domenica 14 febbraio 2010

Zaxp!


Un Maggiolino, anzi un Maggiolone* celeste fa sempre notizia, anche se ritargato con le orripilanti targhe di adesso; questo, invero, può benissimo derivare dal fatto che il mezzo sia stato acquistato in Cermania (o comunque all'estero), e reimmatricolato in Spaghettonia. Fatto sta che questo celestial Käfer reperito nella sua città dalla mia piasintëina preferita trova qui il suo bel posto nonostante la targa. Anzi, vista la sua componente alfabetica decisamente futuribile e dal suono stile fumettone fantascientifico del 1962 (quando il 2010 era un remoto anno dove si sarebbe andati tutti quanti su macchinine volanti), lo chiameremo proprio Zaxp.

Per inciso, 'ste targhe "ZA" (quelle rettangolari) sembrano proprio non finire mai. Dopo 16 anni ancora non sono passate di seconda lettera, e non si sa nemmeno quale sarà: ZB? ZZ? Boh. Francamente, però, a noi Treggisti Passatisti ce ne importa abbastanza pochino -anche perché la maggior parte di tali targhe sono applicate ad abòrriti suvvazzi stupidi. Questo Maggiolone ha però un'altra particolarità che è testimoniata dalla foto che segue:


Si tratta nientepopodimeno che di un Beetle carrozzato dalla venerabile Karmann di Osnabrück (celebre per la Volkswagen Karmann-Ghia, una supertreggia che farebbe sobbalzare 'sto blog), carrozzeria fondata nel 1901 e purtroppo chiusa pochi mesi fa, nel 2009, dopo 108 anni di onoratissima attività. Una chiusura che ha avuto anche tremende conseguenze occupazionali. Insomma, come dire: la piasintëina ha reperito, con questa Zaxp, non soltanto una treggia ma tutta una storia. E quindi non a caso pubblico questo post il 14 febbraio. Senza indulgere troppo a ricorrenze commercializzate, un regalino per questo giorno non ci sta certo male anche perché la suddetta è una sfegatata tifosa di un altro Valentino, fortunatamente per nulla santo e titolare di un certo numero 46 quando corre con motine che sono ben lontane dalle tregge. Insomma, carissima, quel che volevo dirti lo sai bene anche se qui non lo scrivo. Grazie, e non soltanto per le tregge piacentine.

*La distinzione fra "Maggiolino" e "Maggiolone" si fa soltanto in Italia (il "Maggiolone" è il millettré di terza generazione). In Germania è tutto "Käfer", nei paesi anglosassoni è tutto "Beetle".

Il Fondo Cristina (4): Incidente sui Navigli



Della serie: forse faceva meglio a restarsene a Roma, invece che andare sui Navigli, a Milano, e perdipiù sotto la neve. Vabbè che in questi giorni è venuta una nevicatina anche a Roma (strombazzatissima dai media, naturalmente, come ogni cosa che avviene n'a'a capitale), però andare a Milano con una Lancia Flaminia Coupé (ritargata, sì, ma dei primi anni '60 senz'altro) e poi andarcisi a schiantare come se niente fosse, è veramente il colmo. Con l'ovvia speranza che il conducente non si sia fatto neppure un graffio, è comunque facile immaginare la scarica di colorite e irriguardose espressioni nei confronti del Padreterno che il proprietario di questo bellissimo automezzo da Dolce Vita felliniana deve avere tirato; e non saprei sinceramente fargliene un torto, anche se il demonietto che alligna in me sogghigna un po' dicendo: Beh, così impara a andare a Lavoròpoli. Se proprio ci si deve andare, di riffa o di raffa, si prenda un treno o ci si vada con una macchinetta del cavolo di questi tempi, ché quella la si può anche battere senza problemi....anche perché la dinamica dell'incidente mi sembra bizzarra, a giudicare dal danno. Sembra quasi che alla Lancia sia cascata una cassaforte addosso, o che qualcuno le abbia tirato, che so io, un modellino-souvenir del Duomo di Milano...

sabato 13 febbraio 2010

Molto meglio di Bruno


Era un po' di tempo che sul TB non c'era più una bella trespa come si deve, anche se diverse me n'erano sfilate sotto gli occhi. Pochi giorni fa, quasi annegata in un mare di motine & motone più o meno modajuole, ecco che mi compare davanti agli occhi la cosa che si vede al centro della fotografia. Qualcosa di assolutamente sensazionale.

Doveva essere, un tempo, rossa; ma qualcuno si dev'essere dedicato a ridipingerla in nero con le tempere Giotto, o qualcosa del genere. Fatto sta che il rosso originario è riaffiorato, conferendo a quest'incommensurabile Trespa un colore che potremmo definire relitto di pedalò sulla spiaggia di Torvajanica. Un tocco di autentica classe è inoltre fornito dal sellino sderenato, che mette in mostra bioccoli di autentica gommapiuma giallastra. Insomma, signore mie, signori miei, questa è *la* Trespa. Quella vera. Quella che potrebbe essere stata benissimo la protagonista della leggendaria irruzione al cinema Universale. Quella che piombò sul palcoscenico del vecchio Teatro sull'Acqua mentre si dava il Rocky Horror Picture Show.

