lunedì 6 ottobre 2014

Holysource 2: In panne



La domenica, scendendo da Fontesanta (vale a dire di ritorno dalla gigantesca grigliata preparata con consueto amore e ancor più consueta perizia da un noto centro sociale di cui non si farà il nome per ovvi motivi; ma mi corre l'obbligo di fare menzione -perlomeno- del grigliatore capo, autentico genio della rosticciana nonché graditissimo e non acritico frequentatore del Treggia's Blog), la HTF (Holysource Traditional Treggia) ha concesso il bis. Ma lo ha concesso in un modo di cui, sinceramente, un po' mi vergogno dato che ho approfittato biecamente, ebbene sì, di un piccolo guasto occorso alla treggia in questione. Nella foto, infatti, si può vedere il proprietario di questa Fiat 1100 R che armeggia sotto una ruota, deciso a rimetterla quanto prima in carreggiata a mani nude mentre il sottoscritto lo immortala in posa plastica.


La 1100 R (ove "R", sarà bene ricordarlo, sta per "Rinnovata", in quanto ultima generazione di un modello glorioso nato nel 1939) aveva un problema che non mi ricordo bene, pur essendomi stato specificato gentilmente dal proprietario; qualcosa che, comunque, aveva a che fare con il surriscaldamento dei freni. Problema che dev'essere stato fortunatamente risolto, poiché le strade circostanti sono una collezione di discese e curve e le cronache non hanno riportato di alcun pìcchio avvenuto domenica 8 settembre da quelle parti. Del resto, non sarà un problemuccio meccanico a fermare una 1100 R immatricolata il 19 maggio 1967. In quarantasette anni di vita, di frenate ne deve aver fatte parecchie e qualche magagnetta è comprensibile.



Figlia di un'epoca in cui le retromarce si effettuavano ancora nelle fitte tènebre, la 1100 R (che fu prodotta per soli tre anni, dal 1966 al 1969) è stata dotata, come si può osservare, di un utile accessorio: la luce per la retro, azionata direttamente dalla leva del cambio al momento di andare a marcia 'ndrèo. Nel '69 fu mandata in pensione e sostituita dalla Fiat 128. Il motivo per i pochi anni di produzione del modello, è che era già stata ritenuta "invecchiata" e non in grado di reggere su mercati cosiddetti evoluti. La cosa fu clamorosamente smentita in quanto il modello fu venduto considerevolmente anche in Italia e in tutta l'Europa occidentale; però era stato, ebbene sì, pensato originariamente per il mercato pakistano e ha, in effetti, un po' quella linea "indianeggiante" che saprei mal definire.

La 1100, in quanto automobile della classe media, ha ricevuto il non comune "omaggio" di essere risparmiata dal fuoco in una famosa canzone che parla di un certo maggio. Ma non il maggio del '67 cui appartiene questo esemplare: quello dell'anno dopo:


"Liberamente tratta da un canto del maggio francese del 1968", recita la dicitura apposta da Fabrizio De André a questa canzone; le "vostre 1100" risparmiate dal fuoco sono, in effetti, un adattamento di De André (il quale, peraltro, quando fu rapito assieme a Dori Ghezzi si trovava a bordo di una Renault 4). Il "canto del maggio francese" ha un nome: si chiama Chacun de vous est concerné, ha una musica completamente diversa e fu scritto da Dominique Grange, moglie del famoso disegnatore Jacques Tardi. E il fuoco della rivolta, va detto, ne deve aver risparmiate parecchie se dopo cinquant'anni si vedono ancora in giro!



Holysource 1: Gli sponsali



A Fontesanta ci vo una volta all'anno, la prima settimana di settembre, e sempre per la medesima occasione.

Fontesanta si trova in mezzo a un bosco fitto, sopra San Donato in Collina; per arrivarci, bisogna fare una strada sterrata terrificante che s'inerpica su per la foresta. Qualcosa da lasciarci sospensioni, coppa dell'olio e marmitta (che, una volta, ci ho effettivamente lasciato); per salire a Fontesanta, una volta, confesso di essermi fatto dare un passaggio da uno con un SUV, tradendo tutti i miei princìpi, ma a Fontesanta, in quella prima settimana di settembre, c'è la festa della Brigata Sinigaglia.

