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venerdì 15 maggio 2026

Via Lunga


 


Questa magari non ve l'aspettavate. Ora, usare la seconda persona plurale, che presuppone un pubblico o un uditorio, potrà, e a ragione, sembrare un controsenso: non pubblico un post sul Treggia's Blog da dieci anni e, ragionevolmente, non credo che esista più nessuno che segue questo "spazio virtuale". Quindi no che non ve l'aspettavate, e a dire il vero non me lo aspettavo nemmeno io. Non so perché, un dato giorno (cioè oggi, 15 maggio 2026, giornata grigia e freddina per il periodo dell'anno), mi son fatto persuaso di ricominciare; o meglio lo so, ma non ve lo dico perché spiegarlo sarebbe talmente tortuoso da dover ricorrere ad un pool di psicanalisti di vario orientamento metodologico. E' una Via lunga, come quella della vecchia targa stradale nella foto, un'antica strada suburbana nel quadrante ovest di Firenze.

Ricominciare sì; ma non allo stesso modo. Del vecchio Treggia's Blog resta naturalmente una cosa fondamentale: le foto delle vecchie automobili ancora più o meno circolanti e reperite in giro. Non è più semplice, e per varie cause: prima di tutto il fatto che, a Firenze, fra rottamazioni, "scudi verdi", zone a pedonali, piste ciclabili, controlli e quant'altro, è sempre più difficile trovare una treggia passibile d'essere l'oggetto di un blog del genere. Per questo motivo, il talebanismo del vecchio TB (che, a parte qualche eccezione, ammetteva soltanto auto con targhe nere quadrate e con targhe nere, bianche e arancioni in uso fino al 1985), si è per forza di cose stemperato ammettendo anche le targhe bianche e nere di "stile moderno" (1985-1993) ed anche le prime targhe del pernicioso stile attuale (a pensarci bene, una targa "AA" ha ora più di trent'anni!).

Seconda cosa. Addio ai giri automobilistici per la città, per i dintorni, per l'Isola d'Elba, per Piacenza e per altri luoghi. Addio agli appostamenti, ai veri e propri inseguimenti, alle scorribande, ai "celeberrimi" Treggia's Tours per dirla in una parola (anzi, in due). Sorvolo su tutte le mie vicissitudini di questi ultimi anni; dirò solo che, per motivi svariati ma perlopiù di natura sanitaria, non solo non ho più la macchina ma mi hanno pure levato la patente. Indi per cui, sono appiedato. Prima ero io che andavo a cercare le tregge, ora sono loro, quelle superstiti, che devono venire a cercare me ("se Maometto non va alla montagna..." ecc.). Complice anche il fluire del tempo, perché oramai "ci ho una certa", la mia vita attuale si svolge prevalentemente nel mio quartiere e nelle sue strade (tra le quali, appunto, via Lunga): il circolino, passeggiatine, i parchi alberati (per fortuna numerosi nella zona), la lettura dei giornali, il libro o la Settimana Enigmistica sulla panchina...insomma, la canonica vita da pensionato. Mancherebbe solo il cantiere per diventare un perfetto umarell, se non fosse per due cose: prima di tutto, e nonostante tutto, dell'umarell non ho l'aspetto e rimango alto sempre oltre un metro e novanta. E, poi, francamente a me dei cantieri non me ne frega assolutamente un cazzo.

M'interessa sempre, invece, delle vecchie automobili. E allora mi sono detto: D'accordo, ok per il Treggia's Blog, ma a condizione che diventi un blog sul serio, cioè un diario contenente tutta una serie di osservazioni, di riflessioni, di ponderazioni (e, quindi, fondamentalmente, una sequela di minchiate) sulla vita del quartiere, sui suoi personaggi, sui suoi luoghi e, più in generale, sulle questioni cittadine viste con lo specchio di vecchi catorci trovati qua e là. Meno spazio a questioni "tecniche", ad anni di immatricolazioni, alla storia dei vari modelli...per tutto questo, oramai, ci sono Wikipedia e l'Intelligenza Artificiale. Insomma, la via Lunga ha menato a questo ed è una metafora quasi perfetta, perché la via Lunga, quella vera, comincia come stradone in una zona di periferia moderna, disordinata e trafficata, e si trasforma progressivamente nella vecchia stradina che era, terminando quasi da strada di campagna. Così va, ma sia ben chiaro che lo dico senza nemmeno una punta di rassegnazione, disillusione o disinganno. Son tutte cose, queste, che mi stanno parecchio sul culo, al pari di coloro che ne fanno bandiera.

Dimenticavo: un'altra cosa resta del vecchio TB: il video musicale alla fine. Per (ri)cominciare, oggi un brano di Leonard Cohen (The Stranger Song, 1967). Buona lettura e buon ascolto. Treggia's Blog is back!



sabato 18 ottobre 2014

Ode al deflettore



Dal suo Autolesionistяa, che sarebbe un "tumblr blog" o come diavolo si chiama, il blogger richiede il mio intervento a proposito di un argomento treggistico che mi sta parecchio a cuore quore: il deflettore (la bella foto è tratta proprio dal "tumblr blog" in questione). In effetti, con il suo post testè lincato (voce del verbo lincare: io linco, tu linchi, egli linca), il blogger rivela un animo treggistico assolutamente compiuto, arrivando persino ad evocare la 128 del nonno. E' per questo che, prima di proseguire, gli dedico con partecipazione (al posto della foto presa da Wikipedia e con la perniciosa targa oscurata), un'autentica 128 ripresa da questo blog e trovata, a suo tempo, a poche centinaia di metri da casa mia all'Isola d'Elba, località Prà d'Arighetto, in carne, ossa, maniglie, calandra e targa come si deve :





Effettuato questo doveroso omaggio al nonno del blogger, passo a quanto mi è stato richiesto. Si tratta nientemeno che di una ode al deflettore, nella quale, invero, anche il blogger stesso si era cimentato -secondo me con ottima vena. Avrebbe dovuto proseguire, a mio parere. Però, come non ottemperare ad una rìchiesta del genere? Pòle un Treggista Militante® esimersi da un'invocazione come questa? No, non pòle. Ecco dunque quanto ho composto, con un saluto caloroso al blogger e, naturalmente, anche a suo nonno.

ODE AL DEFLETTORE

Quel refolo soave che incantava
quando, sull'Ottocencinquanta
del babbo per le strade si filava
sul finir de' ruggenti anni sessanta;
sovente si guastava la maniglia
del finestrin vigliacco e traditore;
e allora si capiva a meraviglia
quant'era benedetto il deflettore.
Con il suo snodo ed il suo pulsantino
si rimetteva l'aere a circolare
nella vettura, e un zèfiro argentino
tinniva e si poteva respirare;
niuna vettura, deh!, ne era priva,
la magica levetta era di regola
e, putacaso, dessa non s'apriva
piombàvati sul capo dura tegola:
“Fedora, forza, apri il deflettore!”
“Armido, 'un s'apre! E gli è un vero guajo!”
“Ahinoi! Ci tocca stare per du' ore
Col finestrino aperto di gennajo!”
Allor magicamente si sbloccava,
Il giubilo inondava la vettura;
Piacevol brezza tosto ritornava,
Scampata era sì quella iattura.
Ora, con le moderne, tristi e rie
vetture con total finestratura
rimpiangi i tempi fausti delle zie
andando in 500 alla ventura;
pigiati dentro, sì, come sardine
ma ben aerati e lieti dentr' al core!
Ad ogni ora, sere e poi mattine
muniti dell'amico deflettore.
Oh, tempi andati! Senza centraline,
senza il navigator, ché mi distraggo;
senza compiùter che fa le vocine,
senza li bocchettoni e né l'airbaggo.
O gioventude mia! Neopatentato,
nell'impeto possente dell'amore,
gridai sovente alquanto disperato:
“Cesira, non hai chiuso il deflettore!”
E lei: “Sennò si soffoca, tesoro!”
“Sì, ma ci senton fino da Bologna!”
Ella indi esclamossi con decoro:
“Pasquale avea di te meno vergogna!”

martedì 10 dicembre 2013

Käfer-Reform!



