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giovedì 1 novembre 2012

Il mio amico orso


Novembre lo comincio con un bel camperozzo su base Fiat 238, del 1980. Nelle mie intenzioni, dopo tante "pause", novembre vorrebbe essere il mese in cui s'attacca il record di post (che è di 51 mensili, ripetuto due volte); pongo quindi questo mese del TB sotto l'egida del mio amico orso.


Il "mio amico orso" è un tipico adesivo da camper che fa bella mostra di sé su questo automezzo; come tutti sanno, i proprietari di camper sono assai propensi a sottolineare il loro grand'amore per la natura. Resta naturalmente da vedere se dell'orso sarebbero tanto amici, se se ne presentasse uno incazzato nella radura dove si sono accampati, pronto a distruggergli il mobilhome a zampate; ad ogni modo, è lodevole tutta questa sensibilità ambientale da parte dei camperisti.


sabato 31 marzo 2012

Il triangolo no!


Dovrebbe essere questo, almeno per quel che mi riguarda, il primo camper che sembra un furgone dell'ANAS o, comunque, qualcosa che ha a che fare con la manutenzione delle strade. Agghindato elegantemente da asfaltatura in corso, questo stupefacente protocamper veronese di colore incognito, montato su un Fiat 238 del 1981, ci ricorda da vicino una vecchia e famosa canzone di Renato Zero: evidentemente rifiutato all'interno, già occupato da ogni sorta di cose, il povero triangolo è stato sistemato all'esterno, sul retro. Si immagina quasi la scena: "Cara, il triangolo lo metto qui fra le scatole di ceci, le bombolette del Ferox e il ritratto della zia Astianatta..." "No! Lo metti fuori! Il triangolo no, io non lo avevo considerato!" E, viste le apparenti condizioni dell'automezzo, mi sa tanto che quell'utile accessorio non deve essere adoperato di rado. Comunque sia, dopo avere incrociato il camper triangolato per la strada, in un grigio pomeriggio d'inverno, mi è capitato di ritrovarlo comodamente parcheggiato da un'altra parte (in una delle solite treggiaie secolari), e ve lo propongo quindi in tutta la sua smagliante trigonometria:




mercoledì 14 marzo 2012

476




Avendone guidati più d'uno, posso dire che il glorioso Fiat 238 si faceva notare soprattutto per una caratteristica saliente: per girare lo sterzo, bisognava essere qualcosa a metà fra Maciste e l'Incredibile Hulk. Più che uno sterzo era uno squarto, poiché -appunto- squartava letteralmente l'incauto conducente che si metteva alla guida senza conoscere questo particolare. Ciò non ha impedito al dugentotrentotto di essere il furgone (e minibus) italiano più popolare; logico il suo uso fin dall'inizio come camper. E si può stare certi che, su dieci 238 ancora in circolazione, nove siano mobilhomes. Queste foto, colpevolmente dimenticate nelle cartelle del pc (e ce ne sono ancora alcune!) risalgono alla scorsa estate, quando riuscii a beccarne addirittura una coppia appaiata; ed è un caso parecchio raro. Il "perugino" è del 1982, mentre il "pisano" è del 1983. Ancora in pienissima efficienza, come si vede, e probabilmente in procinto di partire per l'ennesima vacanza con famigliuole a bordo. In pratica, un 476: basta fare la somma di questo insolito connubio di dugentotrentotti.

domenica 30 ottobre 2011

Treggienkaos in Skanditschi


Se il Treggista Militante® potesse penetrare liberamente nei fondi privati, vi scoprirebbe quasi sempre dei tesori nascosti e impensabili; in attesa dell'auspicabile abolizione della proprietà privata e dell'instaurazione di una società de' giusti e degli eguali (vo bene come vetero?), bisognerà però contentarsi di quelle rarissime volte in cui il fondo è di persone conosciute che ti ci fanno entrare senza problemi, e che richiamano anche un paio di cagnolini da ottanta chili l'uno che ti trasformerebbero volentieri in Ciappi. Appena entrati, ecco un'inestricabile treggiaia di quelle da far gridare orgasmicamente al miracolo!