E pensare che quel sacro nome di Vespa dev'essere, corpo d'una pipa, condiviso con quel butterato leccaculo aquilano di Porca a Porca (su' ma' maiala). Ma verrà il giorno, magari battendo l'otto, che le cose saranno rimesse al loro posto, e dicendo "Vespa" s'intenderà soltanto una meraviglia del genere. In mezzo alle anonime motazze del Dumila, è lei che risalta; la bellezza proletaria vince.

venerdì 12 febbraio 2010

Magyarország Trabantország



Vi ricordate dell'amico Ionis 56, vale a dire l'addetto Gigliese alla Treggiologia? Ebbene, anche lui è stato in Ungheria, al pari di Cristina la Meharista. E cosa ci si va a fare in Ungheria, se non per fotografare delle Trabant? Sì, ok, d'accordo, il lago Balaton, il Tokai (e altri vini ugualmente buoni), il Gulasch (che proriamente dovrebbe chiamarsi gulyás, da pronunciarsi qualcosa come "gùiaash"), la paprika, le belle magiare; però la considerevole presenza di Trabi (o Trabbi) dovrebbe essere presa in considerazione dalle competenti autorità ungheresi come attrazione turistica in piena regola. Ho già pronto lo slogan: Magyarország Trabantország (Ungheria, terra della Trabant). E chi dimostra di pronunciarlo correttamente vince un viaggio. In Trabant, ovviamente. E se sopravvive, vince anche la Trabant.

In queste foto "ionissiane", di Trabant se ne vedono addirittura due nella stessa strada; la seconda è quella che che si intravede appena nella prima foto, sotto il manifesto con scritto Figyeló (= "attento!"). Pensate: due Trabant parcheggiata una dirimpetto all'altra. Sì, decisamente vale la pena fare una giratina in Ungheria (che, per inciso, è anche un paese splendido).

giovedì 11 febbraio 2010

Su strade consuete




Poche strade come quella che si vede nelle foto sono per me tanto consuete. Ci vado ogni giorno, a portare e a riprendere delle persone che passano la loro giornata in un posto specializzato. Una strada di collina, piena di ville, di parchi e di ricchezza; uno di quei luoghi dove la consuetudine, per uno come me, dev'essere per forza affidata a qualcosa di estremamente particolare. Come estremamente particolari sono gli automezzi che vi sostano, del resto. Le auto di lusso, corrispondenti alle superville, devono stare nei garage interni; per la strada, invece, è tutto un fiorire di tregge. Di cinquecento, in primis: ve ne sono, fisse, almeno tre che prima o poi vedrete. Poi capita, una mattina, di trovare questa cosa qui. Inchiodare. Imbracciare la Kodak. Scendere. Posizionarsi. E proprio mentre ci si sta posizionando, accorgersi che c'è il guidatore a bordo. Gasp.

In questi casi, è buona norma avvicinarsi urbanamente con un sorrisone a 48 denti e cominciare a spiegare brevemente che cosa si sta facendo; per il resto, chiedere educatamente il permesso di fare due o tre foto non costa niente e, anzi, produce risultati sorprendenti. Il permesso viene dato nella quasi totalità dei casi (e se non viene dato, pazienza) e si fa la conoscenza di persone che hanno sempre qualcosina di unico. Del resto, chi sta al volante -ad esempio- di un T2 del 1973 non è certamente il tipico pìssero da suvvino immacolato.

Il Treggista in divisa di servizio e con la bandana di lana; il guidatore con berrettone pure di lana, barba lunga. Si chiama Giulio. E qui cominciano quindici minuti di treggismo puro, fra due sconosciuti che si sono incontrati in tale bizzarro modo una mattina di febbraio in una strada che certo non può essere definita una grande direttrice di traffico (e questa espressione somiglia simpaticamente alla biblica Grande Meretrice di Babilonia). Un quarto d'ora di delirio puro, tra prezzi dei T1 e T2, racconti d'avventure, sguardi amorosi all'automezzo, risate e osservazione dei gesti. Perché chi sta dentro una Treggia la vive in ogni momento, la sente, la trasmette. Non credo, peraltro, che ci rivedremo mai più. Ma se mi capiterà di veder ripassare, da qualche parte, questo automezzo, saprò chi c'è sopra. Mi ricorderò di quel quarto d'ora. Provateci voi a farvi ricordare su una delle vostre macchinine qualsiasi tutte stondate, modaiole e fluo. Poveracci.

mercoledì 10 febbraio 2010

La Pavesina




Beh, bisogna tornare sulla terra dopo la meraviglia delle meraviglie di ieri; quella, oramai, è consegnata definitivamente alla storia del Treggia's Blog e vi resterà. Per tornare alle (amatissime) tregge quotidiane, scelgo questa Dyane fotografata qualche sera fa sotto il nevischio; è anche un omaggio al neolinkato (e neolinkante) blog dell'amico labronico Sassicaia Molotov, Il Tafferuglio Interiore, che proprio in questi giorni ha pubblicato un bel post treggistico (con la speranza che non sia l'ultimo, e anche che, abitando a Livorno, cerchi di ritrovarmi un'Arna targata LI 34... che vedevo sempre in giro quando abitavo da quelle parti: gliene sarei davvero grato!).

