giovedì 14 gennaio 2010

Aquila Rossa e la Tregg' Art




Se mi chiedessero che cosa veramente distingua una vecchia treggia autentica, avrei pochi dubbi: la sua frequente simbologia presente sulla carrozzeria. Questa è una cosa che, in generale, è andata a morire col tempo. A rigore, anche una macchina di sei mesi o un anno può essere già in condizioni tali da essere definita una treggia; ma la vecchia treggia, quella del passato, ha caratteristiche tutte sue. Una di queste sono appunto i simboli, come la bella aquila rossa dipinta a mano sul retro di questo Ford Transit bianco del 1980.

Una volta non si aveva timore a prendere un automezzo qualsiasi e a personalizzarlo sul serio. La personalizzazione non era quella, del tutto falsa, del giorno d'oggi, quando si fa passare per "personale" tutta una serie di optionals standardizzati, di decorazioni precotte, di interventi di "stilisti" e via discorrendo. La personalizzazione era prendere un pennello, delle decalcomanie, combinazioni fantasiose di colori, e comunque qualcosa che esprimesse anche un granello della vita di chi possedeva e guidava quel mezzo. L'esempio forse più "classico" sono le meravigliose livree hippy sui furgoni Volkswagen: quando abitavo a Friburgo in Nuitonia, in Svizzera, proprio dietro casa era parcheggiato fisso uno di questi furgoni (con targa tedesca) "istoriato" con fiori, simboli antimilitaristi ed ogni sorta di pittura a mano. Cosa che è rimasta, con qualche rara eccezione, soltanto nei paesi orientali. Una vera e propria forma d'arte popolare che mi ardisco a chiamare Tregg' Art.

Il Ford Transit qui raffigurato sarebbe rimasto un anonimo furgone bianco di un modello frequentissimo; senza la sua aquila rossa, forse, non avrei nemmeno preso in considerazione di inserirlo in questo blog. Però l'aquila rossa c'è, ed un simbolo è immaginazione. Non potrò mai sapere che cosa abbia spinto il suo proprietario attuale (od uno precedente) a dipingerla sul retro, ma è proprio questo il bello. Le possibilità infinite che corrispondono a infinite storie; e le infinite storie sono quella che, generalmente, va sotto il nome di "vita". In questi particolari sta la vita. Quando, un migliaio di anni fa, vendetti la mia Fiat 127 amaranto con la scritta "Agapina" sul portellone posteriore, composta con lettere adesive che si erano talmente incancrenite da impedirne la rimozione, chi l'ha acquistata forse si sarà chiesto che diavolo volesse dire. Forse si sarà immaginato qualcosa di libero, come liberamente io m'immagino la storia di quest'aquila rossa. E sono sempre aquile che volano, e di libertà senza confini c'è, oggi, bisogno più che mai.

mercoledì 13 gennaio 2010

Sotto il diluvio




Ero abbastanza stupito, e anche un po' contrariato, del fatto che fra tutte le tregge di questo blog ancora non ci fosse un bel carrattrezzi come si deve; mi ricordo che, da ragazzino, i carrattrezzi che si vedevano in giro erano spesso automezzi indistruttibili quanto antidiluviani, spesso e volentieri di questo modello Fiat; ed è chiaro che, data la loro funzione, la robustezza doveva essere la caratteristica principale. Oddìo, nel vasto e pazzo mondo sarà pur successo che un carrattrezzi si sia guastato, e magari proprio durante un intervento; ma penso che, in generale, sia sempre stato un caso piuttosto raro (anche perché i carrattrezzi provengono da officine meccaniche, e quindi erano tenuti sotto manutenzione costante).

Di carrattrezzi antidiluviani non se ne vedono più. Anzi, ora sono tutti nuovi e bellini, persino senza ammaccature; e non mi riesce farmene una ragione. D'accordo che il Treggista è per natura un nostalgico passatista, ma lo trovo contronatura. Così, quando il Dio dei Bivi me ne ha fatto finalmente incontrare uno in regola, su un vecchio 242, me ne sono abbondantemente fregato del diluvio che stava imperversando, dell'ora assurda (le quattro e mezza del mattino) e, soprattutto, della situazione: stavo tornando da un lunghissimo servizio di ambulanza letteralmente in culo al mondo, con un volontario addormentato accanto e l'altra volontaria a dormire sulla barella.

