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mercoledì 1 gennaio 2014

Capodanno nipponico



La prima treggia di questo 2014 è volutamente molto particolare. Per iniziare l'anno ce ne andiamo infatti lontanissimi e vicinissimi al tempo stesso; vicinissimi, in quanto siamo sotto la tettoia della Misericordia del Viale Paoli, al Campo di Marte, proprio accanto alle autoambulanze che vi sono sistemate; lontanissimi, in quanto la bizzarra vetturetta che vedete, dall'aria neanche tanto vagamente simile ai personaggi "con gli occhioni" dei cartoni animati giapponesi, proviene proprio dall'Impero del Sol Levante. E' un Daihatsu Taft, piccolo fuoristrada immatricolato a Bèrghem (s'ignora se de hota o de hüra) nel 1976.

Uno si potrebbe chiedere, anche ragionevolmente, che diavolo ci faccia un mezzo del genere sotto una tettoia di autoambulanze; rispondo che ho un sospetto che sfiora la certezza, ma non posso dirlo per questioni di elementare riservatezza. Ad ogni modo no, non è là per essere trasformato in autoambulanza per i Sette Nani. Questo mi sentirei di escluderlo categoricamente.


Dato che è stato scelto un "capodanno nipponico" per il TB, qualche piccola notizia sulla Daihatsu non farà di certo male. La Daihatsu Motors Co. è, innanzitutto, la più antica casa automobilistica giapponese essendo stata fondata nel 1907; in giappponese si chiama ダイハツ工業株式会社   Daihatsu Kōgyō Kabushiki-gaisha, e la sua sede si trova da sempre a Osaka. 


Il nome "Daihatsu" riflette sia la storia della casa automobilistica, sia la complicatissima scrittura giapponese. Nel 1907, infatti, la casa produttrice fu fondata come Hatsudoki Seizo Co. (発動機製造), denominazione che significa semplicemente "costruttore di motori"; da notare che la fabbrica si costituì con il decisivo impulso e aiuto della facoltà di ingegneria meccanica dell'Università di Osaka. 

Questo fino al 1951 quando, in occasione di una ristrutturazione, fu deciso di mutare anche la ragione sociale della casa produttrice. Alle prime due sillabe di hatsudoki fu quindi aggiunto l'ideogramma kanji del nome della città di Osaka, 大, che però ha questa lettura nel "sistema cinese" mentre in quello giapponese si legge "dai". Da qui Dai-hatsu, che vorrebbe dire qualcosa come "motori di Osaka". Secondo me, i giapponesi dovrebbero farsi vedere, ma da uno bravo; ma è una mia opinione personale e me la tengo.

martedì 26 novembre 2013

Genova, luglio



Dov'eran finite le tregge genovesi? Qualcuno magari se lo sarà chiesto, in primis il povero Fabrizio, che me ne ha mandate letteralmente a centinaja con CD interi speditimi per posta. Non so che dire, sinceramente; non ci sono scuse e pretesti di sorta. Non seguo regole, nemmeno per le tregge; le regole mi hanno sempre fatto venire una forma non lieve di allergia, maggiore di quella che ho al pelo dei gatti siamesi. Così, una gelida notte di novembre, con l'ondata di freddo "Attila" alle porte, ecco che torno a Genova; in luglio, però. Il venti di luglio, per l'esattezza. Cosa ci facevo a Genova il venti di luglio ve lo dirò nel prossimo post, anche se forse si può intuire.

Per ricominciare con le Tregge genovesi, però, stavolta mi concedo un paio di "exploits" personali. Niente di paragonabile a quel che mi ha mandato Fabrizio, naturalmente; ripeterò sempre che con le sue Tregge genovesi si potrebbe riempire un altro blog, e non esagero. Però, se mi capita di venire a Genova, città treggistica come pochissime altre, sto sempre in campana. Infatti. Detto, fatto.


