Visualizzazione post con etichetta Carcasse. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Carcasse. Mostra tutti i post

venerdì 7 marzo 2014

L'Avviluppata


Se vedete qualcuno che si aggira per i campi munito di macchina fotografica, non abbiate timore: ci sono ottime probabilità che possa essere un Treggista Militante®. Costui (o costei, anche se per ora -purtroppo!- contiamo su scarse "quote rosa") è un grande amante della campagna; essa, infatti, nasconde ne' suoi angoli più riposti un intero patrimonio di tregge, sovente ridotte a carcasse conquistate da Madre Natura o da Padre Ciarpame. Così dev'essere andata a uno dei Militanti Storici® del TB, vale a dire Simone il Caporniano; aggirandosi pe' fatti suoi tra le vicine campagne sulla Via Cassia, nel comune di San Casciano in Val di Pesa presso il Bargino (località che, pare, prende davvero il nome da un "Bar Gino" che vi si trovava in tempi antichi; primo e forse unico esempio al mondo di un'intera frazione che prende nome dal suo bar!), è stato infatti attirato da un "qualcosa" che s'intravedeva avviluppato in mezzo a un oceano di sterpaglie.


Il Treggista Militante®, quale Simone il Caporniano è senz'altro, è dotato di un occhio infallibile coniugato con un intuito formidabile. Ci aveva visto giusto: l'Avviluppata, infatti, era la carcassa di una Fiat 850 che non dev'essere lì da un paio di giorni. E dello stesso colore beige chiaro che aveva anche l'850 Special di mio padre (targata FI 449929); guardando queste foto, insomma, mi viene una specie di tuffo al "quore". L'Avviluppata conferma quanto vado dicendo da almeno un paio di secoli: le carcasse campagnole fanno oramai parte integrante del paesaggio e non c'è "ecologia" che tenga. Guai a rimuoverle in nome di presunti "smaltimenti" del cavolo! Sarebbe come, che so io, portar via la salma congelata di un alpinista morto sull'Everest nel 1904. Quello è il suo luogo, quello che il destino ha scelto.

domenica 28 ottobre 2012

Canne al vento




E proseguiamo pure col rimbalzino tra Mark B. e Fabrizio con le sue strabilianti tregge genovesi. E qui non c'entrano nulla né il premio Nobel Grazia Deledda, né le droghe leggere: la vera e propria droga di Fabrizio, per la quale batte giornalmente le campagne, sono le TNC (tregge ne' campi). Le TNC genovesi trovate da Fabrizio sono tra gli esemplari più belli del genere: qui, ad esempio, vedete un vecchio furgone Fiat 850T (parecchio vecchio, a giudicare dal frontale) che ha concluso la sua vita come deposito di cannicci vicino alla stazione di Granara, nell'entroterra di Pegli. La cosa più bella delle TNC è che, quale che sia l'uso ultimo cui vengono adibite, sembra che sia stato fatto appositamente per loro; in tal modo, assurgono spesso alla qualifica di vere e proprie opere d'arte povera. Si arriva a pensare, alla fin fine, che un Fiat 850T cassonato non poteva far altro che trasportare canne...