Nulla da fare: per il carrattreggia parcheggiato in una piazzola alle estreme propaggini della città, targato Ferrara (un classico dei vecchi carrattrezzi avere targhe sparse), ho sfidato il fortunale. Il volontario si è svegliato sentendo fermarsi l'ambulanza, e mi ha visto, esterrefatto, mettermi a fare fotografie a un carrattrezzi sotto l'acqua a catinelle. "Ma che fai?", mi ha chiesto; "Niente, niente, tranquillo, dormi", gli ho risposto.

martedì 12 gennaio 2010

Archi, volte e nubi




Ci sono ancora, in San Frediano, in Santo Spirito o in qualche altro vecchio quartiere del centro di Firenze, di quelle officine meccaniche sistemate da sessant'anni in un fondo secolare, tra archi, volte, nicchie e canti dagli spigoli vivi di pietra; fondi che devono essere stati ogni cosa, dal magazzino d'un vinaio fino a una rimessa di barroccini, dalla bottega di chissà quale artigiano fino a un rigattiere. L'officina dove il meccanico tira avanti il suo lavoro in spazi strettissimi, dando ogni tanto una mano d'intonaco fra pile di pezzi, attrezzi, latte piene d'olio, ruote smontate, piedi che sbucano da sotto una vettura, e amore. Per il proprio lavoro, per il rumorino rivelatore, per la riparazione del guasto impossibile, e anche per il rimettere in sesto una vecchia Du' Cavalli bianca e rossa, con spunti di ruggine bollosi, con la carrozzeria finita nelle barbe, e con il proprietario che si reca ansioso a vedere come procede il lavoro perché alla sua macchina, no, non rinuncerebbe per tutto l'oro del mondo.

Il Treggista attento lo sa, e non ha timore ad entrarvi. A presentarsi gentilmente, con cortesia, ma anche con un pizzico di allegra sfrontatezza. Racconta brevemente la sua piccola storia e la sua grande passione, e il meccanico di vecchia stirpe -che è generalmente uno degli ultimi veri romantici in città- capisce al volo. E magari c'è pure il proprietario della Du' Cavalli, un ragazzo di nemmeno trent'anni. Tre persone che non si sono mai viste prima, davanti a una macchina che ha gli stessi anni del ragazzo, quasi fosse nata insieme a lui; e vola una mezz'ora a ragionare, a raccontare storie, a fare ipotesi di prezzi che tanto mai sarebbero pagati, a ricordare del nobiluomo che portava lì a raccomodare la sua Mercedes del '51, a saltabeccare da una vettura immaginata all'altra, a disquisire di nubi. Perché le nubi hanno la caratteristica di assumere la forma che vogliono, anche quella di una dedeuche bianca e rossa. E così, magari, nasce anche un embrione di amicizia; perché in quella vecchia officina, poi, ci si torna. Con il pretesto di vedere se c'è una treggia da fotografare, e ci scappa il caffè o il raso di rosso al bar dell'angolo. San Frediano, Santo Spirito. Vecchie cose che non ne vogliono sapere di morire, discoste, da entrarvi dentro con uno spiritaccio da antico monello. Sulla porta accanto, un pugile di periferia fa mostra di sé su un manifesto, per una riunione in un paese di campagna; sul petto ha tatuata una stella rossa. C'è il calendario con le ragazze gnude che non ispirano il minimo desiderio, ma una sommessa tenerezza. Il meccanico si rigira una chiave in mano, i tre uomini se ne stanno a chiacchierare fregandosene dello scorrere del tempo e fuori comincia a piovigginare in un pomeriggio d'inverno che s'è fatto sera.

lunedì 11 gennaio 2010

L'importanza di una Piasintëina (3)




Ed eccomi di ritorno dopo qualche giorno, proprio dopo un...soggiorno a Piacenza che ha dato qualche interessante frutto del quale si parlerà meglio nei giorni a venire.

Qui, invece, siamo ancora a Firenze, qualche giorno fa, e al termine del giro domenicale in cui l'oramai celebre piasintëina ha "imperversato"; manco a farlo apposta, a breve distanza da casa, ecco che ci si è presentato davanti questo bell'esemplare di Maggiolino dotato di una targa decisamente in tema. In pratica, come oramai sembra appurato, un numero non trascurabile di tregge piacentine si è trasferito armi e bagagli in riva all'arno (sto parlando di automobili, sia chiaro!).

Con questo post colgo però l'occasione per annunciare una piccola stasi (nel senso di "sosta, pausa", non di servizio segreto dell'ex DDR) nell'inserimento dei Maggiolini. Non perché non sia sempre piacevole trovarne uno, ma perché ultimamente -va detto- ce ne sono stati un po' troppi. Si farà un'eccezione solo per eventuali esemplari veramente antichi, o curiosi.

martedì 5 gennaio 2010

L'importanza di una Piasintëina (2)




