lunedì 1 giugno 2026

Hyvää syntymäpäivää, TB!

 



Oggi 1° giugno è il diciassettesimo anniversario del Treggia's Blog (si oda suono di campane). Il TB è nato il 1° giugno 2009. Qui l'oramai mitico, leggendario, epico primo post.

Per questo faùsto evento, ho pensato bene di rivolgere i canonici auguri di buon compleanno al Treggia's Blog; ma poiché gli usuali "Buon compleanno", "Happy Birthday", "Joyeux anniversaire" ecc. mi sembravano un po' banali (già il tedesco "Glücklicher Geburtstag" sarebbe stato meglio...), ho pensato bene di saltare il fosso del pronunciabile, e di fare gli auguri al TB in finlandese. "Buon compleanno" è l'espressione leggibile (leggibile si fa per dire...) in finlandese nel titolo del post. In sole due parole, ben dodici puntini sulle "a".

D'uopo era, naturalmente, una bella treggia finlandese. Solo che, come dire, una passeggiata nella simpatica Finlandia mi sarebbe stata al momento piuttosto ardua, anche se il 9 non avesse saltato la corsa (cosa che fa regolarmente, e più volte al giorno). Poco male: per il suomalainen tuhota ("tuhota" significa "treggia, catorcio" in finnico), mi sono rivolto all'iconografia presente in rete, impostando su Google "Old Finnish car". Mi si è aperto un mondo. Un mondo dal quale traggo...un'auto sovietica.


E' la leggendaria, eroica, mitologica Moskvich 400 (in cirillico: Москвич 400).

"Moskvich" significa "Moscovita" in russo. La casa automobilistica è stata a lungo una delle più prestigiose case automobilistiche dell'ex Unione Sovietica, con modelli generalmente inaccessibili ai comuni cittadini e riservati alle élites. Non dovrebbe quindi stupire che la Moskvich abbia iniziato la sua attività (nel 1930) con eleganti modelli prodotti su licenza della Ford

In piena epoca staliniana, quindi, prestigiose auto del proletariato venivano prodotte grazie ad un accordo commerciale con l'odiato nemico capitalista americano, il quale, a sua volta, se ne impippava altamente e faceva produrre copie conformi delle sue macchine a Josef Vissarionovich Dzhugashvili. E così andò, finché, nel 1956, il modello più in voga, conosciuto e usato della Moskvich non divenne la Moskvich 400. Stavolta, però, niente americani: la Moskvich 400 è infatti, praticamente, una Opel Kadett dell'epoca, che della Opel Kadett seguì tutte le evoluzioni.

I sovietici avevano fatto estremamente alla svelta: al termine della II guerra mondiale, come parte del  risarcimento di guerra, avevano incamerato in blocco lo stabilimento Opel di Brandeburgo sulla Havel, che tra le altre cose rimaneva situato nella Repubblica Democratica Tedesca (DDR). Ribattezzato "Fabbrica di Auto Compatte Moscovite" (vi risparmio la denominazione originale russa), lo stabilimento tedesco orientale in mano russa sfornò "Moscovite" fino a tempi abbastanza recenti.

La quale "Moscovita", va detto, era una bella macchina. Ma proprio bella. E che trovò abbastanza successo anche all'estero. Certo, era un pesante, ancorché robusto e indistruttibile, cassettone; certo, faceva diciotto centimetri con un litro di benzina e inquinava come il 12° plenum del Comitato Centrale delle Ciminiere, del resto al pari di tante altre autovetture coeve, europee e americane, della stessa fascia. Ma aveva dalla sua un prezzo che, seppur improponibile nell'URSS e nei paesi del socialismo reale, nell'Europa occidentale risultava invece concorrenziale.

E la Finlandia...? Beh, semplice a dirsi. Vuoi per la vicinanza geografica con l'URSS, vuoi per la storia di legàmi con la Russia (legàmi quasi mai tranquillini, amichevoli e pacifici) e vuoi per il fatto che era allora in corso la cosiddetta "Finlandizzazione", risultò terreno di conquista per la Moskvich. La quale fu prodotta almeno fino agli anni '70 con numerazione progressiva a partire dal 400 (401, 402, 403...fino al modello 407). La Moskvich finlandese nelle foto è, propriamente, una Moskvich 402. Dal 1959 al 1962, la Moskvich 402 fu il modello di automobile più venduto in Finlandia.