Di quei ragazzi che, una settantina d'anni fa, presero le armi e salirono sui monti per andare a combattere il nazifascismo, ne sono rimasti in pochissimi, e ogni anno son sempre di meno; eppure ogni anno, sfidando anche la stradaccia, su in Fontesanta si è sempre di più. La cosa, sicuramente, ha del misterioso; e ancor più misteriosa è la tradizione che, per quel che mi riguarda, accompagna ogni mia salita in quegli impervi luoghi. E si tratta di una tradizione squisitamente treggistica che vado ad esporre brevemente: ogni volta che vado lassù, all'inizio della strada (ancora nell'abitato e, soprattutto, ancora e fallacemente asfaltata prima della specie di calvario che c'è da fare), becco una treggia, e di quelle sode. Quest'anno, poi, come si vedrà ne ho beccate addirittura due, una il sabato a salire e una alla domenica a scendere (perché la festa in Fontesanta dura due giorni, con alcuni temerari che piantano le tende oppure, e non so come facciano, salgono su col camper).


All'inizio della strada c'è una chiesetta, e i primi di settembre, assieme al classico maggio, sono tra i periodi più gettonati per i matrimoni. Lungi da me ripetere una delle mie classiche tirate contro sposalizi, famiglie e quant'altro: a lungo andare si rischia di diventare nojosi. Dirò soltanto che, da qualche tempo, parecchi sponsali hanno rinunciato, dal punto di vista automobilistico, al solito macchinone agghindato e si sono invece rivolti a delle belle tregge come questa (magari tenute con amore da qualche parente o amico), senza l'ombra di un (peraltro banale) ornamento. Applausi a scena aperta, dunque, per questo matrimonio treggistico settembrino che si è servito di una Opel Kadett Coupé rossa fiammante immatricolata il 1° gennaio 1971.


Può essere che gli sposi, dietro, siano stati un po' strettini, e può essere pure che, in fondo, la cosa non sia loro dispiaciuta pregustando -come tutti ci auguriamo- le delizie della notte. Il vostro Treggista Preferito®, naturalmente, era invece impegnato in ben altre delizie essendosi ritrovato davanti, per l'ennesima annata, alla tradizionale Treggia di Fontesanta, o Holysource Treggia. Un "evviva gli sposi!" sorge quindi spontaneo.


I quali sposi, ne sono certo, non obietteranno a che, come commento musicale per questo post, abbia scelto proprio Insorgiam!, vale a dire l'inno della Brigata Sinigaglia. Inno registrato proprio in Fontesanta ed eseguito dal Menestrello:



giovedì 2 ottobre 2014

La partenza



Il Treggia's Blog è cominciato con una Cinquecento, e con una Cinquecento, in fondo, riparte. A volte ci sono cose che non è possibile nemmeno dire, delle scintille o delle microfiamme (un termine che ho coniato molto tempo fa, in ben altre circostanze) che riaccendono il motore. Così per questo Cinquino in stato di abbandono, trovato per un caso più puro degli altri (avevo sbagliato strada) in una via dedicata ad una città gemellata con Firenze: via Reims.



Sembrava infatti lì, ancora pronto per la partenza. Cinquecento, coi suoi problemi di avviamento, come cantavano Elio e le Storie Tese in quello che è il vero inno riconosciuto dei Mezzisacchi. E poiché, palesemente, partire non poteva, mi si è innescato uno dei miei soliti, bizzarri meccanismi mentali: lo faccio ripartire io. E, assieme a lui, tutto il blog. Il Dio de' Bivi che funziona sempre, e che fa cambiare idea sullo sbagliar di strada. Non si sbaglia mai strada, è la strada che ti guida.


La storia poi dice che una ripartenza non è affatto impossibile, dato che la vettura è ancora immatricolata regolarmente. L'immatricolazione è avvenuta, secondo il Bollonet dell'ACI, il 23 aprile 1965. Farei una proposta di rimettere in moto 'sto Cinquino per i suoi cinquant'anni; ci manca poco, e alla rottamazione dei cinquantenni ci pensano già troppo governi vari e presidenti del consiglio gggiòvani. Noialtri, invece, si vuol fare ripartire. Automobili e cristiani di qualsiasi razza, colore e età; capite perché lo chiamo sempre treggismo militante.

E, quanto alla musica, visto che di partenze si parla, mi si lasci proporre questo autentico gioiello della canzone popolare franco-canadese, o acadiana che dir si voglia: La partance.




