giovedì 17 marzo 2011

La Transporteressa




Le tregge hanno forse un sesso? Beh, insomma, non esageriamo; lungi da me dal porre domande troppo oziose, ancorché retoriche. Non ce l'hanno; ma certamente questo T2 del 1977, munito di leggiadri parafari anteriori che danno senz'altro l'impressione di lunghe e voluttuose ciglia sopra dei begli occhioni assassini, può servire ad alimentare questa specie di celia!

Vituperio de le tregge




Di tregge con targa pisana ce ne sono più d'una nel TB; senza contare che il vostro Treggista Preferito®, quando abitava a Livorno, ha avuto pure una macchina targata Pisa (un'Alfa 33 SW, per la cronaca). Come dire: nel passato di ciascheduno di noi esistono delle macchi(n)e. Ma, da quando esiste il TB, non mi era ancora mai capitato di beccare una treggia pisana nel suo habitat naturale, vale a dire Pisa stessa; e che Pisa, perché qui non siamo in qualche periferia, ma sul Lungarno Gambacorti. Nel bel mezzo del vituperio de le genti, insomma, e vanno dette due cose: la prima è che Pisa è comunque una gran bella città, ma bella bella, e la seconda è che all'Alfa targata Pisa ho fatto fare esattamente la stessa fine di Dante Alighieri, abbandonandola in esilio proprio a Ravenna. Tutto questo mentre, sul Lungarno Gambacorti, in compagnia di un'allegra brigata ripiena di delizie della cucina sarda e di filu 'e ferru, inchiodavo nel vedere quest'Alfetta del 1978 ancora perfettamente maestosa e scevra da ogni livrea dei carabinieri o della polizia. Cosa oltremodo opportuna, perché siamo esattamente davanti a dove fu ammazzato Franco Serantini. Che era sardo.

Un regalino da Mark B.


Un "regalino" da Mark B., questa Citroën Dyane del 1979. Doppiamente gradito, senza che magari neppure lo sappia. Sicuramente per il "FI A0", ma anche per l'adesivo dell'Isola d'Elba che la vettura ostenta come parte integrante; questo propio a pochi giorni una una mia puntata elbana (durante la quale spero ovviamente di...aumentare un po' la categoria delle tregge elbane, ferma oramai da mesi)!

martedì 15 marzo 2011

Paperino e la 850


E continuiamo, ma sì, a parlare di Otto e Cinquanta!

Viene presentata nel maggio del 1964; non so se ancora s'era nel famoso boom, io non avevo compiuto nemmeno un anno (e immaginatevi pure il vostro Treggista Preferito® nel box...), e mio padre se la comprò subito. Disgraziatissima: le voces familiae dicono che la bisarca che la trasportava alla concessionaria ebbe un incidente, e fatto sta che quella vettura (targata FI 26 e qualcosa: avercela ora sottomano...) di magagne ne ebbe parecchie. Era esattamente del colore di questa qua sotto, trovata in quel di Genova dal nostro impareggiabile Fabrizio:



A dire il vero, questa è del 1968 ed è una Special; ma poco importa. Torniamo al 1964, perché il lancio della 850 fu accompagnato da una storia un po' particolare. Storia in tutti i sensi: vuoi far comprare la macchina al babbo? E allora agisci sul bambino. Fu così che la Fiat, oltre alle normali pubblicità a stampa e radiotelevisive, decise di commissionare alla Disney Productions (in Italia allora esclusiva della Mondadori) un'intera storia a fumetti: "Paperino e la 850".