Si noti nella prima foto il simbolico contatto, attraverso la Moskvich, tra l'uomo finlandese e la prosperosa signora russa, che starebbe a simboleggiare l'imperitura amicizia tra russi e finlandesi. Del resto, proprio un finlandese, Otto Kuusinen, ricoprì un'importante ruolo all'interno del Politbjuro sovietico ed è, fra le altre cose, coautore della versione finlandese dell'Internazionale, la cosiddetta Kansainvälinen :


E insomma, Buon Compleanno, o redivivo Treggia's Blog! Pensa te cosa m'è toccato di fare per augurartelo, e cerca di non scomparire più, eh.

domenica 31 maggio 2026

San Bartolo a Cintoia

 


Questo post si apre insolitamente non con l'immagine di una treggia qualsiasi, ma con un curioso e simpatico mural (segnalo che non si dice "murales", che è il plurale) dipinto da mano ignota, appunto, su un muro. Tale muro ornato del mural segna l'inizio di un'antichissima e curiosa strada suburbana di Firenze: via di San Bartolo a Cintoia. Prima di entrare  nello specifico del TB, e di dire che cosa ci sia dietro a quel muro e a quel mural, toccherà quindi parlare -seppur sommariamente- di questa strada. Damen und Herren, eccovi dunque catapultati nella sezione storica del Treggia's Blog.

Tutta la zona qua d'intorno, che poi è quella in cui abito, si chiama Cintoia, in senso lato. Il termine, derivato dal latino centuria (sì, quella dei centurioni), indicava tutto l'ager altamente alluvionale del fiume Arno ad ovest della neonata Florentia. Ager che, essendo stato assegnato ai veterani di guerra per coltivar la terra e passare una dignitosa, ancorché frugale vecchiaja, fu, appunto, centuriato, cioè suddiviso in centurie (termine che, ovviamente, indicava una ripartizione in cento parti). Tutto questo, è bene ricordarlo, avveniva verso l'anno 59 a.C.; roba, quindi, di duemila e rotti anni fa. Dopo duemila anni, insomma, il nome è rimasto e tutta la zona ne reca ancora la memoria ("cintoia", va detto, è un termine che, nei toponimi, è rimasto un po' nella Toscana intera; anni fa si vendeva persino un'acqua minerale "Cintoia", celebre per essere stata forse la prima acqua commercializzata in tetrapak).

Col tempo, si sentì evidentemente il bisogno di specificare un po' meglio in quale parte della vastissima Cintoia ci si trovasse. Siamo nell'alto medioevo: nascono le pievi, ovvero le chiesette di campagna attorno alle quali si formano delle borgate di campagna abitate da i'popolo ignorante e ciuco (lat. plebs, da cui "plebe" per via colta, e "pieve" per via popolare). Della pieve intitolata a S. Bartolommeo (ovvero San Bartolo) e della relativa borgata si comincia a avere notizia nell'anno 734. No, non dico "1734", ma proprio 734. Da ben due anni (732) si era svolta la battaglia di Poitiers che aveva visto la grande vittoria di Carlo Martello:


Probabilmente in quegli anni si vengono a formare anche le strade che attraversavano tutto l'agro di Cintoia, identificate spesso coi nomi delle varie pievi: oltre a via di San Bartolo a Cintoia, anche la via di Santa Maria a Cintoia, il viuzzo di Santa Maria a Cintoia, e giù tutta una sequele di tabernacoli, crocifissi e madonne (cosa del resto ovvia: che altro ci poteva essere per caratterizzare una data zona...?). E così ecco anche via delle Torri a Cintoia (oggi chiamata semplicemente "via delle Torri"), il viuzzo del Crocifisso delle Torri, la via Madonna di Pagàno (metto l'accento perché non vorrei si equivocasse il vetusto nome della strada con una esclamazione di giubilo in occasione di un debito onorato dopo diciannove anni) ecc. ecc. ecc. Il quartiere dove attualmente abito si chiama proprio "Le Torri a  Cintoia", nome rimasto esclusivamente come "centro commerciale naturale" perché il quartiere viene detto comunemente soltanto "Le Torri". Siamo, insomma, nel quartiere 4, o "Isolotto-Legnaia", dietro la famosa Villa Vogel (detta un tempo, chissà perché, "Villa delle Torri" in quanto munita tuttora di due autentiche torri certificate e conclamate). E' in assoluto la zona più bassa di tutta Firenze, ed è logico che la sua toponomastica sia caratterizzata da cose che svettano (torri, campanili ecc.). Le plat pays, insomma.