Una sorta di caos primigenio della treggia; nel mezzo, nientepopodimeno che un mezzo del Corpo Volontario dei Pompieri di Stadelhofen (Germania), un Mercedes 408 coi lampeggiatori fasciati e ancora dotato delle livree originali con tanto di dicitura in Fraktur (il carattere tipico tedesco detto impropriamente gotico):


Wikipedia in tedesco ci dice che Stadelhofen è un piccolo comune bavarese di 1240 abitanti nel Landkreis ("circondario") di Bamberga; nell'articolo si cita espressamente anche la Freiwillige Feuerwehr (i pompieri volontari sono la forma di associazionismo di soccorso più diffusa nei paesi di lingua tedesca, Sud Tirolo compreso). Detto questo, resta senz'altro da stabilire come un vecchio mezzo dei pompieri volontari di un paesino vicino a Bamberga sia andato a rifinire in un cortile all'inizio di Scandicci; ma sarebbe fatica sprecata. Le vie delle tregge ben più infinite di quelle del Signore, disponendo (a differenza di quest'ultimo) della rete stradale di tutto il pianeta; e poi sembra che il Padreterno non abbia mai nemmen preso la patente.



Come se non bastasse, il mezzo dei pompieri di Stadelhofen è letteralmente appiccicato ad un protocamper su Fiat 238!

lunedì 7 febbraio 2011

Infinita occhiuta devastazione (3)


Ed eccola, finalmente, la strada devastata. A prima vista non sembrerebbe, da questa foto; anzi, quasi tutt'altro. Il muro della ferrovia, certo; ma, a fargli da contraltare, il classico muro toscano con dietro gli ulivi, i terratetto a schiera e il vecchio camper su Fiat 238 (stavolta targato e, sembrerebbe, pienamente in funzione; è del 1979). Ma già nella foto che segue si comincia a intravedere che la presenza della ferrovia non è così quieta e rassicurante:


Sull'intero tratto ferroviario fiorentino, come si sa, sono iniziati i lavori per il famoso TAV, o "Treno a Alta Velocità" (e chissà perché, generalmente lo si chiama la TAV, al femminile); e TAV significa, semplicemente, distruzione. Dalla Val di Susa alla valle del Santerno e al Mugello (dove sono state seccate persino le falde acquifere), fino a arrivare alla città stessa di Firenze che, nei prossimi anni, sarà interessata da lavori mostruosi. Nel frattempo, la rete ferroviaria ordinaria è in condizioni orripilanti, e quanto più le condizioni sono orripilanti, tanto più aumentano i prezzi dei biglietti, i ritardi, i disservizi, e anche le vere e proprie persecuzioni riservate a chi denuncia tale stato di cose. Anche questa vecchia stradina di ville, di muri, di fette di casa (così chiamano altrove i terratetto) e di ulivi ne sta facendo le spese. Lo si vede meglio puntando l'obiettivo dall'altra parte:


La strada si riduce a un budello. In fondo, una vecchia e bellissima villa con l'ingresso sormontato da due leoni in pietra, è stata letteralmente mangiata dalle infrastrutture ferroviarie che hanno piazzato i piloni nel giardino antistante. La strada, poi, letteralmente scompare; ricompare a pezzi slegati, tra i treni che sferragliano e un insopportabile presagio di condanna.

E termina qui questo strano giro mattutino; dietro, i terreni incolti e chissà qual altro cimitero, chissà quale altro prezzo al disordine urbano che sta fagocitando ogni cosa, spesso in nome dell'inutilità speculativa più evidente. Ci sarebbe quasi da augurarsi che si risvegliassero, prima o poi, quei leoni in pietra della villa inglobata; per quel che mi riguarda, ci tornerò non appena possibile. In questo ed in altri luoghi del genere. Forse non soltanto alla ricerca di vecchie autovetture, perché è bene far vedere che cosa sono davvero le periferie. Nella periferia si coglie il senso di questo tempo, e dell'opposizione necessaria.

