!

giovedì 13 ottobre 2011

Pont-i-Noor



La Premiata Officina Marcotti Angelo di Pontenure (Piacenza) è, come sanno tutti gli affezionati frequentatori del TB, uno dei luoghi capitali del Treggista Militante; logico che, quando mi trovo da quelle parti, una puntatina vada sempre a farcela. Oggi la presento facendo il verso al famoso diamante Koh-i-Noor, che in lingua persiana significa "montagna di luce"; e, dal punto di vista treggistico, qui siamo davvero davanti a un "ponte di luce". Ogni volta che ci metto piede, il signor Marcotti ha in officina qualcosa di assolutamente indimenticabile: ad esempio, questa Norton CS1 del 1929. Qui siamo nella Storia della motocicletta, quella con la S maiuscola; mica scherzetti. E' uno dei modelli ancora progettati dal fondatore stesso della casa di Birmingham, James Landowne Norton detto "Pa"; e dove ne trovi uno? Ma a Pont-i-Noor, naturalmente!


Tanto che c'ero, non ho potuto fare a meno di rinocare su una nostra vecchia conoscenza, la Balilla del 1936 che il signor Marcotti usa comunemente per andare da un posto all'altro. Ve la ricordate, quella con l'impianto di riscaldamento artigianale che impedisce ai suoi occupanti di fare un viaggio in Antartide? Impossibile non fotografarla ancora quando il destino te la rimette davanti...

mercoledì 2 marzo 2011

L'epopea delle FI 1


a. Ford "A" FI 15148 - 31 agosto 1933

Una vera e propria epopea d'anteguerra, quella che proponiamo con queste foto scattate da Mark B. in vari periodi e in vari autoraduni storici (francamente, le uniche possibilità di veder circolare vetture del genere; una sola di esse equivale a una banca, è bene ricordarlo). Tutte queste vetture sono accomunate dall'immatricolazione FI 1...., e sarà bene ricordare che la targa FI 20000 fu rilasciata nel 1936. Per questo post particolare mi asterrò da qualsiasi commento: un po' per rispetto, e un po' perché di fronte a vetture del genere ci sarebbe ben poco da commentare. In questo caso mi servo delle tabelle particolareggiate di targheitaliane.com, che sovente riporta addirittura la data esatta di immatricolazione.

La vettura che vedete sotto il titolo è una Ford A immatricolata il 31 agosto 1933. A titolo di paragone, mia madre è nata il 16 ottobre 1933. Entrambe, la macchina e la mamma, hanno quindi quasi 78 anni. Nell'impossibilità di presentare mia madre tra le tregge del blog, cosa per la quale del resto mi tirerebbe una pentolata in capo, ecco un'altra immagine dell'avita Ford A; seguiranno le altre vetture "FI 1" senz'altro commento.


(In questa foto, la Ford A FI 15148 è affiancata da una Lancia Lambda con targa di Palermo a 4 cifre, purtroppo difficilmente leggibile).

b. Auto ignota - FI 15590 - settembre/ottobre 1933


c. Fiat 508 Balilla FI 16676 - estate 1934


Fiat 508 Balilla FI 17020 - Settembre 1934




Fiat 508 Balilla FI 17103 - Ottobre 1934


Lancia Astura FI 18007 - 6 aprile 1935



Lancia Astura FI 18382 - Maggio 1935



Lancia Astura FI 18476 - Giugno 1935

Belle, eh?

domenica 23 gennaio 2011

Mark B. e uno zibaldone di meraviglie


Questo sarà un (lungo) post altamente composito, tutto incentrato sugli avvistamenti di Mark B. Chi ha seguito il TB negli ultimi giorni si sarà oramai familiarizzato con colui che è realmente una sorta di principe dei Treggisti a Firenze e provincia, e che sono davvero felice e onorato di ospitare su questo blog. In questo post, Mark B. ci presenta alcune autentiche meraviglie da lui reperite e fotografate.