Ecco, da qui si diparte la nostra via di San Bartolo a Cintoia. La quale è lunghissima e suddivisa attualmente in almeno quattro pezzi indipendenti, in  quanto separati da: viadotti, nuove agglomerazioni edilizie, attraversamenti, ecc. Dietro casa mia c'è il primo pezzo, che si interrompe di brutto tranciato da un viadotto. Ricomincia al di là del viadotto con delle scalette pedonali, si fa un altro pezzettino dove si trova un'antica cascina e un liceo, poi sfocia in uno stradone e si perde. Per andare a ritrovarla bisogna essere della zona. Si fa un altro breve tratto tra i palazzoni, e poi ricomincia dal nulla due o tre isolati oltre, con un tratto, stavolta lungo, che attraversa la borgata di San Bartolo a Cintoia, passa davanti alla pieve e termina da un'altra parte dello stradone in corrispondenza di un piccolo e delizioso cimiterino che un tempo era di campagna. Attraversato per l'ennesima volta lo stradone che reca al Ponte dell'Indiano e all'Argingrosso, via di San Bartolo a Cintoia ricomincia, perdendosi letteralmente nella campagna. Pochi vi si sono mai recati. C'è chi dice che termini a Pisa, chi addirittura nella Gallia Narbonense. Io l'ho percorsa soltanto fino a un più modesto Mantignano. E fa pur sempre una bella passeggiata, credetemi. Nella foto sotto, la pieve di San Bartolo a Cintoia.


Insomma, d'accordo. Il sommario preambolo si è trasformato in un autentico trattato di Cintoiologia. Me ne rendo conto, e ammetto di non avere mai avuto il dono della concisione nonostante professi il mio amore per i folgoranti frammenti eraclitei. Quindi, sempre che siate arrivati fino a questo punto senza mandare in culo me e San Bartolo a Cintoia, forse vi chiederete un po' spazientiti: "Ma insomma, ci vuoi dire che ca*** c'era dietro quel muro col mural all'inizio dell'antichissima via di San Bartolo a Cintoiaaaaa...??? Ma è un blog di questa ceppa di mi***** che si occupa di vecchi catorci, o il blog del prof. Barbero?!?". Assolutamente sacrosanto. Ecco infatti, tadàn, che cosa c'era dietro quel muro:


C'erano due motocicli. 

Uno dei due, quello bianco, è una vecchia ancorché comune Vespa 125 senza targa. Quello rosso, invece, è nientepopodimento che un Moto Guzzi "Galletto" del 1959. Ancora con la sua brava targa di Firenze (una rarità oramai: trovare a Firenze tregge targate Firenze è diventato impossibile o quasi), che ci testimonia di lontani anni in cui le targhe motociclistiche superavano quelle automobilistiche. Ridotto male, arrugginito, tutto quel che si vuole, ma ancora bello rosso fiammante, fiero e per nulla rassegnato. Che "Galletto" sarebbe, sennò...? Mica il galletto amburghese Vallespluga, poveretto...!



In questa presa laterale si vede nientepopodimento che l'ombra del Treggista che, furtiva, sta fotografando il Galletto nelle primissime ore del mattino. Sì, perché il Galletto, lo confesso, si trova all'interno di uno spazio privato dove sono penetrato di soppiatto approfittando del cancello costantemente spalancato. Come invitare la lepre a correre, sebbene ultimamente non sia certo un gran velocista. Firulì, firulà, ho fotografato e sono fuggito per via di San Bartolo a Cintoia -che è pressoché deserta sempre e costeggiata da graziosissime villette e bei giardini, nonché reame di un gattone tigrato che prima o poi, giuro, finirà nel TB con tutti gli onori.

Insomma, ecco finalmente la prima treggia (anzi, le prime tregge) del "nuovo corso". Vale a dire, tregge reperite  pochi giorni fa, e non sfruttando materiale già fotografato negli ultimi anni sabbatici. Qualcosa resiste: prevedo grosse, enormi passeggiate, che del resto mi fanno tanto bene. Il TB è diventato salutista: mamma mia....