Intanto procede l'infinita devastazione; e i suoi occhi, dal buio, ci guardano.

(3 - fine)


giovedì 3 febbraio 2011

Infinita occhiuta devastazione (2)


Ho parlato di strada rotta; ma non soltanto per le condizioni del manto stradale, che in fondo non sono neppure più orribili di quelle che normalmente si hanno in questa città. È una strada rotta perché, letteralmente, non si sa da dove prenderla bene; quasi fosse, davvero, un mondo a sé. Costeggia la ferrovia; e sulla ferrovia ci sono lavori eterni che se la stanno letteralmente mangiando a bocconi, coi suoi quieti terratetto che non oppongono resistenza e con le sue antiche ville coi cancelli e i giardini, una delle quali appare oramai inglobata in una mostruosa infrastruttura. Per accedere ai vari tratti di quella strada bisogna sapere come fare, dato che sono lontani gli uni dagli altri, e oramai indipendenti; ai lati, recinti, terreni senza un perché, campionari di distruzione e sporcizia, baracche, cartelli che promettono cani feroci. So bene che questo è terreno fertile per le tregge; plaghe dove si va a far morire comodamente le macchine. Non ci è voluto molto; in un'ennesima deviazione per l'accesso a quella strada, un cimitero. Chiuso a doppia mandata, ma il Treggista non si spaventa davanti a questo; prova a suonare il campanello, e in mancanza di una risposta si arrangia.



Nell'essere Treggista, è senz'altro una comodità essere stato dotato dalla natura di una statura fisica elevata. Almeno sufficiente a alzare le braccia, puntare la Kodak oltre la recinzione e fissare le immagini della carcassa di una Lancia Fulvia nera, con tanto di bandiera italiana. Se ne vedevano di vetture del genere negli anni '70, spesso (più o meno a ragione) associate a un certo quid di fascismo, di pariolismo o roba del genere. Su questo non è più opportuno, però, dire alcunché. La vecchia Fulvia, col suo nero e la sua bandiera, giace scheletrita in un posto realmente dimenticato da Dio e dagli uomini; un posto che potrebbe essere spazzato via. Già, immediatamente dietro, hanno spianato l'ennesima strada di collegamento, ancora con un cartello di fortuna scritto col pennarello; già si demolisce, si costruisce, si cancella. E qui il Treggista, oltre che di esploratore urbano, assume anche la qualifica di documentatore di qualcosa che sta scomparendo. Carcasse di auto e di antichi tessuti suburbani. Mi sposto sul retro; un altro cancello chiuso, un pezzo della strada che muore senza uscita, schiacciato tra la muraglia della ferrovia e uno spiazzato sconnesso e pieno di pozzanghere:


Qui è meno arduo fotografare, mettendo la fotocamera oltre le stanghe. Come quelle case di riposo, o roba del genere, dove si parcheggiano i vecchi a morire. Compare immediatamente questa Land Rover del 1981, in condizioni che non fanno capire se sia ferma o ancora marciante. Comunque un mezzo che in quella specie di deserto urbano-semiindustriale trova una sua collocazione naturale, così come il seguente camion OM del 1972:


Si noti il contesto: un guazzabuglio di auto più moderne (in primo piano, accanto al camion a sinistra, una Seat), di scatoloni, e ancora la carcassa della Fulvia sullo sfondo. Sulla destra, invece, si scorge il retro di un'altra vettura attuale, e quel che rimane del seguente camper su Fiat 238:


Senza più targa, ricoperto da una patina di lerciume, il brandello di retaccia rossa e quella che sembra la carcassa di una Fiat Croma con tanto di vegetazione. In questo luogo, anche le vetture più "nuove" assumono una valenza diversa; la si potrebbe dire la rovina che tutto affratella. E non si creda che questo tipo di linguaggio sia poi così fuori luogo per dei mezzi meccanici: hanno ospitato vita. In particolare il camper. Qualsiasi cimitero, di persone o di automezzi, dona inquietudine e pensieri.

