martedì 6 marzo 2012

Da una vita




Nel TB esistono alcune "categorie nascoste", quelle che non saranno mai istituite ma che ci sono eccome, e si fanno sentire. Le tregge perdute, ad esempio; quelle sfuggite sotto il naso e ancora non ritrovate. Sono tante. Oppure le tregge da una vita; ecco, questa qui è proprio una di queste. Da una vita intera che la vedo in giro a Firenze; mi ricordo addirittura di un passaggio in via Campo d'Arrigo moltissimi anni fa, quando credevo, chissà perché, che fosse una vecchia Volvo. Il Treggista prende a volte degli abbagli che hanno del clamoroso!

Le Tregge-Da-Una-Vita hanno una caratteristica: sono sempre in movimento, in circolazione. Sembra che ci abbiano davvero il pepe al culo, non si fermano mai. Mai una volta di beccarle parcheggiate, slurp, a meno ovviamente di non sapere esattamente dove sostano; poi, un bel giorno, succede. Pigli una strada pressoché a casaccio (il famoso Dio dei Bivi), ed eccotela là. Quella che cercavi da una vita. Quella che era come l'Araba Fenice. Quella che t'aveva fatto smadonnare mentre ti passava davanti per l'ennesima volta, inarrestabile. Lei, insomma: la Morris Minor 1000 ritargata due volte, di chissà quale cavolo d'anno fa e immatricolata prima a Roma e poi a Firenze il 13 settembre 1981 (dodici giorni prima che compissi diciott'anni). Tenuta come uno specchio. Bellissima. E, soprattutto, ferma, finalmente. In una giornata di sole quasi accecante, come a volte accade d'inverno. Da una vita sí, e ora tocca ad altre. Ce ne sono, sotto a chi tocca.



La Beppa di Recco





Dopo un bel po', eccoci di ritorno con le Tregge genovesi. Mi perdonerà l'amico Fabrizio, il Treggista Militante® genovese par excellence, se per il ritorno scelgo però un "extra" provenientemi da un vecchissimo e graditissimo amico, di quelli che mi riportano davvero alla mia preistoria in Rete. Si faceva chiamare Beppe Bello, non perché fosse particolarmente avvenente (è, anzi, bruttissimo ghghghghgh :-DDD), ma perché quel "Bello" sottintendeva il suo vero cognome, che qui ovviamente non menziono per rispetto della privacy Sygnore di tutti i maly. Beppe Bello è genovese, e ha pensato bene (anzi benissimo!) di contribuire un po al TB girando per Recco (quella della famosa "Pro" di waterpolo) e cogliendo questa bellissima (questa sí!) Fiat 127 del 1976, annata in cui s'era tutti più giovani. Giocoforza è stato chiamarla Beppa; quello di dare un nome alle macchine è una sana abitudine che s'è persa, risalente a quando non le si cambiava ogni du' anni e a quando non c'erano né rottamazioni e né incentivi. La macchina era come qualcuno di famiglia, aveva un suo nome e mi ricordo ad esempio della Poldina di mio zio Dino (una Simca 1000 blé). Vecchi tempi; ma poiché siamo a Genova, mi corre l'obbligo di dire che questa Beppa di Recco ha comunque un certo "flavour" deandreiano; una Ballata della Beppa di Recco non ce l'avrei vista male, magari portata via dall'alluvione della Dolcenera, chissà. Sarà mica stata, la Beppa, la moglie di Anselmo...?

Lo scalo di Peino (3): L'escale de Monsieur Peynet



Dopo che allo scalo di Peino son finiti pezzi d'America e d'Inghilterra, poteva non finirci anche un pezzo di Francia? E codesto pezzo poteva non essere una Déesse? Insomma, in quella viuzza dimenticata da Dio e dagli uomini è stata depositata un'antologia della regalità automobilistica, null'altro da dire. Si vede che, quando ci giravo ventenne in bicicletta, ho come...anticipato quel che sarebbe stato. Questo è uno dei rari esemplari senza targa presenti nel TB; si sa però che aveva targa originale francese, del dipartimento delle Alpi Marittime (06); alla sua vendita, sarà reimmatricolato con uno "ZA" (anzi, con uno "ZB" visto che oramai ci siamo).