I primi due "Tipi" della Volkswagen -Typ 1 e Typ 2- sono tra gli automezzi più famosi e venduti della storia dell'automobile; logico che, nel TB, abbiano un posto d'onore. Entrambi sono presenti fin dal primo giorno del blog (il 1° giugno 2009); per vari motivi, però, finora erano stati categorizzati in un modo assai imperfetto. La nuova e più accurata categorizzazione è toccata nei giorni scorsi al Typ 2; ora tocca al Typ 1, vale a dire a ciò che finora è stato definito tout court "Maggiolino".

Per festeggiare questa importante Reform del TB è stato scelto un esemplare (fornito da Mark B.) immatricolato il 15 febbraio 1973, che si fa notare per la sua targa assolutamente fuori dall'ordinario; al tempo stesso, è anche la prima autovettura di questo modello che viene inserita sin dall'inizio con l nuova categorizzazione.

Ma in che cosa consiste, esattamente? In realtà, è stata mantenuta piuttosto semplice e basata in modo da eliminare una sorta di "errore storico", anche se -va detto- è piuttosto facile, anche ad un occhio non allenato, riconoscere i "Typ 1" veramente antichi da quelli più recenti. La nuova categorizzazione si basa sul fatto che non tutti i "Typ 1" possono essere definiti "Maggiolino"; anche se questa è la prassi comune, e non si esiterebbe a chiamare "Maggiolino" neppure un esemplare degli anni '40, è soltanto in una brochure pubblicitaria del 1967 (corrispondente al "restyling" del 1968) che, in Germania, si cominciò a chiamarlo der Käfer. Da allora, ma solo da allora, può essere chiamato "Maggiolino".

Il termine Käfer è stato reso in italiano con "Maggiolino" forse perché "suona meglio" e contiene un riferimento al mese di maggio; ma, in lingua tedesca, significa genericamente "coleottero" e, per il resto, può indicare sia lo "scarabeo" che lo "scarafaggio". Concordo che chiamare una vettura "scarafaggio" non sarebbe stato granché, ma è quel che hanno fatto in Spagna, dove si chiama proprio Escarabajo. Anche l'inglese Beetle ha piuttosto questo significato (nei paesi anglosassoni lo si chiama anche Bug, termine generico per "insetto"). Per i francesi, sempre così jolis, è invece Coccinelle. Proseguendo un po' con le varie lingue, si potrebbe dire che in greco si chiama Σκαθάρι ("Skathari", ovvero "scarabeo"); in finlandese, invece, chissà perché è il Kupla. In Ungheria si chiama Bogár e sembra quasi il nome di un famoso attore; in Islanda, invece, si chiama Bjalla, traduzione pedissequa di Käfer. In Romania lo chiamano invece "ranocchio": Broasca; ancor più curioso, e poco rassicurante, è il modo in cui lo chiamano in Nigeria (ovvero Catchfire "prendi-fuoco"). Mi fermo qui; chi volesse saperne di più, vada a questa pagina di Wikipedia in lingua náhuatl, che contiene veramente tutte le denominazioni. Non c'è da stupirsi per il Náhuatl: in Messico, con il loro Vocho, se ne intendono di Maggiolini e hanno un posto importantissimo nella storia di questa autovettura.

La nuova categorizzazione, in pratica, distingue gli esemplari che vanno dal 1939 al 1967 (indicati esclusivamente come "Typ 1 1939-1967") da quelli costruiti dopo il 1967, indicati come "Typ 1 1967-2003 (Käfer - Maggiolino)". Non è stata quindi fatta alcuna distinzione per il cosiddetto "Maggiolone", distinzione esistente solo in Italia e applicata in origine soltanto ai modelli "1302" e "1303" (che non indicano la cilindrata!), ma che poi fu generalmente estesa a tutti i modelli via via più recenti. Tuttavia, in alcuni post più vecchi ho usato tale denominazione nel corpo del testo, e tale rimane; sicuramente, però, non la userò più o comunque con molta parsimonia. 

In una sua mail, Simone B. mi ha suggerito un'ulteriore suddivisione tra il 1978 e il 2003, quando la produzione avvenne esclusivamente in Messico. Simone afferma che gli appassionati & superesperti del Typ 1 riescono a distinguere nettamente tra esemplari tedeschi e Vochos messicani; ma mi sembra che sia un'affettazione in un blog come questo, che non è dedicato solo al Maggiolino. Ricordiamo comunque che l'ultimo Maggiolino della storia uscì dalla fabbrica di Puebla il 30 luglio 2003.

Prima del 1967/68, in Italia, lo si chiamava semplicemente "la Volkswagen", con le varie pronuncie regionali (a Firenze, ad esempio, era Vusvàghe o Vusvàghen); solo pochissimi, per ovvi motivi, erano capaci di pronunciarlo correttamente in tedesco ['folks"va:gn]. Più volte nel TB ho ricordato che "la Volkswagen" era anche la comune denominazione pubblicitaria; in Italia nessuno lo chiamava "Tipo 1". Si doveva chiamare, in origine, KdF-Wagen, ove "KdF" è la sigla di Kraft durch Freude, "Forza attraverso la gioia", l'organizzazione dopolavoristica nazista cui in origine era stata assegnata la diffusione della vettura tra i lavoratori tedeschi e l'organizzazione dello schema di accantonamento sui salari che permise, con il suo gettito, di costruire gli impianti diWolfsburg. Le indicazioni sulle sue caratteristiche furono un'idea diretta di un noto progettista, tale Adolf Hitler: costui diede ordine all'ingegner Ferdinand Porsche di studiare una vettura che costasse 1000 Reichsmark, consumasse 7,5 litri di carburante ogni 100 km e fosse capace di trasportare cinque persone (vale a dire la "famiglia") oppure tre soldati e una mitragliatrice.

Nel TB, l'esemplare più vecchio sicuramente identificabile è questo, pubblicato il 18 luglio 2012:


 È stato immatricolato il 4 aprile 1961. Si tratta di un ritrovamento di Mark B.

Per quel che riguarda gli esemplari visti e fotografati di persona, il più vecchio è invece questo, pubblicato il 12 ottobre 2009 (ma la foto è del 27 settembre dello stesso anno):


È stato immatricolato il 7 febbraio 1962.  Batte di pochissimo questo (post del 21 gennaio 2010), immatricolato il 26 febbraio 1962.  Grazie a "Bollonet", la pagina ACI per il pagamento del bollo, è invece possibile risalire al 5 giugno 1963 per l'immatricolazione di questo esemplare:


Si tratta sicuramente di alcuni tra gli esemplari di Typ 1 più vecchi di Firenze e provincia, ma prosegue la "caccia" a quello che forse è il più vecchio ancora in circolazione: un esemplare targato FI 128367, di un qualche giorno del 1960. È stato da me avvistato una volta, circa tre anni fa, sul Ponte Rosso mentre attaccava la Bolognese, ma purtroppo mi è stato impossibile fotografarlo. Ma nessuno demorde.

lunedì 2 dicembre 2013

Meharistinnen und Umstrukturierungen




Questi due bellissimi esemplari di T1 provengono da una piazza di Lecce e segnano sul TB uno dei più graditi ritorni: quello di Cristina la Meharista. La quale ha sì una grossa novità nella sua vita (si è sposata), ma per il resto continua a fare due cose che ha sempre fatto: girare il mondo di continuo, e fotografare -giustappunto- ogni sorta di bellissime tregge in giro per il mondo. La si potrebbe chiamare la Globetrotter della Treggia, Cristina; credo che sia un appellativo che le si attaglia alla perfezione.

