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mercoledì 5 marzo 2014

Il gatto, il Cerbiatto e il carbonajo



Messa così, sembrerebbe quasi una bella fiaba di quelle che le nonne d'una volta raccontavano a' fanciulli la sera, al lume di candela, per addormentarli; mentre il piccino mandava il suo ultimo Tweet della giornata, la nonnina raccontava non trascurando di dare un'occhiata al suo profilo Facebook (con scritto "situazione complicata"). Ah, bei tempi che furono! Però, a ripensarci, questa qui è veramente una specie di fiaba; il Treggista Militante®, per definizione, va alla ricerca di favole urbane negli angoli più riposti e impensati della città, raccontate da vecchi automezzi sovente disfatti; e così ve la dirò.

C'era una volta un gatto, che non aveva gli stivali però viveva nella carcassa di un OM Cerbiatto immatricolato il 27 marzo 1971, cilindrata 4561 cc, potenza 64 KW, peso 4300 kg e portata 1720 kg. 


Il gatto e il Cerbiatto, che doveva essere stato d'un bel colore celeste carico, abitavano in uno strano posto vicino al primo curvone della via Chiantigiana, o Strada Regia per Greve al Chianti; si trattava, infatti, di un Carbonajo. S'immaginerebbe con parecchia difficoltà che nelle moderne città d'oggigiorno esistano ancora de' carbonaj; e ancor meno delle carbonaje. Il luogo in quistione, a un superstite limitare di frammentata campagna, era infatti una rivendita di carbone, legna da ardere, rottami varij, pezzi di ricambio scrupolosamente arrugginiti e bombole d' i' gàsse. Lo mandava avanti una famiglia, composta dall'anziana mamma (che sollevava bombole piene con il magro braccino, con la massima indifferenza e facendo capire che sarebbe sempre stata capace di tirarti un manrovescio da buttarti per le terre) e da due figliuoli grossi come l'orco di Pollicino, che spaccavano legna, trituravano pezzi di ferro e maneggiavano poco rassicuranti seghe a nastro; il tutto nell'oscurità inquietante di quel luogo nella sera di gennajo, in maniche di camicia pur nonostante il freddo che faceva.


Il vecchio càmio era là, stipato per l'appunto di bombole di gas. Mi ero recato là, per l'appunto, per riportarne una vuota e pigliarne una piena, per la cucina del vicino CPA Firenze Sud. C'era da mettere a tavola una trentina di lavoratori, e era finita la bombola; e così m'ero offerto per la bisogna, scoprendo alle porte della città quel posto appartenente a tempi lontani.


Mentre, assieme alla carbonaja, riportavo la bombola vuota al camion, che serviva palesemente da deposito per le rese, mi ardii a chiederle con rispetto qualche cosa di quell'automezzo. " 'E gli era d'i' mi' pòero marito, ora ci si tiene le bombole e ci sta i' gatto", ella mi disse tenendo in mano una bombola piena che un òmo fatto avrebbe penato non dico a trasportare, ma semplicemente a sollevare. Il gatto, infatti, era saltato fuori a controllare che tutto andasse come doveva, si era fatto cerimoniosamente fotografare e, poi, se n'era tornato nel camion a farsi i fatti suoi (arte della quale i gatti sono maestri). Ciangottando nella fanghiglia, continuavo a sentire rumori di spaccalegna alla fioca luce d'una lampadina volante che diffondeva una luce vagamente d'averno.


Ma sarà stato tutto vero o avrò sognato tutto? Opto per la prima ipotesi, dato che la bombola piena mi fu effettivamente consegnata e infilata in macchina. Me ne andai via da quel posto non senza aver fatto un'ultima foto alla dilavata targa anteriore del Cerbiatto.


E il bambino s'addormentò, sognando che, da grande, non si sarebbe mai comprato la Smart, ma avrebbe messo su un blog che parlava di macchine vecchie e scassate e, sicuramente, anche di gatti.

martedì 3 dicembre 2013

Florence Barndoor



Un post del tutto speciale, per "festeggiare" la nuova disposizione delle categorie del Typ 2 Volkswagen. Qualcuno si ricorderà forse di questa foto, pubblicata il 19 giugno 2010 in un post della categoria "Modellismo"; questo perché proveniva dal famoso bar "Il Bersagliere" del viale Eleonora Duse, a Firenze, base riconosciuta degli amanti del Furgone Volkswagen (e delle Vespe), dove sono esposti decine e decine di modellini -di ogni epoca!- del suddetto furgone. Nonché, appunto, questa foto. La quale, credo, merita un deciso approfondimento anche se fotografare questo automezzo a Firenze, ohimé, non sarà più possibile per le ragioni che leggerete.

La foto del bar "Il Bersagliere" è tratta da un sito danese, come del resto si può leggervi sopra, specializzato in "Barndoors": barndoor.dk . Ma che cos'è un "Barndoor"? Il termine inglese, che significa alla lettera "porta della stalla", fu coniato negli anni '80 dall'inglese Jeff Walters per designare i Volkswagen Typ 2 T1 (o "T2 Split") che presentavano, sul retro, uno sportello motore grande circa il doppio di quelli normali. Si tratta in pratica dei primissimi T1, che presentavano tutti questa caratteristica: un "Barndoor" è quindi il T1 più antico, quello prodotto tra il 1950 e il 1955.

Il T1 raffigurato nella foto del "Bersagliere" è, probabilmente, l'unico esemplare di "Barndoor" con targa fiorentina rimasto. È targato FI 66618 ed è stato immatricolato nel 1953: quasi sicuramente, oltre ad essere un "Barndoor", si tratta del più antico T1 ancora esistente immatricolato a Firenze. Solo che, da oltre vent'anni, non si trova più a Firenze anche se ha mantenuto la sua targa originale: si trova infatti in Gran Bretagna.


Come specificato nella rivista Volksworld del luglio 2004, il T1 fiorentino fu acquistato nel 1992 dal collezionista britannico Fred Unis; nell'articolo si afferma che è uno degli unici due "barndoors" nel 1953 presenti nel Regno Unito. Nelle foto a corredo dell'articolo lo vediamo "emigrato", e con un colore molto meno vivido. Nell'articolo si afferma che, al momento del suo arrivo in Gran Bretagna, le sue condizioni erano "più che accettabili".

