martedì 8 settembre 2009

Il buco con la treggia intorno





L'umanità ignora generalmente che sia esistita una Polo berlina. Fedele come sono alla mia missione, mi occupo qui di fornire un'incontrovertibile prova della sua esistenza, mosso da ardore, sagrificio e spirito di annegazione. In effetti, a giudicare dalla linea di questa simpatica autovettura, da annegare sarebbe stato l'ingegnere che l'ha progettata; ma, nella Comunità delle Tregge, vige il principio della più rigorosa uguaglianza.

Con questa vettura abbiamo uno dei più classici esempi di treggia da famiglia: robusta, senz'altro spaziosa, adatta alla gita domenicale come al trasporto di masserizie. La potremmo chiamare la Duna tedesca, anche se la Duna, perlomeno, ci aveva quattro porte. La concretezza germanica, però, deve aver portato ad un semplicissimo ragionamento: di porte ne bastano due. Ach so. Chi si siede dietro, sollevi i sedili e si accomodi.

lunedì 7 settembre 2009

Quella vera





Finora, non c'era stato qui dentro che un autentico unicum. Un capolavoro unico, appunto; mancava crudelmente la versione di base della Mini Minor, quella vera, senza orpelli, senza modifiche, senza swinging London. Ed eccola finalmente qui, del resto in un posto dove anche all'epoca ci sarebbe stato ben poco da swingare: siamo a due passi da casa mia, e con tutto il bene che gli voglio non si potrà mai parlare di swinging Isolotto. L'Isolotto, comunque, ha il suo bel posto nella storia, grazie soprattutto agli avvenimenti del 1968; e siamo proprio in quella piazza, davanti a quella chiesa che vide la celebre comunità di Don Mazzi. Sì, lo so, usualmente non faccio riconoscere le zone della città dove prendo le fotografie, ma in questo caso faccio un'eccezione; anche perché, a me, in fondo in fondo della swinging London non me ne frega un accidente, mentre voglio un bene profondo al mio quartieraccio periferico, alla sua storia, alle sue vicende storiche e spicciole e, ovviamente, anche alle sue tregge.

Un'utilitaria. Nient'altro. Certo, data la targa autenticamente venerabile, il proprietario originario doveva essere comunque un ragazzo che voleva farsi notare; allora "utilitaria" significava il Cinquino, la 600 o la Bianchina. Comprare una Mini Minor, che a volte veniva chiamata ancora Morris (o meglio: Mòrrisse; mentre, per "Mini Minor", si diceva Minimìno), era una cosa senz'altro originale. Per questo, Mini di tale antichità sono rarissime da vedere anche per l'occhio allenato del treggista profèscional. Averne trovata una proprio dietro casa potrebbe essere una sorta di segno del destino, quasi che mi sia venuta incontro. Bella bischerata, lo so; ma mi sia perdonata. Di bischerate si vive, mentre le cose serie ammazzano.

Ritmo, Strada & Mestruazioni Inc.






Si narra che, quando fu deciso di lanciare la neonata Fiat Ritmo (che in realtà, essendo l' "erede" della 128, doveva chiamarsi Fiat 138) sui mercati dei paesi di lingua inglese, qualcuno si accorse di un piccolo inconveniente: in inglese, infatti, il nome "Ritmo" suona qualcosa come mestruazioni; fu così che, in quei paesi, fu nota come Fiat Strada. Un po', insomma, come il detergente intimo Saugella, che nei paesi di lingua tedesca ha fatto scompisciare dal ridere mezza popolazione con ammiccamenti vari (in tedesco tale nome suonerebbe qualcosa come Pompinella). Ad ogni modo, Ritmo o Strada che sia, eccone una, e della prima serie; anzi, una Ritmo per la Strada, presumibilmente abbandonata come si evince dagli strati di polvere e dallo struggente particolare dell'autoradio infilata nello sfiato del cofano.

La Ritmo. Che ricordi. Ne ho avuta una anch'io, tra le mie personal treggias; non azzurra come questa ma, come la chiamavo io, marrone merdallizzata. Un po' più vecchia di questa: era targata FI A5 e qualcosa. Non c'era verso di mantenere il paraurti integrato con un minimo di vernice; si staccava a pezzettoni, e avevi voglia di spendere patrimoni in speciali bombolette. Durava dieci giorni, e poi ris'era daccapo. Alla fine ci rinunciai, e fu una saggia decisione visto quel che accadde dopo.

Anche io, nel mio piccolo, ho avuto un 11 settembre. L'11 settembre 1990, per la precisione. Ero appena uscito di casa e montato sulla Mestr..., ehm, sulla Ritmo, quando avvertii un lieve odore di benzina. Non ci feci caso e misi in moto; fatti cinquanta metri per la strada di casa, di fronte a un fioraio, la macchina prese fuoco. Con me sopra. Feci solo in tempo a darmela a gambe e a lasciarla ardere in mezzo di strada, urlando come un ossesso di levarsi di mezzo agli automobilisti che mi seguivano. Il coraggioso fioraio uscì fuori con un estintore, ma fu tutto inutile. E pensare che l'avevo comprata proprio all'Isolotto, a due passi da dove ora sto scrivendo.