E' una vera e propria canzone-treggia; solo che, usualmente, le canzoni hanno un po' più di anni delle automobili e questa, più o meno, precede di una quarantina d'anni il carro di Cugnot risalendo a prima del 1763. 

Battista e la Vecchia Signora



Quando si pensa al classico maggiordomo, direi che in almeno otto casi su dieci viene a mente il nome "Battista". Non so esattamente il perché, anche se sospetto che c'entri molto il povero, tartassato e fedele maggiordomo di Zio Paperone, che si chiama proprio così (almeno nell'edizione italiana). Ebbene, ai primi di settembre mi è capitato di vederlo sul serio, Battista; non in prossimità del deposito di Paperone, ma comunque in una zona di Firenze dove di paperoni ce ne devono essere parecchi.

Intendiamoci: il viale Niccolò Machiavelli, tortuoso e altamente scenografico viale che da Porta Romana sale verso il Viale dei Colli passando per il Bobolino, lo percorro almeno un paio di volte al giorno; e non è che, malgrado sia davvero una delle zone più ricche di Firenze, mi capiti tutti i giorni di vederci un maggiordomo in livrea. Nella fattispecie, il compunto domestico era in attesa fuori dal cancello di una villa; s'intravedeva un viale d'ingresso che saliva in un bosco. La villa è meglio non immaginarla neppure; ciò che, invece, era là davanti, era l'autovettura in mano a Battista.


Chiamiamo qui autovettura, per pura convenzione, questa monumentale Bentley Mark VI. Qualche arido dato: motore in linea a sei cilindri di quattromiladuecentocinquantasette cc. Quattro metri e 87 centimetri di lunghezza; 3048 kg di peso. Ne furono prodotti 5208 esemplari dal 1946 al 1952.


Si è svolta quindi una scena talmente surreale, che -credo- non sarebbe dispiaciuta a Luis Buñuel. Da una qualsiasi utilitaria scassata (non avevo disponibile la Plog, con la quale la scena sarebbe stata ancor più surrealista), è sceso un tizio vestito da operajo che si è avvicinato al maggiordomo dandogli del voi: Permettete che faccia qualche fotografia a questa automobile? Con modi squisiti ed una gentilezza consumata, Battista non soltanto lo ha permesso, ma si è pure sentito in dovere di dire che l'autovettura era del 1950. L'anno rientra senz'altro in quelli di produzione della Mark VI, sebbene, secondo il Database Bollonet dell'ACI, risulti immatricolata il 1° gennaio 1953. Purtroppo, come si può vedere, il monumento ha subito lo sconcio della reimmatricolazione e deve incedere con una moderna targa alfanumerica; per un istante ho cercato di immaginarla con una targa del 1° gennaio 1953, qualcosa poco dopo la FI 62036 emessa il 31 dicembre 1952.


Scattate le fotografie e fatto il debito inchino sia a Battista che alla Bentley, con un paio di pantalonacci bisunti da lavoro e una barba che in quel periodo poteva ben definirsi da rivoluzionario cubano (sempre del 1953 o giù di lì), ho indugiato per qualche attimo prima di rinfilarmi nell'utilitaria; era come se attendessi l'arrivo della vecchia signora. Una vettura del genere doveva averci, per forza, una vecchia e elegantissima signora che Battista stava deferentemente attendendo. Altri, giocoforza, sarebbero ricorsi a Ambrogio e alla Contessa; io mi ci sono visto qualcosa che proiettava strane ombre di un racconto di Dürrenmatt. Ma la vecchia Signora non è comparsa, e me ne sono andato.


Oppure, forse, la Vecchia Signora altro non era che l'autovettura, che mi scompariva dietro alla prima delle tante curve del viale alberato. Per tante e tante macchine che ho fotografato in questi cinque anni e mezzo, mi sono detto: "Prima o poi la rivedo", e tante volte è successo. Per questa ho avuto la precisa sensazione che non la vedrò mai più. La Vecchia Signora si è palesata al momento giusto e nel posto giusto, accanto al suo maggiordomo e autista.

Ora, in conclusione, non vorrei prosaïcamente rovinare la fiaba; perché tale è stata, finora. Il Viale Machiavelli e la zona limitrofa rigurgitano senz'altro di ville da sogno, ma anche di alberghi e hôtels che vanno dal lusso sfrenato a quello smodato, e quindi, con buona probabilità, la Mark VI è un'automobile di rappresentanza di una di quelle dimore da seimila euro a notte o roba del genere. Però è pur vero che mi sono lasciato vincere da un momentaneo contatto con un mondo che non mi appartiene e non mi è mai appartenuto, io che devo lesinare anche il centesimo e che vado in giro a fotografare autovetture fabbricandoci sopra storie.