PS. Quasi lo dimenticavo: San Bartolo a Cintoia, non molti lo sanno, ha persino una canzonetta in cui vi è ambientata una curiosa storia di stampo decisamente goliardico, e, ancor di più, scatologico nella più pura tradizione toscana (si pensi solo all'Inno del Corpo Sciolto di Benigni...). Rimandando all'interpretazione dell'indimenticato Riccardo Marasco, raccomando di mandare a letto i bambini o quantomeno di non permettere loro la lettura di questo post fino a questa parte conclusiva.




sabato 30 maggio 2026

Valtellina (Isola d'Elba)

 


So bene che questa non è certamente l'Isola d'Elba da cartolina; siamo però alla porta dell'Elba, vale a dire sul porto di Portoferraio, un paio d'annetti fa. Per essere precisi, siamo esattamente nel parcheggio dietro la biglietteria Toremar / Moby Lines; parcheggio che è già salito alla cronaca del TB svariate volte, e noto per essere una delle principali treggiaje non soltanto dell'Isola d'Elba, ma probabilmente della Toscana intera. L'Isola d'Elba, in particolare e per sua stessa natura, è celebre per essere il regno incontrastato delle vecchie e gagliarde Citroën Mehari: la concentrazione di Mehari ancora in circolazione e in uso sull'Isola dei Mille Fuochi è assolutamente ragguardevole. Chi ancora ne possiede una, non si priva di questa straordinaria "spiaggina"; non se ne priva nemmeno quando diventa inservibile. Anni fa, ricordo personalmente di una Mehari completamente bruciata, e della quale rimaneva soltanto l'intelaiatura annerita perché la plastica brucia parecchio bene, che rimase per svariati anni sul ciglio della SP25 vicino a Cavoli. Insomma, come dire: all'Elba, la Mehari gode pressoché di un culto, del quale mi pregio di essere convinto fedele.


Qui siamo poi di fronte addirittura ad un pezzo di Valtellina trapiantato all'Elba. Ignoro ovviamente i complicati meandri dello spirito attraverso i quali non solo una Mehari targata Sondrio sia approdata all'Elba, ma anche i motivi per cui qualcuno, un lontano giorno, abbia comprato una vettura del genere per girare tra le montagne della Valtellina, tra le famose spiagge di Bormio e i rinomati lidi di Livigno. E' da ipotizzare che i montanari, simpatica gente dedita storicamente ai piaceri della grappa, provassero per questo abbastanza caldo da poter girare con una Mehari a quindici gradi sotto zero. Ma tant'è, e la saggia Mehari valtellinese ha pensato bene di emigrare in un'assolata isola tirrenica.


A tutto questo si aggiunga la rarità di trovare, comunque, un qualsiasi automezzo targato Sondrio. Funziona come per Oristano, Enna, Rieti e Isernia: le auto e le moto targate Sondrio sono rare persino in provincia di Sondrio, avvistarne una è un'impresa titanica ed il fatto che ciò sia avvenuto all'Isola d'Elba la dice lunga. Questa, poi, è addirittura una Mehari ancora con la targa nera: poiché la Mehari cominciò ad essere prodotta e commercializzata nel 1968, si può tranquillamente ipotizzare che risalga alla fine degli anni '60 o (più probabilmente) ai primi anni '70. Il periodo d'oro delle "spiaggine", insomma; quello delle Dune Buggies della celebre canzoncina degli Oliver Onions (e tra i cui autori risulta persino Carlo Pedersoli, alias Bud Spencer).



Facilissimo, a questo punto, e specialmente per uno della mia generazione, lasciarsi andare ai ricordi adolescenziali: i falò sulla spiaggia, le ragazzine con gli occhioni sognanti, le giornate al mare che non finivano mai...lasciamo stare, vah. Però mi resta l'idea che 'sta Mehari le abbia viste anche lei, queste cose. Sicuramente non si possono ricordare vedendo in giro una ripugnante "Grande Panda" o robaccia moderna del genere.

venerdì 29 maggio 2026

British Style

 


