martedì 1 dicembre 2009

Ribollita di Trespe alla Sanfredianina






RIBOLLITA DI TRESPE ALLA SANFREDIANINA

Ingredienti per 4 persone:

2 trespe (vecchie Vespe) ben conservate
4 caschi abbastanza scalcagnati
Portapacchi assortiti
1 cassetta per bottiglie
2 vecchie strade di Sanfrediano
1 bicitreggia per la guarnizione.

Andare in giro per l'atavico quartiere di Sanfrediano muniti di macchina fotografica e spirito treggistico, decisi a reperire qualche bell'esemplare di trespa la quale, in quel quartiere dove ancora il vecchio artigianato fiorentino non è del tutto scomparso, è un mezzo di locomozione privilegiato per portare mercanzie varie (dati i vicoli assai, assai stretti).

Una volta reperite le trespe, assicurarsi che non siano state ritargate e, soprattutto, che non siano repliche attuali finto-modaiole: la vera trespa si riconosce non soltanto dalla targa e dalle ammaccature/scrostature del tempo, ma anche da particolari oggigiorno impensabili, come i portapacchi a base di cassette di plastica per le bottiglie, oppure da strani marchingegni a molla tenuti da abbondanti gugliatone di scotch da pacchi.

Un altro ingrediente, facoltativo ma altamente indicativo dell'autenticità della vecchia trespa, è il parabrezzaccio smontabile in plastica trasparente; se ne nota qui un bell'esemplare nella trespa blé.

Le vecchie trespe devono essere quindi mescolate ben bene (magari in un post del TB) e servite ben calde facendole scorrazzare per i vicoli bui del quartiere, per magazzini umidi dove ancora esistono tracce di fango dell'alluvione del '66, e per fondi sotterranei ripieni d'ogni sorta di materiale. La vera Trespa alla Sanfredianina reca assai spesso un adesivo della Fiorentina.

Come guarnizione, una vecchia bicicletta parcheggiata letteralmente addosso alla trespa le darà un tocco irripetibile, un flavour di squisitissimo 'ioboia, un eco delle ciane del quartiere e anche di staffetta partigiana nei giorni della liberazione dell'agosto '44.

Più che essere accompagnata da un qualche vino, la Trespa alla sanfredianina accompagna il vino: un carico di fiaschi del vinaio all'angolo di via Maffia è il necessario complemento.

lunedì 30 novembre 2009

Patchwork






Proseguendo imperterrito con la politica dei Cinquini a coppie, che sembra oramai essere The last frontier del TB, sono lieto di presentarvi oggi una delle più riposte, segrete stradine di Firenze. Siamo in una frazione della città tra le più appartate, dove però, per un motivo che non starò a dire, mi devo recare più o meno tutti i giorni; e poiché la strada principale che mena a codesta frazione è un budello a doppio senso di circolazione con tanto di autobus di linea (di dimensioni ridotte, certo, ma pur sempre un autobus), da buon fissato professionale mi sono ingegnato di cercare una strada alternativa. E l'ho trovata, con tanto di autentico guado a pelo di strada di un torrentello: forse l'unico caso del genere rimasto nel territorio comunale fiorentino.

La stradina in questione, oltre ad essere assai amena e simpatica, si è rivelata essere poi un'autentico ammasso di vecchie Cinquecento: ve ne sono ben quattro parcheggiate fisse. Ma le due che trovate qui raffigurate appartengono senz'altro all'eccezionalità di questo mezzo, che pure, oramai, sta "facendo blog a sé", o "blog nel blog". Ce ne sono di tutti i tipi, ma un vero e proprio patchwork di questo genere è perlomeno inimmaginabile.

Sembra che il proprietario (ché, senz'altro, di proprietario unico deve trattarsi) si stia dedicando a raccogliere in giro pezzi di Cinquecento e di montarli, forse come più che simpatico hobby, su dei telai già in suo possesso. E così, con i due Cinquini (uno dei quali in condizioni di carcassa, senza dubbio, ma non ho dubbi che prima o poi, con pazienza, lo vedrò perfettamente in sesto), si sta divertendo a fare un caleidoscopio di colori: gli sportelli blu montati sul resto della carrozzeria arancione, e viceversa; ma i due cofani anteriori sono entrambi blu. Il work in progress è testimoniato dalle stuccature sulla parte anteriore del "modello 79", mentre il "modello 62" ancora dev'essere in fase di studio. Ma so bene di che cosa sia capace un pensionato fiorentino quando si mette in testa una cosa: altro che 500, sarebbe in grado di farsi da solo un rioplano da turismo o una locomotiva a vapore. Sottraendosi così, tra le altre cose, dalla stronzata della caccia che tanti suoi coetanei distoglie dal restauro delle Tregge.

