giovedì 15 ottobre 2009

Regina della notte





Semplicemente, guardatela.

Non sono un gran fotografo, specialmente di notte. Queste foto non sono, qualitativamente, granché. Era notte veramente fonda, in una delle più belle piazze di Firenze; all'ora in cui uno si può fermare, lasciare la macchina anche in mezzo di strada con la portiera aperta, e sbalordirsi tranquillamente per cinque minuti prima di tirarsi una manata da solo e dirsi: Oh, ma le foto...!

È questo l'effetto che mi ha sempre fatto una GT1300 Junior. Per aver avuto un anno e mezzo una scassatissima Giulietta targata Siena, che ora sarebbe stata di diritto in questo blog e che comunque, all'accensione, emetteva quell'indimenticabile rombo, posso anch'io definirmi un Alfista e ne vado oltremodo fiero. Certo, la Regina della Notte non me la sarei mai potuta permettere. Vederne una mi fa sfiorare pericolosamente le iperboli.

Che cosa posso fare, allora? Il rombo. Der Hölle Rache kocht in meinem Herzen, sembra quasi cantare quel rombo d'Alfa assieme alla terribile protagonista del Flauto Magico di Mozart. E forse non c'è nulla di meglio, guardando questa Regina della Notte, che ascoltarlo direttamente dalla voce di Edita Gruberová:




È d'oro, boia dé





Di Mercedes color oro ce n'era già una, sebbene in condizioni miserevoli di treggia abbandonata e di un modello diverso; a proposito, vi dico che è ancora lì dove l'ho fotografata in una torrida domenica d'agosto (e mi fa bene ripensare alle caldissime domeniche estive ora che ha cominciato a fare un freddo da pelare...); questa, invece, è ancora bella in uso, con tanto di ritocchini allo stucco, e perdipiù l'ho beccata in una strada dove, fino a un annetto e qualche mese fa, ho lavorato. Insomma, trovarmi a ripassare da quella strada dedicata a un grande navigatore del passato e vederci questo bell'esemplare di treggia marina fa venire a mente tante cose.

Una bella macchina, questa Mercedes W114 (250CE) da pottaione livornese anni '70, senz'altro; petto villoso, camicia sbottonata, raybannacci, ippodromo, pacchettate di soldi, la bimba pitturata raccattata chissà dove e portata a fare il giro sul viale Italia e all'Ardenza...insomma, tutto un mondo che potrebbe riaffacciarsi alla mente guardando questa vettura che ancora, va detto nonostante le stuccature vive (ma non dev'essere facile trovare la vernice originale), fa la sua porcaccia figura; massimamente in un'anonima strada della periferia fiorentina. Sembra quasi che parli, e l'accento livornese le sta veramente bene.

Αἰγίλιον τρεγγιάων γαῖα



Ancora dall'amico e correligionario VIOLA Ionis 56 ricevo, dall'Isola del Giglio, questa treggia che, davvero, più treggia non si può. Mi sto facendo un'idea ben precisa del Giglio come terra benedetta per le tregge; prima o poi dovrò farci un giro, con la speranza che almeno nel nome delle tregge certe rivalità isolane possano essere appianate, e che l'Elba sorella maggiore e il Giglio sorella minore (ghghghghgh) procedano unite come si confà a due perle marine. Per l'intanto, mi sono pregiato di dare a questo post un titolo in autentico greco omerico, ché giustappunto i tempi d'Omero deve aver visto questa 500 giardinetta immatricolata sì a Firenze, ma che ha ben opportunamente preferito sbuffare per le stradine dell'isola e farsi sanamente corrodere dalla salsedine piuttosto che dagli effluvi di benzene e da altri gas di scarico. All'amico Ionis posso soltanto dire che, se continuerà a mandarmi altre tregge natìe, un'apposita categoria "Tregge gigliesi" sarà senz'altro istituita. Si dia dunque da fare a registrare e preservare il patrimonio treggistico del Giglio, che non deve andare disperso.