Il suo, peraltro, lo aveva fatto. Chilometri tutti i giorni fino a Pontassieve, dove stavo svolgendo il servizio civile; e ci ero da poco tornato dalla Grecia, passando da tutta la costa dalmata per la Jadranska Magistrala e attraversando il Kosovo. A Priština mi ci s'erano attaccati una decina di ragazzini che volevano vendermi improbabili cose; a Skopje, viste le sue condizioni, l'avevo persino lavata alla bell'e meglio a una fontana pubblica. Ma sì, forse meglio per lei che sia morta epicamente sul campo; ovviamente specificando che è morta soltanto lei e non chi c'era sopra. Che sarei stato io. Of course.

Insomma, rivederne una mi fa sempre un certo effetto. Come macchina, diciamolo francamente, era un discreto troiaio; però, date le mie dimensioni, ci stavo dentro meglio che nella 127 che l'aveva preceduta, e poi ci aveva pure i' contagiri e un par di trombe che, quando sonavo il clacson, facevo sartà fori le lumache da' gusci. In mezzo a una strada, colore a parte, m'è sembrato quasi di rivederla; di ritmo tutto sommato ne aveva, e di strada me n'ha fatta far tanta. Mi mancano soltanto le mestruazioni, ma non credo che farò mai l'esperienza.

*In inglese, rhythm period, o periods più comunemente: Sorry dear, we can't do it, I still have my periods. In realtà, rhythm da solo indica più propriamente il "metodo Ogino-Knaus" (rhythm method), l'unico metodo "contraccettivo" approvato dalla chiesa cattolica e detto anche per questo, per la sua fenomenale sicurezza, "roulette Vaticana".

Il dumila




A occhio e croce, quando questa macchina è stata immatricolata mancavano ancora una ventina d'anni al dumila, anno più o anno meno. Lucio Dalla aveva cantato, qualche anno ancora prima, in un suo indimenticabile album (del 1976 per la precisione), Il motore del duemila; nel 1980 si era "riaddumilato" con Telefona fra vent'anni. Che magia era, 'sto dumila; ci s'era vicini, quasi a un passo, e s'immaginavano chissà quali cose -ivi compresi per i motori e per le automobili. Ora siamo già nove anni dopo quella fatidica data, e ci siamo beccati Berlusconi e i SUV, la Bossi-Fini e le Smart, le ronde e la Fiat Stilo. Ganzo. Ridateci il motore del 1976 e i gettoni scanalati di bronzo per telefonare trent'anni indietro, please.

Anche il suono stesso della parola, du(e)mila (a Firenze, quella "e" là nel mezzo non piace punto; cosicché, ad esempio, il numero "2200" si dice dumiladugento), doveva averci qualcosa di incantatore. Nel dumila sarebbe andato tutto meglio, si sarebbe andati con le macchine volanti a fa' anda e rianda con la Luna (anche prima: ricordarsi, per esempio, di Spazio 1999), sempre fra gl'italici cantautori Franco Battiato cantava 31 dicembre 1999 ore 9 ed il qui presente, ragazzino, s'immaginava cos'avrebbe fatto quel giorno a quell'ora (per la cronaca ero in via degli Artisti, in una normalissima casa, a festeggiare un capodanno che poi si sarebbe espletato camminando briachi su cinque centimetri di cocci di vetro, in centro), e tutto sembrava essere in funzione di quella data. L'Alfa 2000, anche lei. Certo, si chiamava così perché aveva un motore all'incirca di 2 litri di cilindrata; ma quando fu messa in commercio, nel 1971, dire "Alfa Dumila" era anche e soprattutto un'ennesima immaginazione di quell'anno così vicino e così lontano. Peraltro, le prime versioni dell'Alfa 2000 erano identiche, come carrozzeria, a quelle della 1750; ma dire Alfa Millessetteccinquanta non era la stessa cosa. Non convogliava nessuna suggestione. E che era, il millessetteccinquanta? Le dame con le crinoline e il minuetto? Troppo passato. Noi si voleva i' futuro, noi. O eccolo, i' futuro.

A essere pignuoli, il modello qui fotografato (in un borgo decisamente tra i più riposti e suggestivi dell'intero comune di Firenze) non sarebbe una vera Alfa 2000; è un'Alfetta 2000 dei primi anni '80. Inutilmente tentarono, però, di chiamarla "Alfetta 2.0"; per tutti rimase l'Alfa Dumila. Il paradigma del compagno di classe ricco: Oh, i' Pinzauti cià i quattrini, i' su babbo cià l'Arfa Dumila! Rombavano, anche sovralimentate a gasolio, verso il futuro. Mamma mia. Poerannòi. Tant'è vero che se ne ritrova una, superstite, in un posto dove il tempo non sembra proprio essere passato. Sarà un caso?

domenica 6 settembre 2009

La Rossa di Pistoia





Ed eccomi tornato a Firenze. Ci torno, dopo le insolite meraviglie elbane (le moto, le vespe, le jeep...) decisamente bellicoso, deciso a ributtarmi a capofitto nelle tregge cittadine, nelle strade di periferia; e ricomincio con questa Rossa di Pistoia, non senza far notare la targa. Forse non "particolare" e da meritare l'iscrizione nell'apposita categoria; ma, comunque, un'avita 126 targata PT 126 eccetera non è malaccio.