I due esempari di T1 mandatimi da Cristina sul tipico sfondo del grande barocco leccese (le foto sono della scorsa estate) sono il primo del 1964, ed il secondo non si sa essendogli stata applicata, ahinoi, una targa "ZA" alfanumerica (ma presumo che sia più o meno dello stesso periodo, forse un po' anteriore addirittura); e visti la location artistica ed il fatto che si trovino "in coppia", si può anche sospettare che si tratti di una sorta di esposizione in occasione di qualche manifestazione, evento o roba del genere. Le foto notturne, seppur fatte con perizia da Cristina, non rendono probabilmente piena giustizia a questi due automezzi, veramente splendidi. Lo "ZA" si fa perdonare con una delle più strabilianti (e rare) caratteristiche dei T1 originali: si tratta infatti di un esemplare di  "Microbus" a 23 vetrature

I quali giungono a puntino non soltanto per il ritorno di Cristina sul TB; mi danno anche l'occasione per una delle più importanti Umstrukturierungen del Treggia's Blog, suscitatami quantomai opportunamente da un'osservazione che Simone B. mi ha fatto per mail qualche giorno fa. Osservazione che ha a che fare con la suddivisione del "Typ 2", vale a dire il furgone Volkswagen progettato negli anni '40 dall'olandese Ben Pon, e iniziato a produrre nel 1950. La riporto integralmente:

"Il Volkswagen Transporter in realtà si chiamava Volkswagen Typ 2 per distinguerlo dal Typ 1 (ovvero il Magggiolino) e dal Typ 3 (la berlina).

Il Typ 2 ha avuto varie generazioni e cioè T1, T2, T3, T4 e T5. 

Il T1 è solo e soltanto questo  e cioè quello con il vetro anteriore diviso a metà prodotto dal 1950 al 1967. Nel 1967 venne messo in vendita il T2 ovvero questo ed i suoi fratelli caratterizzati dal vetro anteriore intero. Questa è la principale caratteristica che permette di riconoscere al volo le due versioni. Il T2 è stato prodotto dal 1967 al 1979.

Il T3 invece è questo  ed è stato prodotto dal 1979 al 1990."

Chiarissimo, no? Il fatto è che, fino ad oggi, nel TB non funzionava così. Ero naturalmente a conoscenza di tutte le complesse suddivisioni del "Typ 2", ma, allo scopo di non perdermi in esse, avevo deciso una semplificazione del tutto arbitraria nelle categorie, chiamando "T1" tutti i furgoni prodotti dal 1950 al 1979, e "T2" tutti quelli prodotti dal 1979 al 1990. Si tratta ovviamente di una categorizzazione di comodo, ma del tutto errata; lì per lì, rispondendo a Simone, avevo deciso di mantenerla, ma poi ci ho del tutto ripensato.

In pratica, oggi mi sono dedicato alla ristrutturazione totale del "Typ 2"; quello che è il vero T1 (1950-1967) è diventato la categoria (purtroppo magra!) "VW Typ 2 T1", il vero T2 (1967-1979, la categoria più numerosa) è andato in "VW Typ 2 T2" e il T3 (1979-1990) è andato in "VW Typ 2 T3". Insomma, è andata a finire che ho accolto integralmente l'osservazione di Simone B., "rimpolpando" gli autentici T1 con questi due capolavori leccesi di Cristina e, al tempo stesso, eliminando una categorizzazione inesatta. Tanto è vero che lo stesso trattamento ho intenzione di riservarlo quanto prima anche al "Typ 1" ovvero al Maggiolino/Maggiolone, e al resto delle Volkswagen.

Non è stata una ristrutturazione di poco conto, dato che non si è trattato soltanto di cambiare la categorizzazione di ogni singolo post già pubblicato. Nei testi dei post, infatti, si era creata una grandissima confusione di "T", che è stata corretta volta per volta modificando tutti i riferimenti e le denominazioni anche nel corpo dei testi. In pratica, ci ho passato quasi tutta la domenica, ma spero che da oggi il TB non presenti più questa confusione che sarà stata anche "comoda", ma era pure un po' cialtrona da parte mia -diciamolo francamente. 

domenica 17 novembre 2013

Aggiornamenti combinati tra Mantova e San Casciano! (1)



La vettura che vedete nella foto è una Hindustan Ambassador,  e può essere a buon diritto presa a "simbolo" di questo ennesimo post di aggiornamenti dovuto all'azione combinata di Alessandro S. e Simone B., i nuovi due Treggisti Militanti® e amici del TB. Il bello è che il primo sta a Mantova e il secondo a San Casciano in Val di Pesa, e che sicuramente mai avevano sentito parlare l'uno dell'altro; ebbene, nella medesima giornata di oggi, ognuno per conto proprio, mi hanno mandato una mail di aggiornamenti e correzioni alquanto esatta e gradita, e che mi affretto a pubblicare dopo il post "paperopolitano". 

Perché la Hindustan Ambassador? Perché Alessandro e Simone hanno individuato nientemeno che la prima "auto ignota" del TB, fotografatami a Parigi da Cristina la Meharista. Quella che lei aveva definito "mostruosa ma con le tendine". Ve la faccio rivedere:


Come vedete è proprio lei, identica fin nelle barbe. 

Di tale vettura, che un articolo di "Ruoteclassiche" (rivista che in mano mia si chiamerebbe "Treggespaventose", ndr) del 2003 definisce "Il sogno indiano" (e se era un sogno, mi sa che gli indiani dovevano avere mangiato parecchio pesante...), mi scrive prima Alessandro:

"N°1 - post del 17 Febbraio 2010: Si tratta di una Ambassador, della casa automobilistica Indiana Hindustan. Auto prodotta dal 1958 fino ai giorni nostri (con modelli aggiornati). Ti allego una risposta che la rivista Ruoteclassiche dette ad un lettore nell'Aprile del 2003, il quale si chiedeva che modello di auto fosse quello utilizzato nello spot pubblicitario della Peugeot 206 di quel periodo."

Alessandro si riferisce al famoso spot della Peugeot 206 in cui "un ragazzo indiano rimodella proprio un'Ambassador, facendola scontrare contro un muro, facendogli sedere sopra un elefante e martellando e risaldando ciò che ne rimaneva (la pubblicità la ricordo perfino io che nel 2003 avevo 11 anni, tanto venne trasmessa in modo assillante)."

Ve lo ricorderete tutti quello spot, come me ne ricordo anch'io che nel 2003 di anni ne avevo quaranta, ohimé. Fu realizzato da due autentici geni del settore, va riconosciuto, e vinse tutti i premi possibili e immaginabili della categoria. I due geni sono italiani: Giovanni Porro e Roberto Greco. Nello spot, la povera Ambassador veniva sottoposta a ogni sorta di vessazioni (compreso l'intervento di un elefante) per farla diventare una 206:




Orbene, sappiate pure che, però, la Hindustan Ambassador è ancora in produzione dal 1958, e con le stesse linee. Il modello fotografato da Cristina a Parigi potrebbe essere, qui, recente.

Precisa poi Simone, tracciando un po' la vera storia di questo modello:

"Altra auto ignota identificata:  Si tratta di una Morris Oxford terza serie. Qui è stata davvero dura. Trattandosi di un auto fotografata a Parigi pensavo fosse un auto francese ma dopo aver controllato i vari modelli degli anni '50 e '60 delle case automobilistiche transalpine non avevo trovato nulla. Così ho allargato la ricerca alle auto tedesche ma anche qui un buco nell'acqua. Infine, prima di dichiarare la resa, mi sono buttato sulle auto inglesi e già cercando tra le Austin mi ero reso conto di esserci andato vicino ma le linee erano ancora un pò diverse. Poi sono passato alla Morris ed eccola . Detto questo aggiunto che di questa auto non conosco assolutamente niente. Quando cerco informazioni su un auto non mi affido mai alla wikipedia italiana ma sopratutto a quella tedesca ed in seconda scelta alla versione inglese. Sono fatte meglio e ci sono più informazioni particolareggiate. Tra l'altro sulla versione tedesca c'è anche una foto della versione indiana di questa macchina ovvero la Hindustan Ambassador. " 

Insomma, in modo del tutto indipendente e con metodi diversi, Simone e Alessandro hanno entrambi individuato questa vettura. Per aggiungere qualcosa, la Morris Oxford di III serie, "clonata" per il mercato indiano dalla Hindustan Motors che ancora la fabbrica, fa parte di un modello che riporta quasi agli albori dell'automobile. La Morris Oxford di prima serie uscì infatti nel 1913, mentre l'ultima Oxford di III serie fu prodotta nel 1971. Cinquantotto anni di fabbricazione, che perdura ancora in India; la Oxford/Ambassador è quindi parte di una storia automobilista centenaria. Se ne riparlerà per la Peugeot 206 "fighetta"...