Naturalmente siamo nel campo delle ipotesi: un giorno, magari, verrò a sapere che i due Cinquini "Patchwork" sono di due proprietari diversi, un trentenne artista olandese che ha trovato il suo "buen retiro" da queste parti e una macellaia di Rifredi che abita in quella strada. Resta il fatto che vederle sempre là, appiccicate l'una all'altra, quasi indissolubili, mi ha suggerito questa storia. Chissà che, un giorno, non partano assieme ad esplorare il mondo oltre il Terzolle!

venerdì 27 novembre 2009

No TAV, Sì TAV





Ero in procinto di partire per le quotidiane tonnellate di servizi sociali (no, non temete, non vi sono stato affidato dalla magistratura, almeno per il momento...), quando Ettore il Radiologo mi chiama e mi dice: Venturi! Corri sul piazzale, che c'è roba per te...

E, in effetti, Ettore aveva proprio ragione. Solo che questa qui non è roba soltanto "per me": è, ad esempio, anche per la proprietaria della Mitica, la prima R4 di questo blog e una delle Tregge del Primo Giorno (absit ogni misticismo: mi sto riferendo soltanto alle vetture inserite nel primo giorno del TB, il 1° giugno 2009). Una vera e propria sorella, in tutto e per tutto, e nonostante il colore diverso.

Le condizioni da vera Treggia militante di questa R4 non lasciano adito a dubbi: al pari della Mitica, qui siamo nel pieno della lotta anti-TAV. Con una targa torinese che riporta immediatamente alla Val di Susa, e uno stato della vettura che lascia immaginare trasporti di montanari incazzati neri, di striscioni, di bandieroni, di megafoni e anche di congrue dosi di Barbera per riscaldare gli oppositori allo scempio dell'alta velocità. E anche qui in Toscana ne sappiamo qualcosa, con le belle prodezze combinate nell'alta valle del Santerno e nel Mugello. Verrebbe quasi da pensare che si tratti di una delegazione di irriducibili valsusini venuti a protestare da queste parti, o almeno così mi piace immaginare ora che tutto sembra irrimediabilmente perduto.

No TAV? Certo, ma anche Sì TAV. Nel senso, ovviamente, di Treggia Automobilistica Venaus!

giovedì 26 novembre 2009

Tregge & Gutturnio




Questo bell'esemplare di Autobianchi A112 Abarth (ritargato?) pone qui un problema non lieve di attribuzione. Come è noto a chiunque frequenti questo blog, ho verso la città di Piacenza (e soprattutto verso una certa sua abitante) una predilezione che rasenta lo smaccato; tant'è vero che, proprio grazie a quella certa sua abitante di cui sopra, esiste pure una speciale categoria "Tregge Piacentine".

Il problema posto da questa bella vettura è però che non è stata affatto trovata a Piacenza, bensì in un dato quartiere di Firenze che, peraltro, per certe sue caratteristiche di reconditezza e scarsa circolazione (condizioni privilegiate per il parcheggio di tregge), sta rivelandosi come una delle principali fonti di sostentamento per questo blog. Nonostante la sua targa, quindi, non può essere inserito nelle Tregge Piacentine, che debbono provenire rigorosamente da Piacenza e dintorni.

Naturalmente sto già sentendo volteggiare attorno a me, nell'aria, dei roboanti ...e chissenefregaaaa! Ma, perdio, almeno un post di questioni procedurali mi sarà pur concesso; tanto più che, lo avrete capito tutti, è soltanto una scusa per parlare di Piacenza. E, a pensarci bene, l'A112 Abarth qui ripresa in tutta la sua sfolgorante lucidità, è decisamente color Gutturnio, o Barbera dei Colli Piacentini. Due bei vinotti che fa sempre piacere nominare, ed ancor più sgargarozzare in abbondanza. Ma ne riparleremo quando troverò una treggia color pissarèi e fasö, anche se non sarà semplice. Ma qui si amano le mìscion impòssibol.

martedì 24 novembre 2009

...E gli a'rà fatto la guerra...!