lunedì 5 marzo 2012

La vera belva


Gnämo subito immèdiasse rèsse: questa è una Jaguar Mark VIII immatricolata a Firenze nel 1958. La sua presenza in un garage fiorentino mi era stata segnalata da Mark B. (e chi altri?), dove l'ho regolarmente trovata dopo avere...sbagliato garage ed essere entrato in quello accanto. Se ne sta in un angolo, imponente, maestosa, con solo un leggero filo di polvere addosso. E' priva della targa posteriore, ma ha ancora quella anteriore: FI 111661. Oserei dire con un certo grado di ragionevolezza che è l'unica autovettura del genere presente non soltanto nella città di Firenze; mi garberebbe sinceramente sapere quante ne siano rimaste in circolazione in tutta Italia. Fotografarla non è stato semplice: è ben nota la tendenza dei garagisti a riporre le vetture più "in vista" negli angoli meno raggiungibili. Qui il Treggista Militante® deve sapersi momentaneamente trasformare in acrobata, sfiorar muri e torcersi innaturalmente.


La parola giaguaro (inglese, francese e altre lingue: jaguar) sembra essere derivata dalle lingue di ceppo tupí-guaraní, dove yagwara significa semplicemente "belva, bestia". A tale parola, per indicare specificamente il grosso felino, è stato aggiunto il suffisso aggettivale -été, dimodoché yagwarété, la denominazione guaraní della panthera onca, significa "vera belva". Alle lingue occidentali, per tramite del "tupinambá" (una lingua franca di commercio usata nella zona), è arrivata per tramite del portoghese jaguar. Una vera belva, sí. Credo che poche volte il nome di una casa produttrice di automobili sia stato più adatto. La "Serie Mark", numerata solennemente e regalmente con le cifre romane, andò dalla I alla X; His Royal Highness Mark VIII fu prodotto dal 1956 al 1958, e se qualcuno si stupisce di tale esiguo periodo, deve sapere che un suo predecessore, Mark VI, fu prodotto in due soli esemplari. Mark VIII era peraltro pressoché identico al suo immediato predecessore, Mark VII: lungo tre metri e 48 millimetri, un motore a sei cilindri in linea di 3442 cm3 di cilindrata, due carburatori, 210 CV di potenza massima erogata. Una vera belva, appunto, considerato anche che questo mastodonte arrivava a 170 kmh. Fu prodotto in 6227 esemplari.



Veduta ravvicinata del muso e della targa anteriore originale.

Un vero peccato che non sia presente la targa posteriore, anche se sarebbe stata di difficile accesso dato che la vettura è stata letteralmente addossata alla parete:


Lo scalo di Peino (2): The Scale of Sir Peino


Se non era semplice figurarsi una Chevrolet Townsman "saltare" dalle praterie del Midwest ai dintorni di Badia a Settimo, ancor più difficile lo è per una Rolls Royce Silver Shadow ancora con targa inglese (che nella foto non si vede) e la guida a destra. Assolutamente perfetta, tra le altre cose, e in vendita a un prezzo più che modico. Capisco che una macchina del genere, fondamentalmente, non possa avere un gran mercato da queste parti: davvero avrei potuto permettermela anch'io, e uscire fuori di lì in Rolls, dallo Scale of Sir Peino. Chiaramente, poi, gli "effetti collaterali" (assicurazione, carburante, costi generali di manutenzione) sarebbero stati insostenibili: questa è una vettura che consuma un pieno di benzina al giorno, o giù di lì. Però sognare non costa niente, e per trenta secondi sono stato là a immaginarmi, dopo averla fotografata, come sarebbe stato -che so io- arrivare al CPA in Rolls Royce. Una risata sotto i baffi fa sembre mene alla salute e al morale, no...?