Vualà; pochi metri più avanti, ecco il clamoroso bis. Stesso proprietario, stesso modello di Land Rover (ma telonato, stavolta), stesso colore e pure la targa niente male. Veramente un'accoppiata di quelle più che rare, e probabilmente un appassionato che si è ritrovato, oltre che con un paio di antitesi del SUV (come mi piace chiamare questi automezzi che, a prescindere dall'opportunità o meno di farlo, il fuoristrada lo fanno sul serio), con due targhe veramente da collezione. Sempre una combinazione a tre cifre con il "salto" di cento unità: 208 308. Si aggiungano anche un bel paio di cani, che non hanno mancato di far le feste al Treggista mentre fotografava, e anche un'oramai consueta proposta di vendita seduta stante (seguita ovviamente da un altrettanto consueto: "Scherzavo, non le venderei mai...")



lunedì 4 gennaio 2010

L'importanza di una Piasintëina (1)





Il Treggista ha una sorta di cervello sdoppiato. A meno che non sia a piedi, deve sapere, al tempo stesso, guidare con attenzione e rispettare il codice della strada per evitare di far male a se stesso e agli altri, sia scrutare in ogni direzione alla ricerca di Tregge. È una pratica che si acquisisce con il tempo, ed ha anche una sua certa utilità perché induce a non pestare mai troppo sull'acceleratore. Però non sempre si può essere concentrati; capita ad esempio che, durante un romantico giro domenicale per i colli con una certa Piasintëina, il Dio dei Bivi spedisca in una stradina dove, beato, il Treggista si concede una pausa ammirando il paesaggio. E così gli sfuggono dei capolavori. Basta un momento di distrazione, uno solo.

Ma, zàc! C'è la Piasintëina che, al suo fianco, gli fa da terzo occhio. Scruta e avvista. E che scrutamenti! Che avvistamenti! Addirittura in coppia. Questa, infatti, è la prima delle due ragguardevoli Land Rover (appartenenti allo stesso proprietario, caso oltremodo frequente nel paese di Treggiolandia) che il Treggista si sarebbe fatte sfilare davanti al naso se non fosse stato per la provvidenziale presenza della sua amoureuse. Ha colpito come un'aquila: uno, due. Questa qui, signori, se avesse la voglia e il tempo di farsi da sola il suo TB, mi farebbe le scarpe in quindici giorni. Anche per questo me la tengo cara & preziosa, specificando che -fortunatamente- detesta le pellicce.

Non soltanto una Treggia da chapeau, attiva e usatissima dal proprietario, ma anche una rutilante targa bresciana, di quelle da mettere adrenalina in corpo al cacciatore di targhe. Una combinazione tra le più ambite, ovvero il numero a tre cifre che si ripete: 478 478. E non è finita qui, come si vedrà in seguito. Insomma, per concludere: tenkiù Piasintëina!

Ma icché 'òle guardà' sotto l'acqua...






M'aggiravo sotto un autentico diluvio per la città illividita dal verno (bello come inizio eh?), quando l'occhio m'è per caso cascato su uno strano automezzo parcheggiato in modo più che discosto; e mi sa proprio che parcheggiato ci deve restare a lungo, vista la funzione che dichiara -anzi ostenta- dovunque sulla sua carrozzeria. Il guardiafuochi di un non meglio precisato Pronto Intervento di un Comitato Regionale Toscana (targato Verona ?!?). Scendendo disposto a pigliarmi un acquazzone sul groppone pur di non lasciarmi sfuggire 'sto catramone tutto bombardato, mi sono ragionevolmente chiesto che accidenti sia un guardiafuochi. "Uno che va a guardare, o a far la guardia, ai fuochi", mi si potrebbe rispondere. Eh già, bellini voi. Tanto più che ci ha pure il Comitato Regionale. Mica scherzi, eh. Un Comitato Regionale non è roba per tutti. Io non ce l'ho il Comitato Regionale del Treggia's Blog, oh. Però mi garberebbe, un giorno, attrezzare una 600 del '61 con scritto "Treggia's Blog" e "Guardiatregge". Tanto prima o poi lo fo!

Tornando al tròschi di cui sopra, ho subito scartato la VAB, la Vigilanza Antincendio Boschiva, perché ha mezzi propri con il "logo" bello chiaro. Mi è venuto quindi a mente che sia un mezzo speciale per tenere sotto controllo i fochi di San Giovanni del 24 giugno, e in generale tutti gli altri spettacoli pirotecnici che si tengono nella zona durante i mesi estivi. Altre spiegazioni razionali non mi riesce darle, a meno che non si tratti di un Comitato che ha come scopo quello di guardare i barbecue. Ad ogni modo, dal punto di vista strettamente treggistico, un qualcosa di assolutamente fuori dall'ordinario. Ma, a pensarci bene, di "ordinario" qui dentro c'è abbastanza poco...

Resta anche la singolarità dell'avvistamento: un guardiafuochi (qualunque cosa esso sia davvero) sotto un rovescio d'acqua di quelli seri. A questo punto, per controbilanciare, dovrò prima o poi scovare un guardiaalluvioni in mezzo a un rogo!