Come non rimanere estasiati di fronte ai più autentici dettagli della Treggia, gli spuntoni di ruggine, la guarnizione rotta che esce fuori dal cofano anteriore...insomma, davvero un capolavoro. A Ionis raccomando soltanto una cosa: di fotografare anche il retro delle vetture, con la relativa targa (la rivedesse in giro, magari, una foto supplementare da inserire in questo post non guasterebbe).

mercoledì 14 ottobre 2009

Milleqquattro, quasi milleccinque (2): La Dora





L'Antefatto

La mattina del giorno in cui avrei prima trovato la Fiat 1500 del post precedente, e poi, a distanza di nemmeno due ore, quest'altra Fiat 1500 assolutamente identica, dello stesso anno (1965) e del medesimo colore, mi trovavo presso un'ospedale cittadino impegnato in un trasporto sanitario che comportava una lunga attesa; talmente lunga che, a un certo punto, ho potuto tornarmene a casa a mangiare. Uscendo da solo e tornando verso il pulmino attrezzato, mi sono sentito chiamare: Venturi!

Era una ragazza, fino ad allora mai vista di persona, ma che conoscevo. Da Internet, ebbene sì. Una lettrice sia del TB che dell'altro mio blog, con la quale ogni tanto mi sono scambiato qualche mail e che, pure lei, dirò in senso molto lato, svolge un'attività in campo sanitario. Un'altra cosa ci accomuna: l'Isola d'Elba. Il nostro (peraltro non fitto) scambio di mail è cominciato proprio con le storie elbane che scrivo a volte sull'altro blog, e ci siamo a volte ritrovati a conoscere le stesse persone e gli stessi luoghi senza esserci mai minimamente visti. Mi ha riconosciuto perché su tutti i blog c'è la mia foto (quella attuale è stata scattata proprio all'isola d'Elba, a San Piero, mentre usufruivo del wi-fi del Mago Chiò in Piazz'i'Chiésa). Insomma, per riassumere: l'intervento del fato sul piazzale antistante un ospedale, bypassando Facebook e usufruendo della gentile ed assai più soddisfacente mano del caso. Siamo stati un quarto d'ora a parlare, e ci siamo scambiati i numeri di telefono; magari ci pigliasse la voglia di farci una chiacchierata ogni tanto. Col mio numero di telefono poi, si va sul sicuro: sull'altro blog sta bello papale sotto il titolo, e su questo ve lo do senza problemi casomai desideraste ragionar di tregge direttamente col Treggista: 339-4723095. Insomma, come dire, un incontro che mi ha fatto proprio un gran piacere; essere riconosciuti per quel che si scrive, specialmente quando lo si fa solo per il gusto di farlo e senza guadagnarci nemmeno mezza lira, è una ricompensa inestimabile.

Dimenticavo una cosa: la ragazza in questione ha un nome e un cognome, ma la chiamerò come lei stessa si fa chiamare in rete: Dora.

La Milleccinque

Torno in servizio, e verso le due trovo la prima Fiat 1500, l'Inglese. Dopo nemmeno due ore, mentre sono a bordo dello stesso pulmino attrezzato, ecco pure la seconda: a bordo c'è un signore anziano, e anch'egli sperimenta (come oramai già qualche decina di ignari cittadini) l'intervento classico del Treggista: inchiodata, energumeno (<-- il sottoscritto) che esce fuori brandendo una codacchina digitale, e richiesta del permesso di fotografare la sua macchina. Permesso accordato con la massima gentilezza, come finora è avvenuto nel 100% dei casi: l'anziano signore è addirittura sceso dalla macchina, si è messo a chiacchierare e ha tenuto a specificare che lui, quella macchina, la usa tutti i giorni. Anche lui da quarantaquattro anni. Gli faccio presente che poco prima, e là vicino, ne avevo fotografata una esattamente uguale, e questo me ne dice pure l'indimenticabile targa: FI 301130. Si conoscono. C'è anche il caso che si salutino pure le macchine, incrociandosi; così va nel mondo sotterraneo delle Tregge che ancora circolano imperterrite in queste nostre città suvvosmartizzate. Lo ringrazio, e di cuore, e me ne torno per i fatti miei; non senza specificare che l'unico particolare che distingue le due 1500, a parte le targhe del Registro delle Auto d'Epoca (che questa non ha), è che stavolta la guida è a sinistra (come si vede dalla foto).