Ed eccoci di nuovo nell'oramai celebre Carrozzeria della 1100, tra ingorghi, parcheggini fantasiosi e lavoratori che si occupano anche di rimettere in sesto prodigiose Tregge del tempo che fu. Ero giusto giusto là dentro a vedere se putacaso mi tiravan fuori la targa di Potenza della 1100 del '50, quando un collega del (finora mancato) trovatarghe mi ha urlato: Ma come! State lì a cercà' la targa e 'un gli fahe fotografà' la Uìllisse d'i' quarantuno? Quando ho percepito quelle due parole, Willys e Quarantuno, mi sono fiondato. Da non credere. In un angolo dell'officina, già quasi pronta, c'era davvero una Willys del 1941. Ancora in fase di ritocco e con accanto una bicicletta fatta con pezzi di risulta che, se non sarà stata del '41 anche lei, risaliva comunque al tempo di guerra.

"...E gli a'rà fatto la guerra...!". Quante volte lo si dice quando, per strada, s'incontra una vettura vecchia e malandata; una Treggia, insomma. Anch'io me lo sono detto tante di quelle volte. Però, in quel momento, ero davanti ad un automezzo che la guerra la aveva fatta sul serio. Una Willys, vale a dire la jeep per antonomasia, quella da cui lo stesso nome di jeep ha avuto origine (GP, abbreviazione di General Purpose, "uso generale"). Mi sono scorsi davanti, nell'ordine: lo sbarco in Normandia, la spiaggia di Omaha, l'operazione Overlord, la battaglia di Cassino, Mindanao, Iwo Jima e il ponte di Remagen. E, invece, ero a due passi dal Ponte alla Vittoria. Chiedendomi come fosse capitata a Firenze, e senz'altro in tempi non recenti (la targa riporta a un'immatricolazione avvenuta nel 1976).

E così, mentre il Capofficina mi raccontava delle bestemmie che c'eran volute per rimetterla a posto (le stesse, oso immaginare, che ci vorranno per lavorare sulla 1100...), cercavo di immaginare la storia della Willys capitatami davanti agli occhi una qualsiasi sera di novembre. Sarebbe la cosa più bella, riuscire a ricostruire la storia vera di ogni macchina che sta qua dentro, perché è la storia di tutti noi.

lunedì 23 novembre 2009

Dŭsafla






Se vi chiedete che cosa mai significhi il titolo di questo post, e se ancora non vi siete accorti che è, più o meno, Alfasud al contrario, occorrerà comunque che vi spieghi qualcosa che, credo, non potete sapere.

Sono nato alla vita come linguista, e linguista morirò. Anche se, poi, come ad esempio ora, mi ritrovo a volte a far cose molto, molto differenti per campare. Ma le lingue, i linguaggi e la linguistica sono, per me, come le Tregge: semplicemente una cosa che va al di là di tutto. Il tutto dalla mia solita posizione sotterranea, defilata, nascosta: come il mio buon fratellino Pessoa, sono convinto dell'insita volgarità e bruttezza della fama, della gloria, di una pur limitata notorietà settoriale. Sono cose, quelle due, fatte per le persone dappoco; e io, che peraltro sono tutt'altro che modesto, non sono una persona dappoco.

Dŭsafla vuol dire "automobile" in Kelartico. Cerchereste invano notizie su questa lingua, per il semplicissimo motivo che l'ho creata io stesso, fin da quando avevo otto anni. La mia lingua personale, che parlo e scrivo con me stesso. Ha una sua evoluzione storica e una sua non difficile grammatica; il lessico è composto perlopiù di storpiature di parole greche, e di termini inventati di sana pianta.

Per esempio quello per "automobile". Non desideravo il solito "auto" e derivati. Ci voleva qualcosa di più particolare. L'Alfasud al contrario mi dovette suonare particolarmente bene, aggiungendoci poi la ŭ, un fonema peculiare ripreso dalle lingue slave (il russo ы), o dal rumeno â. Si pronuncia come qualcosa a metà fra la "i" e la "u", stringendo le labbra. L'accento potete metterlo dove volete, perché il Kelartico è una lingua decisamente anarcoide.