Ma il modello fotografato a Parigi da Cristina sarà una Oxford o una Ambassador? Appurato oramai che sono identiche, io voto per la Ambassador. Senz'altro più probabile, per questioni di età. Salomonicamente, però, nel post aggiornato la assegnerò ad entrambe; direi che se lo meritano!

(1 - continua)

giovedì 14 novembre 2013

Aggiornamenti !



In questi ultimi giorni mi stanno scrivendo molti appassionati di tregge & dintorni, e la cosa mi rende alquanto felice. In primis perché si vede che il TB ha fatto...uscire allo scoperto parecchie persone che condividono il Treggismo Militante®; e se dico "militante", è perché non si tratta di semplici lettori o frequentatori del blog, ma di veri e propri treggisti, con tanto di centinaia di fotografie scattate. Insomma, il TB ha agito da autentico "catalizzatore" (non nel senso della truffaldina "marmitta catalitica"...per fortuna), e chissà che -prima o poi- non abbia il tanto agognato "blog gemello"...

Tra queste persone, mi ha scritto un...vicino di casa: si tratta di Simone B., che mi ha scritto da San Casciano in Val di Pesa (Firenze). San Casciano è un luogo già ampiamente presente nel TB; è, tra le altre cose, protagonista di quella che, forse, è la più bella foto di tutto il blog, quella del cielo di luglio che si specchiava nei finestrini del Fiat 238 in disfacimento. Insomma, San Casciano come locus treggisticus di prim'ordine, e dal quale non poteva che saltar fuori, prima o poi, un Treggista con la T majuscola. 

Simone B. mi ha scritto una mail dalla quale traspare una cosa fondamentale: che tutti noi Treggisti Militanti® proviamo le stesse cose e abbiamo le stesse reazioni (e gli stessi modi di pensare) di fronte ai vecchi automezzi che andiamo cercando e registrando prima che scompaiano. Magari a non tutti è venuta l'idea di cominciare a scriverci un blog intero sopra, ma i princìpi basilari sono identici. Per far venire allo scoperto tutti questi...sodali, come si vede, non c'è stato bisogno di nessun "Facebook".

Oltre a questo, Simone B., come tutti i Treggisti Militanti®, non si è certo contentato di comunicarmi le sue impressioni (ovviamente graditissime); si è anche...attivato per contribuire al blog, e lo ha fatto nel modo migliore esercitando le sue competenze. Non mi stancherò mai di dire che questa è la cosa migliore per il TB: il sottoscritto tutto si ritiene fuorché infallibile, e, anzi, spesso e volentieri piglia degli abbagli sesquipedali, oppure non ci cava un ragno dal buco di fronte a delle autovetture che non conosce. E' la famosa categoria delle "Auto Ignote", che in questi giorni, grazie a Simone B. e ad altri, in questi giorni è in via di delizioso sgretolamento (e non è finita qui!).

Grazie a Simone B., infatti, sono stato in grado in un caso di correggere una disattenzione, anche se scambiare una Bentley per una Rolls è facile; e, quel che più conta, due "auto ignote" sono state individuate: la bellissima Fiat 1100 Gioiello Ghia e un'altra per la quale attendo una conferma definitiva.

Simone, inoltre, si è dedicato anche all'aspetto storico, permettendo di...cambiare lettera greca all'autovettura sulla quale fu rapito e ucciso Giacomo Matteotti (era una Lancia Kappa e non una Lambda).

Insomma, aggiornamenti opportuni e di grande importanza; di quelli che fanno dire non soltanto un "grazie", ma soprattutto un "complimenti".

domenica 14 aprile 2013

Un tròschi®



Questo, cari i miei amici e care le mie amiche treggianti, è un post molto importante. Sappiàtelo. Innanzitutto, è la prima trovaglia di gran valore avvenuta rigorosamente a piedi (ce ne sono state già altre, ma non di questa fatta a parte un'altra di cui si parlerà dopo); il Treggista Militante Appiedato®, quindi, fornisce immediatamente la dimostrazione pratica che il Dio de' Bivi non cessa affatto di guidare anche chi non è più in possesso di un mezzo motorizzato, e che Lui e solo Lui è onnipotente & onnipresente (non come quel suo collega abusivo che va per la maggiore sotto vari nomi, e che si è sempre preso delle gran pause nel corso degli eoni). 



Indi di poi, tale mezzo è una rarissima combinazione, come si può notare, tra camion e camper; si tratta infatti, nientepopodimeno, che di un OM Leoncino camperizzato. Nonostante la ritargatura recentissima (segno, comunque, che il mezzo è utilizzato in qualche modo), il Leoncino è stato in produzione dal 1950 al 1968, e per la sua "base" si va quindi da sessantatré a quarantacinque anni fa. Facciamo una media e diciamo che ha una cinquantina d'anni; chissà quando è stato camperizzato, fornendo qualcosa che ha, ad occhio e croce, circa le dimensioni del mio monolocale. Siamo ancora una volta, anche se un po' più lontani da casa, all'Isolotto, ma in una delle sue vie più antiche e originali. Una di quelle che esistono da secoli.



In ultimo, questo mezzo serve per introdurre nel TB (ed era l'ora, dico io), il concetto di tròschi.

A Firenze e in buona parte della Toscana, un tròschi è, in pratica, una treggia di maggiori dimensioni. Si può dire, certo, anche "treggione", ed è un accrescitivo che ho non di rado usato; ma un tròschi, a rigore, è qualcosa di più. Un tròschi è l'automezzo industriale, agricolo o di trasporto collettivo (camion, macchina operatrice, trebbiatrice, pullman) che ti ritrovi all'improvviso davanti sulla provinciale per Radicondoli mentre procede sferragliando a quindici all'ora emettendo fumate che farebbero impallidire quelle dell'ILVA di Taranto. Un tròschi è una carrozzeria con stratificazioni di ruggine e ammaccature risalenti quantomeno al Pleistocene. Un tròschi sono le rotòne munite di bulloni talmente incancreniti da volerci un compressore maggiorato per svitarli. Un tròschi è la quantità di ciarpame che ospita sia da fermo, sia in viaggio; oppure, nel caso di pullman e affini, il ricordo dell'umanità rurale che caratterizzava le campagne toscane fino a mia precisa memoria. Un troschi sono le grida disperate del conducente della treggia che stava dietro: Ma che ti lèèi da' hoglioni 'ho 'sto tròòòòschiiiii??!?!?!?  E mi rivedo mio padre, su per la salita del Capannone all'Elba con davanti il pullman di linea per Campo (targato Pisa, sob), carico di gente con borsate di spesa, capre, muli, covoni di fieno, damigiane di procanico e balle di cemento, che procedeva sfidando ogni legge newtoniana e facendo dei pelini ai dirupi da far pigliare un colpo secco. 


Ecco: questo è un tròschi. Classico, paradigmatico, soddisfacente ogni requisito del tròschi. 