Nell'assolato pomeriggio genovese, che ben presto si sarebbe sciolto in un temporalone clamoroso, io e la Piasintëina ci aggiravamo per il quartiere della Foce cercando un genovese che ci districasse la vita in mezzo ai micidiali sensi unici della zona. Chi meglio di un benzinaio? Talmente meglio, che abbiamo ovviamente trovato un benzinaio macedone delle parti di Skopje, che conosceva Genova come io conosco Montevideo. In compenso, però, la regola del benzinajo non si è smentita neppure nella Superba: benzinaio che vai, treggia che trovi. Questa era una stazione IP, ed eccovi la "Treggia IP", vale a dire un'azzurrissima Toyota 4WD del 1980.


Si è trattato della mia prima treggia automobilistica genovese personale; vero è pur che a Genova ora non vo spesso, dopo averla frequentata a lungo in passato (e piccandomi sempre di saperla più o meno girare, cosa del tutto falsa!), ma fino a quel venti di luglio avevo "raccattato" soltanto una Vespa nel vico Palla. Esordisco ora ner màggico mondo delle tregge genovesi, e dove? Ma da un benzinaio, naturalmente. A Genova, in fondo, non ho mai cessato di sentirmi chez moi, è l'unico posto al di fuori dalla Toscana che mi fa quest'effetto, assieme un po' a Roma. E come dal famoso benzinaio delle Due Strade sulla Senese, per pigliare la foto di retro ho dovuto fare delle acrobazie botaniche; un giorno o l'altro, lo so, troverò una terribile pianta carnivora che mi sgranocchierà.

lunedì 4 febbraio 2013

Polenta Valsugana




Le associazioni di idee ispirate dalle tregge sono, sovente, assai bizzarre. Ad esempio, un dato giorno si trova parcheggiata a due passi dallo Stadio di Firenze (cosa che accade assai di frequente, ultimamente), una bella Fiat Campagnola targata Trento (del 1981); e la prima cosa che mi è venuta a mente è stata la Polenta Valsugana. Sarà per il Trentino e la campagna, chissà; ho come una vaga idea, tra l'altro, che la Polenta Valsugana (quella già pronta venduta in scatola) sia fabbricata a Cinisello Balsamo o roba del genere, eppure è la potenza occulta delle denominazioni commerciali e della pubblicità. Non ne sono immune neppure io, come non lo è nessuno; e Polenta Valsugana sia, in fondo non le sta nemmeno male come nome.

lunedì 14 gennaio 2013

Time before Suvvization





I meccanismi che hanno portato all'affermazione e alla grande diffusione dei SUV andrebbero studiati a fondo, a mio parere; non hanno a che fare soltanto con la storia dell'automobile, ma anche e soprattutto con quella del costume e con la sociologia. Che cos'è che ha portato un mezzo "settoriale", nato e prodotto per tutt'altri scopi, ad imporsi presso una clientela prevalentemente cittadina nonostante le sue dimensioni ingombranti, la sua scomodità nel traffico e nel parcheggio, i suoi consumi elevati e il suo prezzo? Bisognerebbe appunto essere un sociologo, per capirlo appieno; uno specialista che sappia spiegare bene i meccanismi della creazione del cosiddetto Status symbol, uno "status" che ha come target soprattutto tutti coloro che sono disposti a indebitarsi fino all'osso del collo per sembrare ciò che non sono. 

Eppure basta girare per una qualsiasi città: i SUV, oramai, sono una fetta consistente del parco circolante. Il Treggista Militante®, pur ferocemente avverso a tali automezzi (e per una caterva di validissimi motivi, ivi comprese le bieche e numerose "mammine col SUV" e tutti coloro che, già incapaci a guidare una Panda, si ritrovano sotto le chiappe un autentico carrarmato senza cingoli), ne prende atto; e, non essendo un sociologo, si limita a cercare, se possibile, di tracciare una storia. Gliene dà occasione questa Range Rover con targa bolognese del 1981.