Fu una cosa dal piglio faraonico: venne pubblicata in ben 10 episodi sul Topolino, dal numero 455 al 464. Poiché il 1964 era anche un anno olimpico, le Olimpiadi di Tokyo furono prese come base. Zio Paperone ordina a Paperino e Qui, Quo e Qua di portare a Tokyo un super-super-gas che dovrà alimentare la fiaccola olimpica; per il lunghissimo e avventuroso viaggio viene consegnata ai paperi, indovinate cosa? Una Fiat 850 rossa. Disegnata da Giovan Battista Carpi (considerato il miglior disegnatore della Disney dopo il grande Carl Barks), la storia si snoda attaverso America, Lapponia, Europa ed Africa, tra le insidie perpetrate dalla perfida Daniela Santanchè Maga Magò e dalla Banda Tremonti Bassotti; per fortuna ci pensano il Mago Merlino e, soprattutto, la Fiat 850 a trarre d'impaccio Paperino e i nipotini!

Un anno di Firenze-Fiesole (FF/32)



La Firenze-Fiesole del 14 marzo 2010 ci tiene oramai compagnia da un anno; anzi, domenica scorsa si è di nuovo tenuta. E io, rigorosamente, non ci sono andato. Un po' per tenere fede al proposito di base del TB (niente raduni), e un po' perché le foto fatte lo scorso anno basteranno a dir poco anche per tutto il 2011. Il TB, del resto, non è un blog "fotografico": è nato e procede in funzione dei suoi commenti e delle sue storie, sovente molto piccole. Ma sono le storie che ci raccontano tutti questi vecchi automezzi, e sono storie che non di rado s'incrociano con quelle grandi; o perlomeno le sfiorano rombando imperterrite.

Si prenda ad esempio questa "vettura dell'anniversario": tutti si saranno accorti che è una Fiat, certamente: c'è il marchio bello chiaro. Poi, la dicitura "Grand Prix". Una peperina anni '70 (è del 1974, per la precisione), insomma; certamente. Ma lo sapete che cos'è esattamente? È una Fiat 850. All'epoca più o meno tutte le vetture popolari avevano delle versioni coupé, sportiveggianti, corsaiole, spider e quant'altro; non fece eccezione nemmeno la 500. E così ecco questa Fiat 850 Sport Grand Prix, che rappresenta l'estrema trasformazione del modello-base, del quale peraltro ha tutta quanta la meccanica.

Come non lasciarsi trasportare dai ricordi? Ora vi dirò qual è il particolare che più me li induce, e preparatevi a sorridere scuotendo il capo. Sono i fari a scomparsa. I fari a scomparsa sono anni '70 puri, seppur mi sappia che siano presenti anche su qualche modello più moderno. Le vetture dei fumetti avevano spesso i fari a scomparsa, da Paperino a Diabolik; e sognavo di pigiare il bottoncino per tirarli fuori. Credo che fra i bambini e le macchine ci sia un legame paragonabile a quello che hanno coi cani, e non per niente hanno inventato le automobiline (che "alluvionavo" regolarmente in vasca da bagno: credo che, con me, papà Freud ci avrebbe fatto i soldi, ci avrebbe). Di fronte a una macchina coi fari a scomparsa, tuttora, mi brillano gli occhi. Ovviamente non ne ho mai avuta manco mezza, ed è meglio così: posso continuare a sognare, e i sogni non hanno prezzo.

domenica 13 marzo 2011

E fosti subito Alfista



Arna, kilometrissima Alfa. Quanto t'avevo cercata! Meditando persino di fare un salto a Livorno, dove mi ricordavo anni fa di averne vista una superstite; invece eccomi non lontano da casa mia, al classico distributore da treggista (semafori e pompe di benzina: alleati naturali del treggista militante), da dove sta sortendo l'ineguagliabile risultato della joint-venture Alfa-Nissan del 1980. L'Arna, appunto; da Alfa Romeo - Nissan Auto. L'ultimo regalino della gestione Massacesi e dell'Alfa Romeo di stato (era, all'epoca, ancora di proprietà dell'IRI). Ci sarebbe da chiedersi se, in questo caso, l'espressione joint-venture non abbia piuttosto a che fare con le canne (joint), vista tutta la storia che vado brevemente a ripercorrere.