Ci si potrebbe chiedere, naturalmente, quale sia l'origine di questo curioso nome; alcuni potrebbero pensare a insoliti retaggi di comunismo in questa cosiddetta "regione rossa", con il nome di Leone Trotsky utilizzato in senso metaforico. Niente di tutto questo, anche se l'ipotesi sarebbe alquanto suggestiva. In realtà, l'origine del nome è assai più antica e risale probabilmente ai tempi degli Asburgo-Lorena, vale a dire i granduchi tedeschi che ressero la Toscana dopo la fine del casato de' Medici. Ho detto tedeschi: infatti, durante la dominazione lorenese, anche a Firenze furono introdotte le carrozze di grandi dimensioni che, in lingua tedesca, sono dette per l'appunto Drosche. La pronuncia sarebbe "dròsce"; però, da un lato, la "d" tedesca si pronuncia grosso modo come la "t" italiana (vedasi il "tetesko di Cermania"...) e, dall'altro, la grafia del termine deve aver influenzato la pronuncia. Insomma, il passaggio da Drosche a "tròschi" fu pressoché immediato. E il termine è sopravvissuto all'evoluzione tennològiha, passando per natura ad indicare il tròschi a motore.

mercoledì 30 gennaio 2013

La vendetta del Treggia's River




Se c'è, a Firenze, un corso d'acqua che potrebbe definirsi la treggia de' fiumi, questo è senz'altro il Terzolle, o Rio Freddo (è lui che ha dato nome al quartiere di Rifredi). Un po' perché, come fiume a regime torrentizio, è veramente un nonsoccosa e d'estate praticamente scompare; a quanto mi risulta, prima di affluire nel Mugnone, è l'unico torrente (ricordo che il latino torrens significa alla lettera "che si secca", ed è parente stretto di torrefazione, torrido eccetera) che fa una cascatella davanti a un obitorio e poi attraversa un policlinico intero. Un po', però, anche perché più a monte, nella piccola gola di Serpiolle, passa letteralmente sopra una stradina, via del Mulino, che è una delle più famose treggiaje di Firenze (specializzata in Cinquini). Di via del Mulino (e dell'attigua e impervia Via Nuova del Mulino) ho parlato parecchie volte: posti quasi dimenticati da Dio, da dove passo quindi più che volentieri anche perché si trovano su un "percorso di lavoro" che faccio praticamente ogni giorno. 

Ogni tanto, però, il Terzolle si risveglia; in particolare, lo scorso 1° dicembre, dopo un furibondo nubifragio che ha allagato mezza Firenze, era nelle condizioni che si vedono nella foto sopra. E non c'è da scherzare, perché nella sua complicata storia (prima sfociava in Arno, poi il corso fu deviato nel Mugnone), il Terzolle è andato di fuori parecchie volte, come ogni fiume che si rispetti a Firenze. E non crediate che siano cose lontane: l'ultima volta è successo a fine ottobre del 1992, la cosiddetta "Alluvione di Rifredi". E il primo dicembre 2012 la cosa ha rischiato di ripetersi a vent'anni esatti di distanza. Naturalmente, con un ottimo tempismo, io mi trovavo da quelle parti; e ho rischiato letteralmente di essere portato via dalla piena. La vendetta del Treggia's River si stava materializzando.




Certo, che per un Treggista Militante® sarebbe stata veramente una sorta di "fine sul campo di battaglia": portato via con tutto un furgone dalla piena del Terzolle. Mica il Rio delle Amazzoni e nemmeno l'Arno; una fine nelle amate periferie dimenticate, cercando di guadare via del Mulino (cosa che, peraltro, ho fatto parecchie volte). Sì, perché in via del Mulino non c'è mica nessun ponte; quando il Terzolle le passa sopra, si tira a diritto con l'acqua a mezze ruote. Quel giorno là, mi sono fermato in tempo e ho voltato il culo, sennò addio Treggista. Una cosa davvero mai vista, almeno da me. E dire che i luoghi sono a brevissima distanza da quelli dei famosi Caporniani, e che sarei stato depositato dal fiume direttamente all'obitorio: dal produttore al consumatore!

sabato 25 agosto 2012

Carrelba '12 (Intro)



E' d'uopo che inizi questo post specificando subito che non sono morto. Oramai, ogniqualvolta sono assente per un po' di tempo da questo e dagli altri blog dell'Asocial Network, cominciano a arrivarmi telefonate e e-mail preoccupatissime, alle quali sto meditando di rispondere con cose del tipo "Qui Oltretomba", o "Ade in linea". Invece è successo tutt'altro: quest'anno sono riuscito a farmi qualche settimana di quella misteriosa cosa, oramai in procinto di scomparire dalla faccia della terra, che va sotto il nome di ferie.  E la cosa è stata per me talmente gradita, che proprio non se n'è parlato nemmeno di computer.

Di computer no, ma di tregge sì, eccome. E parecchio. Le tregge, credetemi, non vanno mai in ferie. Tanto più che, quest'anno, il ritorno in grande stile delle ferie è coinciso con una performance estiva di tutto rispetto, come vedrete bene nei prossimi post. Ebbene sì: dopo l'alluvione dello scorso novembre, e dopo il "prodromo" di pochi giorni nello scorso mese di luglio, l'Isola d'Elba si è dimostrata davvero in grande spolvero treggistico in questa estate. Preceduta da un'appendice in quel dell'anarchica città di Carrara alla quale è seguita anche una specie di postpendice, se così si può chiamarla.

Per salvaguardare l'unità delle ferie, ho deciso di chiamare questa serie di post "Carrelba". Suona bene, ed è un omaggio a una città che poco conoscevo sotto ogni punto di vista; si è dimostrata un gran bel posto. Mi è proprio piaciuta, devo dirla; lei e i suoi carrarini; da qui l'omaggio, rigorosamente in rosso e nero, che le faccio con la foto sotto il titolo di questo post. Ma anche treggisticamente parlando, Carrara e dintorni hanno fornito esemplari di tutto rispetto, uno dei quali ha comportato persino una manovra autenticamente da ritiro della patente. E' una cosa, e ci tengo a dirlo, per me oltremodo rara, per non dire unica; se c'è una cosa, anzi, di cui mi vanto è proprio quella di non aver mai messo a repentaglio, per fotografare una treggia, né la vita degli altri e né la mia. Piuttosto mi sono lasciato sfuggire, con i rigorosi mòccoli d'ordinanza, una treggia appetitosa; ma stavolta, approfittando dello scarso traffico, ho fatto un'eccezione. Quando vedrete la treggia ne capirete meglio il perché.

Seguirò, in questi post "treggistico-vacanzieri", un ordine assolutamente cronologico. Prima di andare all'Elba sono stato a Carrara, e cominciamo appunto con Carrara e le sue tregge (per le quali ho addirittura istituito una categoria apposita, tra samideanoj de la anarhio bisogna far così).


giovedì 26 aprile 2012

Il destino del Treggista


Ehm, no. Quella "cosa" che vedete nella foto, non l'ho fotografata io e neanche Mark B., o Fabrizio di Genova, o i Caporniani. Sarebbe un po' difficile vederla in giro, perché sta dentro un museo e non si muove da lì. Gli appassionati l'avranno senz'altro riconosciuta: è la prototreggia in assoluto. Il famoso carro di Cugnot del 1771. Insomma, la quadrisnonna o quinquisnonna di qualsiasi veicolo semovente.

Copiando da Wikipedia: "Si trattava di un veicolo a vapore ed è universalmente riconosciuto come l'invenzione che ha gettato il seme poi sviluppatosi nell'industria automobilistica, oltre un secolo dopo. Tale mezzo consisteva in un veicolo a tre ruote, la cui ossatura era un telaio in legno. La ruota anteriore era quella motrice e la vettura era anche in grado di sterzare, sempre tramite la ruota anteriore. Il motore di questo mezzo era a vapore ed non era che una grossa caldaia sistemata anteriormente, la quale andava a muovere due cilindri verticali di 325 mm di alesaggio e 387 mm di corsa, per una cilindrata totale di circa 62.000 cm³. Cugnot aveva studiato il modo per far muovere il veicolo, ma tralasciò il sistema frenante, così durante uno dei primi esperimenti il carro a vapore finì addosso ad un muro del quartiere dove Cugnot conduceva i suoi esperimenti. L'impianto frenante non era infatti in grado di frenare una massa di 4/5 tonnellate. Questo è stato descritto da molti come il primo incidente automobilistico della storia, ma in realtà non si poteva certo ancora parlare di automobili. In ogni caso, Cugnot perfezionò l'impianto frenante in un secondo modello risalente al 1771. Le prestazioni non erano di certo paragonabili a quelle di una delle prime automobili, che già erano molto più prestanti. In ogni caso, questo grosso mezzo di trasporto (era lungo 7.25 m e largo 2.19 m) poteva trasportare 4 persone a 4 km/h di velocità."

Stasera ho scoperto una cosa, che getta forse luce sul mio destino. Io sono nato, infatti, il 25 settembre di un dato anno (il 1963, per la precisione). Il signor Joseph Nicolas Cugnot, inventore e costruttore della prima treggia della storia, nacque il 25 settembre di un altro dato anno (il 1725). A Void-Vacon, nel dipartimento della Meuse, in Lorena. Insomma, per farla breve: il vostro folle Treggista Preferito® condivide giorno e mese di nascita con l'inventore della prima automobile. Quando si dice il destino? Chi lo sa; solo che, da stasera, sono ancor più contento di essere nato in quel giorno che già condividevo con Sandro Pertini.