Debbo queste foto, e quindi questa treggia veramente rara, a INSCO.  INSCO è l'abbreviazione di Io Non Sto Con Oriana, al tempo stesso nickname e titolo di un blog, che presuppone un lieve disaccordo con le prese di posizione della defunta Oriana Fallaci, giornalista, scrittrice e atea cristiana. Sin dagli inizi del TB (che fra poco, esattamente il 1° giugno, compirà 17 anni), INSCO è stato un inviatore di tregge (ingl Treggia Sender, ted. Treggenschicker) di tutto rispetto, e non ha cessato di farlo anche durante la piccola pausa decennale che mi sono preso, accompagnando regolarmente i suoi invii con pacate raccomandazioni del tipo: "Ma quando ricominci, pigro di m....?" Ecco, ora che ho ricominciato è un piacere e un dovere inserire questa autovettura britannica sì, e dall'inconfondibile British Style di un tempo che fu, ma munita di una targa francese (modello "AA-000-AA", perché i francesi a volte ci copiano) di chiara fattura finto-antica, come succede oggigiorno anche in Italia con finte targhe nere applicate ad auto d'epoca reimmatricolate. Ad ogni modo, siamo qui di fronte ad una AA, che anche in Francia rimanda a anni addietro: al 2009, per la precisione, vale a dire l'anno in cui il TB è nato. Simpatica coincidenza!


Dopo tutto 'sto popo' di preambolo, andiamo seppur sommariamente a parlare della treggia in questione. Si tratta di una Wolseley Hornet risalente senz'altro agli anni tra il 1961 e il 1970, periodo in cui l'autovettura rimase in produzione. La Wolseley era una casa automobilistica antichissima: i suoi inizi risalgono addirittura al 1895. Specializzate in autovetture di lusso, o quantomeno di "fascia alta" come si direbbe oggi (anche se all'epoca ogni autovettura era "di fascia alta"), nel 1926 si trovò a versare in una crisi finanziaria gravissima e fu quindi acquistata en bloc dalla Morris, che però decise di mantenere il marchio. Marchio che andò avanti per un bel po': le ultime Wolseley uscirono dalla catena di montaggio di Birmingham nel 1975. Nel frattempo, il marchio Wolseley venne riservato anche alla Hornet, modello plurigenerazionale del quale la nostra Hornet  rappresenta la terza e ultima versione.


Occorre non lasciarsi ingannare: la Wolseley Hornet, di Wolseley aveva appunto, solo il marchio. Si tratta in realtà di una Mini Morris con carrozzeria leggermente diversa, con un motore un po' maggiorato e, perdipiù, messa pari pari in commercio anche come Riley Elf. Sia come sia, e facendola un po' breve perché non intendo tediare chicchessia, eccovela qui col suo stile britannico.



Erano tempi, quelli, in cui non solo i modelli automobilistici si distinguevano bene l'uno dall'altro e presentavano ognuno delle caratteristiche proprie facilmente riconoscibili; erano tempi in cui si poteva capire che un'automobile era di produzione inglese, italiana, francese, tedesca, americana e finanche giapponese (ma, tanto, le macchine giapponesi erano orrende e non  le comprava nessuno). Di coreani,  indiani, cinesi ecc. non si parlava nemmeno, molti pensavano che in India, in Corea e in Cina le automobili ancora non fossero arrivate. Provate un po' ora a distinguere un'autovettura l'una dall'altra (a parte rarissime eccezioni), o a dire da dove viene a parte i sempre più frequenti nomi orientali (Ssangyong, Dong Feng, Ping Pong, Deng Xiao Ping ecc.). Da buono e totale reazionario automobilistico quale sono, sono purtroppo costretto a constatare che il pericolo giallo si è fatto realtà. Non resta che rimpiangere i tempi che furono, quando un'autovettura inglese poteva piacere o non piacere, ma aveva comunque una sua personalità non fraintendibile. Sia reso onore a questa vetusta vettura con una classica ballata britannica medievale che parla di mogli infedeli, giovini amanti, mariti cornuti ma assai poco contenti e sbudellamenti.



giovedì 28 maggio 2026

Quando piccolo era bello

 


L'automezzo che vedete, munito di una regolare targa italiana di stile "arancio-bianconero" rimasto in uso dal 1976 al 1985, è in primis, un'automobile.

Potrà apparire un po' strano che lo specifichi, ma quando si è di fronte a un'automobile del genere, ovvero la Lawil S3 o "Varzina", è necessario farlo. La Lawil Varzina si chiamava così perché concepita e commercializzata dalla Lawil di Varzi (PV), una piccola casa automobilistica fondata nel 1968 dall'imprenditore e politico Carlo Lavezzari  assieme all'imprenditore francese Henri Willame (da cui il nome della casa, acronimo dei due cognomi, LA-WIL).