venerdì 26 ottobre 2012

Resti della Storia


L'amico Fabrizio, di Genova, in questi ultimi tempi ha ancora intensificato la sua spedizione di tesori. Oramai non si serve più nemmeno dell'arcaica e-mail: mi spedice CD interi stracolmi di ogni bendiddìo, in aggiunta a quelli che mi ha già mandato da due anni a questa parte. Risultato: negli archivi del TB giacciono, letteralmente, centinaia di meraviglie provenienti dalla città della Lanterna e dai suoi environs. La tentazione di farne un blog apposito, una "succursale" (ma che succursale!) genovese del Treggia's Blog, è sempre stata molto forte data la quantità enorme di fotografie che sono in mio possesso grazie a Fabrizio; ma non ce la farei. E' la natura stessa del TB, probabilmente, che lo impedisce; se mi limitassi ad inserire le fotografie degli autoveicoli sarebbe molto più semplice, ma il TB è "fatto" anche e soprattutto dai suoi commenti. Sono la sua caratteristica, che lo rendono un blog vero e proprio e che danno modo, non di rado, di dire cose parecchio diverse dalla nuda esposizione di fotografie di vecchie macchine. E trovare qualcosa da dire per ogni macchina è difficile. Da qui l'infinitesima parte di Tregge genovesi contenute nel TB, una cosa che francamente mi ribolle vista la consistenza delle cose speditemi da Fabrizio (lo stesso vale, chiaramente, per Mark B. e per tutti gli altri collaboratori fissi o saltuari). Chiaramente c'è anche da salvaguardare un po' il "topic", sebbene sia molto largo: il blog si chiama "vecchie auto a Firenze", e Firenze è e rimarrà il punto di partenza. Si andrà avanti quindi così, magari cercando di dare maggior risalto alle tregge provenienti da Genova. Perché lo meritano, e lo merita il lavoro incredibile di Fabrizio che ha deciso di farmene dono. Lo merita, ad esempio, la vettura che vedete in queste foto, nonostante le sue condizioni di rudere.



Quelli che vedete, ripresi nel quartiere genovese di Borzoli, sono i resti di una delle automobili più importanti nella storia della motorizzazione francese, e probabilmente anche europea: la Citroën Traction Avant.


A vederla così nel suo splendore, uno dei primi esemplari prodotti nel 1934, verrebbe da prendere chi ne ha ridotta una nelle condizioni di quella genovese trovata da Fabrizio, e comminargli una quindicina di tratti di corda nel groppone gnùdo; però la storia che c'è dietro non la si può sapere, e sarà meglio quindi limitarsi alle immagini. 


La Traction Avant aveva, come caratteristica meccanica saliente, la trazione anteriore. Talmente saliente all'epoca, dove ogni vettura in circolazione era a trazione posteriore, da farla declinare completamente nella denominazione commerciale. Potenza della lingua francese: se ci pensate bene, dire tracsionavòn è diverso da "trazione anteriore", suona differentemente. Nell'articolo linkato potete leggere tutte le altre innovazioni meccaniche e stilistiche che tale vettura, prodotta in varie versioni dal 1934 al 1957, comportò facendone, come detto, un'automobile storica nel senso pieno del termine; qui sotto, il retro di una versione del 1954.


Innovazioni che, va detto, in buona parte "trasmigrarono" nella vettura che prese il suo posto; e la vettura che prese il suo posto si chiama Citroën DS.  Una Dea non poteva che essere generata da un'altra dea.

Quel che poco si sà, generalmente, è che la carrozzeria della Traction Avant fu concepita da un italiano: Flaminio Bertoni.  Unanimemente considerato tra i maggiori stilisti d'automobili della storia, e autore anche della successiva DS (e della 2CV, e della AMI 6...insomma, tutti i principali modelli Citroën sono passati dalle sue mani). Flaminio Bertoni era sì un designer; ma, come formazione e attività artistica, era uno scultore. Avete capito: uno scultore. I suoi modelli non li "disegnava", ma li realizzava in plastilina (così accadde anche per la Traction Avant). Vale la pena, qui, riportare un piccolo estratto dall'articolo Wikipedia:

" Nel frattempo, occorreva cominciare a schizzare i primi disegni relativi alla nuova vettura. Ma i primi disegni non convinsero molto il patron della Casa francese. Ci pensò Flaminio Bertoni, più abile a scolpire che a disegnare: in una notte realizzò un modellino tridimensionale in plastilina in scala 1:5, che praticamente rispecchiava la vettura definitiva. Il giorno dopo, domenica, si recò nientemeno che a casa dello stesso André Citroën e della moglie Giorgina. Quando mostrò il modellino ai coniugi Citroën, questi rimase colpito sia dal modellino in se', sia dalla tecnica utilizzata per realizzarlo. Si trattava infatti della prima volta nella storia dell'automobile che un progetto di carrozzeria non veniva disegnato ma scolpito. Si decise che le forme della vettura sarebbero state quelle proposte da Bertoni. "