Sulla destinazione originaria del più antico T1 fiorentino sono, letteralmente, fiorite leggende. Una di esse, proveniente proprio dal bar "Bersagliere", vuole che esso sia stato un pulmino delle suore; e bisognerebbe poter risalire all'intestatario originale. Certo che le suore in questione non dovevano essere certo di clausura e dovevano, anzi, amare notevolmente la luce: avrebbero infatti scelto un "Microbus" a 23 vetrature, tuttora un imbattuto record mondiale per un minibus. Inoltre, dovevano essere delle religiose piuttosto anticonformiste (cosa più che notevole per l'epoca!), se avevano scelto una colorazione tutt'altro che severa. Dopo lunghe ricerche, da un forum sono infatti riuscito a reperire -finalmente!- una foto recente che ritrae il T1 fiorentino com'è veramente in tempi recenti:


È stupendo, e fa anche un po' di rabbia non vederlo, o non saperlo, più dalle nostre parti. Solo che, più che il pulmino delle suore, sembra il pulmino di un circolo anarchico. 

Cercando cercando, mi sono imbattuto anche nel forum Tuttomaggiolino del 12 settembre 2010, dove si parla dello stesso mezzo (e dove si pubblica la foto ripresa da tale Treggia's Blog, non so se lo conoscete...); ad un certo punto qualcuno crede di aver individuato persino il proprietario e venditore del mezzo, ma vi sono poi incertezze al riguardo. Naturalmente, qualcun altro fa notare, riprendendo (dal sottoscritto) dal notizia delle suore, che le prime cifre della targa sono "666"...

Insomma, davvero una bella storia. Chissà che non si riesca a saperne di più sulla storia di questo automezzo, e chissà se a Firenze e provincia ne è rimasto qualcuno simile di cui non si sa assolutamente nulla. Magari ridotto a un rottame dentro un magazzino o una stalla di campagna.

martedì 24 aprile 2012

La Memoria


E' la foto di un gatto nero sotto un automezzo, questa. Di un gatto nero e di un'ombra. Il gatto è del tutto simile al mio, anche se i gatti sono tutti unici e differenti; il mio, in questo momento, mentre sto scrivendo, dorme sul letto. E mi piace guardarlo. L'automezzo non è una "treggia", è un furgone moderno. Siamo dentro una stazione ferroviaria, in un'area che, normalmente, è vietata all'accesso. Casualmente, qualche domenica fa, avevano lasciato il cancello aperto.


La Memoria sembra essere come una ferrovia, ci si viaggia sopra e, a volte, ci si deraglia. Ci sono poi i mezzi ferroviari che servono a posare le traversine, come questo qua. Non ne avevo mai visto uno da vicino, fermo. Spesso lavorano di notte, e nessuno li vede proprio. Per un momento ci sono rimasto come incantato; mio nonno era un ferroviere, e per i treni ho una passione smodata. A bassa velocità, certo; ma mi sono sentito un bambino, davanti a quel mostro giallo. Con la voglia di mandarlo io; e sí, che una volta, mi è riuscito per davvero di guidarlo per davvero, un treno. Lo so che nessuno ci crederà, ma la cosa non rappresenta un problema.


Non ha targa. Potrebbe essere stato costruito pochi mesi fa come chissà quanti decenni or sono. Pianta binari e traversine, e piantate dentro abbiamo delle storie, le storie della nostra vita. Ieri, in un post qualsiasi, me n'è venuta da raccontare una, dolorosa. Un ricordo lontano, deragliato. Poi qualcuno mi ha mandato delle cose, delle quali non intendo parlare più; il deragliamento aveva fatto sí che avessi sbagliato una data per un paio di giorni, e dimenticato alcuni particolari. E il mostro giallo, ora, si porta via ogni cosa. Ho usato parole dure. Le userei ancora. Ma è bene, sí, che si porti via ogni cosa.


Non so se ce ne saranno ancora, nel TB, di "tregge ferroviarie". E nemmeno se ci saranno altre storie non legate direttamente alle autovetture. Oppure chissà; non so nemmeno dove mi stia portando quel che sto scrivendo, e forse è meglio così. Sul posatraversine non saprei dire altro, a parte invitare a guardare queste fotografie che, come la Memoria, portano verso un nonsisaddove. Non ha tempo. Non ha termine, e va oltre il buio. 


E resta un gatto con gli occhi lucenti.

La Fortuna



Quelle poche volte che torno alle Cave di Maiano, è difficile che non mi torni a mente quel che successe là un giorno molto lontano. Era il 24 giugno 1973, per la precisione. Trentanove anni fa.

Successe che, essendo un giorno di festa, mio padre aveva portato a fare una giratina nei dintorni tutta la famiglia. Sulla 850 Special beige (targata FI 449929) che avevamo allora. Io, mia madre e mio fratello maggiore. Erano più delle otto la sera, c'era ancora il sole (sono, quelle, le giornate più lunghe dell'anno) e stavamo tornando a casa, a Coverciano, quando a mio fratello venne all'improvviso in mente di non essere mai stato alle cave di Maiano. Mio padre, che allora non ci stava a pensare su tanto, disse: "Vabbè, ti ci porto"; e si andò tutti là.

Si scese, e s'andò sul prato proprio davanti alle cave. C'era una persona. Mio padre cominciò a guardarla insistentemente, come se la conoscesse; poi si avvicinò e le disse: "Ma lei è il Rossi!"; e quello: "No". Mio padre: "No...il Grassi!". Era sí il Grassi; un suo vecchio collega d'ufficio che non vedeva da vent'anni. Cominciarono a parlare e si vedeva che mio padre era contento d'aver ritrovato per puro caso uno che conosceva; quello, però, non sembrava tanto preso dalla cosa. Io ero rimasto indietro; c'erano le vespe che ronzavano sul prato, e allora ne avevo una paura folle. Potevo però sentire la conversazione; il tipo là, il Grassi, sembrava essere stranamente interessato a dei lavori che si svolgevano nell'area. A un certo punto chiese: "Ma qui ci saranno dei lavori?"; e mio fratello gli rispose: "Sí, di sicuro, laggiù c'è una ruspa..."

E fu così. Poco dopo quello andò via, si salutò con mio padre e ce ne tornammo a casa.

Due giorni dopo, il 26 giugno, mio padre tornò a casa per pranzo, verso le due del pomeriggio (usciva alle una e mezzo dall'ufficio dove lavorava), terreo in volto. Aveva una copia della "Nazione" in mano. Mia madre si preoccupò subito, e lui mise sul tavolo il giornale. Nella cronaca di Firenze, ma anche in quella nazionale, c'era la notizia di un gravissimo fatto di sangue. Proprio a Firenze, un uomo aveva prima ucciso la moglie, poi aveva preso il figlio di 10 anni e lo aveva portato via con sé. In Secchieta aveva ammazzato anche il bambino (aveva la mia stessa età di allora) e due operai che lavoravano, che avevano avuto la sfortuna di trovarsi in mezzo alla strage familiare. Infine si era suicidato. C'era la foto del tizio e mia madre cacciò un urlo e si mise a piangere. Il nome: Grassi e qualcosa. Esattamente la persona che due sere prima avevamo incontrato per caso alle Cave di Maiano. Il vecchio collega di mio padre che era stato tanto contento di avere rivisto.