E così, dovendo scegliere il brano musicale per questo post, mi reimmergo nel sogno e mi trasferisco ad una qualche corte del Rinascimento. Chiudete quindi gli occhi e ascoltatevi, interpretata magistralmente dall'ensemble Modo Antiquo di Federico Maria Sardelli, una delle rare composizioni di autentica musica rinascimentale pervenuteci: l'anonima Manfredina seguita indissolubilmente dalla Rotta.




E chissà che la Vecchia Signora, in qualche sua remota vita precedente, non l'abbia danzata.


mercoledì 1 ottobre 2014

L'ora del fucile



Inutile dire che, dopo i mesi di stòppe, ci ho una gran voglia di riprendere il tempo perduto; e, così, eccoci di nuovo qua. Il riposino s'è fatto, ora bisogna darsi parecchio da fare.

Le foto di questo post appartengono giustappunto a quelle scattate durante la pausa e, in mancanza d'altro, con lo smartòfono. Siamo nello scorso mese d'agosto, in una delle rare belle giornate dell'estate di käkka che ha fatto quest'anno, al Lago di Bilancino, nel Mugello; così tanto per ribadire che il vs. Treggista Preferito® riesce ad essere non di rado di un magnifico tempismo, vi ero capitato proprio nel giorno in cui, la mattina, vi avevano ripescato un cadavere, che per somma fortuna non era il mio. 

Mentre mi aggiravo ne' dintorni, un curioso accampamento ha attratto la mia attenzione: trattavasi di un camper tendato con due tizi, decisamente robusti, che bevevano birra. Capisco la descrizione un po' oleografica, però tutti voi avreste detto: sono tedeschi. E, infatti, lo erano. Ma quello che aveva attirato particolarmente la mia attenzione non erano né il camper, né i tedeschi (se fossi stato una donna, diciamo, non mi ci sarei fiondata per nulla); era la motocicletta che corredava tutto l'accampamento. Quella che vedete nella foto, e che continuerete a vedere pure nelle altre.


Confesso candydamente che non avevo assolutamente idea di quale motocicletta si trattasse, e di che casa fosse; senonché, per buona sorte, almeno un tempo le case produttrici ce lo scrivevano sopra. E così comincia questa curiosa storia, che vi porterà a scoprire il perché del titolo. La moto, infatti, è una Enfield.


Se nulla sapevo della moto, il suo nome mi ha subito ricordato qualcosa: Enfield...Enfield...ma non era per caso un fucile? E che ci faceva un fucile sul serbatoio di una motocicletta? Diesel, poi...? Una motocicletta diesel? O magari un fucile a gasolio? Boh! Urgeva informàssegnene, cosa che ho fatto nonostante, allora, il Treggia's Blog fosse latitante.

Ordunque, si deve sapere che l'inglese Royal Small Arms Factory, attiva fin dal 1816 (il famoso Anno senza estate, o Eighteen hundred and frozen to death), sita per l'appunto nel non ridente sobborgo londinese di Enfield e chiusa nel 1988, produceva fucili militari, moschetti e spade. E' nota come RSAF Enfield, e un suo fucile, a quanto mi risulta, è stato in dotazione anche all'esercito italiano. Se sentite il bisogno di edurvi maggiormente sulla storia della RSAF, leggetevi l'articolo Wikipedia e buoni spari; a noialtri, invece, interessa sapere che tale fabbrica di armi aveva, alle sue dirette dipendenze, anche una sezione dedicata alla produzione di cicli e motocicli (originariamente, è chiaro, a scopi militari): la Royal Enfield Cycle Company (in Inghilterra tutto è Royal, e per la RSAF l'appellativo è giustificato anche perché l'azienda era di proprietà del governo).