Siamo qui a Piacenza, città da me spessissimo frequentata fino a non molto tempo fa, e treggiaja talmente notevole da meritarsi una nutrita categoria a sé stante. E' appunto in una calda serata piacentina di due o tre anni fa che mi sono, con mio grande stupore, imbattuto in una superstite Lawil con una targa (di Potenza!) che deve risalire alla fine degli anni '70 (la Lawil Varzina, o S3, cessò di essere prodotta nel 1980). Non ne devono essere rimaste molte in circolazione.

Quando piccolo era bello. Quando non si vedevano in giro mostri dalle dimensioni che, allora, erano riservate a un camion di media stazza. Certamente: inquinavano come le "torri di fumo" del Vecchio e un bambino, che, fra l'altro, pare essere stata ispirata a Francesco Guccini dalla non idilliaca visione delle ciminiere della vecchia centrale ENEL di Piacenza:

La Lawil Varzina non era piccola: era minuscola. Se non ne avete mai vista una coi vostri occhi, l'impressione che fa è veramente quella dell'automobilina a pedali di una vostra lontana infanzia. Invece era un'automobile regolarmente messa in commercio, immatricolata e targata. Una "city car" di quando ancora si diceva "vetturetta da città", inventata dal carrozziere Danilo Scattolini. All'inizio, nel 1971, montava il motore da 125 cc della Vespa. In seguito, il responsabile tecnico della Lawil, Michele Calvi, vi fece montare un BCB da 250 cc che la rese commercializzabile come automobile. La prima versione, quella del 1971, era lunga un metro e settantotto; vale a dire, se mi fossi sdraiato accanto ad essa, la avrei superata in lunghezza e non di poco. La versione definitiva era stata però allungata di "ben" 27 cm, dandole una lunghezza di 2,05 m che me l'avrebbe fatta rimanere irraggiungibile (ma non a un normale giocatore di basket o di pallavolo). E' tuttora la vettura più piccola mai prodotta in Italia; fu commercializzata anche in Francia, dove però era considerata un quadriciclo (o un "quad" come si direbbe oggigiorno). 


Vi entravano, a malapena, due persone di non grossa corporatura, e al massimo vi si potevano sistemare (fra le gambe) due borse di una spesa frugale. Insomma, davvero roba d'altri tempi. Se mai questo blog testimonia il passato con il pretesto delle automobili, ebbene, questo è davvero il passato. 

mercoledì 27 maggio 2026

Il tempo

 


Si diceva che l'oggetto proprio del TB è stato, per forza di cose, un po' ampliato; non solo alle targhe bianche con la sigla della provincia (le più antiche delle quali hanno ormai oltre quarant'anni!), ma anche alle prime targhe "new style" con la numerazione AA-000-AA ancora in uso. Ebbene, le targhe "AA", di anni ne hanno oltre trenta. Trentatré per la precisione, essendo state introdotte nel 1993. E' quindi facile determinare l'anno di immatricolazione di questa Fiat Uno (non bianca, fortunatamente) di "seconda generazione", che testimonia l'oramai rarissima combinazione iniziale "AA". Siamo nel parcheggio del Penny Market di via dell'Argingrosso, a Firenze, che peraltro negli ultimi tempi si è rivelato una discreta treggiaja (e ne avremo a riparlare). Intendiamoci: non che le targhe di stile attuale non siano presenti nel TB; ce ne sono, anzi, parecchie. Ma si tratta perlopiù di reimmatricolazioni di veicoli di età più o meno veneranda. Questa è invece la prima autovettura "AA-000-AA" inserita espressamente. Ed ha, appunto, trentatré anni. Che sono una bella caterva d'anni, almeno dall'angolazione di una normale vita umana.