Il postfatto

Neanche venti minuti dopo, mi arriva sul telefonino un messaggio SMS: e lo sapete di chi? Della Dora. La quale, da Treggista consumata, mi avverte di avere avvistato in una certa strada (a poca distanza) una Fiat 1500 grigia e specificando che ne vale la pena. La chiamo immediatamente, raccontandole ridendo che quella 1500 grigia l'ho già incontrata e fotografata nemmeno venti minuti prima; in pratica, l'anziano signore, dopo avermela fatta riprendere, se n'è andato per la sua strada a farsi beccare proprio dalla Dora. Conosciuta la mattina stessa davanti a un ospedale, eccetera eccetera eccetera.

La cosa ha avuto due conseguenze:

a) rafforzarmi nella convinzione che la cosiddetta comunicazione immediata sarà anche tanto comoda, carina e trendy, ma che ammazza il caso, l'imprevisto, la coincidenza, l'inatteso; cose che, per quel che mi riguarda, non desidero che vengano ammazzate per nessuna ragione al mondo, da niente e da nessuno perché fanno parte del vero sale della vita;

b) che, d'ora in poi, la Fiat 1500 grigia del 1965 targata FI 28 eccetera, si chiama La Dora. E, quando la incontrerò, non v'ha dubbio alcuno che racconterò tutta questa storia anche all'anziano e gentile signore che ne è il proprietario. E gli dirò anche come si chiama la sua macchina!

Milleqquattro, quasi milleccinque (1): L'Inglese





Giornate veramente mitiche per il TB, tra la fine di settembre e l'inizio di quest'ottobre. Dopo il Beetle's Day del 27 settembre mi stavo, una mattina durante il quotidiano tripalium, dicendo che mancava proprio una Fiat Milleccinque, il vascone da bagno che negli anni '60 rappresentò per un certo periodo l'ammiraglia dell'Agnelleria. Non avevo nemmeno finito di pensarlo, che te ne vedo una. Bel bella, comodamente e fotografabilissimamente parcheggiata, con tanto di placche del Registro delle Auto d'Epoca (dalle quali risulta essere del 1965), e persino con una targotta di tutto rispetto: un bel FI 301130 con la cifra palindroma a gruppi di due. Macchina peraltro da battaglia, usatissima e squisitamente ancora in banda: dentro sembrava una specie di magazzino, dalla congerie di roba delle sorte più disparate che conteneva. E trovo sempre proletariamente bello che una macchina dalla rispettabile età di 44 anni non venga affatto tenuta come un "gioiellino" (che pure sarebbe comprensibile), bensì venga quotidianamente adoperata.

Ma il bello doveva ancora venire. Dopo averla già ripresa da ogni angolazione, mi accorgevo di un particolare che la rende pressoché unica: la guida a destra, all'inglese. Probabilmente derivata da una qualche esigenza fisica del proprietario: in Italia, ora come allora, i comandi a destra sono rigorosamente proibiti, ed è vietata l'immatricolazione di automobili che li presentano se non per motivi inderogabili. Un'autentica rarità, quindi, che mi sono premurato di documentare adeguatamente:


martedì 13 ottobre 2009

Vado a gas, risparmio e non inquino






Vado a gas, risparmio e non inquino, era scritto sulle vecchie macchine a GPL, quando ancora ce n'erano pochissime. Come se non bastasse la clamorosa tuberia del serbatoio (allora le vetture a gas non erano mai di serie, e bisognava far installare l'impianto sacrificando tre quarti del bagagliaio quando non tutto quanto), bisognava appiccicare l'adesivo con lo slogan. Il quale diceva senz'altro delle verità (i pro), nascondendo però alcuni contro. Primo fra tutti, il costo dell'impianto, che era notevole; poi la difficoltà di trovare i distributori (ora il GPL lo si trova dovunque, ma prima bisognava fare il giro delle sette chiese); e, last but not least, la pericolosità del serbatoio sistemato quasi sempre nel baule posteriore: bastava un lieve tamponamento per rischiare di finire arrostiti a puntino, e di che pasta sia fatto il gas di petrolio liquefatto lo si è visto, disgraziatamente, pochi mesi fa a Viareggio. Non a caso, una volta, le macchine a gas non potevano essere parcheggiate nei garages condominiali ed era severamente vietato loro il passaggio nei traghetti. Ora è tutto differente: i serbatoi sono integrati e messi in sicurezza, rinforzati, iperprotetti e ogni cosa; ed è scomparso il mitico adesivo.