Aggiornamento 14.11.2013

Mi scrive Simone B. da San Casciano Val di Pesa (Firenze):

" Quando pubblicò quella foto rimasi sorpreso. Prima di tutto dall'esistenza di un luogo chiamato lo Scalo di Peino, poi che li vi fosse una rivendita auto ed infine che lei l'avesse catalogata come Rolls Royce. Guardando la foto si capisce che si tratta di un altra casa automobilistica ma pensai che forse si trattava di una sorta di ibrido sia pure di lusso. Insomma un pò come succede per le Fiat 500 che magari se ne trova una che ha il logo della R, i rostri della L e poi si scopre che è una F.
 
Così decisi di andare allo Scalo di Peino. Trovai la rivendita chiusa ma vidi il parco auto presente e vidi quest'auto.  Vista da vicino fu ancora più evidente di cosa si trattasse. Non è una Rolls Royce visto che sul radiatore manca la statuetta detta Spirit of Ecstasy sostituita da una lettera dell'alfabeto (una B), sulle borchie delle ruote è presente un altro marchio ed infine sul baule posteriore c'è un altra B alata. Quindi l'auto li presente altro non è che la gemella "povera" Bentley T1. "

Ringrazio Simone per l'opportuna precisazione che corregge questo mio...abbaglio di Peino. Questo mi insegnerà ad essere anche meno...frettoloso nelle mie attribuzioni, a volte. Mi spiace invero un po' togliere una vettura alla Rolls Royce, ma del resto ne guadagna una la Bentley...

domenica 4 marzo 2012

Lo scalo di Peino (1): Peino's Scale, Inc.





Ecco che cosa c'era, ora, in via dello Scalo di Peino. Quando lo sguardo mi ci è caduto sopra, mi sono accorto del Treggiomercato che qualcuno ci aveva impiantato, trasformando quel mio luogo leggendario in un museo di meraviglie a cielo aperto. Sembrava non esserci nessuno, in quel momento; ma, stavolta, non me la sono sentita di fare tutto alla "zitta". Sono andato alla baracca degli uffici, cercando il titolare di quel posto per chiedergli il permesso di fotografare, con la massima gentilezza e facendo anche un po' d'anticamera. A volte, un po' di educazione e di pazienza fanno miracoli!

Cinque metri e quaranta di lunghezza, oltre due di larghezza. Dalle praterie del Midwest a quelle tra Ugnano e Badia a Settimo. Non si saprà mai che cosa abbia portato una Chevrolet Townsman Station Wagon di seconda generazione (prodotta dal 1969 al 1972) da queste parti; anche perché si tratta di un'autovettura mai importata in Italia (al pari di quasi tutte le americane), e quindi acquistata chissà dove e immatricolata a Firenze chissà da chi e al prezzo di quali rigìri amministativi (scartoffie, collaudi e quant'altro). Si tratta della vettura più lunga mai prodotta dalla Chevrolet, ed è bene, che so io, immaginarla alle prese con le strade del centro fiorentino e con la ricerca di un parcheggio: occupa il posto di tre Smart o di un paio di autovetture normali. Un sogno, almeno per me; confesso di adorare le macchinone americane, che tutti noi abbiamo visto perlopiù soltanto nei film. Da questo punto di vista, avere abitato per qualche anno in Svizzera è stato per me proficuo, in quanto nella Confederazione Elvetica tali vetture, a differenza che in Italia, sono sempre state di importazione libera e ho avuto modo di vederne diverse in normalissima circolazione. Qui da noi, invece, ostracismo totale. Non avrebbero avuto mercato, si dice; le loro dimensioni, poi, non sono adatte alle nostre antiche città. Le quali sono comunque intasate di traffico anche nei vicoli e negli angiporti; certo è che una macchina del genere ci resterebbe incastrata.

Se ne sta allora, in attesa di un acquirente, in una landa che le permette, chissà, di ricordarsi un po' dei grandi spazi per i quali era nata. Niente highways, ma la piana di Scandicci. Niente Rio Grande, ma la Greve. Eppure non ha l'aria di patirne; aspetta soltanto di rombare ancora dal suo Peino's Scale.

Lo scalo di Peino (intro)

Reduce dalla periodica "pausa", stavolta originata da altre e più pressanti contingenze, torno sul TB con un'interessantissima treggiaia reperita in una plaga semisconosciuta della città. Spero che non mancherà di interessare anche gli affezionatissimi e le affezionatissime del Treggia's Blog. Con questo s'inizia a festeggiare anche il mese di marzo, che è uno dei più importanti in quanto segna il termine dell'inverno; per un blog legato alle stagioni com'è questo, si tratta di un'evenienza molto lieta.