Questo post, come avrete senz'altro notato, ha un titolo un po' impegnativo. Sì, perché tutto questo mi dà occasione di parlare un po', appunto del tempo. E, come recita un celebbbèrrimo canto anarchista, il tempo è dei filosofi:


Ora, dovete sapere che io sottoscritto ci ho, con la filosofia, un rapporto non propriamente eccellente. A parte l'antico Eraclito coi suoi oscuri frammenti, e qualcosa di Spinoza, le circonvoluzioni filosofiche (ed anche socioeconomiche, che non di rado ne derivano o comunque sono loro affini) non mi hanno, come dire, mai scaldato il cuore. E' senz'altro un mio (grave) limite, e lo ammetto senza remore. Indi per cui, se il tempo è dei filosofi, non sarei certo la persona più indicata per parlarne. Può darsi, anche se forse è un pretesto, che ci abbia avuto la sua parte anche l'insegnamento della filosofia ricevuto al liceo, a cura di una povera donna che non si capiva che cosa ci stesse a fare in una classe, e che noialtri, tipico esempio di adolescenti di merda, martirizzavamo in tutti i modi possibili e immaginabili, dall'entrare in classe con una trave, polverosa e sporca di vernice, "presa in prestito" da un cantiere che le depositavamo sulla cattedra dicendo che era "ordine del preside", alle domande corali sulle dottrine di sconosciuti filosofi mitteleuropei i cui nomi erano ricavati dai giocatori di calcio della nazionale cecoslovacca, allora di gran moda perché aveva vinto i campionati europei del 1976 (io mi ero specializzato in una non meglio precisata "ontologia gnostica di Panenka"). Insomma, così è e faccio pubblica ammenda a distanza di decenni. Il tempo, appunto. E dal primo "rigore a cucchiaio" ne sono passati cinquanta, di anni.


Dal 1993 della nostra targa "AA" superstite, di anni ne sono passati "solo" trentatré. E questo, nella mia famosa mitologia personale, riporta giustappunto a quell'annus horribilis che, trentatré anni dopo, mi trovo quasi a rimpiangere. E' vero, d'accordo, quell'anno la mia vita fu segnata da avvenimenti che hanno avuto una certa importanza, e non lo nego. Non ne voglio (ri)parlare, a parte, forse, il fatto che oggi è proprio il 27 maggio, "il giorno in cui tutto esplose".


Ne ho parlato a volte: quella notte io ero là con le squadre di soccorso, e sono sempre stato solito dire che l'inferno non mi fa paura perché lo ho visto coi miei occhi. Alle due bambine vittime di quella strage mafiosa verrà intitolato un nuovo ponte in costruzione sull'Arno: le ho viste mentre le tiravano fuori, morte, i vigili del fuoco dalle macerie, assieme ai genitori e a uno studente che viveva nel palazzo di fronte alla torre dei Georgofili. Mentre stavo lì, dietro di me, da un pesante ed antico portone che dava accesso a un garage, si vedeva spuntare, sepolta, una grossa Mercedes targata FI H9... tutte cose che non mi abbandoneranno mai.

Il tempo passa; tempus fugit, ruit hora. Al di là di ogni definizione fisica, filosofica e tecnica, il tempo è l'arte di ricordare. Un'arte che, per essere innescata, può servirsi anche di una vecchia Fiat Uno e di una targa. Anzi, due targhe: pure quella della vecchia Mercedes distrutta dalla bomba in via Lambertesca. Non esistono fotografie, l'unica che esiste è forse solo nella mia memoria; ma voglio inserire, per omaggio, questo post anche nella categoria "Mercedes", per omaggio.


venerdì 15 maggio 2026

Venezia che muore


 

Un post sùbito, per esemplificare il "nuovo" TB.

Come accennato, in questi dieci anni ho avuto qualche accidente sanitario (che non specifico; tanto, chi mi conosce lo sa, e chi non mi conosce non gliene frega comprensibilmente nulla). Questi accidenti mi hanno reso familiare all'ospedale "Nuovo San Giovanni di Dio", più noto come Torregalli, dalla porzione di territorio dove si trova (c'è, nelle vicinanze, una "Torre del Gallo", di cui "Torregalli" rappresenta una latinizzazione imperfetta). Per un certo periodo, che spero terminato, è stato casa mia; sono transitato per numerosi suoi reparti e tuttora risulto in carico a un "Ambulatorio dello Scompenso" che, concordo, ha un nome piuttosto sinistro nonostante, e lo debbo dire, sia popolato da medici molto bravi e parecchio carini (lo dico, sennò alla prossima cardioversione, mi danno una scarica da 300.000 volt). Nelle lunghe ore di inattività e di ieri, come cantavano Guccini e Giampiero Alloisio, sfruttando anche il mio nome decisamente regale, mi era venuto pure di immaginarmi come antico re d'Inghilterra: dopo Etelredo lo Sconsigliato ascese al trono, narrano gli antichi annali, Riccardo lo Scompensato. Naturalmente, durò poco perché allora non c'erano gli ambulatori specialistici e la medicina era basata su piante, erbette e pratiche magiche (tutte cose in cui molti credono ancora, peraltro). Detto questo, prima di una delle numerose visite di controllo alle quali mi sono sottoposto (ed alle quali ancora mi sottopongo ancora, periodicamente), debitamente scarrozzato da una persona cara, ecco che mi ritrovo nel Parcheggio di Torregalli.