(2 - continua)

martedì 7 dicembre 2010

USC - Ufficio Smaltimento Camper (1): Il finto 80





Nel "magazzino" del TB giacciono da tempo un bel po' di vecchi camper fotografati qua e là, che ancora non mi ero deciso a inserire. E non se lo meritano, poverini: il camper è un vero e proprio caposaldo del Treggismo Militante. Per due motivi principali: il primo è che si tratta di un mezzo che ha un suo costacchione, e che quindi comprarsene uno nuovo non è certamente automatico (specialmente considerando che i camper attuali sono veri e propri appartamenti su quattro ruote); il secondo è che un camper diventa, dopo un po', davvero come una seconda casa. Si farebbe fatica a liberarsene, una grande fatica. Proprio come vendere la casa in cui si è nati. Indi per cui, di camper "attempati" se ne vedono, in giro, davvero parecchi. Li fotografo, oramai, solo in certi casi particolari.

Il "caso particolare" di questo Fiat 238, però, è stata una sorta di inganno, o di abbaglio. Lo avevo adocchiato (sempre a notte) principalmente perché, passando dal posto dove sta eternamente parcheggiato in attesa della stagion de' camper, la sua targa anteriore mi era sembrata un ottanta. Decisomi finalmente a scendere (il parcheggio si trova, francamente, in un posto un po' pericoloso), mi sono avvicinato tutto speranzoso perché un 80 è sempre una gran cosa; immaginatevi...la delusione, quando mi sono accorto invece che si trattava di un "FI BO" (che non è, no, la Firenze-Bologna). Mannaggia. Ottanta sfumato. Ma tanto che c'ero, e che avevo rischiato di essere arrotato a notte fonda sui Viali, qualche fotina l'ho presa; rimarrà per sempre il "Finto 80", però.

mercoledì 28 aprile 2010

Contrasti



Il TB ha sicuramente molti difetti, ma altrettanto sicuramente ha pure qualche pregio. Una delle sue principali doti, e lo dico con occhio perfettamente distaccato, è la sua assoluta democrazia, il suo ugualitarismo. Il Treggista emette sovente giudizi, anche estetici, ma non nega mai la presenza a nessun automezzo: e ciò crea salutari contrasti. Dopo il capolavoro, può benissimo esserci il lavoro. Quello gnudo e crudo. Quello, ad esempio, di questo Fiat 238 sgarrupato e dall'uso imprecisato, ma comunque lavorativo. Non si sa bene che cosa sia l'arnese presente in alto, sul retro: una telecamera? Un microfono? Boh. Nessuna scritta sulle fiancate. Niente. Solo un mezzo che deve aver macinato chissà quante decine di migliaia di chilometri per servire a qualcosa, con tanto di guarnizione rotta che fuoriesce dallo sportello posteriore destro. Conoscendo il 238 alla guida, mi immagino i bicipiti che i suoi guidatori si devono essere fatti con quel popo' di sterzo malefico che ha. Contrasti, appunto. C'è di tutto, e tutto ci deve essere.

mercoledì 15 luglio 2009

238 motivi per salvarlo





D'accordo. Lo ammetto. Sono un maledetto sentimentale. Però, a me, che di dugentrentotti ne ho mandati una caterva, con i frullini e la sirena che fa pipòpipò pipòpipò, vederne uno ridotto in questo stato fa male al cuore. Magari il proprietario (sempre che non sia nel frattempo passato a miglior vita e che non vi sia fatto seppellire dentro, sotto la catasta di vecchi copertoni che s'intravede dal lunotto anteriore; nel qual caso il relitto avrebbe un'importantissima e nobile funzione) ha degli ottimi motivi per tenerlo là, a disfarsi sotto il sole di luglio o nel gelo di febbraio; però io avrei almeno 238 motivi per salvarlo.