Alla fine degli anni '70, l'Alfa decide di inserirsi nel mercato delle auto di classe medio-inferiore, per fare concorrenza soprattutto alla Golf (ma anche alla Ritmo e alla Lancia Delta); visto che non c'è tempo per progettare un'auto nuova in tempi brevi, Ettore Massacesi, supermanager di stato, decide di creare questa famosa joint-venture con la Nissan, ai suoi tempi strapubblicizzata e presentata come "rivoluzione": la prima unione tra una casa occidentale e una giapponese. E qui comincia la favolosa storia dell'Arna.


La Nissan Cherry, ovvero l'Arna giapponese

Tempi brevissimi: la Nissan avrebbe fornito la scocca della Pulsar (poi riprodotta senza cambiare nulla sulla Cherry), mentre l'Alfa ci avrebbe messo le meccaniche derivate dall'Alfasud. Il 9 ottobre 1980, data fondamentale nella storia dell'automobile, Massacesi e il presidente della Nissan Auto, Takashi Ishihara, firmano l'accordo; in tempi record si attiva la produzione a Pratola Serra, provincia di Avellino. Pochi giorni dopo, la zona viene scossa da un disastroso terremoto; non propriamente un inizio beneaugurante. Viene anche approntato uno spot pubblicitario epocale, con il jigle Arna, kilometrissima Alfa e uno degli slogan più sbeffeggiati della storia dell'automobile: "Arna. E sei subito Alfista.".



E fu subito una catastrofe, invece. Non appena comincia l'assemblaggio dei prototipi, ci si accorge che nella scocca della Nissan il motore Alfasud non c'entra proprio. Non ci sta. Le scocche devono essere quindi modificate per accogliere il motore, causando ritardi mostruosi nella produzione (quella dei tempi brevi), e anche un aumento dei costi di produzione che fanno lievitare il prezzo previsto. Gli Alfisti, quelli veri, non appena s'accorgono invece di quel che il Biscione intende propinare, scendono in guerra con l'unica arma a loro disposizione: il rifiuto categorico, totale, inappellabile. Un'Alfasud travestita da macchina giapponese già fuori moda persino in Giappone. In tempi brevi, l'operazione Arna si rivela come il più grave disastro commerciale nella storia dell'Alfa Romeo; e non bastarono a salvare l'Arna, rimasta in produzione solo tre anni, le sue prestazioni più che ottime (kilometrissima lo era per davvero). Anni dopo, un sondaggio promosso da un quotidiano promosse l'Arna come auto più brutta del secolo; poi venne la Fiat Duna...


sabato 12 marzo 2011

Cortina di ferro




Questi giorni che precedono l'inizio della primavera sono, si vede, propizi agli inseguimenti. Come ogni anno, le tregge si svegliano dal letargo, come le marmotte, e ricominciano a percorrere le strade della città; e, allora, inseguimenti a gogò senza pensarci un istante. Come acchiappare altrimenti questa Ford Cortina di II serie del 1970? Addirittura quella che fu pubblicizzata con l'impareggiabile slogan "La nuova Cortina è più cortina" perché effettivamente più corta rispetto a quella di I serie?

Che fosse di ferro, e di quello buono, non c'è dubbio; gli anni poi erano quelli giusti. Prodotta dalla filiale inglese della Ford, la Cortina era la berlinona da famiglie solido-borghesi che non disdegnava però le versioni corsaiole (su una Cortina modificata esordì addirittura Jim Clark). Nonostante le mie celie da treggista, il suo nome era evidentemente un omaggio alla località sciistica italiana sede delle olimpiadi invernali del 1956 nonché di un episodio di un film di James Bond (e, in questo, qualcosa con la cortina di ferro c'entra, no?). Da notare la foto di lato: approfittando di un semaforo rosso e di uno dei miei superstiti scatti, sono sceso a fotografarla in 3 secondi netti. Ma questa è una cosa che non posso più permettermi tanto, le giunture stanno cominciando a arrugginirsi...