Evidentemente era alle cave di Maiano perché cercava un posto per fare quel che aveva in mente. Le domande sui lavori le faceva perché voleva sapere se ci potevano essere estranei presenti, come purtroppo successe con quei due poveri operai in Secchieta. In pratica, stava cercando il posto adatto per ammazzare suo figlio. La risposta di mio fratello sulla ruspa lo spostò in Secchieta. C'è da chiedersi cosa sarebbe successo se mio fratello fosse stato zitto. Forse due operai sarebbero sopravvissuti, e forse quello lì avrebbe sparato a tutti quanti noi. E' una questione che ogni tanto continuiamo a chiederci io, mia madre e mio fratello; per questo, tuttora, non vado molto volentieri alle Cave di Maiano. Ci sono stato, in quasi quarant'anni, sí e no cinque altre volte. L'ultima poche settimane fa, con la Piasintëina, la Dora e INSCO. La classica passeggiata della domenica pomeriggio che facciamo spesso tutti assieme. E siccome a me le tregge mi vengono incontro, ecco questo bel camper Fiat 242 targato Siena, con tanto di ferro di cavallo. Un portafortuna. La Dora sicuramente apprezzerà per un motivo tutto suo e ben chiaro, ma che non posso dire qui.

La Fortuna, appunto. Fortuna volle che, in quel giorno lontano, il Grassi non abbia tirato fuori l'arma e anticipato la strage. Non c'era assolutamente nessuno, e avrebbe potuto tranquillamentre ammazzarci tutti per poi fare tranquillamente anche quel che aveva nella sua testa di stronzo. Verso gli ometti di merda autori delle stragi familiari non ho alcuna forma di giustificazione e di "pietà", e nessuno mi venga a rompere i coglioni. Anche perché le loro vittime sono sempre le stesse: donne e bambini. E a volte qualche altro innocente che ha la sventura di incrociarli. Mi fa schifo l'indulgenza che i giornali e le televisioni hanno sempre nei confronti di questi assassini vigliacchi. E con questo ho detto tutto. Ci ho trovato la bella treggia, alle Cave; e, ancora una volta, ho raccontato questa storia a chi mi stava vicino. E il pensiero corre sempre a quel giorno lontanissimo, e a quella povera donna, a quel povero bambino, a quei poveri operai. E a tutte le migliaia di donne, di bambini e di altre persone che hanno perduto la vita a causa di merdosi per i quali io, ateo, spero che esista l'inferno.

lunedì 26 marzo 2012

Non si scorda mai





D'accordo le ripetizioni, ma questa qui, ve ne sarete già accorti, rischia di essere la treggia più ripetuta di tutto il TB. Non soltanto me l'avevano spedita i mitologici Caporniani il 12 aprile 2010 (con una foto, peraltro, del 10 luglio 2006!), ma, pochi giorni fa, anche Mark B. ci ha rinocato. Con una novità, però. Dovete sapere che, in generale, i Treggisti Militanti® sono molto, ma molto parchi nel dare indicazioni esatte sui luoghi dei ritrovamenti. Non è per una sorta di gelosia, ma perché tra Treggisti c'è un certo qual tacito accordo nel non rivelare mai troppo le ubicazioni delle tregge. Ciò toglierebbe il gusto di ritrovarsele da soli, e specifico fin da subito che sono perfettamente d'accordo. Però, stavolta, Mark B. ha fornito delle scarne ma esatte coordinate, e poiché la famosissima Fiat 1800 del 1960 deve "svernare" in quel dato posto oramai da decenni, non ho resistito a andarmela a fotografare anche per conto mio. Legittima debolezza, anche per vedere come sta resistendo al tempo e alle intemperie.

E resiste bene, direi; talmente bene da far domandarmi, legittimamente, come mai nessuno si sia ancora deciso a pigliarsela e a rimettersela in sesto. Una vettura del genere, semplicemente, non può essere lasciata a disfarsi (tanto più che non si disfa affatto). Certo, a distanza di sei anni dalla foto precedente si può notare qualche cambiamento in peggio; per farle sostenere l'inclinazione dovuta allo sgonfiamento delle ruote anteriori, ad esempio, è stato provveduto a metterle sotto un bancale di legno. Per il resto, però, è sempre lì a sfidare lo sfidabile; le indicazioni di Mark B. valevano la pena di una giratina, con tanto di camminata. E chi lo ha detto che il Treggista deve andare sempre in macchina?

Fin qui la storia dal punto di vista squisitamente automobilistico. Sarebbe già tanto. Senonché. Chi frequenta il TB con media assiduità conosce oramai la sua "filosofia": il mondo e la realtà si possono raccontare partendo da qualsiasi punto, e qui si parte da vecchie carrette più o meno scassate. Portano storie, e a volte succede che portino pure la tua senza nemmeno che tu lo sappia, in partenza. Fatto sta che, girando attorno alla Fiat 1800 e scattando fotografie su fotografie, continuavo a dirmi: "ma io, 'sto posto, come mai mi sembra d'esserci già stato?". Poi, all'improvviso, mi sono girato e ho visto, dall'altra parte della strada, un portone. E allora mi sono ricordato tutto. C'ero stato eccome, in quel posto; e, magari, quando c'ero stato quella macchina era già là, forse ancora marciante.

Anche perché era molto più giovane, allora. Aveva "soltanto" 18 anni, verso il '78; e io non ne avevo nemmeno quindici. Un disastro su due zampe. Il monumento alla sgràzia adolescenziale. Non che da questo punto di vista sia granché migliorato, ma allora ero davvero qualcosa di indescrivibile; e, naturalmente, giusto a quell'età mi presi la prima cotta devastante. Per una graziosissima compagna di classe la quale -ovviamente- aveva ben altro da fare che accorgersi dei miei primi spàsimi amorosi; o forse, chissà, se n'era accorta benissimo ma aveva saggiamente deciso di glissare. Col senno di poi, non saprei certo darle torto; attorno le ronzavano i più bei ragazzi della scuola, e, lo avrete capito, io non ero certamente fra costoro.

Una domenica pomeriggio, però, mi decisi al gran passo. Da casa mia, che allora era lontanissima, presi due autobus (i quali, beninteso, ora sarebbero tregge meravigliose) risoluto a andarle a suonare al campanello, proporle un giretto e confessarle eterno amore (e se non è eterno a quindici anni, quando lo deve essere...?). Nel lungo tragitto mi ero ripassato tutto il discorso, finalmente in procinto di dichiararmi; naturalmente, anche allora ero abbastanza conscio che la figliuola mi avrebbe dato un due di picche semiautomatico. Però dovevo andarci. Il fallait le faire. Insomma, ripassa che ti ripassa, eccomi davanti al suo portone in quella lontana domenica pomeriggio autunnale; esattamente il portone che mi stava davanti pochi giorni fa, davanti alla treggia più ripetuta del blog. Ma guarda te le coincidenze; uno va a fotografare una macchina, e si ritrova davanti al proprio passato. Ma passato sul serio.