Basterebbe, che so io, il suo color vino, identico a quello del famoso cappottone del ragionier Fantozzi. Oppure le mirabili scritte sulla fiancata, Kawasaki, Alpine Stars e la misteriosa BiEffe che potrebbe essere qualsiasi cosa, da un farmaco per l'acidità di stomaco ("caro, hai mangiato troppo gulasch di rinoceronte, prenditi due pasticche di BiEffe!") a una casa editrice specializzata in testi di dubbio successo commerciale ("Trattato di fisiologia delle salamandre", BiEffe edizioni, 1972). Oppure soltanto la nuvola e il cielo azzurro che si riflettono nel finestrino laterale (cliccare sulla foto): non ci avevo fatto neanche caso, me ne sono accorto or ora al momento di scrivere questo post, e probabilmente ho fatto la più bella foto di tutto questo blog (almeno tra quelle che ho fatto io).

Ci avessi i soldi, maledett'a loro. Lo rivernicerei del suo color vino, ci lascerei la Kawasaki e il BiEffe, e cercherei che le nuvole e il cielo azzurro si riflettessero non solo sul finestrino, ma su chi ci viaggia dentro. Invece resterà lì a fare da deposito di copertoni e, magari, pure da tomba. Riposi in pace. Ma un omaggio glielo voglio fare. Di solito questo blog contiene tre foto (fronte, lato e retro). Al 238 color vino Kawasaki ne ho riservate quattro.

A Pisa si fa così




Non è certo la prima volta che questo blog ospita tregge targate Pisa, e non è assolutamente un caso. In prìmisse, Pisa di per sè è una treggia, con tanto di Treggia Pendente, Treggia de' Miràoli e, soprattutto, un'epica treggia travestita da squadra di calcio che, nell'anno del suo centenario, è riuscita prima a farsi sbattere in serie C al 94' e poi a fallire (in concomitanza con la promozione in serie A del Livorno, va detto con estrema perfidia per aumentare il dolore, la sofferenza e la disperazione dei pisesi). In secùndisse, attenendosi strettamente agli automezzi, quelli targati Pisa promanano un fascino del tutto particolare, un mix tra campagne di Cenaia, distributori sulla strada pe' Laiatico, zappe abbandonate all'ingresso di Lari, pesca alle cèe a Boccadarno e la sagra der conìgliolo 'oll'uvetta a San Romano.

Ora, non vorrei dire. Magari questo stupefacente 'àmpere sorpreso in una via di Firenze è stato a Caponòrde, a Caposùdde e anche a Capo Sant'Andrea all'Elba. Magari il suo proprietario è un fiorentino che -succede anche questo!- l'ha tenuto con la targa di Pisa. Nulla da dire, poi, sul vecchio Fiat dugentrentotto (plurale: dugentrentotti), che a suo tempo faceva anche da ambulanza in tutta Italia (e sul quale, lo dico per esperienza, oltre a stare pigiati come sardine e a sedere anche sul minuscolo strapuntino posteriore, si pigliavano delle capate che, in confronto, quelle del dottor Panvini a bordo del "Cavodurno" in Zitto e nuota! sono una barzelletta): un automezzo che appartiene alla Storia delle Tregge come Giulio Cesare appartiene alla storia di Roma. Però questo esemplare è da Specola. Da Museo della Treggia, se un fausto giorno ne esisterà uno (ho già pronto il nome qualora fosse impiantato a Nuiòrche: Treggenheim Museum). In una parola: da applauso.

Quando l'ho visto, ho rischiato di farmi tamponare da una fila di macchine lunga un chilometro. Non importa. Per i pezzi da 90 (velocità massima da nuovo, ora comunque è sempre capace di tirare fino ai 42/43 all'ora senza difficoltà) è necessario assumersi dei rischi. Io non mi tiro indietro. Giammai. Jamais de la vie!