giovedì 5 novembre 2009

Il vino



Com'è bello il vino
rosso rosso rosso,
bianco è il mattino,
sono dentro a un fosso.
E in mezzo all'acqua sporca
godo queste stelle,
questa vita è corta,
è scritto sulla pelle.

Ma com'è bello il vino,
bianco bianco bianco,
rosso è il mattino,
sento male a un fianco.
Vita vita vita,
sera dopo sera
fuggi fra le dita,
spera, Mira, spera.

Che ci volete fare, a me mi ricorda questa cosa qui. Magari da ascoltare anche nell'interpretazione, stupefacente, dei Delsangre. Che sono fiorentini, e tregge.

Su, cazzo, scaricatela!

Ah, non li conoscete i Delsangre? Ottima occasione per farlo. Capito, Harmonica?

Questo è Luca Mirti:


E questo è Marco "Schuster" Lastrucci:


Ah, la foto è stata fatta davanti a Villa Panico. Pane per i nostri anarchicacci denti.


E questa, invece, è Maremma. Harmonica, se in un tuo post non parli dei Delsangre ti vengo incontro amichevolmente. Sono 1,96 per 115 kg.

Madonna cane, quant'ho bevuto stasera.

Lo squalo




Vederne in giro una berlina è ancora relativamente (e treggisticamente) comune, tanto è vero che, in questi giorni, ne ho perse almeno un paio in mezzo al traffico; ma una Break è una vera rarità, talmente grossa da passare tranquillamente sopra anche alla targa non contemplata da questo blog (ma è certa la ritargatura: la produzione della gamma DS cessò infatti nel 1975, e la Break vide la luce nel 1968).

E c'è poco da fare: questa automobile non finirà mai di incantare, di stupire, di inchinarsi. A volte mi capita, mentre mi fermo a fotografare delle macchine, di sentire su di me degli sguardi -come dire- un po' stupiti da parte dei passanti. Ma quando, in pieno giorno e in una via trafficatissima, mi sono messo a fotografare questo capolavoro dell'arte moderna, anche la gente che passava lo ha trovato del tutto ovvio, con tanto di anziano signore che me lo ha detto esplicitamente.

Lo Squalo, o Le requin, la chiamavano. E squalo in tutto lo era e lo è tuttora, non soltanto per la sua linea. Ad esempio, forse non tutti sanno che per le sue particolari sospensioni oleopneumatiche, a macchina spenta è impossibile applicare a una DS le bieche (e, a mio parere, illegali) "ganasce". Uno squalo e una piratessa, quindi. E comunque sia, ganasce o non ganasce, semplicemente un bel vedere.

mercoledì 4 novembre 2009

Le tregge dell'Alluvione


A vederle tutte insieme in questa foto, ci sarebbe quasi da fare un Treggia's Blog a sé stante: Fiat 1100, una bellissima Giulietta coupé che a vederne una ora per strada c'impazzirei, Cinquini allora nuovi o seminuovi, Fiat 600 e, sulla sinistra, persino una Prinz. Ma tutte queste macchine, queste tregge nel senso più nobile del termine, sono scomparse assieme, in un dato giorno: il 4 novembre 1966. L'alluvione di Firenze, di cui oggi ricorre il 43° anniversario. La foto è stata scatta, presumibilmente, il 5 novembre in piazza Santa Croce, allora aperta alla circolazione. Le acque dell'Arno si erano ritirate lasciando un'altra alluvione, ma di fango.

Le statistiche dicono che a Firenze e dintorni, in quei giorni, morirono circa 10.000 automobili. Senza naturalmente scordare mai le 35 persone che scomparvero in quella catastrofe. Ma le automobili fiorentine, quelle che in questo blog vado ricercando più di quarant'anni dopo come superstiti, sono state comunque un simbolo. A partire da quelle, sommerse, trascinate vie, accartocciate, a centinaia, che si vedono nel famoso documentario narrato da Richard Burton:


O in quest'altro filmato, realizzato con la stupenda colonna sonora del film Goodbye Lenin:



Lungarno degli Archibusieri, ore 7,26 del 4 novembre. L'Arno rompe. C'è una 500 parcheggiata proprio sotto alla spalletta; inizia la sua agonia, così come quella della grossa automobile (americana, tedesca?) parcheggiata sul lato di Piazza dei Giudici:




La 500 verrà poi ripresa, in altre foto, sempre più sommersa dalle acque fino a intravederne soltanto la superficie del tetto.

Le ritrovarono, qualunque colore avessero avuto, tutte sconciate di melma e di nafta, inservibili, in posizioni incredibili come questa 1100, mentre alcune persone cercano di tirare via una Giulia e sullo sfondo si intravede una Fiat 850 coupé:

E anche piazza della Signoria, trasformata in cimitero delle macchine attorno a Palazzo Vecchio, attorno alla statua di Cosimo a cavallo:

E così se ne andarono, messe in uno strano moto senza regole. L'acqua riuscì ad azionare i contatti elettrici, così che, mentre venivano portate via, dalle vie della città sommersa si sentivano agghiaccianti rumori di claxon.