Nei commenti a detto post, a cura di Jesup, c'è un riferimento alla Dyane: da qui ho pensato che vederne immediatamente una ancora all'opera, che vive & lotta insieme a noi, non sarebbe stato male; anche perché la sera che l'ho fotografata ho rischiato seriamente una polmonite, uscendo solo col pile di servizio dalla macchina riscaldatissima e gettandomi nelle intemperie. Davvero un invernaccio malefico, questo; e autovetture come queste, con venticinque o trent'anni sul groppone, lo sfidano ancora senza problemi. Mi garberebbe, se sarò ancora vivo, vedere quanti suvvini ci saranno ancora in giro tra un egual numero d'anni.

Mi piace qui riportare le parole esatte dal commento di Jesup: "Ci metterei anche il Dyane. Auto che avevano comunque comodità e di mantenimento ti costavano poco più di un motorino. Anche perchè quando si fermavano almeno sapevi dove erano le candele, ora con sta cazzo di elettronica, ci vuole un ingegnere per rimetterle a posto!" Parole da sottoscrivere interamente, parole da Treggista.

martedì 9 febbraio 2010

Proscìnesi





Nel TB, di solito, si segue un vago ordine cronologico per gli inserimenti: non oggi, però. Questa è roba di un'ora e mezzo fa. Al diavolo, per una volta, ogni tipo di ordine: una macchina del genere sovverte doverosamente ogni cosa, ogni programma.

Avevo appena svoltato nel vialone che porta allo Stadio, quando me la sono vista dietro, nello specchietto retrovisore laterale sinistro. Qui il Treggista consumato deve mettere in azione, e contemporaneamente, le sue due principali caratteristiche: la rapidità di azione e la faccia tosta. Fermarsi di lato in quintupla fila. Scendere. Bloccare il viale a rischio di farsi asfaltare. Spiegare in tre-secondi-tre al guidatore dell'auto bloccata perché lo sia stata così proditoriamente.

Per una Maserati Quattroporte del 1965 tutto questo dev'essere fatto, e senza indugi. Qui siamo di fronte a quella che, per me (ma non solo per me) è la più bella automobile di tutte le epoche. Ascoltare estasiato il rombo un po' scarburato. E il guidatore, e proprietario, all'improvviso si apre e comincia a raccontare di tutto. Il signor Andrea P., ex pilota di rally, per la precisione: ovviamente, se legge, lo ringrazio di tutto cuore.

Non solo una Quattroporte, ma una -come mi racconta Andrea- delle sole quattro prodotte di quell'incredibile colore verde smeraldo. Di queste quattro, due andarono allo Scià di Persia, Reza Pahlevi, mentre una ce l'ho davanti in quel momento (forse, boh, sarà stata destinata allo Scià del Friuli?). Mentre il signor Andrea racconta, torno un attimo bambino: la Maseàti Pattopòtte era anche allora la mia macchina preferita, ne avevo il modellino e ci giocavo sognando di quando, da grande, sarei stato ricco e me la sarei potuta comprare. È andata un po' diversamente; ora sono grande, e quel mio sogno di bambino mi costerebbe a occhio e croce un 400.000 euro.

Non se n'è accorto, il signor Andrea, che mentre fotografavo l'intero l'ho voluta almeno toccare. Perché non ne avevo mai vista una in giro, prima. Neanche negli anni '70, neanche quand'era ancora in produzione. Era stata solo un modellino tirato fuori dallo scatolone delle macchinine, che ancora dev'essere da qualche parte a casa di mia madre.


A proposito di Persia. Nell'antica Persia, davanti all'imperatore, era d'uso che chiunque fosse ammesso alla sua presenza, anche i satrapi più nobili, dovessero prosternarsi stendendosi completamente: era la cosiddetta proscìnesi, gesto talmente stigmatizzato dai liberi elleni che gli diedero un nome sarcastico (προσκύνησις, dal verbo προσκυνῶ, vale a dire "accucciarsi come un cane davanti al padrone"). Capisco i greci, sicuramente; però, davanti a quest'autovettura, ho avuto l'istinto di prosternarmi. Di fare una proscìnesi davanti ad una Regina. Succede.

NB. Per chi magari si fosse un po' preoccupato di tutte queste proscìnesi e dello Scià di Persia (che era un bello stronzolo di cane, sia ben chiaro), dovrò anche dire che giustappunto una Maserati Quattroporte nuova fiammante fu regalata dalla direzione del grande Partito Comunista Italiano al compagno Leonid Brežnev, primo segretario del PCUS, faro del proletariato nonché notissimo amante delle autovetture di gran lusso.