La prima, quella della foto sotto il titolo, è una Fiat 508; forse questo nome non dirà molto ai più, ma se dico Balilla credo che si accenderanno parecchie lampadine. La Balilla rappresentò il primo tentativo di motorizzazione diffusa in Italia; dico "diffusa" e non di massa, perché nel 1932, al momento della sua commercializzazione (con l'ingegner Valletta che la presentò direttamente al Dvce del Fassismo), costava comunque 10.800 lire. Una cosa che nessun operaio o proletario si sarebbe mai potuto permettere, sebbene rappresentasse l'automobile con costo più basso tra quelle prodotte fino a quel momento in Italia. L'esemplare qui fotografato da Mark B. è del 1934 e rappresenta anche l'esordio del TB nel "magico mondo" delle FI 1... e qualcosa; una cosa davvero da sottolineare.


Una cosa di cui anche Mark B. si dev'essere ben accorto, è che il filone delle tregge matrimoniali butta dimolto bene; in effetti è abbastanza comprensibile che gli attuali possessori di Ford Kà (l'accento non c'è, ma ce lo metto a spregio), di Sùvvi e di altri orrori automobilistici del nuovo millennio desiderino, nel loro giorno più bello, mettere i loro nuziali culi su un'automobile degna di questo nome, tipo questa Lancia Augusta immatricolata nel 1946. Dico "immatricolata", perché la Lancia Augusta fu prodotta soltanto dal 1933 al 1936, e quindi questa non è, sebbene antichissima, una targa originale. Magari, ma questa è una mia opinabilissima opinione, si sarebbe potuta evitare il pacchianissimo addobbo "W gli sposi" sul retro di una vettura del genere, che è augusta realmente, di nome e di fatto; il rischio è un po' quella di renderla ciò che in francese significa auguste, vale a dire "clown, pagliaccio". A mio parere, anche gli sposi sarebbero d'accordo.


Qui saltiamo invece al 1948, e ci saltiamo con una cosa che fa appunto sussultare. Questa è, infatti, un'autentica Kübelwagen Typ 82 (e non "Kumbelwagen" come scrive Mark B. nelle sue "tabelle di avvistamento"; mi permetto questa piccola correzione linguistica). La "Tipo 82", prodotta dalla Volkswagen in 55000 esemplari, fu l'automobile militare germanica per eccellenza; la meccanica era, manco a dirlo, più o meno quella del Maggiolino. Poiché neppure nella Wehrmacht mancava un goccio d'ironia, fu subito ribattezzata, per la sua forma, "Auto-Tinozza" (questo il significato di Kübel in lingua tedesca). Con tutta probabilità, alcuni suoi esemplari furono abbandonati dalle truppe tedesche in ritirata dalla Linea Gotica dopo l'estate del 1944; con altrettanta probabilità, qualcuno se ne sarà impossessato, l'avrà fatta rimettere in sesto e immatricolata qualche anno dopo. Sapore di un lontano dopoguerra, insomma, e sapore diretto: questo non è un esemplare reperito in qualche magazzino rognoso, restaurata e reimmatricolata magari con un'agghiacciante targa "ZA" alfanumerica. Questa viene davvero da qualche piega del tempo, facendoci immaginare una Firenze ancora mezza in rovine dove qualcuno girava con una Kübelwagen (forse non troppo benvista da parecchi, visti i freschi e non piacevolissimi ricordi che doveva evocare).


Qui siamo l'anno dopo, nel 1949, con una classica Topolino. Di Topolino del '49 ne ho un paio anch'io nel TB, reperite coi miei occhietti, e devo dire che è sempre un gran bel vedere. Sono sempre ricorso all'altrettanto classica Topolino amaranto di Paolo Conte, e questa ne è una. Amaranto come Iddìo comanda. Ci porterei volentieri a giro la fidanzata, va da sé; ma ci sarebbe qualche problemuccio. La piasintëina ci entrerebbe senz'altro, ma io no. E se anche ci entrassi, ci rimarrei incastrato dentro. Le Tregge di quell'epoca presupponevano una statura media decisamente inferiore a quella degli anni del boom, quando sono nato io...