Chissà che un giorno, da qualche parte del cosmo, non mi riesca a fare un giro assieme a Cugnot e a Pertini sul carro a vapore. Naturalmente ve lo farò sapere dal Treggia's Blog. Contateci pure!

giovedì 5 aprile 2012

Il dottor Treggia's Blog


Qualche giorno fa ho ricevuto un'arcaica e-mail scrittami dal giovane sig. Claudio Beretta. (*)

Costui è uno studente; anzi, per meglio dire, un laureando in scienze informatiche. Mi direte senz'altro: "Ok, ci fa tanto piacere per il sig. Beretta, ma a noi...?" Presto detto. Essendo il sig. Beretta, giustappunto, un laureando, il minimo che potesse fare era scrivere una tesi di laurea; cosa che egli ha coscienziosamente fatto. Ora, si dà il caso che la tesi del sig. Beretta di occupi di riconoscimento di targhe mediante sofisticati (e per me del tutto incomprensibili) strumenti informatici; e capirete che non sto parlando di targhe stradali o di quelle del dentista, ma proprio di targhe automobilistiche. Il sig. Beretta si è trovato, quindi, ad avere la necessità di reperire un discreto numero di targhe per il suo studio; e dove le ha trovate? Ma sul Treggia's Blog, naturalmente!

In breve, signore e signori, Treggiste e Treggisti, il TB stavolta l'ha fatta grossa: è finito nientepopodimeno che in una tesi di laurea, con tanto di citazione in bibliografia (cliccare sull'immagine per ingrandirla):

Ecco, direi sinceramente che questa è l'ultima cosa che mi sarei aspettata in vita mia; ragion per cui, provo un piacere al limite della goduria. Perdonatemi se esprimo tutto ciò un po' bambinescamente, ma vedere una propria passione, portata avanti giorno dopo giorno, un po' riconosciuta con tanto di crisma ufficiale o roba del genere, è parecchio bello ed è inutile starci a girare tanto attorno.

Cosa di cui s'è accorto esattamente proprio il sig. Claudio Beretta, di cui vorrei riprodurre una breve parte della sua mail:

" Non sono un gran fanatico di Tregge, ma rimanere indifferenti davanti alla passione che hai e che traspare chiaramente in ogni post che scrivi è stato impossibile. Attendendo che le elaborazioni finissero, spesso mi ritrovavo a leggere i tuoi reportage di avvistamenti, sempre ben scritti e mai noiosi. "

Che dire d'altro? Solo che vorrei estendere tutto questo a tutt* coloro che hanno condiviso questa mia passione, inviando foto e commenti da mezzo mondo. Senza di loro, il TB sarebbe stato letteralmente dimezzato. Questa è davvero una bella giornata per il TB, e l'ultima cosa che vorrei fare è tenermela solo per me. Condividerla con chi ha contribuito a fare questo strano blogghino che guarda il mondo attraverso vecchie autovetture e motociclette accatorciate è un dovere e, soprattutto, un piacere.

Così come un grande piacere è quello di fare i miei migliori auguri al sig. Claudio Beretta, che si è laureato martedì scorso. Provo una certa qual emozione nel pensare che, durante la discussione di una tesi, siano state mostrate foto prese da me all'Isolotto o in via di Soffiano, o quelle prese da Mark B. nelle plaghe più improbabili della Toscana, o quelle di Fabrizio a giro per Genova e dintorni, o quelle dei "Caporniani", di Cristina la Meharista e della Piasintëina...quelle di tutt* quant*, insomma. Di questa bislacca "comunità" nascosta. Con un ultimo ringraziamento al neodottor Beretta, e anche un abbraccio!

(*) Poiché quindici anni e rotti in rete mi hanno insegnato che quel micidiale cocktail di idiozia e protervia che caratterizza parecchi italici utenti è sempre in azione, specifico che il sig. Claudio Beretta mi ha autorizzato per iscritto a pubblicare il suo nome e cognome, dietro mia relativa richiesta.

martedì 27 marzo 2012

Le tregge NO TAV (intro)


Sicuramente, e tutti me ne daranno atto, non ho mai fatto mistero su come io la pensi su certe cose, diciamo. Del resto, il Treggia's Blog fa pienamente parte dell'Asocial Network, e a chiunque sia punta vaghezza di andare a sbirciare qualche volta sul "fratello maggiore" del TB, l' 'Εκβλόγγηθι Σεαυτόν Asocial Network giustappunto, si sarà accorto che il vostro "Treggista Preferito®" ha un ben preciso orientamento militante che, peraltro, non di rado fa capolino anche nel TB. Non ci sarà quindi da stupirsi, quindi, che il sottoscritto aderisca in modo fattivo al movimento NO TAV, e che tale adesione si esprima anche partecipando ad ogni possibile iniziativa e manifestazione. Anche e soprattutto in Valsusa. Naturalmente è possibile che qualche frequentatore del TB la pensi in modo diametralmente opposto, e che desideri ardentemente che siano costruiti tunnel ferroviari finanche sotto casa sua; come si suol dire, buon pro gli faccia. Ad ogni modo, lo scorso 25 febbraio (una giornata quasi estiva) il sottoscritto era in Valsusa per l'enorme manifestazione NO TAV che ha preceduto lo sgombero forzato del "non-cantiere" alla Baita Clarea, e si è con la massima indifferenza sciroppato otto chilometri a piedi con una specie di zaino affardellato sulle spalle, con tanto di Maddalena Venaus, la marmotta NO-TAV che mi è stata regalata di persona e nientemeno che dalla titolare della Mitica, e dico poco (ricordo che la Mitica fa parte delle "tregge del primo giorno" del TB).


Insomma, tutto questo per ribadire una cosa fondamentale. Se putacaso il Treggia's Blog vi piace, dovete beccarvi "in toto" anche chi lo scrive, in tutti i suoi aspetti. Nulla può essere separato da nulla, e il NO TAV è, come dire, parente stretto anche del NO SUV.

La domanda (legittima) è: ma insomma, in Valsusa, caro il mio "Treggista Preferito", ci sei andato forse senza la Kodak? D'accordo la militanza antagonista, ma le tregge?... Beh, la risposta è contenuta nei post che, a varia cadenza, iniziano da oggi. Ovunque io vada, e per qualsiasi motivo, le tregge ci sono sempre; anche perché quelle che ho fotografato in Valsusa le ho trovate tutte quante sul percorso della manifestazione. Sono quindi, a pieno diritto, "tregge NO TAV" e sono ben lieto di raccoglierle in una categoria apposita; tra le altre cose, proprio tra Bussoleno e Susa, come si vedrà meglio in seguito, ho scovato un'officina meccanica che è una delle più eccezionali treggiaie che abbia mai visto. Sarà stato il destino? Chi lo sa. Certo è che, di fronte al cosiddetto progresso tecnologico tanto strombazzato, i valsusini mostrano una decisa tendenza per le tregge: sarà mica che su per quelle montagne vanno meglio del treno a alta velocità, oppure che è molto meglio la bassa velocità? Ai post l'ardua sentenza!


domenica 4 marzo 2012

Lo scalo di Peino (intro)

Reduce dalla periodica "pausa", stavolta originata da altre e più pressanti contingenze, torno sul TB con un'interessantissima treggiaia reperita in una plaga semisconosciuta della città. Spero che non mancherà di interessare anche gli affezionatissimi e le affezionatissime del Treggia's Blog. Con questo s'inizia a festeggiare anche il mese di marzo, che è uno dei più importanti in quanto segna il termine dell'inverno; per un blog legato alle stagioni com'è questo, si tratta di un'evenienza molto lieta.