Fatto sta che la Royal Enfield Cycle Company, ad un certo punto, iniziò a produrre una versione diesel del suo modello di maggior successo; modello che, tanto per ribadire il concetto, si chiamava Bullet (proiettile, pallottola). La Bullet Diesel, però, non era particolarmente un fulmine di guerra, e come proiettile andava pianino: non superava i 60 kmh, poco più di uno scooter. Però non consumava nulla: nemmeno un litro e mezzo di nafta per fare cento chilometri. Quando la produzione, nel 1957, fu spostata interamente in India, il mercato indiano trovò particolarmente adatto quel modello che ebbe un successo talmente grande da far avviare una produzione di massa. La Bullet Diesel fu ribattezzata Taurus, montava un diesel da 6,5 cv su un telaio Enfield e, praticamente, motorizzò a due ruote il subcontinente indiano. Per approdare, un pomeriggio d'agosto del 2014, al Lago di Bilancino a cui praticamente ho visto dare il primo colpo di ruspa perché avevo, nel secolo scorso, la pischella a Barberino del Mugello.


Poco saprei dirvi sull'età del modello; le Bullet, o Taurus, indiane, furono cominciate a produrre nel 1962 a Madras (o Chennai, come si chiama ora). Diciamo che potrebbe essere un modello degli anni '70, con la sua brava targa di Kassel che è pure città gemellata con Firenze (ma, attualmente, i fiorentini credono che la relativa via nel quartiere di Gavinana sia dedicata all'attore Vincent Cassel, l'ex marito della neocinquantenne Monica Bellucci). Resta il fatto di questa moto tutta pò-pò-pò di cui resta l'indimenticabile slogan: Made like a gun, goes like a bullet ("costruita come un cannone, va come un proiettile"). Be' tempi quando i proiettili andavano a sessanta all'ora! Però al lago di Bilancino ci è arrivata, da Kassel; o forse, chissà, l'hanno infilata sul camper.

E siamo arrivati alla musica.

Beh, la canzone che vi propongo stavolta va quasi da sola, anche perché il suo titolo corrisponde esattamente a quello del post. È L'ora del fucile, vale a dire la versione italiana che Pino Masi, nel '71, trasse da Eve of Destruction di Barry McGuire:


Canzoncina dove, no, non si parla di motociclette. Avrei potuto metterci quella famosa, di Battisti, dove si parla di una motocicletta 7 HP, ma preferisco questa.


Il Remigino


Il primo di ottobre, giorno di San Remigio, una volta cominciavano le scuole; prima delle mortifere "riforme" regionali e europee (che hanno, ahinoi, riguardato anche le targhe di immatricolazione...), un minimo di saggezza imponeva che, nei paesi del sud dove settembre è, generalmente, un mese ancora estivo, si andasse a scuola a ottobre. Ora, invece, i ragazzi devono rientrare a scuola come in Olanda o in Finlandia, dove i primi di settembre già nevica o giù di lì.

I bambini che entravano in prima elementare il primo di ottobre li chiamavano Remigini, per l'appunto da San Remigio; anche io lo sono stato, esattamente il 1° ottobre 1969 (data che, qui dentro, sarebbe perfetta per una treggia). Le consuete tragedie del primo giorno di scuola non mi appartennero: ero contentissimo di andarci, alla Armando Diaz del Ponte a Mensola, che se ne sta tuttora al limitare della campagna sulla strada per Settignano (figuratevi come presi gli avvenimenti che, molti anni dopo, occorsero in un'altra scuola Armando Diaz, stavolta a Genova). In compenso ne fece le spese mia madre, che fu presa a calci non da me, ma da un altro bambino assai recalcitrante. Insomma, tutti questi lontani e bei ricordi dell'infanzia per dire che, stanotte, mi sentivo davvero una specie di Remigino dopo delle lunghissime vacanze: il Remigino delle Tregge.

E così, per il rientro del TB, quello vero con le macchine, ho scelto di pigliare il toro per le corna fin da subito, e di cimentarmi con la croce e delizia del Treggista: la presa al volo. Un'occasione sia per vedere se ancora la sapevo fare, sia per prendere la mano sulla nuova Fugina (che ha un bottone di scatto un po' differente). La ghiotta occasione me la ha fornita questo Typ 1 pistojese beccato allo scoccar della mezzanotte al semaforo del largo dei Martiri delle Foibe (sic), già ampiamente "Maggiolino" essendo stato immatricolato il 31 ottobre 1972. La foto, per vari motivi, non è di ottima qualità: effettivamente, per riprendere la manina de' tempi migliori ci vorrà un po' di tempo. 