Qualche anno dopo, nel 1954, a Firenze qualcuno circolava con questa cosa qui. Dai cerchi incrociati, avrete già riconosciuto che si tratta di qualcosa che ha a che fare con l'Audi, ma in realtà la casa fondata a Zwickau si chiamava ancora Auto Union. Tale denominazione, che non ha bisogno di traduzione, aveva un ben preciso motivo d'essere: si trattava infatti di una vera e propria unione di 4 case automobilistiche tedesche, avvenuta nel 1932 (da qui i quattro cerchi incrociati, un marchio che richiamava anche le Olimpiadi berlinesi del 1936). Una di queste 4 case che avevano dato vita alla Auto Union era la DKW (Sigla di Dampf-Kraft Wagen, ovvero "Automobile a vapore"). Questa è, per l'appunto, una DKW 3=6. L'unica auto al mondo, credo, che nella sua denominazione ha un segno di uguale. Conoscendo le abitudini e le passioni di Mark B., non ci sarebbe da stupirsi se fosse l'unico esemplare mai circolato a Firenze e provincia; fu prodotta dal 1953 al 1959.


E, a proposito di abitudini di Mark B., vi sarà già sufficientemente nota la sua passione per le Oldest Ones fiorentine, vale a dire gli esemplari più vecchi in circolazione di un dato modello. Questo, infatti, sembra essere l'esemplare più vecchio della Fiat 600 ancora in circolazione a Firenze e dintorni. La Fiat 600, l'icona del boom italiano, fu prodotta a partire dal 1955, e questa qui -manco a dirlo- è del 1955. Aggiungo che, stante la mia passione per le Seicento, per mandarla un paio di volte potrei arrivare a vendere l'anima al Diavolo; tanto l'inferno comunque mi aspetta, quindi non sarebbe un gran sacrifizio.

sabato 24 aprile 2010

A Treggiaman's Spring Dream (FF/04)


Fermi, fermi. Ma che ci fa il vostro Treggista preferito, vale a dire il sottoscritto, alla guida di quella cosa là...? Facendo pure un inequivocabile gesto con la mano...? O che cose le son queste...? Forse che, a furia di fotografare tregge su tregge, una gli si è finalmente materializzata sotto il culo...? In effetti, ad un certo punto è comparsa per la strada:


Comparsa sì, e in tutto il suo splendore, in una bella domenica primaverile. Tutto quadrerebbe: il sogno primaverile del Treggista, la vettura che si materializza e il Treggista che s'invola via per le nuvole salutando cerimoniosamente. Bella storia. Peccato che la vettura in questione si sia sì materializzata, ma guidata dal legittimo e fortunato proprietario; e che il Treggista, trovandosi colà in servizio lavorativo, si sia limitato a chiedere assai cortesemente e umilmente il permesso di sedersi per un momentino alla guida per farsi fotografare e coltivarsi una minuscola illusione di un minuto e mezzo. A bordo di questa cosa qui, che poi è una Fiat Balilla del 1932:




Ecco qua. Un minuto e mezzo, che mi piacerebbe descrivere come di pura emozione o roba del genere. Purtroppo, quando c'è di mezzo il sottoscritto, anche l'emozione deve far conto con le dimensioni. Non credo abbiate presente una Balilla del 1932, e fino a quel momento non l'avevo presente nemmeno io. Evidentemente, nel 1932, le dimensioni dei pochi italiani che avevano un'automobile dovevano essere assai ridotte. Per infilarmici dentro, e coltivare il minuto e mezzo di emozione, mi son dovuto esercitare seduta stante nell'arte del contorsionismo; poi è stata scattata la foto che mi ritrae alla guida (in realtà non ci ho fatto nemmeno un centimetro perché non saprei nemmeno come si mette in moto, una vettura del genere...), ed è arrivato il terribile momento in cui sono dovuto uscirne.