In pratica, avrete già capito di come andò a finire: stetti tutta la domenica pomeriggio a girare attorno a quel portone, senza minimamente decidermi a suonare quel benedetto campanello. Magari la fanciulla non era nemmeno in casa; e se c'era e non mi apriva? E se c'era e mi apriva? E che cosa mi avrebbe detto, se c'era e mi apriva? E se non c'era e non mi apriva, che cosa avrei fatto? Tutte domande che sono rimaste senza risposta; il risultato massimo fu appoggiare un dito sul campanello, senza però suonare. Dopo tre ore di giri da farci il solco, me ne andai a riprendere l'autobus; il giorno dopo, a scuola, muto come un pesce. E finì lì. E l'altro giorno, trentacinqu'anni dopo o giù di lì, a chiedermi di che cosa ne sarà stato; o meglio, di me lo so. Ma di lei, proprio no; e, come è noto, in questo non sono minimamente soccorso dalla fede in Facebook.

In Facebook no; però, tornato a casa, un po' di curiosità m'è comunque presa e sono andato a cercare qualche notizia. Trovandola. E persino, immaginate un po', un video YouTube che la ritrae mentre fa una cosa discretamente bella. Ma guarda un po' te, la ******, passati sono gli anni, sposata con figli, le classiche cose. Sliding doors. Forse sarebbe stato altro, chissà; quel che c'era, sempre là, era una vecchia macchina che, forse, mi aveva pian piano chiamato da quelle parti per ricordarmi che non si scorda mai.

mercoledì 14 settembre 2011

His car!



Io ve l'avevo detto che, stamani, ho trovato un'officina delle meraviglie; ma di quelle da fà 'nvidia al paese di Alice, proprio. Ad esempio, accanto alla 600 Savio Jungla del post precedente, c'era questa cosa qua. Beh, vi direte sicuramente: E capirai. Una Cinquecento col muso un po' differente; e, in effetti, torto non avreste. Ci proviene direttamente, questo Mezzosacco diversamente musato, da un'epoca in cui una miriade di piccoli carrozzieri sparsi per tutta Italia si divertivano a pigliare i modelli di autovetture più comuni e a modificarli come più aggradava loro; tra di essi, il vercellese Carlo Francesco Lombardi, più noto come Francis Lombardi.

Si potrebbe dire: una vita italiana del '900. Genovese di nascita ma vercellese di adozione, fu uno degli assi dell'aviazione durante la Grande Guerra per sposare poi il dannunzianesimo, l'impresa fiumana e il fascismo. Compì dei raid memorabili, come il primo volo diretto Roma-Muqdisho tra il 12 e il 18 febbraio 1930; nel 1938 fondò l'AVIA (Azienda Vercellese Industria Aeronautica), per la produzione di aeroplani. Inizialmente compromesso pesantemente col fascismo (tanto da essere nominato nel 1939, direttamente da Achille Starace membro della Federazione Provinciale dei Fasci), al momento dell'instaurazione della Repubblica Sociale Italiana (o Repubblica di Salò) cambiò radicalmente direzione: nell'autunno del 1943 istituì il Comitato interpartitico vercellese per la lotta contro i tedeschi e i fascisti e arrivò persino a essere membro del CLN vercellese come rappresentante degli industriali. Da notare che tale Comitato aveva sede presso la stessa AVIA, e che si potrebbe ipotizzare che aveva capito dove stava tirando il vento; però tutto, naturalmente, è possibile. Persino che fosse diventato sinceramente antifascista. E sicuramente assai italiano, nonostante il soprannome britannico.

Nel dopoguerra, ed esattamente nel 1947, convertì la sua AVIA nella Carrozzeria Francis Lombardi, che dal 1950 si occupò esclusivamente nella conversione di modelli di autovetture già esistenti. Tra giardinette rifinite in legno (su base Fiat 1100) e la conversione in limousine di alcune vetture di fascia alta, allungando il passo di modelli come la Fiat 1400 e la Fiat 1800, trovò il tempo (nel 1966) di produrre la prima, vera Papamobile: una Fiat 2300 114B dotata di tetto in cristallo asportabile, commissionatagli direttamente dal Vaticano e adibita agli spostamenti di Paolo VI. Vedete che roba c'è dietro la vetrina di un'officina!


La Fiat 2300 144B "papamobilizzata" da Francis Lombardi nel 1966.

Contemporaneamente al "segmento di lusso", però, Francis Lombardi non disdegnava intervenire sulle utilitarie; fu così che, dal 1968 al 1971, produsse il suo maggiore successo commerciale: la Fiat 500 Francis Lombardi "My Car". Insomma, quella specie di 500 in vetrina che ho trovato stamani; tra l'altro, se qualcuno se la vuol comprare, è in vendita (è un esemplare del 1969). Dagli aeroplani alle 500 trasformate, il passo fu (forse!) breve. La "My Car" (che gli italiani pronunziavano sicuramente micàr, maicàrre eccetera) fondò il suo successo su due caratteristiche principali: la diversa conformazione del tetto, che permetteva una migliore abitabilità dell'angusta utilitaria (ne avete mai vista ora una accanto a un SUV...?), e i rapidissimi tempi di consegna nonostante il prezzo leggermente superiore a quello di una 500 base. Le 500 venivano consegnate dalla Fiat a Francis Lombardi prive di tutte le parti specifiche (come il tetto), che venivano assemblate a Vercelli: pratica diffusa anche presso la più famosa Abarth.

La Carrozzeria Francis Lombardi chiuse nel 1976; l'8 marzo 1983 Francis Lombardi morì a quasi novant'anni. "His Car" continua, come si vede, a circolare; e in quelle quattro ruote c'è tutta un'epoca che non c'è più. Ora siamo in quella dei "marchi"; allora, dietro al marchio c'era il lavoro di tutta una vita. Comunque la si voglia pensare sul suo percorso.



lunedì 29 agosto 2011

Una favola col rimorchio



Un post che, per la sua particolare natura, va in contemporanea sia sul Treggia's Blog che sull' Asocial Network.

Vi voglio, in questa notte di fine estate, raccontare una favola.

Una mattina d'agosto, me ne tornavo stanco morto a casa. Poiché sono fatto all'incontrario di parecchi di voialtri, il mese che sarebbe dedicato alle ferie è per me quello in cui più debbo lavorare in assoluto. Particolarmente di notte; quest'anno, ad esempio, mi è toccato il turno notturno per quindici volte. Dalle 23 (e a volte dalle 20) fino alle 8 del mattino dopo. E non è uno scherzetto: un turno notturno significa non soltanto non chiudere occhio (o chiuderlo molto poco), ma anche penare parecchio. A portare giù a mano, col telo o con la sedia da trasporto, una vecchia di 80 chili da un quarto piano si dura una fatica da schiantare, specie quando fa caldo. Poi bisogna mettere la vecchia sulla barella, tirarla su (sempre a mano) e metterla in ambulanza; una squadra completa sarebbe formata da quattro persone, ma siccome son tutti in ferie le notti si fanno perlopiù in due.

