mercoledì 27 gennaio 2010

Rrrroaaarrrrrrr!





Eravamo di ritorno dal CPA, io, la piasintëina, un altro amico e un curiosissimo quanto poetico personaggio chiamato I' Pantera, quando, proprio di fronte a un ristorante frequentato a volte da un noto cantautore modenese, ci ha sorpresi un rrroaaaarrrrrrr. Sì, perché un'Alfa Gittì romba anche da ferma. Non importa neppure metterla in moto (cosa che, malauguratamente, nella mia non mi è stato mai dato di poter fare): il ruggito lo si percepisce chiaramente lo stesso, con l'immaginazione. Una di quelle macchine che, a quasi cinquant'anni di età, ancora mi fa venire la voglia di fingere di guidare, facendo vrum vrum con la lingua di fuori. Per strade statali e provinciali, a finestrino aperto, da solo o con accanto la mi' bella con il foulard svolazzante e gli occhialoni scuri (o, perché no, con la mi' bella alla guida e io accanto -ma senza foulard e occhialoni). Naturalmente ci vorrebbe anche un portafoglio congruamente gonfio, dato che caratteristica di questa vettura, nata in tempi in cui la benzina costava un cazzo virgola cinque lire al litro, erano i consumi non propriamente economici; qui ne abbiamo peraltro uno degli ultimi esemplari, già ampiamente sforata la crisi energetica del '73/'74 e il famoso (e stradimenticato) austerity con le domeniche a piedi e in bicicletta. Si cominciarono a fabbricare macchine più attente al risparmio energetico (anche nelle categorie "alte" e sportive). Ma, parafrasando sempre quel noto cantautore modenese che va al ristorante lì di fronte, il rombo, il rombo chi ce lo rende...? Ché era un piacere anche soltanto sentirlo. Ora, invece, passano silenziosi mastodonti senz'anima.

D'ä mæ riva


D'ä mæ riva
sulu u teu mandillu ciaèu
d'ä mæ riva
'nta mæ vitta
u teu fatturisu amàu
'nta mæ vitta
ti me perdunié u magún
ma te pensu cuntru su
e u so ben t'ammìi u mä
'n pò ciû au largu du dulù
e sun chi affacciòu
a 'stu bàule da mainä
e sun chi a miä
tréi camixe de vellûu
duì cuverte u mandurlín
e 'n cämà de legnu dûu
e 'nte 'na beretta neigra
a teu fotu da fantinn-a
pe puèi baxâ ancún Zena
'nscià teu bucca in naftalin-a.

Non c'è niente da fare. Ogni volta che vedo qualcosa di Genova, anche un treggione di fuoristrada con un'inopinata targa genovese a Firenze, mi viene a mente questa canzone. Del resto, anche il treggione dev'essere venuto d'ä sæ riva, e magari a un certo punto ha pure salutato col fazzoletto. Genova. Antichi ricordi, oramai quasi antichissimi. Una di quelle città che avrò sempre dentro.

Quella canzone, che mi ritrovai a cantare al telefono, un pomeriggio d'estate, steso sul letto. All'altro capo, qualcosa che se ne andava via per non tornare mai più. Vedete quante cose può mettere in moto un vecchio automezzo, una vecchia targa arancione e nera. Poi ci sono i "puristi" che mi vengono a dire che, su questo blog, dovrei fare una presupposta cultura delle auto d'epoca; ma qui non si fa cultura, si verticalizza. Lo disse un liparota che allenava il Genoa, tale Franco Scoglio.

domenica 24 gennaio 2010

Uno, nessuno e centomila




Il titolo "pirandelliano" è facilmente spiegabile: alle Uno, infatti, non fa caso nessuno perché se ne vedono in giro ancora centomila. Però almeno alle più vecchie (quelle ancora con la targa arancione e nera) un occhietto anderebbe dato: a Firenze la Fiat Uno comparve con la serie FI D3... e, quindi, siamo ancora in piena era treggiologica. Indi per cui, quando ne ho vista una con la targa arancionera bella ferma in un ingorghetto, non ho avuto dubbi espletando peraltro una delle libidini del Treggista: la foto al volo. Nulla di eccezionale, sia ben chiaro; ma uno degli scopi del TB è proprio quello di registrare l'ordinario. Forse il principale. La vita quotidiana delle vecchie autovetture ancora orgogliosamente in circolazione (e non imbalsamate nelle collezioni e nei raduni). Lunga vita anche alla vecchia Uno di quando ancora c'era la pubblicità di Forattini e gli slogan in -osacomodosa, scattosa, risparmiosa eccetera). Cose oramai talmente passate, di quando molti pensavano che Forattini fosse "di sinistra" !