Insomma, qui siamo davanti veramente ai resti della Storia automobilistica.

domenica 8 aprile 2012

Ancora cemento (e ancora dedicato a Fabrizio)



Quelli che di solito "tornano sul luogo" appartengono a due categorie ben distinte: gli assassini e i treggisti. Poiché io, ci tengo fortemente a precisarlo, non appartengo alla prima, vuol dire che rientro nella seconda. Così, qualche giorno fa, sono tornato di fronte al terreno del cementificio vicino a casa mia, quello della betoniera, e ho fatto parecchio bene: poco più in là, c'era anche 'sta cosa qua, seminascosta tra la sterpaglia. Un camion, che a occhio e croce mi sembra un altro MAN (lo ipotizzo, perché i camion ancora in servizio presso il cementificio sono quasi tutti di quella casa). Questo mi sembra a uno stadio ancor più avanzato della betoniera: oramai, come si suol dire, sta tornando alla natura. E non è un modo di dire: anche se dalle foto, purtroppo, non si vede, posso assicurare che alcuni uccelli vi avevano nidificato. A questo punto, ho come una vaga idea che, kodakkomunito, andrò a presentarmi agli uffici del cementificio. Sospetto che quel terreno nasconda altre cosine, e poi vorrei fare anche qualche foto agli uccelli camionisti...

domenica 25 marzo 2012

Cemento (dedicato a Fabrizio)


Qualche giorno fa, l'amico e Co-treggista Fabrizio, il nume delle Tregge Genovesi, mi ha scritto della sua grande passione per le tregge accarcassate, quelle ridotte oramai a ruderi e abbandonate nei campi o, comunque, nei posti più improbabili. A costo di suscitare qualche pur giustificata remora di carattere ambientalista, devo confessare che anch'io nutro la stessa passione. Andare a scovare cose del genere fa sconfinare il Treggismo Militante nel Tregging, vale a dire l'incrocio tra il Treggismo e il Trekking.

Così mi pregio di dedicare a Fabrizio questo stupefacente ritrovamento per il quale, a dire il vero, ho dovuto fare ben poco Tregging, dato che siamo praticamente a cento metri da casa mia, all'Isolotto. L'Isolotto, lo ripeto, è un quartiere molto bizzarro: casermoni e vialoni, sì, ma anche zone fluviali, parchi, antiche borgate sopravvissute (San Bartolo, Santa Maria a Cintoia...) e pezzi di campagna bella e buona, con tanto di cascine che vendono le òva fresche. E un cementificio in piena regola. Non camperei in altro posto che all'Isolotto, aggiungo. La domenica si può pigliare, fare due passi, ritrovarsi in un altro mondo e scovare una betoniera. E una beton-treggia, mi sa, ancora non la avevate mai vista!

Spero davvero che a Fabrizio, con la sua grande passione per le carcasse, faccia piacere perché si tratta di una cosa che ritengo assolutamente unica. In effetti, "smaltire" una betoniera intera non dev'essere una cosa semplice. Oramai l'antica betoniera si è fusa col paesaggio, quasi fosse un elemento di archeologia industriale; dev'essere stata, credo un camion MAN anche se non ne posso essere certo e non posso accedere al terreno (la foto l'ho presa infilando la Kodak oltre la rete di recinzione). Ad ogni modo, gironzolerò ancora in quelle plaghe. L'Isolotto non finisce mai di stupire.

mercoledì 1 febbraio 2012

Ein absonderliches Pärchen (2)




Che Iddio de' Bivi faccia fare più spesso a Dora e INSCO di siffatte giratine negli uliveti e ne' campi. Quello che avvenne tra l'erba alta non posso dirlo per intero, cantava Fabrizio De André traducendo Le Gorille di zio Georges, ed è innegabile che lo spettacolo fu avvincente anche dal punto di vista squisitamente treggistico. Ha veramente ragione Mark B. quando afferma che le "tregge nei campi" sono le migliori: quasi fossero state piantate, e fossero passate alla natura. Sarà forse un discorso che alcuni troveranno controverso, perché abbandonare una macchina in mezzo a un campo non è forse il massimo della correttezza ambientalistica; però, ad un certo punto, le tregge lasciate lì sotto gli ulivi cominciano a far parte del paesaggio e gli danno, anzi, un tocco di inaspettata poesia.