Le vie di cui vedete le targhe, piegate da qualche urto di macchina o dal vento, sono l'hic sunt leones del comune di Firenze. Uno dei lembi più estremi del territorio comunale, autenticamente sconosciuto ai più. Per il vostro Treggista Militante®, la via dello Scalo di Peino rappresenta da tempo immemore una sorta di "leggenda personale"; avvezzo com'è egli da sempre alle girate in solitudine nelle plaghe più recondite e ignote della sua città, che egli considera inesauribile e unico territorio d'esplorazione, di conoscenza e di memoria, conosceva questa piccola strada di piana, che non mena da nessuna parte e che si perde praticamente nel nulla delle sterpaglie rivierasche, fin da quando, ragazzo, non vi si era imbattuto durante una domenica pomeriggio passata in bicicletta alla ricerca del semplice starsene per conto suo. Col tempo, la via dello Scalo di Peino è diventata per lui una sorta di "prova del nove" quando qualcuno si vantava con lui di "conoscere perfettamente Firenze"; invariabilmente, costui si sentiva domandare dov'era questa stradetta intitolata forse a un remoto contadino che vi aveva un campo, un orto o comunque un qualche smunto terreno; o a qualche altrettanto lontano traghettatore che vi teneva scalo (non distante da là v'è anche una via dello Scalo, senz'altra specificazione). Nessuno gli ha mai saputo rispondere, nemmeno un tassista. A parziale discapito di quest'ultimo, c'è da dire che è altamente improbabile che un cliente gli abbia mai chiesto di portarlo in una strada del genere; di notte c'è da aver paura a andarci, di abitazioni non ve ne sono ma soltanto strani depositi di materiale, ed in breve si tratta veramente di un posto dimenticato da dio e dagli uomini. Insomma, i luoghi che al vostro Treggista piacciono terribilmente. Spazzati dal vento, specialmente quello dell'oblio. Dai nomi antichissimi e d'origine del tutto ignota. Dedicati, magari, a personaggi umili che sono riusciti a farsi ricordare di bocca in bocca, per generazioni, fino a approdare alla toponomastica cittadina.

Circa un mesetto fa, approfittando di un paio d'ore di quelle stramorte, il vostro Treggista ha deciso di fare un cosiddetto giro a bischero sciolto. Senza nessuna meta. Neppure un Treggia Tour, anche se è partito come sempre con la Codacchina alla mano perché...non si sa mai. Ma il fine non erano le tregge; era un po' di sole alla vigilia di quello che sarebbe stato il febbraio più gelido della recente storia climatica. Quando l'ho conosciuta, la via dello Scalo di Peino, abitavo lontanissimo; per raggiungerla in bicicletta bisogna giustappunto averci diciotto o vent'anni; ora, invece, abito relativamente vicino e ho la macchina. Ogni tanto ci ripasso, da questa mia piccola ma vecchia leggenda, pregustando magari il prossimo fanfarone che mi magnificherà la sua conoscenza delle strade fiorentina, e che cadrà rovinosamente sullo scalo di Peino, su via del Malmantile Racquistato o sul viuzzo della Dogaia. Queste strade non le conoscete, ragazzi. Per essere Treggisti Militanti bisogna prima essere Stradari Viventi; e se non lo si è, tranquilli, lo si diventa.

Pregustando qui e pregustando là, insomma, eccomi di nuovo allo Scalo di Peino. Mi avvicino alla rete, e....vedo qualcosa. Non ci avevo mai davvero fatto caso, anche perché al tempo delle mie prime scorribande da quelle parti non c'era nulla. E invece...davanti ai miei occhi si apre, gradualmente, un mondo. Un mondo di tregge. Lo Scalo di Peino è diventato una treggiaia, un accumulo, un quel-che-si-vuole, e di che razza. Lo vedrete meglio nei prossimi post, oh se lo vedrete meglio!

mercoledì 1 febbraio 2012

Comunicazione di Mark B.

Relativamente al post di ieri sulla Prinz dalla targa controversa, il "nostro" Mark B., puntualissimo e esattissimo come sempre, ha spedito una mail illuminante che è opportuno riprodurre integralmente:

Bellissima la foto della Prinz, i ritrovamenti “nei campi” sono i più affascinanti.

La targa in oggetto è FI 456942 ed è del dicembre 1968.

In effetti la Prinz l’hanno cominciata a produrre nel 1961 ma il modello era completamente diverso (...), il modello in oggetto è entrato in produzione nel 1964/65, il colore della macchina in oggetto è di qualche anno successivo.

Ringraziamo ovviamente Mark per la preziosa precisazione che, naturalmente, annulla ogni altra considerazione espressa nel post originale. Credo che farà molto piacere a INSCO e Dora l'apprezzamento di un autentico Treggista Professionale come Mark relativamente alla loro fotografia.

lunedì 2 gennaio 2012

E' andata così


Ma toh, guarda chi si rivede! O che sarà rimorto? Lo avrà preso in pieno una treggia mentre la stava fotografando? Avrà fatto bancarotta fraudolenta? Si sarà fatto trappista? Queste alcune delle possibili domande che vi sarete fatti a partire dallo scorso 10 novembre, quando il TB si è all'improvviso interrotto. Spero che qualcuno non si sia preoccupato; se così fosse, state tranquilli. Non mi è successo nulla di grave, stavolta. Solo un periodo di pausa particolarmente lungo. Niente auguri, niente "treggia di fine anno" stavolta, niente di niente. Soltanto un piccolo concorso di cause che hanno provocato questo stop. E' andata così.

Dapprima ci s'è messa di mezzo l'alluvione all'Elba. Non potete immaginare quanto la cosa mi abbia colpito, e quando ho cominciato a (ri)mettere dentro alcune tregge fotografate all'Isola, proprio nei giorni in cui magari erano state portate via dall'acqua, mi sono bloccato. Mi è preso come un rifiuto del presente. E questa è stata una causa. Ora sembra che l'Elba, e Marina di Campo in particolare, si stiano un po' riprendendo; spero di andarci presto a verificare di persona. Devo vedere, ad esempio, se la Bianchina piacentina è ancora viva e vegeta oppure se, Manitù non voglia, se la sono portata via i flutti. A giudicare dalle foto che ho visto, purtroppo è stato un macello; ma conto sul fatto che le tregge sono per natura immortali.

Poi, quest'inverno, sono letteralmente finite le tregge. Non ne ho trovate più letteralmente una. Probabilmente in questo c'entra anche il fatto che, forzatamente, non sono più in giro quanto lo ero prima, e non lo sarò più finché starò in malattia (fino al 1° febbraio, per la cronaca); però stanno ricominciando solo ora a comparire timidamente. Un inverno atreggico come questo, per ora, non c'era mai stato; o meglio, a Firenze e dintorni (Fiat 500 a parte: quelle sono inesauribili!), oramai ne ho fotografate parecchie. Mi è capitato spesso di rivederne in giro. Qualcuna, poi, mi è sfuggita: è fisiologico. Ad ogni modo, ripeto, sono un po' ricominciate; speriamo sia di buon auspicio per la primavera che, prima o poi, verrà.

Ci sono sempre, mi direte, le tregge spedite dai collaboratori; particolarmente Mark B. non ha cessato mai di mandarmene, e saranno ovviamente tutte inserite. Avrei potuto servirmene durante la "crisi treggistica" (si vede proprio che la famosa crisi è generalizzata...), ma alla fine è subentrata anche, lo riconosco, un po' di stanchezza e un po' di pigrizia. Ad un certo punto ho smesso addirittura di ricaricare la fedelissima Kodak (e anch'io le resterò fedele, nonostante -così sembra- la Kodak stia andando in fallimento). Ora ho ricominciato. Chissà addirittura che, oggi, non torni a fare un Treggia's Tour; è da un secolo che non ne faccio.

Intanto, per ricominciare, una vera e propria curiosità. Non è che, persino in questo periodo, abbia del tutto rinunciato; prima o poi sapevo che avrei ripreso il TB, è pur sempre una parte di me e anche in questo frangente strano e agitato un pensiero ce l'ho avuto sempre. Eccovi dunque quel che ho trovato nel vano scale di un amico, a casa sua. Una targa. Attaccata al muro e attorniata da cianfrusaglie di vario genere. E che targa! L'amico mi ha detto che era della prima Lambretta di suo padre, che è venuto a mancare da non molto; questa cosa è dunque anche un omaggio che riservo volentieri alla sua memoria. La targa, vorrei metterlo bene in risalto, è del 1951. Peccato che la Lambretta non ci sia più; ma il fatto che il mio amico ne abbia tenuto la targa vuol dire pur sempre qualcosa.