Quando vedo, oggi in una strada, una macchina che, per la sua targa, poteva essere stata presente quel giorno maledetto, un pensiero va anche a loro. Le vittime umane, e i capolavori artistici perduti o gravemente danneggiati: a loro, certamente, agli incroci della Storia, va la precedenza.


martedì 3 novembre 2009

Il segno rosso del coraggio





L'opera maggiormente nota dello scrittore americano Stephen Crane, da cui prende il titolo questo post, narra di un soldato diciottenne che, durante la guerra di secessione americana, vince le proprie paure per diventare un eroe in battaglia. È stato ammannito a generazioni di ragazzi delle scuole medie ed è ritenuto un mirabile esempio di realismo. Sarà. Per quel che mi riguarda, e nutrendo scarsissima simpatia per gli eroismi guerreschi, preferisco di gran lunga l'autentico coraggio, anch'esso visibilmente rosso, del proprietario o della proprietaria di questo scintillante Cinquino.

Sta parcheggiato, infatti, in un vicolo della Firenze più vecchia (ed in modo del tutto legale, cosa che tengo sempre a specificare) che, nelle notti buie, farebbe paura anche al demonio; inoltre, ci vuole davvero coraggio a infilarsi in una strada del genere con una macchina, seppur di ridotte dimensioni. Ne fa fede anche la zuppa di motorini alla quale è addossato: per fotografare il retro, imperdibile anche per la targa salernitana più che notevole (SA 110222; ci fosse stato un "1" al posto dello zero...) ho dovuto assumere una posizione non propriamente plastica. Diciamo, per sintetizzare, che Diagilev, vedendomi, non mi avrebbe mai preso per i suoi celebri Balletti Russi.

Ne valeva la pena: tra tutti gli oramai numerosi Cinquini di questo post, mi ha fatto fare davvero pum pum al cuoricino. Un pum pum del tutto e forzatamente disinteressato dato che, anche volendo, con la mia stazza non entrerei mai dentro una 500. Ne ho mandata una soltanto una volta, e menomale che aveva il tettino apribile...

lunedì 2 novembre 2009

Ma il materasso...



...fa la felicità, come diceva una vecchia canzone della banda Arbore. Certo che farà anche la felicitò, specialmente quando s'ha un bel sonno, ma doverne trasportare uno a mano, con quel che pesa, non è che renda tanto felici. Meglio allora sistemarlo sul classico portabagagli da tetto di una Lancia Delta; a meno che non si tratti di una forma elementare, protozoica di camper. Si gira, e per la notte si sale sul tetto della Delta e ci si sistema sul materasso già bell'e pronto. Due copertacce, e vuoi mettere la libertà dei pionieri alla conquista del West Florence? Piove? E pazienza, esistono anche i teli di nailon! Nevica? Oh, ma allora vu' ci avete proprio un bello sculo!


domenica 1 novembre 2009

Treggia's Dog


Stavolta, in via del tutto eccezionale ma assolutamente doverosa, il posto d'onore tocca e non può toccare che a lui.

Ve lo presento: si chiama Tommaso e, previe due o tre coccole, si è fatto augustamente riprendere all'interno dell'autovettura che vedrete fra un po', davanti a una scuola elementare. Volle il caso che passassi di lì, e che, visti macchina e occupante, non esitassi immantinente a fare composte ma affrettate manovre per mettermi nell'adeguata posizione di treggista fotografico. Il tutto, oltre naturalmente che per Tommaso, per questa stupefacente Triumph Spitfire del 1969:






Arrivati gli umani titolari della vettura e del cane, leggermente stupiti per la scena che si stava svolgendo davanti ai loro occhi (pulmino parcheggiato, tanto per restare in tema, alla cazzo di cane -detto anche dog's cock parking o stationnement à la bite de chien-, e tizio di quasi due metri vestito con pile verde e pantaloni gialli fosforescenti che brandisce una digitalina in mezzo di strada), costoro si sono entusiasticamente profusi nella storia della loro vettura, che sarebbe appartenuta nientepopodimeno che a una principessa lussemburghese e che sarebbe stata importata a Firenze nel 1974 (da qui la ritargatura). Tommaso, nel frattempo, se ne stava buono buono, forse chiedendosi -e con qualche ragione- che cosa ci fosse realmente nella testa di noialtri bipedi...


Epopea (2)




Sullo sfondo si vede la Cinquecento del post precedente; l'ambiente della carrozzeria, il sole che filtra nel locale un po' buio; e la 500 giardinetta, rimasta in produzione fino a molto tempo dopo la dismissione della berlina, anche se "passata" all'Autobianchi. Sempre con le portiere controvento, fino alla fine; l'unica autovettura italiana che non abbia mai montato le aperture in favore di vento (poi rese obbligatorie). L'eventuale dismissione della giardinetta avrebbe provocato autentiche sommosse tra muratori, trombai, imbianchini, giardinieri, tappezzieri e pensionati che facevan l'orto; tanto è vero che, ancora, se ne vede qualcuna in tutto il suo duramente nobile utilizzo da lavoro. Questo ne è un esemplare duro e puro, del 1966. E, d'ora in poi, le visitine a quella carrozzeria saranno oltremodo frequenti.