Come non dirlo nel caso di questa seconda treggia dell'absonderliche Pärchen? Ci si potrebbe fabbricare tutta una storia. Prima di tutto, queste foto permettono di ristabilire un po' di sana giustizia nei confronti di un termine, Escort, che ultimamente è stato sia abusato, sia usato in un senso sgradevole e volgare (come sgradevole e volgare sa essere qualsiasi cosa contaminata dal Potere). Questa, invece, è una Ford Escort come si deve, di quelle di prima generazione. "Bombardata" da competizione, poi. Ora che dorme tranquilla nel suo uliveto, dove sarà opportuno lasciarla per l'eternità senza farle fare la fine del povero Ötzi strappato alle sue montagne dopo cinquemila anni, il Treggista Militante può sentire dentro di sé, assorto in contemplazione, l'antico rombo che ella dovette emettere quando solcava i gloriosi circuiti di Polcanto, quando partecipava al Grand Prix della Piana di Campi Bisenzio, quando si cimentava nella corsa in salita del Monte Morello, quando si lanciava possente nel rellì 'nternazzionale di Badia a Settimo. Col suo sponsor Tecnocolor fatto con le letteracce autoadesive, con Bado che ti spinge a camminare, col suo grigio topo e le strisce rosse e bianche: la poesia del motore di provincia, della Formula Presciutto Disossaho, della Pinzauti & Magherini Preparazioni, della Tecnocolor che probabilmente era un imbianchino industriale di Sant'Angelo a Lecore, della Casa del Popolo di Quinto Basso dove si studiavano le strategie e le tàttihe di corsa.

Dorme nell'uliveto, e le ulive le ci cascan sopra e si spiaccicano quando vien novembre. Chi le bruca e ci fa l'olio novo, gliene lascia qualcuna in ricordo di ben altro olio che pulsava nel motore rovente. Gli occhi attenti dei Treggisti la individuano, e la cantano.

lunedì 2 gennaio 2012

Terra di confine



Ho un rapporto oramai sempre peggiore col centro della città; mi reco sempre più raramente in quella Disneyland di scarpari, stilisti di merda e pizzattaglio, facendo un'eccezione soltanto per San Frediano e l'Oltrarno. Ma San Frediano e l'Oltrarno sono ancora relativamente poco toccati dal turismo di massa, dalla banchizzazione, dall'espulsione degli abitanti; finché reggeranno. La città, quella dal cuore vivo, si sposta verso l'esterno, in cerchi concentrici; con essa si spostano la vita e l'interesse, e le arbitrarie demarcazioni rappresentate da linee immaginarie assumono suggestioni strane, alla ricerca di luoghi sovente di tragica e scomposta bellezza. Le devastazioni delle periferie come paradigma della sopravvivenza; il respiro che si avverte ancora nel distruggersi. Il campo e la città che arriva; la caserma dismessa, esattamente sulla linea di confine tra Firenze e Scandicci, che dà al luogo un'inquietudine oscura anche nel luminoso primo pomeriggio d'autunno inoltrato. Terra di confine, povera e oscura frontiera tra entità astratte, gli alberi e il cemento, i bidoni e il filo spinato. Cimitero d'un mezzo meccanico che avrà visto non molto mondo e lo ha visto tutto.