giovedì 21 gennaio 2010

La legge del 17






Ed eccoci tornati finalmente a Firenze, in questo mese di gennaio decisamente "piacentino" dal punto di vista treggistico. E ci si torna, a Firenze, con una sorta di smentita. Solo pochi giorni fa avevo infatti annunciato un rallentamento nei Maggiolini, ma davanti a un Käfer del genere l'eccezione è d'obbligo. Qui siamo di nuovo in un tempo remoto, con una delle più vecchie targhe fiorentine che siano presenti nel TB: soltanto di pochi numeri superiore all'altro Maggiolino-record.

Pare quasi che a Firenze, attorno al 1962 e ai tempi del FI 17, ci sia stata una recrudescenza di Maggiolini; e trovarne ancora due in circolazione (anzi, facciamo tre, nonostante la perniciosa ritargatura) dopo quarantotto anni, dà davvero da pensare sulla robustezza miracolosa di questo automezzo. In circolazione, dico, poiché è probabile e plausibile che in qualche garage di collezionisti ve ne siano anche di più vecchi, tirati fuori per gli autoraduni d'epoca che però dal TB vengono evitati come la peste bubbonica.

È, insomma, una specie di Legge del 17. In circolazione, per ora, di autovetture con targa fiorentina inferiore ancora non ne ho trovate, con il record della "Lancia Appia del Destino" che pure è degli stessi mesi. In questo caso, però, un 17 che porta fortuna e suscita ammirazione non soltanto nel Treggista inveterato; tanto è vero che, mentre provvedevo a fotografare, una specie di capannello di gente mi si è formato attorno trovando del tutto naturale e logico che qualcuno si fosse fermato a riprendere questa meraviglia.

Con la prossima bella stagione, speriamo, anche la legge del 17 verrà infranta; in questo duro inverno, le nonne gli è bene che stiano belle coperte. Solo poche di loro, temprate a tutto, sfidano con nonchalance i rigori del clima: non le ammazzerà mai nessuno. Questa qui la ritroveremo a giro anche fra trent'anni, quando oramai il Treggia's Blog si occuperà delle macchine che ora sono nuove fiammanti ed il Treggista stesso sarà a sua volta diventato una vecchia treggia.

mercoledì 20 gennaio 2010

Trebbia's Blog, o Le avventure di un Treggista a Piacenza (3): Son felice di essere un(a) Beta!





A dire il vero son felice, e dimolto, io, d'aver trovato a Piacenza questa bella (Lancia) Beta; tanto più che pochi giorni prima, a Firenze, me n'era sfuggita un'altra (con targa quadrata, sigh) che mi era sfilata sotto il naso vicino alla Biblioteca Nazionale, sui lungarni. Bisogna accettare le decisioni insindacabili del Dio dei Bivi; ora ti leva, ora ti dà. Una Beta te la fa scappare sui lungarni, e una Beta te la fa trovare in una via di Piacenza. Va bene così. E non si perde nemmeno l'occasione, visto il titolo, di infilarci il vecchio Beta di Battiato, ché è più meno contemporaneo alla vettura (in realtà questa è del '77/'78, mentre la canzone, dall'album Pollution, è del '72):


martedì 19 gennaio 2010

Trebbia's Blog, o Le avventure di un Treggista a Piacenza (2): Hazzard e fasö






L'autovettura che vedete sopra è assolutamente qualcosa fuori dall'ordinario. Lo è a Piacenza come lo sarebbe ovunque. Parcheggiata in una stradina qualsiasi, così, accanto alle punte, alle smàrte, alle clie e alle micre; ad un tratto, sempre così, la si vede. E viene a mente subito, appunto, Hazzard, anche se non è il Generale Lee e non è una Dodge Charter del '69, bensì una Chevrolet Camaro di seconda serie, prodotta fra il 1970 e il 1981. Arriva il proprietario, poi, e mentre gentilmente me la fa fotografare, mi dice come se niente fosse di "averla trovata a Treviso". A Treviso. La targa originale qui non potrebbe esserci mai stata, e chissà di dov'era; c'è la targa nuova, messa di lato, e una farlocca della North Carolina. Basterebbe questo per farne uno dei pezzi da 90 del TB, e tutto ad onore di Piacenza; da qui il titolo, in onore ad una delle più celebri specialità culinarie della città. Hazzard al posto dei pissarèi, lo so che è improbabile; ma improbabile è tutta questa macchina, e anche tutta questa pagina.