E così, si ricomincia. Con la speranza che il 2012 sia meno "accidentato" dell'anno che lo ha preceduto, e sotto tutti gli aspetti. Non soltanto quello treggistico. Ci si darà, credetemi, da fare. Il 2011 si è chiuso il 10 novembre e con un arretramento consistente rispetto al 2010; nel 2012, cascasse il mondo su un pero, le Tregge andranno alla riscossa. Anche con parecchie novità.

lunedì 24 ottobre 2011

Zìngano dietro casa


Ogni tanto, qualcuno si ostina a chiedermi come mai, io che per un po' ho vissuto in terre straniere e che parlo talmente tante lingue da non sapere bene nemmeno l'italiano, abbia deciso non solo di ritornare indietro, ma anche di non muovermi più da Firenze e dalla Toscana. Un tempo rispondevo in vari modi, tutti alquanto complicati e talora anche discretamente polemici; ora, invece, vado diritto al nòcciolo della questione. Sí, ho avuto la possibilità (regolarmente e volutamente sprecata) di non mettere più piede in questo paese cui vengono, non senza ragione, affibbiati tutti i peggiori epiteti possibili; ma, alla fin fine, ha vinto la mia natura di abbarbicato alla propria terra, e lo sono come pochi. Mi ricordo di certi dormiveglia in posti alieni, dove mi sognavo a occhi aperti certe strade che conosco, certi riflessi dell'acqua sulla spiaggia di Galenzana, certi giri senza fine per le campagne e quel che si vede passata Volterra, giù per le Saline, dove il mondo si fa balza e gli assassini neri inseguono il viandante nella notte buia; e non c'è stato, e non ci sarà più nulla da fare. Il giorno dopo esser tornato a Firenze dopo aver passato più di tre anni in Svizzera, mi ritrovai su un autobus nel pieno d'un ingorgo inestricabile, a un'ora di punta; tutti i passeggeri ingiuriavano Iddìo, la Madonna e i santi, mentre io avevo stampato in faccia un sorriso a cinquantatré denti. E vorrà dire che sono fatto così; che sono uno che ha fatto i suoi pur modesti giri per il mondo, cercando di osservarlo e anche un po' di raccontarlo; che ho ben presenti i malanni e le schifezze che sono peraltro comuni a questo tempo che inorridirebbe Calibano; ma che non mi si deve nemmeno prospettare di andarmene di qui. Qui sono nato, qui voglio morire; e lasciamo perdere che ultimamente ho pure fatto una prova generale di quest'ultima cosina. Essendo fortunatamente rimasta una prova, occorre coglierne qualche vantaggio; per esempio, quello di essere in malattia, vale a dire di non dovere andare a lavorare per un po'. Così, oggi, subito dopo un pranzo solitario e forzatamente frugale, mi son detto che la giornata era sufficientemente autunnale, grigia e dall'odor di brace per andarmene a fare ciò che, forse, più mi definisce: lo zìngano dietro casa.

Ne conosco più d'uno di zìngani nelle più remote e lontane plaghe del Globo, e debbo dire che hanno tutto il mio più profondo rispetto. Il mondo è tuttora un gran bel posto e mi dispiace parecchio che fra un cinque miliardini d'anni debba esplodere assieme alla sua stella; ma io non sono più fatto per girarlo. Mi sono accorto che, dietro casa mia, ci sono ancora tanti posti che non conosco, o che conosco poco; e nei primi pomeriggi d'autunno, quando comincia a piovigginare e si vedono fili di fumo salire dai camini della solitudine, io parto. Vado a fare lo zìngano seguendo soltanto lo sguardo, per dei posti che mi sono familiari e ignoti al tempo stesso; quello che si vede nella foto in alto si chiama Colle Ràmole.

Senza perdermi un particolare e solo con me stesso e coi miei pensieri; è la più vasta forma di felicità che mi sia dato di provare, massime ora che, ad ogni istante, sento il sapore variegato dell'essere vivo. Mi spingo per le strade cui debbo una parte grande di quel che mi sono ritrovato a essere, e svolgo la mia grammatica della lontananza e della vicinanza canticchiando canzoni improbabili e raccontando qua e là dove sono all'unica persona cui desidero farlo. A Colle Ràmole c'ero stato una sola volta, tanti anni fa, in una villa antica; una compagna di corso, curiosamente svizzera, ci aveva invitato tutti, alla fine di un seminario che parlava di streghe e dizionari (si chiamava proprio così: Stregoneria e Lessicografia), a mangiare l'autentica fondue elvetica che aveva preparato con le sue sante mani, e con l'aggiunta generosa di doppio kümmel. Ho provato inutilmente a ricordarmi dove fosse quella villa, che sicuramente mi sarà passata davanti agli occhi perché la strada l'ho fatta tutta quanta; a un certo punto mi sono detto, come mi capita sovente, che potrei anche essermelo sognato, o che si trattava d'uno dei tanti riccardiventuri che circolavano a quell'epoca. Chissà.

Però, lo zìngano dietro casa non potrebbe essere lui, se non fosse accompagnato anche dalla sua ricerca di tregge. Questi qua sono i posti delle tregge migliori, quelle che dicono davvero qualcosa, quelle che parlano ai recessi; ed è per questo che, nei post che seguiranno, vedrete che cosa significhi davvero andare per il mondo. Esploro il mio fazzoletto, ed è un fazzoletto che è incoccato a tutto l'universo.

martedì 1 febbraio 2011

Infinita occhiuta devastazione (Intro)

Il Treggista è, in linea di massima, un esploratore urbano e, soprattutto, suburbano. È mosso da un paio di cose seminali, o forse tre: il senso estremo del territorio, la musica e la poesia. Delle ultime due cose avremo a parlare abbastanza in questa serie di post che qui piglian principio; intanto parleremo della prima, movente e parante.

Il senso del territorio è molto diverso dal senso della bellezza. Può, certamente, capitare che il Treggista si spinga, voluta o casualmente, in luoghi piacevoli, ameni, arricchitori; ma, per la stessa natura degli oggetti ricercati, il più delle volte si ritrova a percorrere plaghe sinistre, inquietanti e sgradevoli. Le periferie urbane, particolarmente nelle piane, che hanno subito e continuano a subire le ingiurie dell'urbanizzazione forzata e, sovente, criminale. Si badi bene che il Treggista non ne fa certamente una questione di vago e falso ecologismo alla Celentano di merda; non ci sono vie Glück. Il Treggista ne fa questione di sistemi e poteri, di distruzione e di sopravvivenza, di resistenze e rese. Il senso del territorio è politico e sociale. Le periferie devastate delle nostre città sono luoghi di morte, e in questa morte rientra anche quella delle vecchie autovetture abbandonate; ogni qual volta vede una carcassa, potrebbe essere quella che ha schiacciato Pier Paolo Pasolini. Ascoltate a tale riguardo Marco Rovelli, Bianca Giovannini e Davide Giromini nel Lamento per la morte di Pasolini di Giovanna Marini:


I post che seguiranno sono dedicati alla mattinata del 25 gennaio 2011, quando mi sono recato in una di queste periferie, in una di queste devastazioni infinite e occhiute, come la Notte tirrena di Dino Campana (quello nella foto sotto il titolo). Ho visto ville antiche coi cani di pietra mangiate dalle infrastrutture di una ferrovia. Ho visto cimiteri di ferraglia. Ho visto bizzarri fondi e cani di guardia. Ho visto una stradina rimasta a presidio, con le sue casette, due alberi, le panchine e le pecore. Ho visto l'immaginazione di quel che era e il presagio di quel che sarà. E ho visto, certo, le vecchie autovetture morte e morenti. Infinita occhiuta devastazione, e gli occhi possono essere benissimo, e gonfi di sguardi, i fari ancor pieni o vuoti a riprodurre orbite vuote che si lanciavano sull'oltre d'un tempo.