1981. Primissimi anni '80, e forse non è un caso. La Suvvizzazione dev'essere cominciata proprio allora. La trasformazione di un mezzo "da campagna" in auto percepita "di lusso", quindi indice di un certo stato sociale superiore alla media. L'abbandono progressivo del termine "fuoristrada" per qualcos'altro, dato che oramai quei mezzi cominciavano ad essere usati per ogni cosa tranne che per il fuoristrada. Ancora non era diffuso il termine "SUV", e quindi si chiamavano quei mezzi col nome del loro modello: una "Range Rover" era sufficiente. Perché una Range Rover dei primi anni '80, come questa, non era già più un "fuoristrada"; e sospetto fortemente che la Suvvizzazione sia dovuta, in buona parte, proprio a questo automezzo con cui è iniziata l'idea che un bestione del genere dovesse diventare l'auto da città per chi voleva ostentare ricchezza vera o presunta.

Il resto è storia. Proprio oggi, mentre tornavo a casa, mi son ritrovato dietro all'ennesima "montagna": era una Range Rover "Evoque". Si va dai circa 35.000 euro del "modello base" fino ai 50.500 euro della "2.0 Si4 3p Prestige". Duecentoquaranta CV. Sia ben chiaro che una Range Rover non costava poco nemmeno nel 1981, ma se ne vedeva ancora una ogni tanto, in giro. 

martedì 1 gennaio 2013

Uliv' Tròfi



Il Camel Trophy è stato probabilmente, per una ventina d'anni (dal 1980 al 2000), la gara fuoristradistica più dura del mondo. Sponsorizzata dalla Camel (cosa che ora, penso, sarebbe proibitissima in tempi di crociate antifumo planetarie) e organizzata dalla Land Rover (che, nelle edizioni più classiche del Trofeo, forniva tutti gli automezzi dalla sua gamma di modelli), si svolgeva su percorsi satanici in posticini tipo la giungla del Borneo, la Siberia orientale, la Papua Nuova Guinea, la foresta Amazzonica; organizzato per squadre nazionali, è stato vinto tre volte da equipaggi italiani (1982, 1984 e 1987). La Camel se ne serviva ovviamente per fare pubblicità indiretta (mediante gadgets, finti capi d'abbigliamento eccetera); nel 2000, oramai abbandonato dalla Land Rover, si svolse l'ultima edizione in cui c'era più da nuotare e fare a cazzotti che andare in fuoristrada. Questa in sintesi la storia del Camel Trophy, che tutti si ricorderanno dal suo "logo".

Certo che, scorrendo l'elenco dei luoghi dove si è svolto il famoso e massacrante trofeo, fa un po' impressione ritrovarsi questo fuoristrada "cameltrofato" piantato in mezzo a du' ulivi sulla strada provinciale che sale dalla Colombiera a Ortonovo Magra, in provincia della Spezia (ma assai più vicina a Carrara; il mezzo va quindi a pieno titolo tra le "Tregge Carrarine"). Mi sia qui permesso un piccolissimo excursus sulla frazione semi-costiera (del comune di Sarzana) di Colombiera , titolare indiscussa della via dal nome più incredibile d'Italia:


Ecco. Quando vi sarete ripresi, considerate il fatto che un certo numero di cittadini di Sarzana abitano, senza possibilità di essere smentiti, in una via del cazzo ufficialmente certificata dalla toponomastica comunale. Sarei pronto ad organizzare pellegrinaggi in via Nerchia alla Colombiera, altro che Medjugorje!


Tornando al nostro "Ulìv Tròfi", si tratta -almeno così mi sembra- di un vecchio Defender effettivamente attrezzato a trofeo, anche se naturalmente non è dato sapere se vi abbia effettivamente partecipato. C'è, in fondo, da fare poche ironie: le plaghe alle spalle della costiera apuana non saranno il Borneo o l'Amazzonia, ma vi ci voglio veder voi a fare certe stradine di quelle parti, ritte quasi in verticale. C'è quindi il caso che il fuoristrada, da quelle parti, possa servire sul serio e non come inutile giocattolone per ricchi cittadini che non saprebbero nemmeno passare un orto di melanzane. 