La Chevrolet Camaro è una delle auto più longeve in circolazione; la sua prima versione risale al 1967, e nel 2009 è arrivata alla quinta generazione (prima si sarebbe detto "versione", ma ora vanno di moda le generazioni). Sembra addirittura che in una canzone dei Pearl Jam, Wishlist, il protagonista sogni di essere la luna che risplende sul cofano di una Camaro. Beh, insomma, a pensarci su una canzone dei Pearl Jam ci sta proprio bene.


Trebbia's Blog, o Le avventure di un Treggista a Piacenza (1): Requiem per il Fuoristrada




Intro. Non è sempre la povera piasintëina (con la quale, oramai, tutti i frequentatori di questo blog dovrebbero essersi familiarizzati) che, ogni venerdì, si sciroppa autentiche battaglie con le Ferrovie del Non-Stato per venire a Firenze; a volte vo anch'io a Piacenza. Così un paio di settimane fa, ovviamente deciso anche a rimpinguare un po' la categoria delle "Tregge Piacentine", che ultimamente un po' languiva. La trasferta sulle rive del Trebbia (beh, non c'è che dire, un fiume con un nome del genere può far gridare al classico nomen, omen!) ha prodotto i suoi bravi risultati; numericamente non molto consistenti, anche per il tempo piuttosto infame che gravava sulla città di Piazza de' Cavalli, ma sicuramente molto interessanti. Cominciamo con questo automezzo, che propone anche un'interessantissima e assai dotta disquisizione teorica.

Dov'è morto il classico fuoristrada, ed è cominciato il pernicioso SUV? Con questo automezzo, fotografato sotto un diluvio vicino alla stazione piacentina, siamo veramente sul limitare, per dirla proprio come Giosuè Ugo Pascoli. Sul limitare anche delle targhe piacentine: questa è una delle ultime arancioni e nere; pochi numeri più in là, e sarebbero arrivate quelle bianche.

Siamo, ohimé, in quella che si potrebbe chiamare la fase di trasformazione. Quello che era il fuoristrada, vale a dire un automezzo con usi limitati e speciali ("settoriali", si potrebbe dire), sta diventando una moda nei funestissimi anni '80 (siamo nel 1985, per la precisione). Gli anni dello yuppismo e dell'edonismo reaganiano cominciano a imporre i mastodonti derivati dal fuoristrada, che negli USA sono peraltro già consueti (e, forse, un po' più giustificati nelle immense wilderness di quel paese). I giapponesi se ne accorgono, ed ecco comparire questi "cosi" pieni di scritte roboanti, "Turbo", "Patrol" e roba del genere, come se il commercialista di Piacenza fosse un ranger delle foreste attorno al Lago Superiore. Ma, ancora, può essere riconosciuto il fuoristrada; non siamo ancora allo status symbol più cretino degli ultimi decenni, ed è possibile che il commercialista in questione abbia acquistato quel mezzo anche per andare a inquinare un po' i boschi attorno a Bobbio o in Val Tidone.

Ancora poco tempo, e sarebbero comparsi i primi SUV autentici dai nomi indianeggianti: i Cherokee, i Cheyenne e i Navajo, insomma. Credo che gli spiriti degli antenati e il grande Manitù siano, a quel punto, definitivamente emigrati in un altro universo; non paghi di averli sterminati e ridotti in gran parte a larve alcoolizzate, non paghi di Leonard Peltier, li hanno perfino commercializzati per vendere gli stupidi giocattoloni da neoricchi e da indebitati. "Patrol" vuol dire "pattuglia": e che pattuglia avrà mai fatto, 'sto coso qui? Ma è inutile formulare una qualsiasi risposta. Sia dunque celebrato il requiem per il fuoristrada, e così sia.