Quivi mi accoglie, nera e maestosa, questa BMW 750 iL targata Venezia e risalente, boh, circa al 1988 o 89? Vado ad intuito, come detto non ho più intenzione di fare gran ricerche e mi limito a poche gnùde e crùde notizie. In tutto questo tempo, certo, il TB è stato fermo; parecchi mi avranno preso per morto, ed in effetti, come dire, il rischio c'è stato, e non de' minori. Poiché però sono tutt'altro che morto e mi pregio di andarvi nel Vs. spett.le külo a tutti quanti/e siete, in tutto questo periodo di quiëscenza ho continuato a fare qualche treggia's picture qua e là, quando se ne presentava l'occasione. Questa foto risale alla visita di controllo del 28 luglio 2025, ed in effetti il décor fa capire che siamo in estate piena: sole a picco che fa scintillare la nera carrozzeria dell'autoveicolo, un caldo micidiale e il rischio di aggiungere il colpo di sole ai miei malanni che, insomma, sono già abbastanza. Ma che cosa non si fa per una maxitreggia del genere...?

So che, a molti, una macchina o motocicletta targata Venezia fa un po' strano. Insomma, a Venezia ci sono le gondole, i vaporetti, i motoscafi, i canali, i rii, il MOSE, l'acqua alta, i turisti americani briachi che cascano nell'acqua lurida (e speriamo sempre che ci affoghino, in quanto americani)...non ci sono mica le macchine, al massimo il Tanko dei Serenissimi fermo in piazza S. Marco (immagine assolutamente in-topic, perché il Tanko è una treggia in piena regola):


Superato lo shock di un carro armato targato Treviso, beh, concorderete che la treggitudine del Tanko è assolutamente certa e palpabile. Cosa che, naturalmente, non può dirsi della BMW di intestazione, che risplende all'implacabile sole fiorentino in versione quasi-scandiccese e torregàllica.

E Venezia? Venezia è una città particolare, e non solo per la laguna e per i canali; Venezia è nota anche per un'altra sua non invidiabile caratteristica: la Morte. Inutile che vi tocchiate le parti basse, inutile -amici veneziani!- che vi indigniate; Venezia e la morte sont des choses qui vont très bien ensemble. Innanzitutto, Venezia è triste:


Non c'è niente da fare. Venezia, pur con tutte le sue meraviglie, ispira tristezza. Esistono forse canzoni intitolate, che so io, Venezia Giuliva (con la relativa regione del Friuli Venezia Giuliva) o Venezia mi fa scompiscià'? La risposta è: no. Venezia è triste, e stop.

Come se non bastasse, un giorno arriva uno scrittore tedesco e narra di che cosa? La morte a Venezia (che in tedesco suona ancora più lugubre: der Tod in Venedig). Poi è il turno di un cineasta che gira A Venezia...un dicembre rosso shocking, un thriller horror (1973) piuttosto tremendo incentrato sull'allegèrrima tematica della morte di un figlio. E poi ci sono i fumettari, che sovente hanno ambientato a Venezia storie di sbudellamenti, assassinii, tradimenti, squartamenti, galere a vita...insomma, c'è veramente di che preoccuparsi una volta arrivati a Mestre.

Prova ne sia che una famosa canzonetta, intitolata semplicemente Venezia, comincia, senza preavviso: Venezia che muore. Così, d'amblé, senza nemmeno lasciare il tempo di organizzare una minima difesa. Sopraffatti sin dall'inizio, si è poi definitivamente abbattuti dagli ultimi giorni tristi della città lagunare, e dalla storia di una giovane donna che muore di parto :

Insomma, si capisce meglio come mai la bella e nobile BMW veneziana abbia voluto emigrare a Firenze. Voleva scampare a un tragico destino già segnato e alla corrosione causata dalla salsedine.