Solo per dare un esempio, quando mi sono accorto del Maggiolino ho cominciato a scattare orrori come quello che segue:


Vale a dire, mi sono beccato in pieno un bellissimo tachimetro, proprio come un bambino che comincia a vergare incerto le prime letterine sul quaderno. Un Remigino in piena regola, insomma, che ha dovuto aspettare il solito provvidenziale semaforo rosso (il Treggista è notoriamente amico dei semafori rossi, delle code, degli ingorghi e di quant'altro).

Detto questo, è il momento di introdurre la novità nel Treggia's Blog. Così, essabbrùtto, senza preamboli. Il legame tra il TB e la musica non è certo sconosciuto; in tutti questi anni ce ne ho infilata parecchia. A partire da questo "rientro a scuola", quindi, ho deciso che ogni post sarà accompagnato da una canzone, un brano musicale, una sinfonia in La maggiore, qualsiasi cosa che io ritenga adatta ad illustrarlo.

Per questo primo post "musicalizzato", ho scelto Sono un ragazzo di strada del 1966, eseguita dai Corvi:


Il TB è stato, a suo tempo, definito "L'unico, vero blog di strada della Rete", ed è, lo devo dire, una definizione che mi rende muy orgulloso. Se penso a quel che ho combinato in strada per mandarlo avanti, basterebbe per scriverci un libriccino...


martedì 30 settembre 2014

Il trenta settembre



Salute a voi tutti e tutte.

Non sapevo proprio nulla di questo post; in primis, di come intitolarlo.

E' andata a finire che gli ho dato il nome della data di oggi: trenta settembre. C'è un'altra data da dire: il ventidue marzo, vale a dire il giorno in cui il TB ha visto il suo ultimo post, quello col verso del sonetto di Claudio Achillini. Sono passati più di sei mesi da allora.

Pochi giorni dopo ho perso la Codacchina.

La Codacchina ha fatto il Treggia's Blog fin dal primo giorno; non so che fine abbia fatto. Avevo trovato una bella treggia da fotografare davanti alla biblioteca dell'Isolotto, ho frugato nello zaino per prendere la fotocamerina come avevo fatto migliaia di volte, e non c'era. Come volatilizzata, dissolta; e con un bel po' di foto dentro, non ancora scaricate. Se n'è andata a raggiungere chissa chi e chissà cosa; magari qualcuno la avrà trovata, la avrà accesa e ci avrà trovato foto di vecchie automobili.

È stata una botta, per me. È senz'altro vero che attribuisco agli oggetti, e specialmente quelli che mi sono serviti per fabbricare una cosa a cui tengo molto, un valore ben al di là di quello che hanno; ma la Codacchina, in più, era anche un regalo; e senza di essa, il TB non ci sarebbe mai stato.

Un blocco totale, insomma. Non di quelli "periodici" che pure mi prendono per mancanza di ispirazione; perché, come tutti sanno, il TB non è mai stato delle semplici fotografie di macchine e altri veicoli. E' stato, è e sarà sempre un blog di storie raccontate per tramite di tregge e affini. Non è, credetemi, mai stato semplice mandarlo avanti; ma, come suole dire Leonard Cohen, scendere ogni giorno in miniera è molto più difficile. Quindi mi fermo qui. 

Certo, avevo ed ho lo Smartphone, seppure di piccole dimensioni; non certamente una di quelle bestie che si vedono in mano ai quindicenni di ora. Di foto ne ho continuate a fare qualcuna, quando capitava; ma non era la stessa cosa, e non soltanto perché non potevo farle a sole calato (dato che sarà anche "smart", ma non lo è talmente da avere un banalissimo flash). 

Poi, mettiamola così, sono successe altre cose nella mia vita, che poi sono le normali cose che la fanno proseguire; se ne parlerà, se ci sarà l'occasione, più avanti.

Più avanti, perché la stessa persona che mi aveva, a suo tempo, regalato la Codacchina, ha visto che senza una cosa del genere il TB era condannato a morte; e me ne ha regalata un'altra. Addio Codacchina, benvenuta Fugina. E' di marca Fuji, come avrete vagamente intuito, e Kodak non potrà più essere perché la Kodak è scomparsa.

E la Fugina ha già esordito. All'improvviso, ecco tornata la voglia. Ecco tornate le tregge, che in questi mesi avevo non di rado lasciato sfilare via, senza più nemmeno riconoscermi. Ecco tornato, in breve, il Treggia's Blog. Ed ecco tornato, lo devo dire, un pezzo di me stesso.