Forse "stona" un po' il telone protettivo, particolare un po' ragionieristico sopra un mezzo che dovrebbe andare nelle condizioni più spaventose immaginabili per un comune mortale; però tant'è. Qui sopra, un particolare ravvicinato del logone del Camel Trophy. Le automobili da gara, in senso lato (dalla Formula 1 ai rallies, dalle gare fuoristradistiche a Indianapolis) sono state l'ultimo baluardo delle sigarette e dei preservativi; stupendi i duelli su pista quando un bolide sponsorizzato Durex ne superava uno sponsorizzato Marlboro (e con la Durex ci si ricollega idealmente a via Nerchia). Il vizio puro, non mi ricordo se c'era anche qualche superalcolico ma ci sarebbe stato bene; bevi, fuma e tromba, dio sagrataccio. Finis. Ora, ammesso che ci fosse, un trofeo del genere potrebbe al massimo chiamarsi "Spinaci Bio Trophy".


L'ultima foto sotto l'ulivo, dalla quale si evince che il fuoristrada ha una targa milanese del 1986. Decisamente un po' "tarda" per gli standard del TB, anche se si tratta pur sempre di 27 anni fa. Ma, in un caso del genere, l'età e la targa contano relativamente. Ritrovarsi davanti al Camel Trophy telonato sotto du' ulivi vicino a via Nerchia, in provincia della Spezia, non ha prezzo. Per tutto il resto c'è Mastercard.

martedì 23 ottobre 2012

Carrelba '12 (21) - In tasca a Renzo Arbore



In tasca a Renzo Arbore, venuto a Portoferraio in pompa magna a fare una specie di spot pubblicitario alla privatizzazione della Toremar (la compagnia di navigazione pubblica venduta dalla Regione Toscana, del tutto casualmente, alla sua diretta concorrente privata Moby Lines), io quella sera me ne andavo per il capoluogo dell'isola in tutt'altre faccende affaccendato (ma non senz'avere urlato, anche con un minimo di approvazione popolare, un sonoro "vaffanculo" all'indirizzo dell'erremosciato showman istituzionale). Tali faccende, naturalmente, comprendevano anche l'estrema attenzione alle tregge presenti in quella torrida serata agostana, che ancora non posso del tutto rimpiangere dato che a tutt'oggi, ventitré di ottobre, qui siamo ancora in maglietta a maniche corte e si stianta dal bollore. Ed ecco che mi si para davanti quest'automezzo, appartenente ad una peculiare categoria occulta: quella dei fuoristradini. Il più classico dei Suzuki Santana, insomma, con targa torinese del 1984

Categoria occulta? Sì, perché, a rigore, dei fuoristradini dovrebbe far parte soltanto proprio lui, il Suzuki Santana (detto anche, familiarmente, Suzzuchino). Un fuoristrada in piena regola, ma dalle dimensioni di un'utilitaria; a mio parere, una delle vetturette più prodigiose degli ultimi quarant'anni. Un'automezzo che combinava le prestazioni richieste a un fuoristrada autentico (ai suoi tempi ancora non era nata la mortifera fregola dei SUV di merda) con l'ingombro minimo e con dei consumi ridotti. Naturalmente, come quasi sempre accade, le intuizioni geniali non hanno avuto alcun seguito. Però di Suzzuchini se ne vedono ancora discretamente parecchi in giro; segno che, chi lo ha comprato, non se ne disfa affatto volentieri e ne fa uso attivo. Testimone ne siano le regolari infangature presenti sulle carrozzerie tutt'altro che immacolate, ed il piacevole intreggimento che tali mezzi mostrano orgogliosamente. Ditemi voi, di fronte a una cosa del genere dovevo forse andare a sentire Renzo Arbore il privatizzatore, e le sue insopportabili canzoni napoletane?