domenica 23 ottobre 2011

Le rovine di Bolzaneto



Quando mi capitava di passare per Genova, e a volte anche di starci per un po' (par mill'anni fa), le indicazioni stradali per Bolzaneto, sull'autostrada, mi facevano sempre pensare al perché quel quartiere dell'entroterra genovese recasse un nome che ricordava una lontana città alpina; non sapevo ancora che Bösanæo aveva probabilmente in sé una qualche antica radice ligure, forse simile a quella del Porkobhera, il "fiume dei salmoni" poi diventato il Polcevera. Una volta mi capitò di sbagliare uscita autostradale, e di immettermi sulla A7 per Milano; a Bolzaneto dovetti uscire, per riprendere l'autostrada in senso inverso. Un nome e uno sbaglio; poi venne quel mese di luglio, e quel nome si fuse con lo sbaglio, con il buio, con la protervia e con la crudeltà cieca del potere. Non ne aveva colpa, con la sua piazza del Prione, con le sue fortezze, col suo castello; ma il suo nome fu applicato a tutto ciò che era accaduto, con l'augurio che si spargesse sale sulle sue rovine.



E tanti anni sono passati. Un giorno, l'amico Fabrizio, che gira per la sua città alla ricerca di vecchie automobili come io giro per la mia, ed al quale mi legano non so quante bizzarre coincidenze che qui non posso dire, mi manda queste foto di vecchie Cinquecento in rovina, che provengono proprio da Bolzaneto. E sono rovelli a non finire, e non mi decido mai a metterle nel blog; come avessi una sorta di pudore, o forse persino paura. Troppi ricordi, e troppe immagini di fuoco, di fiamme, di stupido orrore e di orribile stupidità. Sapevo che, per qualcosa proveniente da Bolzaneto, non avrei mai potuto parlare con serenità o con leggerezza, come tante e tante volte ho tentato di fare in questo blog che, a modo suo, prova ad attraversare tempeste con una briciola d'amore senza pretese (come tante delle vetture che ospita). Un giorno o l'altro dovrò proprio andarci apposta, a Bolzaneto. Senza pensare più alle città alpine che sembrano rassomigliargli nel nome, senza più sbagliare autostrada. Uscire e girarmelo provando a pensare che è tutto diverso; piantare un fiore nelle carcasse di queste automobili e allontanarmi senza dire niente. Di queste macchine, che possono aver trasportato dei sogni, non so dire stavolta l'anno di immatricolazione o altri dati; stanno lì a ricordare immagini e rovina.


giovedì 3 febbraio 2011

Infinita occhiuta devastazione (2)


Ho parlato di strada rotta; ma non soltanto per le condizioni del manto stradale, che in fondo non sono neppure più orribili di quelle che normalmente si hanno in questa città. È una strada rotta perché, letteralmente, non si sa da dove prenderla bene; quasi fosse, davvero, un mondo a sé. Costeggia la ferrovia; e sulla ferrovia ci sono lavori eterni che se la stanno letteralmente mangiando a bocconi, coi suoi quieti terratetto che non oppongono resistenza e con le sue antiche ville coi cancelli e i giardini, una delle quali appare oramai inglobata in una mostruosa infrastruttura. Per accedere ai vari tratti di quella strada bisogna sapere come fare, dato che sono lontani gli uni dagli altri, e oramai indipendenti; ai lati, recinti, terreni senza un perché, campionari di distruzione e sporcizia, baracche, cartelli che promettono cani feroci. So bene che questo è terreno fertile per le tregge; plaghe dove si va a far morire comodamente le macchine. Non ci è voluto molto; in un'ennesima deviazione per l'accesso a quella strada, un cimitero. Chiuso a doppia mandata, ma il Treggista non si spaventa davanti a questo; prova a suonare il campanello, e in mancanza di una risposta si arrangia.



Nell'essere Treggista, è senz'altro una comodità essere stato dotato dalla natura di una statura fisica elevata. Almeno sufficiente a alzare le braccia, puntare la Kodak oltre la recinzione e fissare le immagini della carcassa di una Lancia Fulvia nera, con tanto di bandiera italiana. Se ne vedevano di vetture del genere negli anni '70, spesso (più o meno a ragione) associate a un certo quid di fascismo, di pariolismo o roba del genere. Su questo non è più opportuno, però, dire alcunché. La vecchia Fulvia, col suo nero e la sua bandiera, giace scheletrita in un posto realmente dimenticato da Dio e dagli uomini; un posto che potrebbe essere spazzato via. Già, immediatamente dietro, hanno spianato l'ennesima strada di collegamento, ancora con un cartello di fortuna scritto col pennarello; già si demolisce, si costruisce, si cancella. E qui il Treggista, oltre che di esploratore urbano, assume anche la qualifica di documentatore di qualcosa che sta scomparendo. Carcasse di auto e di antichi tessuti suburbani. Mi sposto sul retro; un altro cancello chiuso, un pezzo della strada che muore senza uscita, schiacciato tra la muraglia della ferrovia e uno spiazzato sconnesso e pieno di pozzanghere:


Qui è meno arduo fotografare, mettendo la fotocamera oltre le stanghe. Come quelle case di riposo, o roba del genere, dove si parcheggiano i vecchi a morire. Compare immediatamente questa Land Rover del 1981, in condizioni che non fanno capire se sia ferma o ancora marciante. Comunque un mezzo che in quella specie di deserto urbano-semiindustriale trova una sua collocazione naturale, così come il seguente camion OM del 1972:


Si noti il contesto: un guazzabuglio di auto più moderne (in primo piano, accanto al camion a sinistra, una Seat), di scatoloni, e ancora la carcassa della Fulvia sullo sfondo. Sulla destra, invece, si scorge il retro di un'altra vettura attuale, e quel che rimane del seguente camper su Fiat 238:


Senza più targa, ricoperto da una patina di lerciume, il brandello di retaccia rossa e quella che sembra la carcassa di una Fiat Croma con tanto di vegetazione. In questo luogo, anche le vetture più "nuove" assumono una valenza diversa; la si potrebbe dire la rovina che tutto affratella. E non si creda che questo tipo di linguaggio sia poi così fuori luogo per dei mezzi meccanici: hanno ospitato vita. In particolare il camper. Qualsiasi cimitero, di persone o di automezzi, dona inquietudine e pensieri.

(2 - continua)

mercoledì 11 agosto 2010

Le Anarcotregge di Carrara e dintorni (1): Introduzione




Carrara, cave a anarchia. Inutile scagliarsi snobisticamente contro i simboli, quando questi simboli corrispondono alla Storia; e la Storia, per definizione, sceglie da sola come manifestarsi; anche nelle cose meno evidenti.

Carrara, peraltro, non l'ho conosciuta a lungo. Echi della Storia, appunto; ci sono volute delle persone che me la hanno fatta conoscere, e in uno dei modi che mi sono più congeniali: la musica e le canzoni. Ho avuto modo di parlarne, ieri, con una persona che conosce bene quei posti, e che di quei posti ha conservato ciò che chiama "strane anarchie". Trovo bello quel suo uso del plurale, perché l'Anarchia intesa come qualcosa di granitico e di unico è esattamente il suo controsenso. A Carrara, alla sua Marina e sui suoi monti ho avuto modo di girare un po', in giornate luminose d'estate.

Poiché la Storia, come ho detto, sceglie da sola come manifestarsi, essa si è manifestata anche in qualche modo che rientra nell'ambito di questo blog. Ovviamente ci speravo; e a mo' di exergo ho scelto volutamente questa autovettura di cui la natura si sta reimpossessando. Non è una visione comune, anche perché non siamo affatto in un cimitero delle automobili ma nell'aia di un'osteria di campagna, in un luogo antico come la Storia stessa. Un luogo di fantasmi che si perdono nella notte dei tempi. Forse anche il fantasma di questa macchina va su e giù rombando dai monti al mare, dalla Cava al Galeone; intanto la sua carcassa reca rami e pesante legna.

Nulla di gentile. Ruvida asperità che cagiona la Differenza. Anche in questi orribili tempi, Carrara e la sua terra riescono ancora a recare il marchio della Diversità; e un blog come questo è chiamato a dar conto di un aspetto di essa. Di poco conto, direte; si tratta di vecchie automobili. Ma sono vecchie automobili che devono essere inserite in un contesto ben preciso. Non so se riuscirà a trasparire, se con questo e con i post che seguito riuscirà appena a trapelare. Ma vale la pena provare.