Detto questo, passo alla macchina in sé, che ha una storia del tutto particolare. È infatti una vettura che, proprio come l'Appia bianca del destino, conosco da anni e anni per averla vista parcheggiata, sempre nella stessa strada, qualche centinaio di volte. E ancora come nel caso dell'Appia, una volta iniziato il Treggia's Blog era letteralmente scomparsa. Da farmi sospettare che il proprietario la avesse, quel horreur, rottamata. Già piangevo la perdita di una treggia storica, la perduta Treggia a Gas del viale *******; un bel giorno, però, rieccola. Ricomparsa. C'è ancora, la Simca 1100, e chi l'ammazza: va a gas, risparmia, non inquina, se ne sta lì coi suoi tuboni posteriori e l'adesivo pure del panda del WWF; e, dulcis in fundo, è anche la prima in questo blog della casa fondata dal torinese Enrico Teodoro Pigozzi (o Henri Théodore Pigozzi, naturalmente). Con l'augurio che mi faccia ritrovare presto un'altra Simca perduta, una Simca 1000 blu notte avvistata pochi giorni prima dell'inizio del TB e mai più ritrovata. E con una dedica speciale a un mio zio, purtroppo tra i più da parecchi anni, lo zio Dino: nei secoli fedele alle Simca. Gli mancò soltanto la Aronde.

Specie diversa





Essendo austriaco di nascita, l'ingegner Karl Abarth sarà stato perfettamente cosciente che il suo cognome, in tedesco, significa esattamente "specie diversa" (o, anche, "specie degenere"); il famoso nomen omen, insomma. Le vetture Fiat (ma anche Lancia, Simca e Porsche) che passarono sotto le sue mani, divennero infatti qualcosa di diverso. Di estremamente diverso. Diventarono Abarth, per farla molto breve. Un tempo se ne incontravano parecchie anche per le strade, oltre che per i circuiti automobilistici: prevalentemente 500 o 600, riconoscibili immediatamente (oltre che per il rombo che emettevano), anche per l'immancabile cofano motore rialzato per ospitare il propulsore maggiorato. I malevoli coniarono per loro storpiature perfide (tra le quali l'ovvia Abort), ma il marchio dello Scorpione e le sue rielaborazioni sportive di modelli di serie erano qualcosa di assolutamente unico. Diverso, appunto.

Mi è capitato nei giorni scorsi di trovarmene di fronte una, e posso dire finalmente. Un'Abarth era qualcosa che mancava davvero in questo blog. Questa 500 di proprietà di un ragazzo di nome Niccolò, che me l'ha fatta gentilmente fotografare in tutte le salse e che vorrei ringraziare pubblicamente (anche perché, udite udite, segue il Treggia's Blog). Un'Abarth un po' taroccata, a dire il vero: lui stesso ci deve aver messo le mani, con qualche piccola libertà (ad esempio nella banda nera laterale con scritto Abarth 695, mentre in realtà è una 595). Poco importa: qui siamo di fronte a un piccolo capolavoro che riporta indietro di almeno trent'anni, quando l'abarthina era il sogno proibito di tutti i ragazzi della sua età (credo che Niccolò non abbia più di vent'anni). E che se ne sia occupato, ricostruendo puntigliosamente tutto ciò che i ventenni del passato sognavano (compresa la calandrina posteriore tricolore e lo stemmino della Ferrari sulla targa, che qui passo volentieri nonostante il mio noto antiferrarismo), è un suo specifico e grande punto di merito; e sono assolutamente certo che la gente che passa guarda assai di più quel suo capolavorino che la macchinina fighetta qualsiasi dei suoi amici. Persino con il particolare della targa, una delle prime del modello arancione e nero (ma la macchina è ritargata) che a Firenze fu introdotto con la serie FI 804000 nel 1976: la sigla arancione è stata sbiancata per far sembrare la targa del modello più vecchio. Completano il tutto il tettino apribile fatto a bandiera a scacchi e l'ovvio stemma Abarth; ma, in questo caso, approfittando della gentilezza e della disponibilità di Niccolò, sono riuscito a fotografare anche lo straordinario interno:

Qui ci sono davvero, e filologicamente, gli anni '70. Il volante Momo. I pedali sforacchiati. Lo stereo con le casse e i fili a giro. I sedili e i coprisportelli rossi. Sì, Niccolò può andare davvero fiero di questa sua vetturetta di specie diversa. Fossi una diciassettenne, farei carte false perché mi ci portasse a fare un giro. E anche due.