mercoledì 18 luglio 2012

Strade fuori



E proseguiamo immediatamente coi...capolavori markbiani (sempre celestini!), immergendoci nel mondo misterioso degli antichi fuoristrada. Questa è una Campagnola del 1962 ridotta in uno di quei modi che garbano parecchio a Fabrizio di Genova, senza calandra anteriore, con la vegetazione cresciuta nel motore, scrostata dal tempo, col cassone pieno di atavico ciarpame e ancora con la targa posteriore originale. Come modello potrebbe essere la AR 55 o AR 59 ("AR" stava per Autovettura di Ricognizione) della 1101, il tipo originale della Campagnola nato a scopi militari; ma, se tanto mi dà tanto, questa qui la sua vita la deve avere trascorsa in campagna sul serio. E in campagna è rimasta, in mezzo a un campo. E nessuno ce la deve togliere, sennò convoco tutti i Treggisti Militanti® della Rete per una manifestazione di protesta. 

Davanti a un mezzo del genere, pur nelle sue condizioni attuali, il concetto che si ha attualmente di fuoristrada (sempre che tale termine sia ancora usato; oramai sta cadendo in desuetudine) non vale assolutamente. Questo mezzo appartiene ad un'epoca dove il fuoristrada veniva fatto, per lavoro, veramente sulle strade fuori. Erano mezzi la cui guida non era affatto semplice, per non dire ardua; erano fatti sì per accedere in luoghi impervi, ma non tutti erano in grado di mandarli fra leveraggi, marce ridotte, blocchi del differenziale con comando a mano e quant'altro. Sinceramente, anche uno come il sottoscritto, che si picca d'aver guidato di tutto (compreso un Lupetto autobotte e un autoarticolato), ci avrebbe bisogno di qualcuno che gli insegnasse, se dovesse mandare una vecchissima Campagnola come questa. 

Per questa celestina del '62 sembra che le strade, oramai, siano sì fuori, ma fuori dal tempo. Se ne sta lì a far da magazzino di robaccia in mezzo a un campo, e a farsi crescere rampicanti nel motore arrugginito. Ma chissà che la sua tomba all'aria aperta, in fondo, non le piaccia; e le strade fuori si trasformano, piano piano, in paesaggio.

venerdì 6 aprile 2012

Calamite (2)





E quando il gioco si fa duro, le calamite cominciano a calamitare. Ebbene sí: siamo ancora, per l'ennesima volta nella celeberrima isola-parcheggio presente nel TB fin dal suo primo giorno; e siamo, se non erro, alla nona o decima treggia che vi trovo, e alla quinta Land Rover. I fatti sono due: o nelle vicinanze abita il più grosso collezionista di Land Rover di tutta la città, o i possessori di vecchie Land Rover si sono accordati per andare a parcheggiare lì i loro automezzi. Non è altrimenti possibile che, quasi a cadenza mensile, ci trovi una Land Rover differente. Stavolta, debbo confessarlo, sono rimasto veramente esterrefatto; e ce ne vuole!

Sembra peraltro che la "calamita landroveristica" (ma ci ho trovato anche un paio di Mezzisacchi, una Mini Moke eccetera...) rappresentata da quell'isola-parcheggio vicino allo stadio si occupi ultimamente di fare una rassegna di tutta la Toscana. Quella scorsa era targata Grosseto, e questa Livorno; e che Land Rover, perdiana! Questa è veramente da incorniciare, un capolavoro della Land Rover Art. La "labronica" è del 1983 e, ovviamente, mi piace pensare che possa provenire dall'Elba. Ma non è finita qui: ho beccato addirittura una "limited edition" costruita appositamente per il mercato italiano. Lo si evince da una placchetta applicata sul retro del fuoristrada:


Insomma, signore e signori, Treggisti e Treggiste, siamo di fronte alla Italian Limited Edition by Land Rover Ltd., Warwickshire - England144; ignoro purtroppo di quanti esemplari consti tale edizione limitata, ma uno se ne stava comunque nell'isolotto-calamita più gettonato di Firenze. E, a questo punto, debbo confessare il sogno impossibile di ogni Treggista Militante® che si rispetti: quello di beccare una Papamobile. Una cosa è certa; casomai succedesse, sono del tutto certo che sarà parcheggiata lì. E che, mentre la fotografo, il pontefice spunterebbe fuori dicendomi, con aria benedicente: "Ciofanotto, anke se lei è kosì miskretente, fete ke un pikkolo kontriputo al Treccia's Plok lo ho dato anke io...!"


mercoledì 4 aprile 2012

Quando i fuor...





Diciamocelo francamente: il TB, a volte, è pieno di ripetute banalità. Purtroppo non se ne può fare a meno, e la scelta di pubblicare un articolo a commento di ogni benedetta foto impone di pagare un prezzo: quello di non essere sempre granché originali. Prendiamo ad esempio i fuoristrada: avrò detto chissà quante volte che il TB li documenta quando ancora erano fuoristrada per davvero, ammesso e non concesso che la pratica di andare a rompere i coglioni per boschi e praterie così per diporto sia tutto 'sto granché. Perlomeno, però, un po' di autentico fango addosso ce lo avevano; anzi, per chi possedeva simili automezzi (spesso e volentieri cacciatori, altra pratica che in fin dei conti aborro) era quasi un punto d'impegno mostrare sulla carrozzeria i segni tangibili dell'avvenuto fuoristradamento. E' il caso di questa Land Rover del 1975, tra le ultime targhe quadrate fiorentine, con tanto di verricello. Molto bella, devo dirlo. Ma stoppo le banalità, stasera non sono stato colto dall'aura dell'ispirazione.

mercoledì 14 marzo 2012

There's no two without three




Le tregge, spesso, vanno "a blocchi". Qualche mese fa, ad esempio, c'è stato il blocco delle Fulvie berline: ovunque mi rigirassi, ne beccavo una. Ora ci sono le Toyota 4WD, di cui questo è un esemplare "romano" del 1982. La traduzione letterale dei modi di dire italiani in pseudo-inglese è una delle mie fisse, ma qui un bel there's no two without three ci sta proprio bene!

mercoledì 7 marzo 2012

Suzzuchino in Quota



Scartabellando nella cartella "Tregge" del piccì, mi sono accorto che c'era qualche cosa che era rimasta da inserire; e dal frondoso fogliame delle foto, avrete già capito che non si tratta di roba di quest'inverno. Qui siamo infatti addirittura allo scorso Ferragosto, e nonostante il Suzuki Santana del 1984 sia targato Firenze, ci troviamo nelle alture casentinesi. In quota, insomma; di nome e di fatto, perché l'amena località in provincia di Arezzo si chiama proprio così. Quota. Non sarà sicuramente la treggia più "importante" del TB (ma le tregge del TB hanno tutte una loro importanza), ma non è certamente un buon motivo per lasciarla a marcire in una cartella sul desktop. Da notare che, a Firenze, il fortunato "fuoristradino" Suzuki ha avuto voglia a chiamarsi Santana come il chitarrista; per tutti è sempre stato i' Suzzuchino. E così lo chiamo anch'io.