Quella mattina d'agosto in cui tornavo a casa, ero uscito per sei volte. Pur pregustando la dormita mattutina, quella da cui ci si sveglia per la fame verso il tocco e mezzo, procedevo assai lentamente: coi riflessi un po' annebbiati dalla veglia e dalla fatica, bisogna stare attenti. A un certo punto, quasi arrivato a casa, andavo talmente piano che mi stava sorpassando persino una bicicletta. Cosí, almeno, sembrava; poi, però, mi sono accorto che la bici aveva una curiosa appendice, e un ometto sopra che stava pedalando di buona lena.

Non sapevo come definirlo: un carretto, un portabagagli. Era una bicicletta col rimorchio, con tanto di frecce collegate alla dinamo. Sul cassetto rimorchiato, ogni sorta di adesivi e una piccola "targa", sempre adesiva, che mi ha fatto riscuotere dal torpore e anche leggermente sobbalzare:

LILLE 59

Ora, dovete sapere che dalle parti di Lille (dipartimento del Nord, 59) ci ho vissuto per un po', qualche anno fa; in quell'antica plaga mineraria ci ero andato a ripulirmi dalle scorie, e ne ero tornato (come spesso mi accade) con ancora più nerume di prima. Mi ero beccato una specie di silicosi esistenziale, in quel frangente in cui saltapicchiavo da un paese all'altro. Quel che ne ho riportato, dopo parecchi anni, sono due cose. La prima è la decisione granitica di non muovermi mai più da Firenze e dalla Toscana; e la seconda è una buffa e struggente nostalgia per luoghi dove non avrei mai pensato non dico di vivere, ma nemmeno di passare per sbaglio. Luoghi non belli, difficili, duri; i loro volti, le loro storie. Me li terrò dentro con la certezza di non tornarvi mai più; ma quando vedo qualcosa che me li ricorda, mi fermo.

Io sono un asociale un po' curioso. Non ho nessuna timidezza nel piantarmi in mezzo di strada, fare gran cenni con le braccia e fermare un tranquillo ometto che pedala una mattina d'agosto per via dell'Argingrosso. Volevo prendere qualche fotografia del suo trabiccolo per il Treggia's Blog, certamente; ma, dopo, non ho resistito a scambiarci due chiacchiere. La cosa più bella è stata la naturalezza di quell'anziano signore; come se essere fermato a un quarto alle nove del mattino in una strada deserta di periferia da uno che gli si rivolge non solo nella sua lingua, ma che azzarda persino qualche parola in chtimi (il patois del Nord-Pas de Calais), fosse la cosa più normale del mondo. Ora che le lingue hanno cessato di essere il mio lavoro, me le tengo come caramelle per l'anima; ed il bello è che mi sono accorto di parlarle molto meglio di prima.

Il signor Roland R., così si chiama, era proprio di Lille; anzi, di un paese vicino, il cui nome non mi era ignoto. E cosí gli ho spiegato in due minuti perché lo avevo fermato, gli ho fatto vedere qualche foto di vecchie autovetture, e gli ho detto che conoscevo bene la sua città con il classico t'es pon d'min cuin hein? Questa frase in chtimi corrisponderebbe al francese standard tu n'es pas de mon coin, "non sei delle mie parti"; viene usata spesso per far sentire la particolare pronuncia di quel dialetto. Ci siamo messi a ridere tutti e due, in mezzo a via dell'Argingrosso (angolo via dell'Isolotto).

Roland ha sessantacinque anni. Deve avere lavorato per tutta la vita, anche se non me lo ha detto. I primi di giugno ha preso la bicicletta, le ha attaccato il trabiccolo con la targa adesiva di Lille e è partito. Destinazione ignota. Mi ha detto: Non ho più un accidente da fare, sono solo e avevo voglia di pedalare fino a chissà dove, era un mio sogno fin da quando ero giovane. Pedala pedala col suo carretto attaccato, passa in Svizzera. Si fa tutta la Svizzera in bici, e comincio a immaginarmi la cosa: io avrei difficoltà, attualmente all'età di anni 48, a farmi in bicicletta persino il cavalcavia dell'Affrico. Questo qui, a sessantacinque anni, ha attraversato la Svizzera.

Poi è passato in Italia, tranquillo tranquillo. Nel carretto, viveri, boccette e palandrane; nelle due borse sistemate sull'attaccatura, la roba da mettersi addosso. Come diceva Guccini in Van Loon: il bagaglio del semplice e del saggio, cioè poco o niente. Pedala pedala, è arrivato a Firenze; se l'è vista perbenino (a piedi), poi è ripartito. Ma dove va, signor Roland?, gli ho chiesto; a Roma, mi ha risposto. Però prima passo per Pisa, mi hanno indicato che si va di qui. Gentilmente gli ho spiegato come prendere la via Pisana da via Baccio da Montelupo, sennò questo qui mi s'infilava col trabiccolo sulla FI-PI-LI. E da Roma, poi? Vado giù finché reggo. Voglio andare in Sicilia. E per tornare? Se reggo torno come sono venuto, se non reggo infilo tutto in un treno. Ci sono i treni laggiù, vero? E ci siamo salutati. L'ho visto ripartire tranquillo, pedalando regolarmente; me ne sono rimasto lí per un momento e forse anche per due.

Nel Nord della Francia, piove sempre. Un detto locale recita: Y a un orage entre deux draches, oppure il pleut entre deux averses (varianti infinite). In pratica: c'è un temporale in mezzo a due piovaschi, oppure: piove in mezzo a due rovesci. Il signor Roland era un po' contrariato di essersi beccato, nel Paese del Sole, una mezza mesata di luglio da fare schifo; ma pazienza. Era lì a pedalarsi un sogno, e in quel suo sogno mi è capitato di imbattermi a cinquanta metri da casa, una mattina d'agosto. In una sua canzone che parla di un ombrello, Georges Brassens vede partire una ragazza allegramente verso il suo oblio; io ho visto partire il signor Roland, sessantacinquenne di Lille, allegramente verso la mia memoria. Non ne uscirà. La sua fa parte dei milioni di favole che non verranno mai raccontate, e che accadono ogni giorno in questo mondo; se però il destino me ne manda una per caso, e pure con la targa e col rimorchio, bisogna che ci passi una notte sopra. Notte più, notte meno.


martedì 15 marzo 2011

Paperino e la 850


E continuiamo, ma sì, a parlare di Otto e Cinquanta!