Le vie di cui vedete le targhe, piegate da qualche urto di macchina o dal vento, sono l'hic sunt leones del comune di Firenze. Uno dei lembi più estremi del territorio comunale, autenticamente sconosciuto ai più. Per il vostro Treggista Militante®, la via dello Scalo di Peino rappresenta da tempo immemore una sorta di "leggenda personale"; avvezzo com'è egli da sempre alle girate in solitudine nelle plaghe più recondite e ignote della sua città, che egli considera inesauribile e unico territorio d'esplorazione, di conoscenza e di memoria, conosceva questa piccola strada di piana, che non mena da nessuna parte e che si perde praticamente nel nulla delle sterpaglie rivierasche, fin da quando, ragazzo, non vi si era imbattuto durante una domenica pomeriggio passata in bicicletta alla ricerca del semplice starsene per conto suo. Col tempo, la via dello Scalo di Peino è diventata per lui una sorta di "prova del nove" quando qualcuno si vantava con lui di "conoscere perfettamente Firenze"; invariabilmente, costui si sentiva domandare dov'era questa stradetta intitolata forse a un remoto contadino che vi aveva un campo, un orto o comunque un qualche smunto terreno; o a qualche altrettanto lontano traghettatore che vi teneva scalo (non distante da là v'è anche una via dello Scalo, senz'altra specificazione). Nessuno gli ha mai saputo rispondere, nemmeno un tassista. A parziale discapito di quest'ultimo, c'è da dire che è altamente improbabile che un cliente gli abbia mai chiesto di portarlo in una strada del genere; di notte c'è da aver paura a andarci, di abitazioni non ve ne sono ma soltanto strani depositi di materiale, ed in breve si tratta veramente di un posto dimenticato da dio e dagli uomini. Insomma, i luoghi che al vostro Treggista piacciono terribilmente. Spazzati dal vento, specialmente quello dell'oblio. Dai nomi antichissimi e d'origine del tutto ignota. Dedicati, magari, a personaggi umili che sono riusciti a farsi ricordare di bocca in bocca, per generazioni, fino a approdare alla toponomastica cittadina.

Circa un mesetto fa, approfittando di un paio d'ore di quelle stramorte, il vostro Treggista ha deciso di fare un cosiddetto giro a bischero sciolto. Senza nessuna meta. Neppure un Treggia Tour, anche se è partito come sempre con la Codacchina alla mano perché...non si sa mai. Ma il fine non erano le tregge; era un po' di sole alla vigilia di quello che sarebbe stato il febbraio più gelido della recente storia climatica. Quando l'ho conosciuta, la via dello Scalo di Peino, abitavo lontanissimo; per raggiungerla in bicicletta bisogna giustappunto averci diciotto o vent'anni; ora, invece, abito relativamente vicino e ho la macchina. Ogni tanto ci ripasso, da questa mia piccola ma vecchia leggenda, pregustando magari il prossimo fanfarone che mi magnificherà la sua conoscenza delle strade fiorentina, e che cadrà rovinosamente sullo scalo di Peino, su via del Malmantile Racquistato o sul viuzzo della Dogaia. Queste strade non le conoscete, ragazzi. Per essere Treggisti Militanti bisogna prima essere Stradari Viventi; e se non lo si è, tranquilli, lo si diventa.

Pregustando qui e pregustando là, insomma, eccomi di nuovo allo Scalo di Peino. Mi avvicino alla rete, e....vedo qualcosa. Non ci avevo mai davvero fatto caso, anche perché al tempo delle mie prime scorribande da quelle parti non c'era nulla. E invece...davanti ai miei occhi si apre, gradualmente, un mondo. Un mondo di tregge. Lo Scalo di Peino è diventato una treggiaia, un accumulo, un quel-che-si-vuole, e di che razza. Lo vedrete meglio nei prossimi post, oh se lo vedrete meglio!