domenica 12 febbraio 2012

La sostituzione





Gli occhi attenti del TB-Freund avranno forse riconosciuto il luogo: è una delle treggiaie storiche (o accumuli) di questo blog, fin dal primo giorno. Quella che magari doveva essere un'isola pedonale, ma che si è trasformata in parcheggio fin dalla preistoria o giù di lì. E, infatti, il 1° giugno 2009 ci andai sul sicuro: già da anni ci vedevo parcheggiata, fissa, una Campagnola che fu tra le primissime tregge fotografate (nonché la prima in assoluto della categoria "Fuoristrada"). Il posto deve essere propizio per i fuoristrada: il 29 ottobre 2009 ecco infatti che vi sostava una Land Rover milanese. Ma non solo: ci avevo beccato, il 28 luglio dello stesso anno, anche una Mini Moke. E altre ancora, compresa una congrua dose di Cinquecento. Un fazzoletto di terreno che non la smette di stupire; e visto che ci passo davanti non so quante volte al giorno (è vicinissimo al luogo di lavoro), un'occhiata ce la do sempre. Fruttuosa, spesso; ora sta avvenendo un cambiamento epocale, però, La Campagnola "storica", che c'era veramente da anni, non la vedo più da mesi. Al suo posto c'è, sempre fissa, questa Land Rover delle Maremme e dal color verde militare, immatricolata nel 1980 (per la cronaca, la Campagnola "primitiva" era invece del 1978). Insomma, sembra essere avvenuta una vera e propria sostituzione di treggia e ho come il sospetto che, in zona, abiti un cultore di vecchi fuoristrada "classici" che li sistema, tranquilli, in quel comodo parcheggio spostandosi normalmente con qualche altra autovettura.

giovedì 2 febbraio 2012

La Niva e la neve





Come è lecito attendersi, il nome Niva non c'entra nulla con la neve: il suo nome in lingua russa (нива) significa propriamente "campo di stoppie" o "di biada", ma si usa genericamente per "campo". Prodotta a partire dal 1971 dalla Lada negli storici stabilimenti di Tol'jatti (quella che da noi si chiama, abusivamente, Togliattigrad perché del "grad" non c'è mai stata traccia nel toponimo russo), se ne conoscono i nomi dei progettisti: tali Vladimir Sergeevič Solov'ëv (si pronuncia "Salaviòff"), il capoprogetto, e Valerij Pavlovič Semuškin, il designer. Non deve stupire che la parte anteriore del fuoristrada sovietico ricordi decisamente quella di una Fiat anni '60, e più propriamente della 124: la Niva originale era una 124, equipaggiata con lo stesso motore e dotata più o meno della stessa meccanica. In pratica, era una Zigulì fuoristradata, che ebbe -va detto- un grande successo commerciale. Era robustissima e completamente manuale: una di quelle sante vetture dove l'elettronica non la faceva ancora da padrone, e dove non rischiavi di fermarti per un capriccio della centralina. Anche per questo veniva fornita con un corredo di attrezzi da officina meccanica: una borsa di cuoio contenente due cacciacopertoni, una pompa per gonfiare le gomme (a camera d'aria), una lampadina di emergenza da collegare nell' apposita presa sita nel vano motore, un manometro, una limetta e un calibro per puntine platinate e candele, un set di chiavi inglesi, una pinza, cacciaviti e una manovella per l'avviamento manuale. Quest'ultima era un vero e proprio "tocco" da climi artici: viste queste giornatine qui in Italia, c'è da chiedersi se non torni a servire...

L'esemplare "torinese" trovato sotto le mura fiorentine è del 1984. Di neve addosso non ne ha, nonostante la giornata; però il giochino di parole era troppo ghiotto per rinunciarvi...

martedì 17 gennaio 2012

Ripetizioni





Nel TB succede non di rado: una treggia di cui mai s'era visto prima un esemplare, colta persino in assetto di guerra, dopo pochi giorni si...ripresenta. Sono i momenti in cui il Treggista Militante® pensa che il Dio de' Bivi (dopo avergli fatto prendere nel senso giusto il bivio più importante qualche mese prima, quello tra la vita e la morte) gli abbia mandato gli unici due esemplari ancora in circolazione di una data treggia, e in luoghi assai distanti tra loro nella città. Sicuramente non è così; ma il Treggista vive di queste piccole illusioni, senza fare alcun male a nessuno, e quindi gli siano lasciate. Ripetizioni in strade discoste, recondite, fuori da ogni vortice e a volte, tout court, fuori dal mondo.