Viene presentata nel maggio del 1964; non so se ancora s'era nel famoso boom, io non avevo compiuto nemmeno un anno (e immaginatevi pure il vostro Treggista Preferito® nel box...), e mio padre se la comprò subito. Disgraziatissima: le voces familiae dicono che la bisarca che la trasportava alla concessionaria ebbe un incidente, e fatto sta che quella vettura (targata FI 26 e qualcosa: avercela ora sottomano...) di magagne ne ebbe parecchie. Era esattamente del colore di questa qua sotto, trovata in quel di Genova dal nostro impareggiabile Fabrizio:



A dire il vero, questa è del 1968 ed è una Special; ma poco importa. Torniamo al 1964, perché il lancio della 850 fu accompagnato da una storia un po' particolare. Storia in tutti i sensi: vuoi far comprare la macchina al babbo? E allora agisci sul bambino. Fu così che la Fiat, oltre alle normali pubblicità a stampa e radiotelevisive, decise di commissionare alla Disney Productions (in Italia allora esclusiva della Mondadori) un'intera storia a fumetti: "Paperino e la 850".


Fu una cosa dal piglio faraonico: venne pubblicata in ben 10 episodi sul Topolino, dal numero 455 al 464. Poiché il 1964 era anche un anno olimpico, le Olimpiadi di Tokyo furono prese come base. Zio Paperone ordina a Paperino e Qui, Quo e Qua di portare a Tokyo un super-super-gas che dovrà alimentare la fiaccola olimpica; per il lunghissimo e avventuroso viaggio viene consegnata ai paperi, indovinate cosa? Una Fiat 850 rossa. Disegnata da Giovan Battista Carpi (considerato il miglior disegnatore della Disney dopo il grande Carl Barks), la storia si snoda attaverso America, Lapponia, Europa ed Africa, tra le insidie perpetrate dalla perfida Daniela Santanchè Maga Magò e dalla Banda Tremonti Bassotti; per fortuna ci pensano il Mago Merlino e, soprattutto, la Fiat 850 a trarre d'impaccio Paperino e i nipotini!

martedì 25 gennaio 2011

128, Genova e ricordi



Questa è per me una giornata decisamente...speciale, e non credo ci sia modo migliore per inaugurarla di una Fiat 128 Special del 1974.

Mi è...venuto in soccorso l'amico Fabrizio di Genova, spedendomi, tra decine di altre autovetture da lui fotografate a Genova e che, ve lo garantisco, vedrete tutte, questa autovettura che ha per me una caratteristica saliente e indimenticabile: è assolutamente identica, anche nel colore, alla 128 special di mio padre, anch'essa del 1974 e targata FI 750688. L'unica differenza è, appunto, la targa; e sospetto che non sia stato un caso che poi, nella mia vita, con Genova io abbia avuto discretamente tanto a che fare, e che tuttora mi senta legatissimo a quella città.

Quella macchina, poi, ha una storia abbastanza speciale come il suo nome; ve la voglio raccontare per sommi capi. Prima di tutto è la prima macchina di cui mi ricordo l'odore da nuova. Quando mio padre comprò, nel 1968, l'850 Special targata FI 449929 ero troppo piccolo (5 anni) per fissare certe sensazioni olfattive, che formano a mio parere una parte importante e dimenticata della vita di ognuno. Anche perché non possono mai essere registrate, al pari di quelle tattili e a differenza di quelle visive e uditive. Ogni cosa ha però un suo odore; e quello, da nuova, della 128 Special ce l'ho letteralmente ancora nelle narici (il che non è poi vero: ce l'ho, fissato, in qualche parte del cervello dal quale non si è cancellato). Pochissimi mesi dopo, un vicino di casa acquistò una 128 Special totalmente uguale; e poiché ci mettevo spesso piede (suo figlio era mio coetaneo e veniva assieme a me a fare ginnastica correttiva alla vecchia palestra "Pastorini" di via Faenza, e suo padre ci accompagnava), posso assicurare che l'odore di quella vettura, pure nuova, era diverso. Probabilmente la vettura assorbiva gli odori di casa, delle persone, delle cose.

Passarono gli anni, e arrivai al fatidico diciottesimo compleanno, nel 1981. Prendere la patente non fu una cosa semplice. Guidare sapevo già, più o meno; ma il problema era la teoria. Proprio i quizzini non mi volevano entrare in testa. Bocciai due volte all'esame di teoria prima di riuscire a cavarmela per il rotto della cuffia e grazie all'aiutino spontaneo di un ragazzo che era con me a scuola guida, bravissimo, e a cui avevo promesso una gentile scarica di legnate se non si fosse messo accanto a me durante l'esame; poi, finalmente, ci fu l'esame di pratica. Ma ancora oggi ricordo con terrore i complicatissimi incroci del manualetto, l'avvisatore acustico e le situazioni inverosimili proposte in quel libriccino (ma in trent'anni di guida me ne sono capitate di ben più inverosimili). Finalmente presa l'agognata patente, la 128 Special sarebbe dovuta essere la mia prima macchina; mio padre me lo aveva promesso ma la cosa andò diversamente.

Per prima cosa, gli capitò sotto mano un'occasione: una Fiat 127 amaranto usata, venduta a pochi soldi e in condizioni perfettamente pietose per fungere da prima macchina di un neopatentato. Quella, targata FI 901008, è stata la mia prima macchina. Esordì in questo modo singolare: la avevo da pochi giorni, ed era parcheggiata davanti a casa. Proprio accanto c'era una delle ennesime buche fiorentine, per dei lavori dell'acquedotto o del gas; insomma, per farla breve, uscii di casa bel bello e mi ritrovai la macchina a buco pillònzi dentro la buca. Una mammina in 126, mentre passava col pargoletto, si era chinata per raccogliere non si sa cosa buttato in terra dal bambino, aveva perso il controllo della macchina e aveva preso in pieno la mia, parcheggiata, spedendola dentro la buca. Quando si dice del famoso esordio col botto! Mettiamola così: per fortuna nessuno si fece male.

Mio padre continuava a andare con la sua 128 Special e, nel 1986, arrivò finalmente il momento in cui mio padre si decise a comprarsi la macchina nuova (una Fiat Uno targata FI F42828); arrivava dunque il momento in cui mi sarei impossessato della 128. Era una cosa particolare: guidare finalmente quella macchina di cui mi ricordavo l'odore da nuova. Non lo aveva ovviamente più, e con me (che già fumavo come una ciminiera) lo avrebbe cambiato definitivamente. Però successe un'altra cosa, proprio mentre mio padre aspettava la consegna della Uno. Si dovette recare all'Elba con mia madre. Cosa normalissima, ma che andò a finire in un modo che poteva risultare tragico.