Non che abbia, poi, mai nutrito un particolare amore per l'Alfasud, anche se trovarne una a Mantignano non è cosa da poco. Perdipiù una Treggia che mi era già sfilata sotto il naso almeno tre volte senza che avessi mai potuto fotografarla; c'è voluto un sano grondino serale alla casa del popolo di Ugnano per farmela ritrovare lì, bella parcheggiata (anzi incastrata, con tanto di tubo innocenti di un'impalcatura) e con la targa di Siena che oramai comincia a diventare consueta in questo blog; sarà forse che in provincia di Siena ho vissuto per un po', possedendo persino una Giulietta che oggi come oggi finirebbe diritta qui dentro. Il passato chiama anche con queste cose.

E, insomma, oggi avete imparato un'importante parola di Kelartico. Esiste anche il termine per "Treggia": si direbbe
kadabur, che poi è una deformazione di cadavere. Un po' di black humour, insomma. Tanto, poi, di Pomigliano d'Arco ho già parlato e l'Alfasud, pur con l'onore fonetico che le feci a suo tempo trasformandola nell' "automobile" per antonomasia, rimane comunque, e sinceramente, uno dei più emeriti cessi semoventi che siano stati sfornati dall'Alfa Romeo. Battuta soltanto dall'Arna.

domenica 22 novembre 2009

Sincamìlle. (2) Storia di una Sincamìlle e della sua risposta sbagliata.




Tanti e tanti anni fa, per un motivo che non sto a spiegare e che forse non mi rammento nemmeno più, provai la necessità d'andarmene via da casa. Per "casa" s'intende quella in cui, quasi trentenne, abitavo ancora con la mia famiglia; non che non l'avessi già, per periodi più o meno brevi, lasciata; ma quello fu uno spartiacque. La mia vita, grosso modo, si divide in quel che c'è stato prima di quel 1993, ed in quel che c'è stato dopo; e, davvero, non contano più le ragioni che ne sono alla base. Questo a mo' di breve preambolo; ciò che invece interessa a questa storia di Sincamìlle, è il luogo che mi ospitò da gennaio a luglio di quell'anno, e più che altro il singolare e irripetibile padrone di casa con cui ebbi e che fare.

Non potendo permettermi altro, mi ero infatti lasciato tentare da una stanza ammobiliata ad un prezzo più che ragionevole. In un'antica casa d'angolo sistemata tra la ferrovia ed il primo tratto di una lunga e trafficatissima strada, con addosso un enorme tabernacolo d'una madonna che, per espletare ai suoi famosi compiti, avrebbe dovuto proteggermi; e non che in quel periodo non ne avessi di bisogno. Il risultato è che mi toccò barcamenarmi, per mesi e mesi, tra una serie di episodi che mi hanno segnato per sempre. Non ultimo il contatto con questo padrone di casa, del quale ovviamente non farò in nessun modo il nome. Non so minimamente che cosa ne sia stato, dal giorno in cui rimballai tutte le mie cose e me ne tornai a casa dei miei; ma il ricordo di quella persona non mi abbandonerà mai.

Era pazzo. Conclamatamente pazzo. Del tutto matto. E, come sempre in questi casi, di un'intelligenza assolutamente superiore. La sua mente, quand'era ancora un ragazzo, gli aveva giocato uno scherzo terrificante; viveva da solo in quella casa, in una camera della quale mi ero sistemato. E furono notti di chiacchiere, di vino, di racconti, di purissime follie; in un periodo, peraltro, in cui la mia testa vacillò fino a portarmi alla cancellazione totale di alcuni giorni. Alternava, quell'uomo, momenti di lucidità (e di umanità) estrema ad altri in cui, forse, ciò che mi salvò fu proprio opporgli la mia, di follia. Quasi una neutralizzazione. E, del resto, ad un certo punto presi a non starci più molto, là dentro. Quella primavera e quell'estate del '93.

Nel post precedente dicevo che, in un certo senso, il TB esiste da sempre; e le macchine vecchie, pur in quel marasma umano che ero diventato, senza più orari né logiche, e spinto soltanto da una càgna di voglia di vivere che riusciva non si sa come a non cedere a niente, riuscirono ad affiorare anche allora. Una notte, a chissà che cazzo di ora, gliene parlai a quel padron di casa folle e dai lineamenti molto belli. Era un bell'uomo, che aveva allora l'età che ho io adesso; lineamenti che, all'improvviso, si contraevano e s'immergevano in un buio dal quale riuscivo, non so come, a percepire qualche bagliore.