Per questa seconda Toyota 4WD, ben più anziana di quella "guerriera" (è del 1977), la strada dov'è stata trovata merita un breve excursus. Siamo veramente agli antipodi di Peretola, in una strada davvero particolare. Una specie di "mozzicone" di strada, che si ricongiunge senza soluzione di continuità ad un'altra, passato un semplice angolo, dal nome diverso. Assieme formano una "U" che nasce e sbocca nella medesima via principale, che poi èl'ultimo tratto di una lunga e antica strada che costeggiava un ruscello...boccaccesco; e solo in quel tratto il corso d'acqua, minuscolo, è ancora allo scoperto. Passato l'angolo, l'altra strada comincia inspiegabilmente la sua numerazione civica dal 53; sull'altro lato, invece, sono presenti soltanto l'8 e il 10. Vattelappesca quale storia devono avere queste cose, forse strade preesistenti che sono state eliminate, forse accessi di follia degli addetti comunali e catastali. Non è dato saperlo; ma il Treggista, che è un minuzioso osservatore di cose che sfuggono a tutti, se ne rende conto e innesta i meccanismi del racconto. E' una zona molto bella di Firenze, bella quanto sconosciuta. Che lo rimanga. Il Treggista non va oltre.

martedì 10 gennaio 2012

La guerra di Peretola






Nessun dubbio che la guerra, a Peretola, sia passata per davvero; tra la fine d'agosto e i primi di settembre del 1944, per la precisione. Immaginarsela a Peretola vecchia, borgo d'antica piana oramai quasi nascosto, con le sue corti recondite, riesce parecchio arduo; ma è un luogo che abitua alle sorprese, magari pensando che da proprio da quelle corti è provenuto uno che s'è messo a navigar sul mare e che ha dato il suo nome a un continente intero. Io mi contento di molto meno, però. Senza negare che, ogni qual volta mi ritrovo a girare per Peretola, almeno un retropensiero al Vespucio, come lo chiamano nelle Spagne, ce lo faccio; e anche a chi, forse non a torto, vi pone l'originale ambientazione delle Avventure di Pinocchio. Guardate insomma quante cose grandi in quel ristretto borgo di case basse e d'umidore stanziale, che è riuscito -assieme al suo più celebre figlio- a dare il nome anche a un aeroporto sebben piccolo. Ma a Peretola ci vado, ogni tanto, a cercar tregge non diméntico della prima Prinz di questo blog; e stavolta ci ho trovato la guerra in persona.

Ben altri scenari, infatti, evoca questo fuoristrada Four Wheel Drive Toyota del 1983. Livree mimetiche da guerra in Indocina (con l'ovvia speranza che fosse dalla parte dei Việt Cộng). Aspetto da Full Metal Jacket con una punta di Cacciatore (non il salamino). Pronto a lanciarsi nelle inesplorate giungle di Brozzi e Quaracchi, e vorrei vedervici a voi se ne sapreste uscir fuori se non vi destreggiate fra via della Sala, via di San Biagio a Petriolo e via dell'Agio. Insomma, da far piombare Peretola nel bel mezzo del primo film di Rambo, con la differenza che il povero John non vi avrebbe certo trovato un imbecille di sceriffo come quello interpretato dal peraltro grande Brian Dennehy (che ebbi a conoscere del tutto casualmente in una libreria antiquaria fiorentina), ma qualcuno che gli avrebbe offerto un fiasco di Chianti. Insomma, ambientazione bellica presso la Corte di Crucifera; rumor di spade, rombi di cannoni e cigolii di cinghie di trasmissione; il dio Marte con la cintura del dottor Gibaud per combattere l'umidità anguillesca, e un aereo che decolla per chissà dove, in alta lontananza.