Di solito è il figlio che sfascia la macchina del padre; io sono stato un figlio la cui macchina, seppure "promessa" (o "in pectore") è stata sfasciata dal padre. Sulla via del ritorno dall'Elba, a Colle Val d'Elsa, mio padre prese decisamente male una curva e si arrovesciò in una scarpata con una notevole buona stella e con la prontezza di riflessi di spengere il motore mentre la povera 128 Special si garibardava. Non si fecero un graffio, a parte lo spavento; segno anche che, con tutto quel che se ne può dire, la 128 non era fatta poi così malaccio. Arrivarono l'ambulanza, i carabinieri e, dulcis in fundo, il carrattrezzi dell'officina di tali Fratelli Irrequieto a portarsi via il relitto; e immaginatevi voi, dopo un capitombolo del genere, vedersi pure arrivare i fratelli Irrequieto. E così, ohimé, niente 128 Special. Non ebbi modo di vederla un'ultima volta: la portarono direttamente allo sfasciacarrozze.

lunedì 13 settembre 2010

U Triggista sapi aspittari





Era, credo, non più di due o tre giorni prima del 1° giugno 2009, vale a dire due o tre giorni prima dell'inizio del Treggia's Blog. Già una certa Alfa 1750 mi aveva fatto venire certe voglie; una bella mattina di fine maggio, andando a fare la spesa a un hard discount vicino a casa mia, mi vidi davanti questa cosa qui.

Per me, erano anche ricordi. Una Citroën Ami 8 era stata una delle mie prime macchine, e senz'altro quella che fece la fine più curiosa: dopo 4 mesi che la avevo (ovviamente usatissima: era targata FI 560039) me ne andavo tranquillamente per i fatti miei quando, nello scalare dalla terza alla seconda, evidentemente dovetti tirare un po' troppo il cambio a leva. Infatti mi rimase in mano mentre la macchina continuava a andare in una marcia indefinita, forse per purissima energia mistica. Non sapendo che diavolo fare, cominciai a impappinarmi alla guida mentre uno dietro mi strombazzava; non trovai di meglio che aprire il finestrino agitando la leva del cambio sbarbata e convincendolo di colpo a rallentare. Feci in tempo, ohimé, ad arrivare al più vicino sfasciacarrozze, che era proprio dove abitavo allora coi miei. Fine dell'Ami 8, che come tutti in Italia pronunciavo àmi pur sapendo che si doveva dire amì, vale a dire "amico".

"Cacchio, avessi la macchina fotografica...!", pensai quella mattina di maggio del 2009; ma non la avevo dietro, porca puttana. "Una treggia come questa non la si..."; lampadina. Qualche giorno dopo cominciavo a fotografare di tutto a giro per Firenze e per il mondo. Ed è da allora che ricercavo in giro questa vettura targata Padova, che compensa l'innata orripilanza della sua linea con un colore verde scuro che è forse tra i più belli che abbia mai visto. Mi ricordavo persino le prime cifre della targa, PD 28... (vale a dire, è un mezzo del 1971). Nulla da fare. La "Treggia della Lampadina" era svanita nel nulla. Mi ero quasi convinto che fosse tornata a Padova. Ma il Treggista sa aspettare, e nel titolo di questo post l'ho scritto in una specie di siciliano, perché mi suona meglio.

Stamani, 13 settembre 2010. Finite le ferie, si ricomincia a lavorare. Di solito faccio un'altra strada, ma il Dio dei Bivi stamani è intervenuto pesantemente. Non ero di umore propriamente giulivo, e così ho pensato di tirar su per il Piazzale. È un'autentica allungatoia per andare a lavorare, ma qualche volta, se proprio non sono all'acqua alla gola con gli orari, me la faccio per vedermi il panorama di Firenze e per dirmi che un altro dio, quello delle Nascite, poteva farmi venire al mondo a Vergate sul Membro o a Cazzago in Riva all'Olona, e sarebbe stato peggio. Poco dopo il bivio, c'è un altro hard discount della stessa catena di quello dove avevo visto l'Ami 8 targata Padova. E con la coda dell'occhio, proprio là davanti, cosa ti vedo...?

Curiosamente, un altro Treggista Bloggato proprio ieri ha postato una bellissima Ami 6 floreale. Ci dev'essere un filo invisibile che lega tutti noi Treggisti, non c'è nulla da fare. O forse sarà stata l'energia mistica di quella mia vecchia Ami 8 finita male e senza leva del cambio...? Avevo, mi ero scordato di dirlo, 19 anni.

sabato 19 giugno 2010

Leonardo, il Bersagliere, Piccoli e Grandi Transporter


Questo sarà un post molto particolare. Forse addirittura unico.

C'è, a Firenze, un bar pasticceria che serve, debbo dirlo, delle ottime paste e degli ottimi pezzi salati. Poiché sono nato proprio in quel quartiere, lo conosco da anni e anni: si chiama Il Bersagliere. Così gli faccio anche un po' di réclame, ché se la merita.

Dopo questa breve introduzione, comincio a non saper più da dove rifarmi. Il proprietario del bar lo è anche di una vecchia conoscenza del TB; ma, quando l'ho fotografata, ancora non lo sapevo o non avevo ricollegato bene. Quel che mi ricordavo, invece, è che sugli scaffali del bar è sistemata una cosa assolutamente straordinaria: la più vasta collezione fiorentina di modellini di furgoni VW Transporter e Microbus. Non ci credete? Cominciate un po' a guardare:



Si iniziano quindi a ricomporre le cose. Il proprietario del bar pasticceria Il Bersagliere ha nel bar una quantità impressionante di modellini e anche un Transporter, vero, del 1970. A dire il vero, ne ha altri due: uno più recente, targato FI 98... e qualcosa, che noto da anni fuori dal locale ma che ancora non ho fotografato; ed un altro, più vecchio, che secondo la sua stessa ammissione non smuove quasi mai perché troppo prezioso. Che sia qualcosa di simile a questo qui sotto, la cui fotografia si trova in mezzo ai modellini sugli scaffali...?


(Fotografie, e ahimé soltanto tali, di un Microbus del 1952 targato FI 66618, dai colori fantasmagorici e di proprietà di un convento di monache!)