A dire il vero, non è neanche rossa, bensì amaranto (o granata, o magenta, o chissà cosa; non sono mai stato molto forte nelle sfumature dei colori); ma mi piace chiamarla così, questa gloriosa minitreggia con tanto di targa anteriore staccata e appoggiata sul cruscotto (un particolare da vera treggia, questo; la vera treggia ha generalmente picchiato contro migliaia di marciapiedi, e la targa anteriore staccata è come un attestato di battaglia). In questo blog se ne vedranno poche, per non dir punte, di Rosse di Maranello; certo, dovessi beccare in giro una Ferrari del 1955, per dovere ce la metterei. Ma, di solito, le buzzurromobili modenesi se ne stanno nei loro garagi-caveau da dove vengono tirate fuori solo per gli appositi raduni. Inutile fare: la mia idiosincrasia verso quelle macchine, verso il loro mito, verso la figura di Enzo Ferrari e verso tutto il ciarpame della simbologia italica è totale.

Io sono per le rosse di Pistoia, piccole, scassate, resistenti, parcheggiate sotto il sole vicino a un ospedale qualsiasi. Con dentro oggetti di tutti i giorni, con dentro storie che non saranno mai raccontate da nessun film o nessuna fiction. Sono le nostre storie, queste; e, se non posso raccontarle, cerco di farle almeno intuire, o immaginare, o sognare. Se vi garba sbavare sulle ferrarine, andate altrove. Questo non è il posto che fa per voi. Qui ci sono le 126 pistoiesi.

Elbatregg' '09 (14-fine): Nel solito parcheggio



E così, anche per stavolta, eccoci di nuovo al solito parcheggio a Portoferraio, vicino al molo d'imbarco sui traghetti, sotto un sole implacabile. Si torna a casa, ma nell'attesa della nave c'è il tempo per una giratina treggistica. Quel parcheggio, del resto, è un accumulo per natura; qualcosa c'è sempre, per fare la treggia dell'arrivederci all'Elba.

Rendendomi conto che, la volta prima (in giugno), ero arrivato a scendere negli abissi della treggiologia proponendo una Duna, stavolta mi sono voluto un po' rifare con questa autentica MG spider. Anche se, ovviamente, per una MG non si può propriamente parlare di una treggia, beh, come dire, gli è sempre un bel vedere. Beato l'ignoto o l'ignota di Offenbach che ci mette il culo dentro, insomma; del resto, tutti avranno notato che la più pura, palese e cosmica invidia è una delle "molle" fondamentali di questo blog. E, certamente, non solo per lo spiderino britannico; fondamentalmente, anzi, se potessi scegliere una treggia tutta per me, sceglierei questa.

E così si torna ai treggia tour fiorentini, quelli propriamente detti, quelli più propriamente in topic. Monto sul traghetto pensando che, se ci fosse sempre stato in servizio il vecchio "Calimero" sarebbe senz'altro stato proposto come prima (e unica) "treggia navale"; ma chissà dov'è andato a finire.

venerdì 4 settembre 2009

Elbatregg' '09 (13): La treggiaia cimiteriale: (c) General Purpose





Con il marchio registrato Jeep ora viaggiano degli stolidi SUV che tutto vanno, fuorché "fuoristrada" (a meno che non ci finiscano per le non eccelse capacità di guida del professionista danaroso, della mammina che fino a due giorni prima ha guidato solo Pande, o del padre di famiglia indebitatosi fino al collo per poter esibire uno dei più stupidi status symbol di questo rio tempo). A parte il fatto che non mi risulta chiaro come mai un nome comune come jeep, che indica tutta una categoria di veicoli, possa essere "registrato" come marchio di fabbrica, si deve qui dire che, almeno, il veicolo fotografato è ancora una vera jeep, sebbene già l'occhio allenato vi riconosca qualche protoprincipio di affighettamento. Peu importe; la sua trasformazione in treggia è oramai avvenuta, e come tale le dobbiamo tutto il rispetto.

Siamo ancora vicino al cimitero di Marina di Campo, e la targa locale suggerisce un uso per il quale una vettura del genere è senz'altro adatta. Questa cosa qui, di fuoristrada ne deve comunque aver fatto sul serio, sulle strade elbane che non sono neppure al giorno d'oggi uno scherzetto ed anche in qualche stradello dove è bene fare estrema attenzione. Insomma, la sua denominazione di general purpose è non solo salva, ma del tutto legittima. L'ultima "chicca" del TT cimiteriale, e anche una delle ultime di tutte le vacanze elbane. Ci stiamo, ebbene sì, avvicinando al termine di questa lunga cavalcata, e al ritorno a Firenze. Cosa riserverà l'autunno, e cosa l'inverno? Avremo magari qualche treggia sotto la neve? Quien sabe.