Dire che la scena è stata da Ridolini, o da Oggi le comiche, non rende bene l'idea. Mi ci ero letteralmente incastrato dentro. Ad un certo punto il proprietario della vettura, che non deve valere pochino, si è messo le mani nei capelli. Ho dovuto prendermi da solo a cazzotti le gambe per sortirne fuori; alla fine ce l'ho fatta, in preda a dolori articolari atroci e con il proprietario che ringraziava la Madonna, Padrepìo, Sant'Antonio da Padova e Santa Rita da Cascia per lo scampato pericolo.

Ma resta quell'irripetibile minuto e mezzo, e una foto che mi ritrae vestito a bischero dentro quella nuvola blu targata Bergamo; le son le piccole meraviglie de' pòeri.

sabato 17 aprile 2010

La saga di Pontenure (3): Fischia il sasso, il nome squilla




Sì, d'accordo, qualcuno forse storcerà il naso nel vedere il titolo di questo post, che riporta a una canzonetta propagandistica in voga durante il Primo Ventennio (il secondo lo stiamo vivendo ora, invece). Balilla sarebbe stato il soprannome di un ragazzo genovese, tale Giovan Battista Perasso, che nel 1746 diede l'avvio ad una specie di intifada contro i francesi cominciando a lanciare sassate con le celebri parole: che l'inse! (vale a dire: "che incominci, che si dia la stura", in genovese; corrispondente al livornese dé ora s'incigna!). Tale gesto storico fu santificato dal regime fascista, che chiamò Balilla i ragazzini inquadrati nelle organizzazioni giovanili. Logico che, quando la Fiat decise di lanciare sul mercato non un sasso, ma la prima vetturetta "economica" (costava solo ventotto o trenta salari mensili di un operaio...), nell'anno 1932, le fosse dato il nome di Balilla. Famosissime le foto in cui la macchina veniva presentata direttamente al Dvce in persona, al quale palesemente non gliene fregava nulla. Così fu, e mi sia permesso allora il verso della canzonetta come titolo; del resto, se fior di fascisti citano Pasolini o le canzoni di Guccini...

La Balilla di queste foto è del 1936. Purtroppo reimmatricolata, con grande disappunto anche del signor Marcotti. È stata protagonista di un'iniziale scena comica: ero ancora impegnatissimo nell'ammirare e fotografare il furgone International (quello del post precedente), mentre la piasintëina mi dava pacche sulle spalle dicendomi: "guarda dietro, guarda dietro!". Non me ne ero minimamente accorto pur avendola davanti al naso. Succede anche al Treggista di avere un momentino di distrazione, eh!

Il signor Marcotti, va da sé, ci gira regolarmente e ha anche ovviato a modo suo ad un piccolissimo incoveniente della Balilla. Poiché era una vettura economica, per risparmiare non prevedeva il benché minimo impianto di riscaldamento. Durante i mesi invernali, il conducente e gli occupanti erano condannati a mettersi quattro cappotti addosso, oppure a congelare; oltretutto, era impossibile rimuovere gli strati di ghiaccio che si formavano sui vetri, e anche l'intera meccanica ne risentiva. Chi non aveva un garage o comunque un posto al chiuso dove tenere la macchina, non la poteva usare (altra caratteristica assai economica della vettura). Il signor Marcotti, dicevo, ha risolto empiricamente e efficacemente: ha preso un bel tubo flessibile, e dal vano motore lo ha fatto passare nell'abitacolo (da dove spunta bel bello). Così il motore riscalda tutto quanto. Ma non ci potevano pensare allora a una soluzione del genere? Anche se, francamente, immaginare il Dvce congelato è irresistibile, e più che altro avrebbe risparmiato all'Italia parecchie sventure.