Andiamo oltre. Il proprietario del Bersagliere è anche animatore del Vespa Club Firenze. Come tale, e come Transporterista, è amico dei nostri amatissimi Caporniani: Giulio e Simone. Della serie: a Firenze, prima o poi, e in qualche modo, ci si incontra sempre. Per caso ho conosciuto Giulio, e per caso avevo fotografato il Transporter targato Siena del Bersagliere una sera, lontano dal bar e anzi piuttosto vicino a casa mia. Casi e coincidenze, no? E, intanto, sarà bene continuare a far vedere che cosa c'è sugli scaffali della pasticceria:




Proseguiamo. Chiacchierando, e venendo anche a sapere che il Bersagliere è da mesi lettore e "fan" del Treggia's Blog, il discorso va su un tizio che è avventore del locale, e che nella medesima strada, anch'egli leggendo il TB, si è comprato un'altra nostra vecchia conoscenza. Ora dovete sapere che questa persona è figlia di un vecchio collega di mio padre e che è un amico di vecchia data di mio fratello. Cose che capitano, no? Sarà quindi ora di riassumere un po' la cosa, ma non prima di aver messo un altro po' di roba che si trova sugli scaffali:



Il riassunto, allora. Siamo in un bar pasticceria dove vado, seppur saltuariamente, da anni. Gli stessi anni, comunque, da quando vi avevo notato (e come non farlo?) l'incredibile collezione di furgoni VW in modellino. Arriva il TB, ci si fotografa casualmente a giro per la città e poi il destino fa ricomporre tutto quanto mettendoci in contatto. Un altro cliente del bar, sempre dalle pagine del TB, acquista una bella treggia. In mezzo a tutto questo, senza che nessuno ne sappia niente, nello stesso bar mi accade un altro curioso episodio, che racconto qui in un altro dei miei blog.

Strani i casi della vita, eh? Eppure, non so proprio come dirlo, il tempo dello stupore è passato. Con l'età, che di mezzo ci siano delle autovetture vere o in modellino, oppure qualsiasi altra cosa, lo stupore ha lasciato posto alla constatazione della logica profonda sottesa agli intrecci delle esistenze e delle loro passioni. Di tutto questo, insomma, non sono più meravigliato: prima o poi le tessere di qualsiasi mosaico vengono rimesse a posto. Vale per ogni cosa, per ogni situazione. A questo blogghino l'onore e l'onere di essere stato protagonista di una di queste ricomposizioni, che comunque non sono mai semplici e che abbisognano di anni, anni, anni.


Sarebbe, dunque, finita qui. Però c'è dell'altro. C'è Leonardo. Quel Leonardo che sta al primo posto nel titolo di questo post. Bisogna parlarne, e nel parlarne la storia si fa molto, molto diversa; del tutto differente da qualsiasi altra raccontata in questo blog. Leonardo è questo ragazzo in sella ad una moto, in una fotografia che, nel bar pasticceria Il Bersagliere, sta proprio in mezzo ai modellini dei furgoni Volkswagen:


Leonardo aveva ventinove anni. Era un ragazzo, mi dicono, che lavorava in un'officina lì vicino. Un amico caro del proprietario del Bersagliere. Non conoscendolo di persona, adopero qui l'elementare forma di rispetto che consiste nel non lanciarsi in iperboli che quasi sempre vanno a sfociare nella banalità. Ho troppa consuetudine con quella maledetta Signora, per l'attività che svolgo da più di trent'anni.

Leonardo è morto una mattina, a pochi metri da casa sua, proprio alla guida di un furgone Volkswagen. È l'unica tessera che, disgraziatamente, manca da tutto questo mosaico. Sarebbe stato qui, assieme a tutti noi. Assieme anche a me, che non l'avevo mai conosciuto né visto, e che ne parlo ora per tramite di una fotografia rifotografata. Non importa: è qui con me lo stesso, è qui con noi tutti.

Se chi lo conosceva bene leggerà queste righe, vorrei soltanto dirgli che la forma di rispetto di cui parlavo prima è fatta principalmente di silenzio; e di parole ne ho già scritte fin troppe. Il resto lo lascio al vento, alla pioggia, al sole che batte.


Ad un anno dalla morte di Leonardo, mi racconta il proprietario del Bersagliere, gli amici del Vespa Club vollero ricordarlo con un'iniziativa in favore della Croce Azzurra delle Sieci. Questa è la targa commemorativa. Vi si vedono un furgone Volkswagen e una Vespa.

giovedì 1 aprile 2010

Omaggio alla Polverosa






C'era il primo giorno del Treggia's Blog. Tranquilla, discreta, parcheggiata alla bell'e meglio dopo l'avvistamento. E c'era in non so nemmeno quante altre foto di questo blog, come in questa. C'era dove c'ero io, e dove c'era il TB, perché era la mia macchina. La "Polverosa", come la avevo chiamata, perché tutte le mie macchine hanno un nome. Voleva fare, da un lato, scherzosamente il verso alla "Poderosa", la famosa motocicletta sulla quale Ernesto Che Guevara e Alberto Granado cominciarono a fare il giro dell'America Latina e, dall'altro, rispecchiare le sue effettive condizioni. Condizioni che, del resto, sono di tutte le macchine che ho avuto e che avrò.

E non c'era soltanto il primo giorno del Treggia's Blog, ma anche il primo giorno di un'altra cosa, di un'altra meravigliosa cosa. Da oggi è un'altra storia. Poiché mi servo di un'altra treggia a condizioni particolarmente favorevoli, la avevo messa lì ferma, in un angolo del parcheggio condominiale. Una gomma posteriore si era melanconicamente sgonfiata. L'assicurazione era scaduta da mesi. Mi dicevo che avrei dovuto rimetterla in strada, ma le "condizioni favorevoli" del mezzo su cui giro attualmente (che peraltro è ben più vecchio e male in arnese della "Polverosa", quasi una vera e propria treggia DOC) mi trattenevano; e alla fine mi sono deciso a darla via.

A regararla a una persona che conosco, e che di mestiere fa lo spazzacamino. Quando è venuto a vederla, qualche sera fa, la Polverosa era ferma da quasi sei mesi: è ripartita non dico al primo colpo, ma quasi. Poi sono state fatte tutte le pratiche di legge, ed ecco la Polverosa nella sua nuova veste, e nella sua nuova vita: la macchina dello spazzacamino, con quell'impareggiabile cartello dal quale qualcuno ha cancellato una certa "i" col risultato che si vede nella foto. Se proprio dovevo darla via invece di farla languire ferma, sono lieto di averla passata ad una persona che fa un mestiere del genere. Il quale, prendedola, l'ha sì lavata a puntino, ma che mi ha anche assicurato che ben presto sarà necessariamente anche più polverosa di prima. Lunga vita alla Polverosa, lunga vita allo spazzacamino!

E così, stasera, dopo tante e tante foto in cui la Polverosa se ne stava sul lato della strada, fedele e indispensabile compagna dei Treggia's Tour, ci sta proprio bene un post dedicato interamente a lei in versione "spazzacamina". Lo spazzacamino è spesso un personaggio delle fiabe e, a pensarci bene, son proprio contento d'avergliela data. La vedrò spesso, tra le altre cose: io e l'acquirente frequentiamo lo stesso posto. Un modo per non perdere contatto, insomma; e anche un modo per continuare a sentirla ancora un po' mia.