Gli parlai della mia passione per le vecchie automobili, e lui si mise a parlarmi di quelle che aveva avuto prima che, per decreto, gli levassero la patente. Allora si spostava su un vecchio motorino che parcheggiava ostentatamente addosso al tabernacolone, verso la cui madonna nutriva un odio particolare e talmente forte da imbrattarla di spazzatura ogni volta che poteva. La rabbia di comprendere la sua vita di uomo onesto, di lavoratore con interessi e capacità infinitamente superiori alla sua condizione, massacrata da una malattia carogna. E mi parlava di quelle vecchie macchine come si parla d'una parte di sé; ma anche in modo distaccato, ironico, quasi a voler essere l'osservatore -e lo era in modo incredibile- della sua stessa malattia mentale. Aveva avuto, anni prima, una Simca 1000. Rossa, mi sembra. E la Simca 1000 parlava.

Lui guidava, andando al lavoro, e ogni suo rumore gli diceva qualcosa. S'interrogavano e stabilivano, come diceva lui, un contatto; ed erano andati avanti così per mesi, forse per anni. Si ricordava tutto di quella macchina, la sua targa, la sua tappezzeria, il suo odore; ché ogni macchina ha, o meglio aveva, un suo odore particolare, fin da quand'era nuova. Mi ricordo ad esempio benissimo l'odore che aveva la 128 special di mio padre non appena la portò la prima volta a casa; odore che non la lasciò mai, finché non terminò la sua esistenza in una scarpata vicino a Colle Val d'Elsa -procurando di lasciare del tutto incolumi i suoi occupanti. Finché un giorno, il mio padrone di casa non pose alla Simca 1000 qualche domanda che doveva essere troppo difficile o delicata.

Non osai chiedergli quale fosse questa domanda. Posso solo ipotizzare che si trattasse di un perché, di uno di quei suoi perché che, a volte, rivolgeva anche a me. E vi posso garantire che sono di quei perché che spezzano un'esistenza. Vedere un essere umano con la testa tra le mani e un portacenere pieno di cicche, in una notte, chiedere il perché di una morte che si sconta vivendo. Doveva averglielo chiesto pure alla sua povera Simca 1000 rossa, e lei non gli seppe rispondere. O gli diede la risposta sbagliata. Cominciò, così raccontava, a dare colpetti di claxon; ed il claxon sembrò prenderlo in giro, deriderlo, beffarlo. Non si è disposti alla derisione in certi frangenti, mai. E gliela fece pagare.

Scese dalla macchina, vicino all'Arno, in un punto dove c'è una scarpata abbastanza ripida. Scese e mise la Simca 1000 di culo, in folle e senza freno a mano. Poi le diede un calcio sul davanti; e la macchina prese il via e volò nel fiume, affondando rapidamente. Toccò recuperarla ai pompieri, mentre lui se n'era andato via, a piedi, con passi strani e con le mani in tasca. Finita di raccontare questa cosa, se ne andò a dormire, o a vegliare all'infinito, nella sua stanza che sembrava una camera a gas, con la foto d'una bella e famosa donna sul comodino, coi suoi libri che leggeva scrivendo sui bordi, con la matita, tutto quel che gli passava per il capo. E non erano mai cose da poco. Sui bordi di Petrolio, il libro incompiuto di Pier Paolo Pasolini, aveva scritto cose che avrebbero dato, e non poco, di che pensare anche a Pasolini stesso. Le critiche più feroci a quel bel tomo di Giovanni Sartori e ai suoi sproloqui sulla Democrazia le ho lette sui bordi della copia acquistata da quella persona. Critiche che sarebbero bastate a relegare il Sartori dove ho sempre ritenuto giusto che stesse bene, vale a dire nei cestoni delle boiate negli Autogrill.

La Simca 1000 rossa, credo, fu mandata allo sfascio. Un bagno in Arno non fa mai troppo bene ad una macchina. Per questo, vedere una Simca 1000 mi fa venire in mente un sacco di cose, e tutte sono una parte non lieve della mia vita. Se ne trovano poche, pochissime. Strano per una vettura che, ai suoi tempi, fu molto diffusa. O forse no; è soltanto il tempo che decide, sovrano, per suo conto.